Rivoluzione industriale inglese riassunto

 

 


Rivoluzione industriale inglese riassunto

 

I testi seguenti sono di proprietà dei rispettivi autori che ringraziamo per l'opportunità che ci danno di far conoscere gratuitamente a studenti , docenti e agli utenti del web i loro testi per sole finalità illustrative didattiche e scientifiche.

 

RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INGLESE

 

A partire dal 1780 in Inghilterra avvengono grandi cambiamenti economici e sociali:

 

  • Crescita quantitativa = aumento della produzione di beni
  • Trasformazioni qualitative = introduzione delle macchine nella produzione (es. telai, aratro): nascono le industrie
  • Nasce la società industriale :

società agricola

società industriale

maggioranza contadini

maggioranza operai

autoconsumo (chi produce i beni li consuma)

produzione destinata al mercato (alla vendita)

lavoro a domicilio (il contadino lavora i suoi campi, l’artigiano lavora a casa sua)

lavoro nelle fabbriche

produzione a mano

 produzione con le macchine

popolazione dispersa nelle campagne

urbanizzazione (concentrazione della popolazione nelle città)

 

INDUSTRIALIZZAZIONE

Capitali investibili
(tanti soldi disponibili)

 

 

 

 

 

 

Materie prime e fonti di energia
(colonie)

 

 

 

 

 

 

 

 

Domanda crescente di prodotti industriali per l’incremento demografico
(= aumento della popolazione, + persone ci sono + gente che compera)

 

 

 

Vie di comunicazioni e mezzi di trasporto efficienti
(favoriscono il commercio)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abbondanza di forza-lavoro a basso prezzo
(tanti contadini lasciano la campagna e accettano di lavorare con salari bassi)

 

Innovazioni tecnologiche
(invenzioni di nuovi macchinari

 

 


L’INDUSTRIALIZZAZIONE EUROPEA


ESPANSIONE DELLE FERROVIE

DIFFUSIONE DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE

 

aumento del fabbisogno di capitali

 

sviluppo dei commerci

 

 

 

  • Sviluppo del sistema bancario (Germania)
  • Intervento dello stato (Russia)

 

diffusione del LIBERISMO (protezionismo = produzione delle produzioni nazionali mettendo dei dazi [tasse] sulle merci di importazione)

Dpo il 1870 si riducono i dazi e nasce il mercato unitario mondiale

 

Fonte: http://www.portaleboselli.it/christophernolan/Archivio%20schede/AZIENDALE/1.%20BIENNIO%20COMUNE/AREA%20COMUNE/STORIA%202H/mappa%20RIVOLUZIONE%20INDUSTRIALE_2Mvalut-conf.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

 


 

Rivoluzione industriale inglese riassunto

La Rivoluzione Industriale portò, in Inghilterra, un progressivo aumento delle industrie e più in generale un totale mutamento della vita sociale producendo una nuova classe sociale (il proletariato) e un nuovo soggetto socio-economico (l'operaio).
Tutto ciò portò ad un profondo mutamento della famiglia, la quale perse ogni valenza educativa. Anche le donne e i bambini furono inseriti nel sistema di fabbrica e le loro condizioni di vita diventarono durissime.
Il Settecento portò a compimento il processo di laicizzazione che andò a toccare anche l'ambito educativo. Difatti, vennero a costituirsi modelli educativi che erano molto lontani dai principi religiosi-autoritari del passato e che miravano alla formazione di un uomo come cittadino artefice del proprio destino.
Tutto ciò portò alla realizzazione di una "società moderna" intesa in senso borghese, dinamico e strutturata attorno a molti centri (economici, politici, sociali).

La figura dell'intellettuale e il significato dell'educazione: Il XVIII secolo rappresenta per la cultura europea un secolo di rivoluzioni, in cui si porta a compimento il processo di laicizzazione dello Stato e della cultura che caratterizza l'età moderna. Ciò che nei due secoli precedenti permaneva come un fermento sotterraneo, nel Settecento viene impetuosamente e violentemente alla luce, reclamando a piena voce, in nome della natura, dell'esperienza e della ragione, il mutamento globale dello spirito dell'uomo e delle istituzioni in cui esso vive.

 

Fonte: http://www.atuttascuola.it/allegati/pedagogia/Tesina_storia_della_pedagogia.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Una questione preliminare riguarda i concetti di rivoluzione agraria e rivoluzione industriale: è giusto parlare di rivoluzioni?

 

La cosiddetta “rivoluzione agraria” è tra i fattori che rendono possibile la rivoluzione industriale in Inghilterra ed è quindi su di essa che dovremo soffermarci preliminarmente. Abbiamo detto “cosiddetta” perché secondo alcuni storici non è possibile parlare di una vera e propria rivoluzione, se con questo termine vogliamo indicare una trasformazione molto rapida e radicale: le trasformazioni agricole non furono tali, ma piuttosto lente.


La rivoluzione agricola fu il prerequisito della rivoluzione industriale perché il rapido aumento della produttività e della disponibilità dei beni primari consentì uno spostamento della forza lavoro dai campi alle industrie. Queste, grazie alla meccanizzazione ed all’introduzione del vapore come forza motrice (macchina a vapore), determinarono un aumento della produttività, che non ha paragoni con quello dei secoli precedenti.

 

Tuttavia, anche per il concetto di rivoluzione industriale occorre fare qualche precisazione. Nel dibattito storiografico non sono mancate infatti delle discussioni, soprattutto tra gli anni Ottanta-Novanta del Novecento, circa la legittimità di tale concetto. Ad essere messa in forse è stata la nozione stessa di rivoluzione industriale, intesa come mutamento radicale e rapido, tanto che alcuni hanno proposto di ridefinirlo come un’evoluzione, piuttosto che come una rivoluzione.
In effetti l’itinerario della rivoluzione industriale fu relativamente lungo e complesso:  la macchina a vapore non soppiantò immediatamente il mulino ad acqua e la manifattura a domicilio oppose una dura resistenza al lavoro in fabbrica. Ed è anche vero che, se in Inghilterra la rivoluzione giunse a compimento nella prima metà dell’’800, in altri paesi il vecchio mondo dei mestieri e dell’industria domestica rimase il perno della produzione fin quasi alla fine dell’’800 .
Resta il fatto che, confrontati con i ritmi produttivi dei secoli precedenti, quelli che subentrarono con il diffondersi dell’industrializzazione, a partire dal 1760 circa,  determinarono forse la più profonda trasformazione della struttura economica e sociale che sia avvenuta nel corso della storia. E’ dunque corretto parlare di rivoluzione industriale perché nel giro di pochi decenni in Inghilterra si verificò un mutamento rivoluzionario che possiamo riassumere in questi tre punti:

  • Il prodotto interno lordo crebbe più in fretta della popolazione;
  • La produzione industriale crebbe più rapidamente di quella complessiva;
  • Grazie alla meccanizzazione, alla fine del 700, ciascun occupato riusciva a produrre una quantità di beni superiore di alcune decine di volte a quella che riusciva a produrre un lavoratore di cinquant’anni prima.

 

Un’altra questione storiografica: perché l’Inghilterra si industrializzò per prima?

 

L’Inghilterra fu la nazione che si industrializzò per prima e fino al 1830 poteva considerarsi l’”officina del mondo”. A cosa è dovuto questo primato inglese nell’industrializzazione? Gli storici hanno elaborato varie risposte per chiarire il problema, ma ciascuna di esse può essere considerata insufficiente a spiegare da sola ciò che è accaduto in Inghilterra; bisogna fare riferimento perciò al concorso simultaneo di una pluralità di fattori.

superiorità dei suoi tecnici, capaci di inventare macchine;

 

  • superiorità dovuta alla tradizione empiristica inglese (Bacone)
  • smantellamento dei regolamenti corporativi, che lascia spazio all’introduzione di metodi e strumenti di lavoro assolutamente nuovi
  • gli inglesi non hanno pregiudizi verso le attività manuali (cfr. invece i nostri umanisti che si fanno un vanto di “non saper girare una vite”, di “non capirci niente nei problemi tecnici”, ecc.)
  • condizioni politiche favorevoli: con le rivoluzioni del ‘600 la borghesia aveva conseguito la possibilità di condizionare il potere, in particolare si erano registrate:
  • trasformazione capitalistica dell’agricoltura mediante approvazione di leggi che permettevano di recintare i terreni
  • abolizione delle dogane interne e formazione di un ampio mercato unico nazionale
  • sviluppo di una rete di strade e canali navigabili

 

 

Analizziamo anzitutto il prerequisito della rivoluzione industriale: la rivoluzione agraria

Nel Settecento si assiste al passaggio dai campi aperti ai campi chiusi (ovvero dall’openfield al bocage): ciò determina la fine della competizione tra agricoltura e allevamento e l’aumento della produttività agricola. La rivoluzione agraria va intesa come un processo secolare, che ha inizio già in età medievale, con l’introduzione della rotazione triennale ed una serie di innovazioni tecniche (ferratura zoccoli, aratro pesante, collare a spalla, ecc.) che migliorano la produttività. Nel Settecento, avvenne un’altra trasformazione che migliorò ulteriormente la produttività: si spezzò il legame tra l’allevamento e l’agricoltura, che frenava lo sviluppo agricolo mettendolo in competizione con l’allevamento.

In che cosa consisteva il sistema dei campi aperti? Bisogna sapere che prima della rivoluzione agraria, in Europa esistevano due forme di sfruttamento del suolo: il sistema a campi aperti e quello a campi chiusi.
Il primo era tipico delle regioni centro-occidentali (ad esempio isole Britanniche, Francia settentrionale, valle del Reno in Germania, arrivando fino alla Polonia e alla Russia), dove il terreno era meno fertile e perciò bisognoso di concimazione. Proprio per questa necessità bisognava lasciare ampi spazi dove il bestiame potesse pascolare liberamente; era inoltre necessario mantenere a riposo in certi periodi il terreno (rotazione delle colture) per fare in modo che recuperasse fertilità. Il secondo era più diffuso nelle regioni dell'Europa atlantica (Bretagna e Normandia, e anche nelle isole Britanniche), probabilmente a causa di una maggiore umidità del clima, che rendeva più fertile e meno bisognoso di concime il terreno.

L’introduzione di nuovi metodi di coltura e di nuove piante determina la rapida diffusione dei campi chiusi, che soppiantano quelli aperti. In Inghilterra si diffondono le enclosures (recinzioni di terreni).
A partire dal 1600-700, in Inghilterra, due innovazioni trasformarono radicalmente l’agricoltura e il sistema dei campi aperti:

  • si impose la rotazione a cereali e leguminose, che per il terreno si rivelò un ottimo fertilizzante poiché le leguminose sono in grado di fissare l’azoto nel terreno rendendolo più fertile; questo favorì l’abolizione del maggese e tutto il terreno venne sfruttato;
  • i nuovi tipi di coltivazione (trifoglio, rapa, ecc.) erano in grado di produrre molto mangime per gli animali: il bestiame perciò si accrebbe e con esso il concime naturale. Venne meno, così, la tradizionale concorrenza tra agricoltura e allevamento, che tendevano a svilupparsi l'una alle spese dell'altra. Di conseguenza il sistema dei campi chiusi si diffuse sempre di più.

In Inghilterra, in particolare, cominciò ad essere sempre più diffusa la pratica della recinzione (encolsure) dei terreni, cosa che venne anche favorita dalla situazione politica e giuridica dell’Inghilterra.

La recinzione dei terreni determinò la nascita di aziende capitalistiche moderne, la scomparsa dei piccoli proprietari e il rendersi disponibili di molte braccia per il nascente settore industriale. I proprietari del terreno recintato erano interessati a ricavare guadagni dalla loro attività agricola. In questo senso cercarono di migliorare tecnicamente le loro produzioni, introducendo soprattutto delle innovazioni di tipo tecnico ma  soprattutto di tipo agronomico. Tutto questo determinò due conseguenze molto importanti per lo sviluppo della futura rivoluzione industriale: scomparvero i piccoli proprietari terrieri, e molte braccia si resero disponibili per essere impiegate nel nascente settore industriale.

Altro fattore: l’aumento demografico. Accanto a queste trasformazioni agrarie, va anche ricordato che la diffusione della patata e del mais, oltre alle migliori condizioni igieniche e sanitarie dovute alla scienza medica, determinarono un notevole aumento demografico che fece aumentare sia il numero dei potenziali lavoratori da impiegare nell’industria, sia la domanda di beni di consumo che l’industria era chiamata a soddisfare.)

Una precisazione: la meccanizzazione dell’agricoltura non fu determinante per la rivoluzione agricola. Spesso il nesso tra la rivoluzione agraria e quella industriale viene inteso come un nesso causale tra la prima e la seconda: le richieste di innovazioni tecniche per lo sviluppo di un’agricoltura moderna e meccanizzata fanno da stimolo alla produzione di attrezzi da parte della nascente industria metallurgica e perciò sono la causa dello sviluppo di quest’ultima. Non è del tutto vero:

  • perché le trasformazioni agricole furono soprattutto agronomiche (rotazioni, sementi, ecc.) e non possono essere ricondotte messe in relazione con i progressi dell’industria;
  • la domanda di macchine agricole fu sì determinante nello sviluppo dell’industria, ma solo più avanti, tra fine ‘700 e 1820. In questo periodo davvero si può dire che la domanda di attrezzi agricoli stimolò lo sviluppo dell’industria metallurgica: un contadino vissuto nel periodo citato ha visto infatti scomparire tutti gli attrezzi tradizionali per vederne utilizzare altri nuovi.

La rivoluzione industriale e le innovazioni tecniche che la resero possibile

  • Veniamo ora alla rivoluzione industriale e partiamo dal primo settore in cui avvengono le trasformazioni più vistose e la meccanizzazione si impone, quello tessile.

 

L’industria laniera, già prima della rivoluzione industriale, era  il vero pilastro dell’economia manufatturiera inglese. Vi lavoravano a domicilio prevalentemente i contadini nei periodi in cui non erano impegnati nei campi; i telai che utilizzavano erano dei mercanti, che si incaricavano di fornire anche le materie prime e di ritirare i prodotti finiti. Tale attività manufatturiera, in alcune contee era diventata così importante che si erano create delle manifatture collocate nei centri urbani, che raccoglievano decine di operai intenti a manovrare telai a mano.

Nel 1733, l’invenzione della spoletta volante ad opera di J. Kay, pur affermandosi con lentezza a causa delle resistenze da parte dei tessitori, fece sì che la tessitura diventasse molto più rapida e di conseguenza aumentarono anche gli operai addetti a rifornire il telaio del filo da tessere.

Proprio per questa ragione, si cercò di accelerare anche questa seconda operazione: vennero inventate le filatrici meccaniche (Arckwright, Hargreaves, Crompton)

L’aumento della capacità di filatura attraverso l’adozione di macchine, fece sì che aumentasse al bisogno di trovare cotone grezzo da filare. Si ricorse alle colonie (Antille inglesi e francesi, Brasile). Ed una invenzione, la macchina per separare il fiocco del cotone dal seme, fece aumentare di 30 volte la produttività del lavoro.
Con l’invenzione della macchina a vapore da utilizzare per produrre forza motrice per azionare i telai (telai a vapore), cominciarono a crearsi le condizioni per uno sviluppo maggiore dei centri urbani in cui poteva avvenire la lavorazione dei tessuti. Prima, infatti, occorreva stare vicini ai corsi d’acqua perché la forza motrice principale era rappresentata da questo elemento (fiumi, ruscelli, ecc.).

  • L’introduzione della a macchina a vapore – prima ancora che fosse utilizzata per i telai – è legata all’estrazione del  carbone fossile, il cui uso presentava dei notevoli vantaggi rispetto a quello del carbone vegetale. Bisogna sapere, infatti, che esistono vari tipi di carbone; due fondamentali sono quello fossile o minerale (derivante cioè da un processo di fossilizzazione, o più precisamente di carbonizzazione [= perdita di idrogeno, ossigeno e azoto] e quello vegetale, cioè prodotto direttamente bruciando legna in  altoforni. Quest’ultimo era molto più costoso del primo sia perché era il frutto di una lunga lavorazione sia perché comportava l’abbattimento di foreste. Ecco perciò che l’uso del carbone fossile o minerale diventava più vantaggioso.

 

L’uso di questo tipo di carbone era sì più vantaggioso ma non fu realmente tale fino a che non si trovarono dei mezzi per estrarlo con facilità dalle miniere, per lavorarlo e, infine, per trasportarlo sui luoghi in cui doveva essere utilizzato come materiale comburente.  Il problema del trasporto venne risolto con il miglioramento dei sistemi di trasporto: vd. più avanti: La rivoluzione dei trasporti.
Quanto invece al primo problema – quello dell’estrazione – venne invece risolto attraverso l’introduzione di nuove tecniche estrattive: Thomas Savery inventò una macchina che consentiva di estrarre l’acqua dal sottosuolo (per scavare gallerie sempre più profonde da cui estrarre carbone occorreva prosciugarle dell’acqua);  James Watt, sulla scorta di queste invenzioni, cominciò a fare i suoi esperimenti che lo portarono a inventare la macchina a vapore che migliorò notevolmente sia l’estrazione del carbone sia altre tecniche di lavorazione, introducendo il vapore come forza motrice per azionare le pompe con cui prosciugare le gallerie.  
Circa, infine, il problema della lavorazione del carbone, esso venne risolto  – come vedremo al prossimo punto –  anche mediante la macchina a vapore, che venne impiegata per far funzionare meglio gli altoforni in cui il carbone veniva  trasformato.

Sottolineare il rapporto di CAUSAZIONE RECIPROCA o rapporto di INTERDIPENDENZA che vi è tra la macchina di Watt e il carbon fossile: la macchina a vapore fa aumentare la produzione del carbone (prosciugando le miniere) e la maggiore disponibilità di carbone fa aumentare la possibilità di utilizzare numerose macchine a vapore.

Un’altra invenzione, quella del carbon coke (un carbone puro, ottenuto dalla distillazione del carbone fossile), ad opera di A. Darby, rese la produzione del ferro assai più economica. Come si sa, il minerale ferroso estratto dalle miniere va lavorato negli altoforni: qui, il materiale combustibile svolge tre funzioni: 1) fa fondere il minerale, 2) fornisce il carbonio necessario alla purificazione del minerale e 3) fornisce il carbonio che entra in lega col ferro e crea quel materiale che è richiesto dall’industria metallurgica (ghisa, acciaio: leghe di ferro e carbonio; si distinguono per la diversa percentuale di carbonio in esse presente). Tanto più il carbone è puro, tanto migliore è la lega che si ottiene; per questo sono da preferire i carboni d’origine vegetali o il coke ai carboni fossili. Il coke non è altro che un carbone liberato dalle impurità attraverso un processo di alta combustione.
Poiché il coke liberava più lentamente del carbone vegetale il suo calore, occorreva disporre di altoforni a maggiore tiraggio per aumentarne il processo di combustione. La macchina a vapore venne utilizzata a questo scopo.

Ecco dunque che si verifica un altro rapporto di INTERDIPENDENZA: la macchina a vapore fa aumentare la produzione del ferro e la maggiore disponibilità di ferro fa aumentare la produzione di macchine a vapore.

  • La rivoluzione dei trasporti. Dopo il 1740 i sistemi di comunicazione conobbero sostanziali miglioramenti in molti paesi europei, a partire dalla Francia, dove vennero costruite strade ampie e percorribili. Ma la vera rivoluzione dei trasporti non venne stimolata dal settore del trasporto dei passeggeri ma piuttosto dall’esigenza di trasportare le materie prime più voluminose e pesanti come il carbone e il ferro. L’Inghilterra sviluppò in un primo tempo una fitta rete di canali navigabili, in funzione dei bisogni dei bacini minerari. Poi, applicando la macchina a vapore ai carrelli del carbone, venne avviata la nuova tecnologia delle locomotive e delle ferrovie, che ridusse drasticamente l’incidenza dei costi di trasporto.

 

I PROBLEMI CREATI DALL’INDUSTRIALIZZAZIONE

  • Le macchine dequalificarono il lavoro e resero semplici operai i vecchi artigiani (si diffuse il luddismo come forma di protesta degli operai)
  • La grande quantità di merci prodotta dall’industrializzazione non va di pari passo col miglioramento delle condizioni degli operai; queste anzi peggiorano: lavoro minorile, ritmi massacranti, assenza di tutela, proibizione dell’associazionismo operaio
  • nascita di grandi centri urbani con condizioni igieniche e sociali ai limiti della vivibilità
  • profonda trasformazione sociale ed economica dei lavoratori, che non sono più protetti dalle tradizionali organizzazioni artigianali, ma vengono ridotti a forza-lavoro salariata soggetta alle esigenze del mercato.
  • dopo un primo periodo di disagi, gli operai, che vivevano a stretto contatto tra loro e perciò poterono sviluppare meglio una coscienza di classe, nacquero le prime forme di rivendicazione dei propri diritti e le prime associazioni operaie:
  • in Gran Bretagna: nasce il cartismo, nel 1837-48: si tratta di un programma di riforme democratiche riassunte nella Carta del Popolo (People’s Charter), che rivendica il suffragio universale maschile e la rappresentanza parlamentare delle classi lavoratrici
  • in Gran Bretagna: si diffondono le Trade Unions o “Unioni professionali” (anni ’50 e ’60), organizzazioni sindacali di mestiere; e poi, nel 1868,  viene fondato il Trade Unions Congress, organo sindacale di collegamento tra i vari sindacati di mestiere, che riuniva tutti i delegati delle Trade unions e sarà la base del futuro movimento operaio britannico
  • in Germania: il leader è Lassalle: crede nella possibilità per i lavoratori di conquistare lo stato borghese e di trasformarlo dall’interno; l’Associazione dei lavoratori fondata da Lassalle confluirà poi nel partito socialdemocratico.
  • in Francia: si diffonde l’anarchismo di Proudhon (avverso a ogni forma di collettivismo), che è tipico dei paesi in cui proletariato di fabbrica è meno sviluppato; mira ad abolire tutte quelle organizzazioni – stato, chiesa, sistema produttivo capitalistico – che opprimono l’individuo.
  • in Italia: diffusione dell’anarchismo, come in Francia, con Pisacane e Ferrari; diffusione delle idee di Mazzini, che sostiene l’associazionismo ed è avverso ad ogni forma di lotta di classe e di collettivismo.
  • Successivamente, altri nomi di grandi teorici si uniranno ai precedenti nel criticare la società capitalistica  (Saint-Simon, Fourier, Owen); fra tutti, assumerà grande rilievo Marx.
  • il sistema capitalistico di produzione evidenzia immediatamente la presenza di crisi economiche ricorrenti: la prima si registra tra il 1873 e il 1896; è la prima crisi globale del capitalismo, dovuta ad una sovrapproduzione e quindi ad un eccesso di offerta, provocata dal progresso tecnologico e dall’esigenza di essere sempre più competitivi (cosa, quest’ultima, che implica un aumento dei ritmi di produzione nell’unità di tempo per ridurre i costi dei prodotti).  La crisi comporta rallentamento dei ritmi produttivi, disoccupazione, ecc.

Vari economisti hanno cercato di individuare delle regolarità nel prodursi di queste crisi economiche ricorrenti, evidenziando degli intervalli di tempo (cicli economici) all’interno dei quali si alternano fasi di espansione e fasi di recessione: Jevons (1835-82), per primo, ha elaborato una teoria secondo la quale esistono dei cicli economici di circa 10 anni ciascuno; Kondratev (1892-1930) ha individuato dei cicli più lunghi (60 anni);  Schumpeter (1883-1950) ha parlato di intervalli ancora più lunghi (1787-1842; 1842-1897).
Crisi nel sistemao crisi del sistema capitalistico? La presenza di queste crisi economiche, ha fatto sorgere, fin dai primi anni in cui esse si sono manifestate, un dibattito tra i fautori del capitalismo, che le vedono come un fattore fisiologico ineliminabile nel suo funzionamento (crisi nel sistema) e gli avversari del capitalismo, che invece le  considerano come il sintomo più evidente del suo fallimento (crisi del sistema).

 

 


Secondo le ricostruzioni storiografiche più diffuse, la rivoluzione industriale nel suo complesso viene suddivisa in tre grandi periodi, ciascuno caratterizzato dall’uso di certe fonti energetiche e dal certe modalità produttive, oltre che dal coinvolgimento di certe aree geografiche:
  • 1780-1870:  I rivoluzione industriale (ferro e carbone; tessile e siderurgica; Inghilterra, Belgio, Francia)
  • 1870-1950: II rivoluzione industriale (petrolio, elettricità, acciaio, chimica; trust, holdings e cartelli; taylorismo e fordismo; Usa, Giappone, Italia, Germania, Russia)
  • 1950-oggi: III rivoluzione industriale (informatica, astronautica; toyotismo; Cina, India)

 

Fonte: http://www.webalice.it/leone.guaragna/scuola-scuola-scuola/La%20rivoluzione%20industriale.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

Verso la rivoluzione industriale.

L’espansione del capitalismo commerciale e finanziario prepara la rivoluzione industriale

Il travolgente sviluppo dei traffici transoceanici segnò dunque l’ulteriore avanzata della borghesia.
Dal Brasile alle Antille, dai porti dell’India e della Cina le navi inglesi, olandesi, francesi scaricarono nei porti europei non più soltanto le spezie dell’Oriente (pepe, zenzero, cannella, noce moscata, zafferano), che avevano arricchito le nostre città marinare nel Medioevo, ma caffè, tè, cacao, zucchero, cioè prodotti coloniali rimasti finora sconosciuti agli europei e destinati a mutare la nostra alimentazione e le nostra abitudini di vita.
Fu importato anche il cotone greggio (soprattutto dall’America, dall’India, dall’Egitto), che per il fatto di dover essere sottoposto alle operazioni di filatura e tessitura diverrà un elemento decisivo per il trapasso dall’età dei commerci all’età della produzione industriale.
I favolosi profitti realizzati dai nuovi ceti mercantili, olandesi ed inglesi soprattutto, aprirono la nuova era della rivoluzione industriale, che si realizzerà nella seconda metà del XVIII secolo in Inghilterra, da dove passerà nel corso dell’Ottocento in Francia, in Germania e negli altri paesi europei, oltreché negli Stati Uniti d’America.

LA RIVOLUZIONE DEI CONSUMI

Il mais
E’ soprattutto a partire dalla seconda metà del Seicento che il mais (granoturco) cominciò ad assumere un peso rilevante nell’alimentazione contadina, in alcune regioni spagnole e francesi, nei Balcani e nell’Italia padana. A un certo punto gli stessi contadini affiancarono il mais al frumento, per compensare i rendimenti troppo bassi e variabili del grano europeo con quelli due o tre volte superiori del granturco americano. La lunga fase di sviluppo demografico incominciata nei primi decenni del Settecento giocò ancor più a favore della diffusione di questa coltura.
Ma la scelta dei contadini era indirizzata anche dai proprietari terrieri, che lasciavano ai loro mezzadri il consumo della polenta affinché quote maggiori di terreno fossero impiegate per la produzione di frumento e quindi di pane bianco, per i consumi del mercato urbano.
In questo sensi il mais appare come una “pianta di classe”, che differenzia i consumi dei poveri da quelli dei ricchi.
Le proprietà alimentari del mais sono in effetti assai minori di quelle del frumento, sia in calorie, sia in proteine e vitamine. Prima nel Veneto, poi nel resto dell’Italia settentrionale, i braccianti poveri verranno schiacciati dall’alimentazione monotona basata solo sul mais, esponendosi sempre più ad una malattia fino ad allora sconosciuta, la pellagra, dovuta a mancanza di vitamine.

La diffusione della patata.
Più tardiva fu la diffusione di un altro prestito alimentare dell’America, la patata. Il secolo della sua irresistibile ascesa fu il Settecento.
Questo tubero, dai rendimenti assai superiori a quelli del frumento, è ancora una volta un cibo povero per i poveri, che ripete su scala geografica assai più ampia la stessa storia del mais.
I suoi risvolti tragici sono ancora posteriori e appartengono al XIX secolo, quando una serie di cattivi raccolti si trasformò in una vera catastrofe per l’Irlanda.

Dal pepe allo zucchero.
Il nuovo mondo mandò in Europa cibi energetici a basso prezzo e piante da orto come il fagiolo e il pomodoro, beni che divennero di prima necessità. Ma inviò anche prodotti legati al commercio di lusso, i più antichi dei quali erano il pepe e le spezie. L’Europa ne consumava circa 4000 tonnellate l’anno verso il 1650, quando il commercio con l’India e l’Indonesia era in mano soprattutto agli olandesi e in parte minore agli inglesi.
Dopo questa data non crebbe più; il pepe era diventato un bene di uso quasi comune e in ogni caso non serviva più ad indicare abitudini di prestigio e di lusso. Cominciava invece ad aumentare il consumo dello zucchero, che sarebbe stato rafforzato dall’avvento del tè, del caffè e del cacao.
Antico prodotto della farmacopea tradizionale, lo zucchero venne usato nel Medioevo in piccole dosi e dietro prescrizione medica.
All’inizio del Seicento Madera e le altre isole atlantiche producevano circa 3000 tonnellate di zucchero all’anno, ma presto si aggiunse la produzione delle Antille e soprattutto quella del Brasile, che verso il 1650 era arrivato da solo a 18 mila tonnellate
Intorno al 1750 i consumi europei di zucchero ammontavano a 135 mila tonnellate annue, cioè un chilo a testa.

L’affermazione del tè
Questa media è però troppo livellatrice: nella sola Inghilterra (10 milioni di abitanti) avveniva un terzo dei consumi europei. Un simile squilibrio si spiega facilmente se si pensa che gli inglesi consumavano il 40% del tè che le grandi compagnie portavano dalla Cina in Europa. L’affermazione del tè era stata tardiva ma travolgente: dagli inizi alla metà del ‘700 i consumi passarono da 100 a 7000 tonnellate.
Il tè era una peculiarità inglese, ma il caffè non conobbe frontiere.
Nel 500 il caffè era una bevanda tipica dei soli paesi arabi; un secolo dopo i veneziani furono i primi europei a sperimentare quello stimolante liquido nero.
Il vero centro diffusore del caffè fu Parigi, che ne lanciò in tutta Europa la moda.
Il caffè di Moka aveva fatto la fortuna dell’Arabia nel corso del ‘600 e verso la fine di quel secolo le importazioni europee erano dell’ordine di 1300 tonnellate annue.
Ma la domanda divenne ben presto maggiore dell’offerta e i mercanti europei trapiantarono le piante di caffè ovunque nel mondo, da Giava a Santo Domingo.

Il caffè e la cioccolata

Il tè era soprattutto una bevanda calda, aromatica e lievemente stimolante; si preparava ovunque e si prendeva in famiglia o nelle pause di lavoro.
Il caffè, secondo il modello parigino, risultò ben presto una bevanda associata al locale pubblico che prese lo stesso nome: a metà Settecento Parigi aveva qualcosa come 700 botteghe del caffè, nelle quali ci si incontrava per discutere, per confrontare le idee nuove e criticare quelle vecchie..
La cioccolata appare come bevanda tipicamente aristocratica, con uno stile adatto alle oziosità dei salotti dei nobili ed ai prolungati indugi delle nobildonne nei tepori mattutini del letto. Al di fuori della Spagna la sua diffusione sarà lenta e ristretta.

Il tabacco
Con il caffè il tabacco è il più diffuso eccitante del XVIII secolo. Il suo uso da parte degli indigeni delle Antille aveva molto stupito gli europei. E’ solo con il XVII secolo che i marinai che facevano la spola tra le due sponde dell’Atlantico cominceranno a diffondere l’uso del tabacco a Londra e Amsterdam. Fumato nelle pipe di tutte le forme e lunghezze o nelle foglie arrotolate, masticato o anche solo annusato, il tabacco avrà una diffusione rapidissima: a produzione del Brasile passò da 250 a 2000 tonnellate dal 1630 al 1670. Prima del 1750 i consumi globali supereranno le 15000 tonnellate annue.

Gli alcolici: cognac, whisky, rum
Come per lo zucchero, le origini dell’alcol rientrano nella farmacopea medievale; ma è solo nel XVII secolo che queste bevande alcoliche si aggiungeranno al vino ed alla birra.
Col miglioramento della distillazione si produssero molti distillati di vini, dalle acquaviti a poco prezzo a quelle più costose e raffinate come il cognac; la fortissima grappa ottenuta dalla vinaccia; la lunga schiera dei ricavati dai cereali: gin, whisky, vodka, e infine il distillato ottenuto dallo zucchero americano: il rum.
La diffusione dei distillati fu all’origine del nuovo dramma sociale dell’alcolismo, un grave fenomeno che nelle grandi città era espressione di povertà ed emarginazione.

La produzione di cotone
Il cotone prodotto nel Mediterraneo orientale era impiegato da secoli per produrre tessuti misti a buon mercato.
Nel seicento avvenne una svolta : fu introdotto in Europa il cotone indiano; all’inizio del settecento mezzo milione di pezze erano importate dai mercanti inglesi e circa trecentomila dagli olandesi.
Questi tessuti ebbero un incredibile successo come prodotti comuni: lenzuola, camicie, biancheria personale e fazzoletti. Costavano poco, erano facilmente lavabili e consentivano un facile ricambio di biancheria, cosa che significò una vittoria sui parassiti che abitualmente infestavano il corpo umano.

 

Fonte: http://www.donmilanicolombo.com/Unita_Didattiche_strutturate/materiali/Ecomondo_Strumenti_materiali_Verso_rivoluzione_industriale.doc

Autore del testo: non indicato nel documento di origine

 

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

rivoluzione industriale

Roberto Nieddu 4Cabacus

  I fattori del cambiamento


Il commercio. Nei primi cinquant'anni del XVIII secolo il commercio inglese rafforzò le sue posizioni su scala mondiale. La riduzione dei rischi legati al commercio d'oltremare e l'aumento dei profitti, insieme alla politica del governo inglese tesa a ridurre il potere delle grandi compagnie privilegiate, consentirono l'ingresso nel settore di uomini nuovi e il dispiegarsi della libera iniziativa. Londra, al centro di questi traffici, sviluppò una rete sempre più estesa di servizi di credito e assicurativi, assumendo il ruolo di capitale finanziaria di tutta Europa. Molti storici hanno considerato il commercio estero come il tratto più significativo della diversità inglese, tanto da porlo al primo posto tra i fattori della rivoluzione industriale. E' certo infatti che il controllo del mercato internazionale fornì alle manifatture britanniche la possibilità di un rapido e poco costoso approviggionamento di cotone grezzo, materia prima essenziale alla nacita della moderna industria tessile, e insieme garantì un ampio mercato di vendita per i prodotti inglesi. Lo sviluppo commerciale favorì inoltre la formazione di opertaori economici dotati di mentalità imprenditoriale, di disponibilità al rischio e di spirito di iniziativa.
La rivoluzione agricola. Nel corso del '700 l'assetto proprietario e le strutture produttive dell'agricoltura inglese subirono cambiamenti tanto profondi da generare una vera e propria rivoluzione agricola. Il possesso delle terre si concentrò nelle mani di pochi grandi e medi proprietari con la costituzione di ampie unità di produzione gestite spesso da fittavoli con criteri imprenditoriali e basate sul lavoro di salariati agricoli. Questa trasformazione degli assetti proprietari, determinata dal fenomeno delle enclosures e delle privatizzazioni, portò alla formazione di un nuovo ceto di braccianti. La rivoluzione agricola contribuì ad avviare e sostenere il processo di industrializzazione su vari piani. In primo luogo sopperì al fabbisogno alimentare di una popolazione in rapida crescita. In secondo luogo contribuì alla formazione di un mercato interno che si rivelerà un importante fonte di domanda per i prodotti inglesi. Molti industriali inoltre provenivano dal mondo rurale dei piccoli e medi produttori o da quel settore ricevettero, in molti casi, i capitali necessari per impiantare le prime manifatture.Decisivo fu, infine, il ruolo della rivoluzione agricola nel favorire (con la riduzione delle opportunità per i piccoli proprietari e i contadini autonomi) quel massiccio esodo dalle campagne che consentì lo sviluppo del proletariato industriale.
La rivoluzione demografica. Strettamente intrecciata alle trasformazioni de mondo rurale fu la rivoluzione demografica. Dai 6 milioni di abitanti del 1740 si passò agli oltre 14 milioni del 1830, grazie soprattutto al notevole aumento della natalità determinata dal progressivo abbassamento dell'età del matrimonio e dall'aumento degli stessi. La rivoluzione demografica rese disponibile all'industria nascente una manodopera numerosa e quindi a basso costo. Una manodopera che, uscendo dal ciclo dell'autoconsumo, divenne sempre più dipendente dal mercato per il soddisfacimento dei proprio bisogni alimentari.
Il dinamismo della società. Un ruolo determinante è svolto anche dal sistema politico e dal clima culturale inglese del Settecento. La stabilità politica, il rafforzamento del ruolo del Parlamento, la vivacità della società civile rendevano la società inglese più dinamica di quelle continentali, aperta alle innovazioni e percorsa da un forte spirito pragmatico.

 

  La fabbrica e le trasformazioni della società

rivoluzione industriale


L'avvento del sistema di fabbrica sconvolse i metodi di produzione e le forme di organizzazione del lavoro. In Inghilterra, fino alla metà del '700, la maggior parte dell'attività lavorativa si svolgeva o nelle botteghe artigiane o più comunemente nei sobborghi e nelle campagne dove il metodo di produzione prevalente era quello a domicilio. Con l'introduzione delle macchine e del vapore questo sistema venne progressivamente ma ineluttabilmente smantellato ed il lavoratore divenne un operaio: abbandonò cioè tutte la altre attività che nell'impresa familiare continuava a svolgere, in particolare quella agricola, ed ebbe nella fabbrica il suo unico impiego. Inoltre cominciò ad eseguire solo l'operazione parziale affidatagli sulla base di una crescente divisione del lavoro che, mentre rendeva sempre più complesso da un punto di vista tecnico l'insieme del processo produttivo, semplificava le operazioni in cui era suddiviso. La macchina impose una nuova disciplina; il lavoro doveva essere svolto in una fabbrica, al ritmo stabilito da una macchina instancabile e inanimata, nell'ambito di una schiera di operai che doveva cominciare e smettere all'unisono, tutto sotto l'occhio attento di sorveglianti che disponevano di mezzi di coercizione marale, pecunaria e a volte anche fisica. Il sistema di fabbrica trasformò, insieme a quella interna ai luoghi di produzione, anche l'organizzazione territoriale del lavoro e ridisegnò con essa l'immagine topografica e architettonica delle città e il paesaggio. Infatti l'attività lavorativa si concentrò progressivamente nei centri urbani che crebbero in misura considerevole secondo tipologie edilizie di tipo intensivo, mentre anche la campagna circostante modificava le sue colture in funzione di una popolazione urbana in forte aumento. A questo insieme di trasformazioni si associa usualmente la nascita del proletarito industriale la cui formazione fu comunque lenta e complessa.

L'avvento del sistema di fabbrica impose condizioni di lavoro molto gravose, che prevedevano orari oscillanti fra le dodici e le sedici ore giornaliere. La semplificazione del processo produttico rese possibile il largo impiego, soprattutto nell'industria tessile, di donne e di bambini che furono sottoposti a livelli disumani di sfruttamento. La condizione operaia era caratterizzata dalla estrema precarietà del posto di lavoro ed era inoltre aggravata da tutti i problemi connessi al processo d'inurbamento; gli operai erano costretti ad abitare in situazioni di sovraffollamento, in case fatiscenti e in pessime condizioni igieniche, potendo contare su un'alimenatzione povera in quantità e qualità. La formazione dei grandi agglomerati di popolazione urbana e le nuove modalità di aggregazione sociale rappresentate dalla fabbrica e dal quartiere operaio, da un lato resero più omogenei bisogni e condizioni di vita, dall'altro, attraverso l'intensificarsi dei contatti, diffusero la consapevolezza di un destino comune. Questi furono i presupposti per il sorgere di forme nuove di analisi e di azioni politica.


La diffusione del sistema di fabbrica e delle macchine, lo sviluppo dell'industria e dei servizi a scapito dell'agricoltura, la formazione di nuovi strati sociali (classe operaia e ceti medi) non sono che gli aspetti più significativi dei profondi mutamenti intervenuti nell'Occidente sviluppato a partire dalla fine del '700. Per tutti questi motivi la rivoluzione industriale ha assunto, con la rivoluzione francese, il valore periodizzante di inizio di una nuova età, quella contemporanea. Un'età in cui, fra profondi squilibri e contrasti talora durissimi, si è registrata, per i paesi industrializzati e per una parte del mondo da essi dipendente, l'uscita dalla penuria alimentare e dalla povertà. Un'età dominata dall'ideologia del progresso e da una nuova mentalità, fatta di disponibilità continua al mutamento e di promozione di ulteriori mutamenti. A distanza di duecento anni dalle sue origini, la rivoluzione industriale si è confermata come garnde dispensatrice di benessere e di ricchezze materiale, ma non sempre di quella "felicità" che riformatori e utopisti avevano ritenuto dovesse essere il compito e il principale obiettivo del progresso economico e sociale.

 

  La seconda rivoluzione industriale

rivoluzione industriale

 

Negli ultimi trent'anni del secolo XIX il sistema dell'economia capitalistica subì una serie di trasformazioni di tale profondità e di tale portata da giustificare, in riferimento a questo periodo, l'uso del termine seconda rivoluzione industriale. Si modificarono le tecniche produttive con la nascita di nuove branche dell'industria; cambiarono i rapporti tra i vari settori della produzione e quelli tra i poteri statali e l'economia nel suo insieme; cambiarono anche i rapporti economici internazionali e le gerarchie mondiali della potenza industriale.


Uno dei segni più vistosi della nuova stagione fu il declino dei valori della libera concorrenza, che avevano largamente ispirato nel ventennio precedente le teorie degli economisti e le scelte dei governanti. Le nuove dimensioni assunte da un mercato internazionale dove diventava sempre più difficile farsi largo e l'esigenza di aumentare continuamente gli investimenti spinsero gli imprenditori a cercare nuove soluzioni al di fuori dei canoni liberisti. Nacquero così le grandi consociazioni (holdings) per il controllo finanziario di diverse imprese; i consorzi (cartelli o pools) fra aziende dello stesso settore che si accordavano sulla produzione e sui prezzi; le vere e proprie concentrazioni (trusts) fra imprese prima indipendenti. Fenomeni di questo genere non erano nuovi nella storia del capitalismo industriale, ma ora assunsero dimensioni imponenti, soprattutto negli Stati Uniti e in Germania, fino a determinare in qualche caso un regime di monopolio. Un ruolo decisivo, in questi processi, fu svolto dalle istituzioni finanziarie. Solo le grandi banche potevano assicurare gli imponenti e costanti flussi di denaro necesari alla nascita e alla crescita dei colossi per i quali i profitti, per quanto elevati, non erano sufficienti a ricostituire il capitale di investimento. Fra banche e imprese si venne così a creare uno stretto rapporto di compenetrazione: le imprese dipendevano sempre più dalle banche per il loro sviluppo e le banche legavano in misura crescente le loro fortune a quelle delle imprese. Questo intreccio fra industria e finanza fu definito dagli economisti marxisti col nome di capitalismo finanziario.


Con il tramonto dei principi liberisti, i governi delle grandi e piccole potenze vennero man mano allargando i loro interventi in favore dell'economia nazionale. Questi interventi potevano prendere la forma di sostegno diretto alla grande industria, attuato per lo più mediante le commesse per le forze armate (fu questo, in particolare, il caso della Germania); ma soprattutto si esercitavano attraverso l'inasprimento delle tariffe doganali, volto a scoraggiare le importazioni e a proteggere in tal modo la produzione interna. Anche in questo caso fu la Germania di Bismark a indicare la strada varando, nel 1879, nuovi dazi fortemente protezionistici. Solo la Gran Bretagna, patria del liberoscambismo e primo paese esportatore del mondo, restò estranea alla tendenza generale, ma ne fu doppiamente danneggiata, in quanto vide ridursi gli sbocchi di mercato per le sue merci e dovette assistere allo sviluppo delle industrie nei paesi concorrenti, protetto dalle barriere doganali. Alla perdita del primato industriale e alla riduzione dei suoi spazi commerciali in Europa, la Gran Bretagna reagì rinsaldando e ampliando il suo già vasto impero d'oltremare e intensificando gli scambi con le colonie.
La ricerca di nuovi mercati per i propri prodotti, di nuovi rifornimenti di materie prime, di nuovi sbocchi per l'investimento di capitali fu del resto comune, in questo periodo, a tutte le economie più avanzate. Soprattutto nell'ultimo ventennio del secolo la corsa ai nuovi mercati assunse proporzioni macroscopiche: tanto da costituire uno dei tratti distintivi di quella fase della storia del capitalismo cominciata negli anni '70 e ancora oggi comunemente identificata con l'età dell'imperialismo.

 

 

  Scienza e tecnologia

rivoluzione industriale

 

Negli anni fra il 1870 e il 1900 fecero la loro prima apparizione una serie di strumenti, di macchine, di oggetti d'uso domestico che sarebbero poi diventati parte integrante della nostra vita quotidiana: la lampadina e l'ascensore elettrico, il motore a scoppio e i pneumatici, il telefono e il grammofono, la macchina da scrivere e la bicicletta, il tram elettrico e l'automobile. E' stato soprattutto a questo proposito che si è parlato di seconda rivoluzione industriale: una rivoluzione che fu forse meno radicale della prima quanto alle conseguenze di lungo periodo, ma che certo fece sentire i suoi effetti su un'area più vasta ed ebbe una diffusione più capillare, mutando le abitudini, i comportamenti, i modelli di consumo di centinaia di milioni di uomini e di donne. Ma la vera novità di questo periodo non consistette tanto nelle conquiste della scienza, quanto nell'applicazione su sempre più larga scala delle scoperte (recenti o meno recenti) ai vari rami dell'industria, nel legame sempre più stretto che si venne a creare fra scienza e tecnologia e fra tecnologia e mondo della produzione. Nessun settore produttivo rimase estraneo all'ondata di rinnovamento tecnologico degli ultimi decenni dell'800. Ma gli sviluppi più interessanti si concentrarono in industrie relativamente "giovani" come quella chimica o come quel particolare ramo della metallurgia dedito alla produzione dell'acciaio. Furono questi settori - assieme a un altro completamente nuovo come l'elettrico - a svolgere nella seconda rivoluzione industriale quel ruolo trainante che cent'anni prima, in Inghilterra, era stato svolto dall'industria del cotone e poi da quella meccanica.

 

  Sviluppo industriale e razionalizzazione produttiva

rivoluzione industriale

 

A partire dalla fine del secolo, l'economia dei paesi industrializzati conobbe una fase di espansione intensa e prolungata, interrotta solo da una breve crisi nel 1907-8. Se il periodo 1873-95 era stato caratterizzato soprattutto dalle innovazioni tecnologiche, dall'affermazione di settori "giovani" (acciaio, chimica, elettricità) e dalla crescita di nuove potenze industriali (Germania e Stati Uniti), gli anni 1896-1913 furono segnati da uno sviluppo generalizzato della produzione che interessò quasi tutti i settori e toccò anche paesi "nuovi arrivati" come la Russia e l'Italia. In queto periodo, l'indice della produzione industriale e quello del commercio mondiale risultarono più o meno raddoppiati. I prezzi crebbero costantemente, anche se lentamente, dopo il 1896. Ma crebbe anche, e in misura più consistente, il livello medio dei salari, e il reddito pro-capite dei paesi industrializzati aumentò nonostante il conntemporaneo, cospicuo aumento della popolazione.
La crescita dei redditi determinò a sua volta l'allargamento del mercato. Le industrie produttrici di beni di consumo e di servizi si trovarono per la prima volta a dover soddisfare una domanda che sempre più assumeva dimensioni di massa. Beni la cui produzione era stata fin allora assicurata solo dal piccolo artigianato o dall'industria domestica (abiti e calzature, utensili e mobili) cominciarono a essere prodotti in serie e venduti attraverso una rete commerciale sempre più estesa e ramificata: nelle città, ma anche nei piccoli centri, si moltiplicarono i negozi; i grandi magazzini crebbero in numero e in dimensioni; si aprirono nuovi canali di vendita a domicilio e per corrispondenza, con forme di pagamento rateale che rendevano gli acquisti più accessibili ai ceti meno abbienti; i muri dei palazzi e le pagine dei giornali si riempirono di annunci e cartelloni pubblicitari.

Le esigenze della produzione in serie per un mercato di massa spinsero le imprese ad accellerare i processi di meccanizzazione e di razionalizzazione produttiva. Nel 1913, nelle officini automobilistiche Ford di Detroit, fu introdotta la prima catena di montaggio; un'innovazione rivoluzionaria che consentiva di ridurre notevolmente i tempi di lavoro, ma che, frammentando il processo produttivo in una serie di piccole operazioni, ciascuna affidata a un singolo operaio, rendeva il lavoro ripetitivo e spersonalilzzato. La catena di montaggio fu del resto il culmine di una serie di tentativi volti a migliorare la produttività non solo mediante l'introduzione di nuove macchine, ma anche attraverso un più razionale controllo e sfruttamento del lavoro umano. Il tentativo più organico e più fortunato in questo senso lo si dovette a un ingegnere statunitesne, Frederick W. Taylor,autore nel 1911 di un libro intotolato "Principi di organizzazione scientifica del lavoro". Il metodo di Taylor (taylorismo) si basava sullo studio sistematico del lavoro in fabbrica, sulla rilevazione dei tempi standard necessari per compiere le singole operazioni e sulla fissazione, in base ad essi, di regole e ritmi cui gli operai averebbero dovuto uniformarsi, eliminando le pause ingiustificate e gli sprechi di tempo.

Il periodo compreso compreso tra il 1896 e il 1913 vide anche la trasformazione scientifica della medicina, dovuta a quattro fattori: prevenzione e contenimento delle malattie epidemiche attraverso la diffusione delle pratiche igieniste, l'identificazione dei microrganismi, i progressi della farmacologia, la nuova ingegneria ospedaliera. I progressi della medicina e dell'igiene, sommandosi allo sviluppo dell'industria alimentare, determinarono in Europa una riduzione della mortalità. Nonostante il calo delle nascite verificatosi nei paesi economicamente più avanzati (dovuto alla diffusione dei metodi contraccettivi e a una nuova mentalità tesa a programmare razionalmente la famiglia), si ebbe così un sensibile aumento della popolazione.

 

Fonte:http://magikbox.altervista.org/sito/archivio/LA_RIVOLUZIONE_INDUSTRIALE.doc

 

rivoluzione industriale

Autore: Roberto Nieddu 4Cabacus

 

 

 

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN INGHILTERRA

 

 

realizzata da Isabella Insom (ITC Pindemonte Verona ) e Sandra Bonamini (Ist. d’Arte Nani Verona )

 

INDICAZIONI PER L’INSEGNANTE

 

 

 

DESTINATARI

alunni stranieri con conoscenza della lingua italiana a livello A2 -B1.

 

OBIETTIVI E FINALITA’

 

Poiché il testo si rivolge a ragazzi con difficoltà di approccio alla nostra lingua, la scelta del vocabolario e delle strutture linguistiche è tra le più semplici, sebbene a lavoro finito, ciò può risultare troppo facile e addirittura riduttivo nei confronti di una terminologia più specifica e consona all’argomento.
In realtà, l’obiettivo primario è quello di rendere il testo comprensibile, logico, scorrevole, (es. toglieremo le frasi al passivo, quando si potrà) facile da leggere.
Il supporto delle immagini, del glossario, di esercizi di comprensione, scelta multipla o altro, completeranno l’organigramma del soggetto sviluppato.
Il testo può essere indirizzato, per la sua funzione conoscitiva, oltre che a studenti del biennio anche a studenti del triennio degli istituti tecnici e professionali riguardo ai contenuti interdisciplinari comuni a materie tecnico-storico-letterarie.

 

MOTIVAZIONE

 

Per introdurre l’argomento si possono usare immagini, video storici o diapositive che riguardano il periodo trattato oppure si può chiedere direttamente agli alunni se hanno mai visitato una fabbrica o un laboratorio artigianale di medie dimensioni.

Si può proporre un’uscita o visita didattica a una qualche industria presente nel territorio.

SOLUZIONI VERIFICA

1V,  2 V,  3 F,  4 V,  5 F,  6 V,  7 V,  8 F,  9 V,  10 V,  11 V,  12 V,  13 F,  14 F.


 

 

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE IN INGHILTERRA

 

rivoluzione industriale


LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

La Rivoluzione Industriale in Inghilterra rappresenta un mutamento generale nell’economia e nella società inglesi del 18° e 19° secolo. Poi si diffonde in Europa, USA, Giappone.

 

CARATTERISTICHE DELLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE


  • E’ un nuovo modo di produrre, lavorare, vivere, pensare che crea maggiore ricchezza nella società.

 

 

  • Nel 18° e 19° secolo la produzione industriale è la maggiore fonte di ricchezza.
  • La maggior parte dei lavoratori va a lavorare nelle fabbriche.
  • Dalle campagne le famiglie si spostano nelle città.
  • Si produce utilizzando sempre le macchine, quindi si produce tanto prodotto.
  • La maggioranza dei prodotti non serve solo per l’uso personale, ma è venduta nei mercati.

LE RISORSE PER LO SVILUPPO INDUSTRIALE

capitali da investire per comprare macchine e pagare gli operai
  • lavoratori a basso salario
  •  materie prime (ferro, cotone) e fonti energetiche (carbone)
  •  vie di comunicazione (strade, corsi d’acqua) e mezzi di trasporto
 invenzioni tecnologiche

 

L’Inghilterra aveva tutte queste risorse perché poteva disporre dei capitali che derivavano da:

  • ATTIVITA’ COMMERCIALI (l’Inghilterra era molto potente nel commercio sia interno che internazionale e quindi aveva molta ricchezza);

 

  • ATTIVITA’ AGRICOLE (utilizza nuove tecniche di coltivazione della terra e utilizza lavoratori pagati, quindi produce molto anche in campo agricolo);
  • LAVORATORI POCO PAGATI: prima della fine del 1700 i contadini possono raccogliere i frutti e pascolare gli animali su terre di tutti; poi con le recinzioni (chiusura delle terre che diventano dei padroni) i contadini non hanno più cibo e devono cercare lavoro nelle fabbriche in città, dove le paghe sono molto basse.

 

  • MATERIE PRIME: l’Inghilterra ha FERRO, CARBONE e COTONE che importa dall’India e dall’America
  • VIE DI COMUNICAZIONE: STRADE, CANALI NAVIGABILI, COMMERCIALI (CLIPPERS).

 

  • Poteva vendere tutto nel mercato interno grazie all’aumento della popolazione negli anni tra il 1700 e il 1800 e nelle colonie .
  • Costruzione di nuove macchine.

 

INNOVAZIONI TECNOLOGICHE

 

Le prime innovazioni tecnologiche sono nel campo tessile
PRIMA del 1770 si produceva la lana in questo modo: i mercanti davano ai contadini la lana e i contadini la lavoravano a casa, a mano.
DOPO il 1770 nasce l’industria della lana e del cotone

 

rivoluzione industriale

Il disegno riproduce un antico filatoio azionato ad acqua, creato da Richard Arkwright verso il 1760, i fili (A) provengono dalle bobine (B), passano attraverso i rulli (C) e sulle alette (D).
I rulli sono tenuti insieme dai pesi (E).

 


Perché nasce l’industria del cotone?

Il cotone serve per vestirsi e costa meno della lana.
Cresce la domanda di tessuti di cotone.

Il cotone può essere filato con le macchine.
Aumenta il numero delle macchine filatrici che diventano sempre più perfette.

Nella fase di tessitura, le macchine trasformano la fibra di cotone in filo lungo e forte. Poi, nella fase di filatura, le macchine danno fili intrecciati tra di loro per formare un tessuto (stoffa).

Grazie al telaio automatico il lavoratore produce sempre di più: cresce la produttività del lavoratore e aumenta il prodotto.

La tecnologia (macchinari) favorisce lo sviluppo industriale che, a sua volta, causa nuove tecnologie.

Questi fatti determinano l’aumento dell’offerta del cotone e quindi una diminuzione del suo prezzo.

 

In breve:

  • aumenta la domanda dei tessuti (si comprano di più in Inghilterra e all’estero).
  • aumenta la produzione e la meccanizzazione.
  • diminuiscono i prezzi.

 

 

Si determina un processo a catena per cui dal prezzo basso deriva un aumento della domanda e un aumento anche della produzione del prodotto.
Aumentando il prodotto, bisogna costruire nuovi macchinari sempre più complicati per migliorarlo e per venderlo nei mercati.


SETTORE SIDERURGICO E ESTRATTIVO

 

Lo sviluppo industriale dell’Inghilterra è nel settore siderurgico (FERRO, GHISA, ACCIAIO) e nel settore estrattivo (CARBONE).

Questo perché il settore agricolo e tessile, con le nuove invenzioni e tecnologie richiedono ferro prodotto in altiforni a legna.

La legna era poca e quindi si preferisce usare il carbone.

Il carbone è nelle miniere molto profonde, dove si trova anche l’acqua. Per estrarre il carbone bisogna togliere l’acqua e così si inventa la macchina a vapore, che riesce a pompare l’acqua dalle falde sotterranee.

Prima della macchina a vapore l’uomo utilizza la sua forza fisica, la forza degli animali, la forza del vento e quella dell’acqua (mulini).

rivoluzione industriale
Poi la macchina a vapore è molto più potente e produce molta più forza.

Viene utilizzata nelle ferrovie da George Stephenson che inventa la prima locomotiva: egli applica una macchina a vapore ad un carrello da miniera.

 

Schema di macchina a vapore di J. Watt (1775)

GLOSSARIO

Basso salario (pag. 4) = somma di danaro appena sufficiente per comprare cibo e vestiti.

Capitale (pag. 4) = ricchezza costituita da danaro, case, terre, oggetti di valore, macchinari utilizzati nella produzione di beni e servizi.

Domande di prodotti (pag. 6) = richiesta di beni da parte della popolazione.

Forza lavoro = persone che offrono il proprio lavoro al padrone nelle diverse attività.

Materie prime (pag. 4) = risorse naturali necessarie per la produzione (prodotti agricoli e minerari).

Mercato (pag. 4) = Luogo d’incontro delle domande e offerte di un prodotto.

Offerta di prodotti (pag. 6) = quantità di beni prodotti per la popolazione.

Prezzo (pag. 6) = danaro necessario per acquistare un bene.

Profitto = Danaro che l’imprenditore ottiene, togliendo dai ricavi i costi di produzione.

Sviluppo tecnologico (pag. 5) = creazione di nuovi macchinari e nuovi modi di produrre.

Telaio automatico (pag. 5) = macchinario utilizzato nella tessitura industriale in cui i fili di lana e cotone vengono intrecciati per costituire un pezzo di tessuto.

Macchina a vapore (pag.) = macchina che consente di prosciugare l’acqua dai pozzi in profondità.


TEST DI VERIFICA

Vero o Falso?

 

Concetto di attività industriale

1-  Per produzione industriale si intende produrre utilizzando (usando) i macchinari.        V  F 

2-  La fabbrica diventa l’unità produttiva fondamentale (più importante).                                     V  F 

Perché la rivoluzione industriale ha inizio in Inghilterra?

3-  Per ottenere i prodotti finiti l’Inghilterra importa capitali, ferro e carbone.                   V  F 

4- Crea nuove vie di comunicazione oltre a quelle esistenti (strade, canali, corsi
d’acqua).                                                                                                                                          V  F 

5-  La manodopera è scarsa e i salari sono alti.                                                                     V  F 

6-  I profitti degli imprenditori diventano sempre più alti.                                                  V  F 

Innovazioni tecnologiche: settore tessile

7-  Prima del 1770 la filatura della lana avviene in ambiente domestico.                            V  F 

8-  Dopo il 1770 si produce il cotone perché costa di più.                                                   V  F 

9-  Le macchine per la filatura del cotone diventano sempre più efficienti.                        V  F 

10- In numero sempre maggiore contadini e artigiani tessili devono accettare di entrare
in fabbrica come operai.                                                                                                      V  F 

Settore siderurgico

11- L’Inghilterra è ricca di carbone.                                                                                    V  F 

12- Per estrarre il carbone dai pozzi molto profondi si utilizza la macchina a vapore.        V  F 

13- La macchina a vapore è meno potente della forza fisica dell’uomo.                             V  F 

14- La prima applicazione della macchina a vapore è il trasporto su ferrovia.                     V  F 


 

BIBLIOGRAFIA

  • De Vecchi – Zanette , “MODULI DI STORIA, dall’età delle rivoluzioni alla grande guerra. Ed. Mondadori. (capitolo 11)
  • “LE PAROLE DELL’ECONOMIA”, La Tramontana Editore
  • “THE INDUSTRIAL REVOLUTION: from water power to steam power”
  • “LITERATURE IN ENGLISH” di Balboni – Bondi – Coonan, Freddi Valmartina Editore
  • “LA VITA ATTRAVERSO I SECOLI” di Giovanni Caselli, Ed. Mondadori

 

INDICE

Indicazioni per l’insegnante……………………………

Soluzioni verifica………………………………………

La Rivoluzione Industriale……………………………..

Le caratteristiche della Rivoluzione Industriale………..

Le risorse per lo sviluppo industriale…………………..

Innovazioni tecnologiche………………………………

Perché nasce l’industria tessile?………………………..

Settore siderurgico ed estrattivo………………………..

Glossario………………………………………………..

Test di verifica………………………………………….

Bibliografia……………………………………………..

 

 

 


Possedimenti d’oltremare ottenuti attraverso guerre e conquiste tra paesi europei che vogliono nuovi territori nei continenti appena scoperti o in via di esplorazione (Africa, Asia, America, Oceania).

 

Fonte: http://www.comprensivovr11.it/la_rivoluzio__industriale.doc

realizzata da Isabella Insom (ITC Pindemonte Verona ) e Sandra Bonamini (Ist. d’Arte Nani Verona )

 

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