La rete delle reti internet e altro
La rete delle reti internet e altro
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Università degli Studi di Perugia
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione
Tesi di laurea
Teorie e Tecniche dei Nuovi Media
Dalla nascita della Rete una nuova geometria di produzioni e relazioni sociali
Relatore: Laureando:
Prof. Michele Mezza Pasquale D’Amico
Anno Accademico 2005/2006
introduzione
Da sempre l’essere umano ha nutrito il desiderio naturale di esprimere in varie forme ciò che prova, ciò che sente, ciò che spera e ciò che immagina. Dai graffiti degli uomini primitivi ai collegamenti telematici la voglia che ha spinto l’uomo a trovare nuove forme di comunicazione si è evoluta a dismisura. Oggi Internet rappresenta l’apice della diffusione globale della cultura che ha cambiato per sempre il nostro modo di comunicare. Nel primo capitolo di questa tesi parleremo della genesi della grande Rete e spiegheremo la sua evoluzione a livello geometrico e sociale. L’evoluzione geometrica che intendo analizzare ripercorre la storia di Internet e dimostra come i collegamenti tra i vari utenti siano mutati in maniera radicale: la Rete nasce come collegamento punto a punto (Arpanet e BBS) dove tutti i computer connessi alla Rete hanno le stesse capacità e possibilità. Negli anni ’90 la simmetria originale della Rete viene stravolta del World Wide Web che trasforma Internet in un canale mono direzionale dove un piccolo numero di utenti pubblica e un gran numero di utenti usufruisce passivamente dei contenuti. Questo cambio di geometria espropria temporaneamente agli utenti la possibilità di avere un ruolo sociale attivo nella Rete ma allo stesso tempo permette ad ogni internauta di avere accesso a molte informazioni. Nel secondo capitolo parleremo delle Reti peer to peer (p2p) che ristabiliscono la simmetria originaria della Rete, fatta di nodi paritari e di comunicazioni punto a punto. Le Reti p2p, parallele a le Reti Web, hanno creato un’entropia nel mercato dei beni intangibili, dando a tutti gli utenti connessi a queste reti alternative, la possibilità di avere accesso gratuito ad una quantità gigantesca di informazioni (audio, video, e-books). Ma questo accesso gratuito mette in crisi il concetto di diritto d’autore e distrugge il business delle lobbies dell’intrattenimento. A tale proposito parleremo delle vicende di Napster e del file sharing e vedremo come le Reti sociali p2p forniscono un pascolo dove le pecore evacuano erba: dove ognuno fornisce le risorse che consuma. Le applicazioni p2p, innestate in tutti i campi, permettono di vedere gratuitamente programmi televisivi criptati (p2p Streaming TV), di parlare con l’altra parte del mondo a costo zero (VOIP) e di poter scaricare film, video, documentari, e-books, musica ( file-sharing). L’implementazione del protocollo p2p che rende possibile tutte queste violazioni di copyright è Bittorrent, un p2p evoluto che permette un nuovo tipo di comunicazione definito many to many (da molti a molti) dove ogni utente, oltre che scaricare, diventa ripetitore del segnale stesso. Nel terzo capitolo approfondiremo il tema del diritto d’autore e della sua evoluzione legislativa inerente alle nuove sfide tecnologiche. Dimostreremo l’inadeguatezza delle leggi esistenti e proporremo tre possibili scenari di sviluppo del diritto d’autore all’interno della Rete. Vedremo emergere una nuova forma di produzione sociale dove l’accesso ai contenuti è semplice, meno costoso ed alla portata di tutti (Creative Commons License). Questo scenario trasforma radicalmente ogni utente in un potenziale editore, produttore, giornalista che può pubblicare gratuitamente le proprie opere dell’ingegno (cortometraggi, musica, libri) riservandosi solo alcuni diritti (some right are reserved). Questa tesi è animata da uno spirito di condivisione delle conoscenze, di diffusione delle idee e di incentivazione della creatività. Lo stesso spirito libero che ha permesso ai padri dell’informatica di creare l’interconnessione globale, non a fini commerciali ma bensì a fini sociali. Questa visione della Rete fa in modo che il valore culturale dell’intera comunità cresca a vantaggio di tutti, provocando un arricchimento sociale che non ha nulla a che vedere con il modo di pensare dell’Industria dell’intrattenimento (open source e copyleft). Nell’ultimo capitolo vedremo che le utopie romantiche di condivisione e di libertà dell’informazione non piacciono affatto ai potenti del mondo che vorrebbero controllare tutto e tutti. Ripercorreremo la storia delle telematica sociale di base made in Italy e analizzeremo le vicende dell’Italian Crackdown del 1994. Questa storia dimenticata da tutti ci dimostra palesemente come la violazione del copyright, a volte, sia solo un pretesto per controllare qualcosa di più grande: la libertà individuale di ogni utente connesso.
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Capitolo 1
La Storia della Rete delle Reti
1.1 La genesi della Rete
“La storia della creazione e dello sviluppo di Internet è quella di una straordinaria avventura umana. Essa sottolinea la capacità degli individui di trascendere gli scopi istituzionali, superare le barriere burocratiche e sovvertire i valori costituiti nel processo di accompagnamento di un nuovo mondo. Fornisce anche un sostegno all’ idea che la cooperazione e la libertà di informazione abbiano una capacità conduttiva dell’innovazione superiore a quella della concorrenza e dei diritti di proprietà […]. In realtà la produzione storica di una data tecnologia determina i suoi contenuti e le sue utilizzazioni in modi che durano al di là dei suoi primi passi, e Internet non sfugge a questa regola. La storia di Internet ci aiuta a capire i percorsi del suo futuro procedere nella Storia” .
Nel 1957 l’ Unione Sovietica realizzò un importantissimo progetto spaziale mettendo in orbita il primo satellite della storia, lo Sputnik. Questo fu un evento che diede un notevole scossone tanto all’orgoglio tecnologico degli Stati Uniti quanto alla loro sicurezza di primato in campo militare. Infatti la risposta d’oltreoceano non tardò ad arrivare: grazie ai finanziamenti concessi dal Presidente Eisenhower alla fine degli anni ’50, in piena guerra fredda, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti diede vita all’ ARPA (Advanced Research Projects Agency), un’agenzia per la sperimentazione nell’ambito del networking, dalla quale, dieci anni più tardi nascerà l’embrione di quello che noi oggi chiamiamo Internet. L’ARPA aveva sede a Washington, all’interno del Pentagono, nacque il 7 gennaio del 1958 ed ebbe il pregio di unire alcuni tra gli scienziati più brillanti d’America, che misero a punto il primo satellite dopo solo 18 mesi. Il suo compito era quello di stimolare e finanziare la ricerca di base nei settori che avrebbero potuto avere un ripiego militare allo scopo di battere la superiorità tecnologica dei rivali russi. L’ ARPA raggruppava al suo interno vari sottoprogetti: uno di questi era ARPANET, una sperimentazione che serviva a condividere on-line il tempo di utilizzazione dei computer tra i diversi centri di elaborazione dati e i gruppi di ricerca che lavoravano per l’agenzia. Per costruire un network interattivo informatico, l’IPTO (Information Processing Techniques Office) si era affidato ad una rivoluzionaria tecnologia di trasmissione delle telecomunicazioni, la commutazione a pacchetto (packet switching), sviluppata in maniera indipendente da Paul Baran alla Rand Corporation e da Donald Davies del British National Physical Laboratori. Appena assunto alla Rand C., P. Baran fu investito dall’importantissimo compito di sviluppare un sistema di comunicazione in grado di sopravvivere ad un attacco nucleare. Nel 1959 la probabilità che una testata nucleare sovietica piovesse dal cielo non era più fantascienza, ma un possibile e giustamente temuto scenario di guerra. La californiana Rand Corporation, un centro fondato nel 1946 per fornire le competenze necessarie alla corsa agli armamenti nucleari, aveva solide competenze nello sviluppo di scenari di guerra e delle loro conseguenze potenzialmente disastrose. Lugubri obbiettivi come quello di prevedere e descrivere dettagliatamente la morte di milioni di persone non attiravano certo i commenti migliori da parte della stampa, che spesso paragonava gli esperimenti della Rand C., a quelli del Dottor Stranamore. L’incarico di Baran, sviluppare un sistema di comunicazione che resistesse ad un bombardamento, era il minimo che si potesse aspettare dalla Rand. Baran prese il suo lavoro molto sul serio e in una relazione di dodici volumi, descrisse meticolosamente le vulnerabilità dell’infrastruttura comunicativa esistente, proponendone una migliore. Baran si rese conto che la vulnerabilità del sistema di comando risiedeva nella topologia della Rete di Comunicazione. Poiché un attacco nucleare mette fuori uso tutte le apparecchiature che si trovano entro il raggio di detonazione, Baran intendeva progettare un meccanismo dove gli utenti oltre quest’area non perdessero i contatti fra loro. Analizzando i vari sistemi di comunicazione egli individuò tre tipi di Reti. Scartò subito la tipologia detta a stella, constatando che “…la rete centralizzata è chiaramente vulnerabile, in quanto la soppressione di un unico nodo centrale distruggerebbe automaticamente la comunicazione fra le stazioni periferiche” .

Figura 1. a) Rete Centralizzata, b) Rete a Stella, c) Rete Distribuita.
Baran considerava il sistema allora in vigore come una struttura gerarchica formata da una serie di stelle connesse fra loro in una più grande, offrendo così una prima descrizione di rete a invarianza di scala. A parere suo, l’unica rete in grado di sopravvivere ad un attacco nucleare era “…la Rete con architettura distribuita, simile ad un sistema stradale, abbastanza ridondante da creare, nel caso di eliminazione di alcuni nodi, percorsi alternativi che tenessero i contatti con i nodi restanti”. Per i suoi studi sulle reti di trasmissione dati, Baran si ispirò alla rete più complessa in assoluto, il cervello umano. Fu proprio grazie allo studio approfondito delle reti neurali che Baran ricavò il modello chiamato col nome di Rete Distribuita, basata sulla molteplicità dei collegamenti e sulla ridondanza. La duplicazione e la sovrabbondanza di connessioni ricordava quelle del cervello umano, dove le funzioni di una parte danneggiata possono venire rimpiazzate da una nuova connessione realizzata con i neuroni rimasti intatti.
L’altra idea rivoluzionaria di Baran fu quella di frazionare i messaggi in diverse unità elementari di informazione, ciascuna in grado di seguire un percorso differente all’interno della rete:
“… è tempo di cominciare a pensare ad una nuova e non ancora esistente rete pubblica, un impianto di comunicazione […] progettato specificatamente per la trasmissione di dati digitali tra un vasto insieme di utenti” .
La Rand C. propose il progetto di Baran al Dipartimento della Difesa e furono esposte le tre soluzioni chiave che avrebbero permesso agli Stati Uniti di avere un sistema di comunicazione immune ad un attacco nucleare:
- Avere un sistema di telecomunicazioni basato sui nuovi computer digitali per gestire il problema della correzione degli errori di trasmissione e per scegliere i percorsi possibili della rete;
- Utilizzare una rete comunicativa distribuita e ridondante, al contrario di quanto avveniva per la rete telefonica, in modo che esistano più percorsi possibili lungo i quali far viaggiare i messaggi;
- Frazionare il messaggio in più parti, far viaggiare le parti e ricomporre il messaggio a destinazione.
Ma l’idea di Baran fu ostacolata da tutti non tanto per la trasformazione topologica da lui invocata quanto per l’avversione riguardante la sua proposta di dividere i messaggi in tanti piccoli pacchetti di dimensione uniforme, in grado di viaggiare attraverso la rete indipendentemente l’uno dall’altro. Un obbiettivo che non poteva essere raggiunto con il sistema analogico esistente.
Baran insisteva sulla necessità di passare a un sistema digitale e per la AT&T (l’azienda che allora aveva il monopolio delle comunicazioni) questo era un passaggio troppo difficile da assorbire. Perciò Jack Osterman della AT&T bocciò l’idea di Baran dichiarando: ”…Prima di tutto non può funzionare, ma anche se funzionasse vi pare che acconsentiremmo alla nascita di un nostro concorrente?”.
Le idee di Baran, respinte dall’industria a dalle forze armate, furono riscoperte dieci anni più tardi quando l’ARPA, senza conoscere i risultati del consulente della Rand, formulò la stessa visione. Comunque questo rivoluzionario e incompreso scienziato continuò la sua ricerca e realizzò molti memorandum dove venivano demolite tutte le obbiezioni e le critiche che erano state mosse al suo progetto. Su sollecitazione dello stesso August Rand, nel 1965 il Pentagono decise di prendere in considerazione la proposta di rete distribuita, ma fu lo stesso Baran a bloccare tutto quando si accorse che il progetto sarebbe stato affidato alla DCA (Defense Comunication Agency), un’agenzia governativa con un approccio alle telecomunicazioni “vecchio stile”, che non aveva nessuna esperienza nel campo delle tecnologie digitali. Baran decise di lasciare nel cassetto il suo progetto .
Nel luglio del 1961 Leonard Kleinrock, dell’Università della California, pubblicò “Informational Flow in Large Comunication Net”, un testo che gettava le basi statistiche e matematiche per lo studio del traffico nelle reti distribuite di trasmissioni dati a pacchetto. L’ARPA affidò a Kleinrock la realizzazione del NMC, Network Measurement Center, il primo centro di misurazione della rete situato nell’UCLA. L’ NMC diventerà il primo nodo della futura Arpanet, con il compito di monitorare il traffico dei pacchetti attraverso i nodi che si sarebbero successivamente aggiunti. Nel frattempo il direttore dell’ARPA, il Generale Austin W. Betts, venne sostituito da Jack P. Ruina, il primo scienziato a dirigere l’ARPA, dopo un uomo d’affari e un militare. Il principale merito di Ruina fu quello di intuire il grande potenziale della computer science e delle sue applicazioni alla trasmissione dati. Nell’autunno del 1962, Ruina accolse tra le fila dell’ARPA Joseph Carl Robert Licklider, meglio conosciuto come Lick, uno studioso di psicoacustica che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo delle ricerche dell’Arpa e che prima ancora dell’avvento del personal computer, riuscirà ad intravedere il futuro in cui l’interconnessione dei calcolatori elettronici sarà totalmente al servizio dell’umanità. Le innovative visioni di Lick furono raccolte in un saggio intitolato “Man Computer Symbiosis” che ha avuto una grandissima influenza sui tantissimi psicologi e studiosi di informatica dell’epoca. Nell’ottobre del ’62 Licklider venne messo sotto contratto dall’ARPA, che lo strappa al MIT (Massachusseetts Institute of Tecnology). Licklider cominciò una “caccia ai cervelli”, coinvolgendo nelle ricerche dell’Arpa tutti i più grandi centri di ricerca e le più prestigiose istituzioni universitarie degli Stati Uniti. Questa scelta condizionò fortemente l’evoluzione di Arpanet, che si sviluppò fuori dagli ambienti militari, con il fondamentale contributo di tutti gli studenti universitari che iniziarono ad utilizzare i collegamenti ad Arpanet a partire dal 1969, data del primo collegamento della storia tra due computer. Licklider venne messo a capo di un gruppo di lavoro da lui battezzato “Intergalattic Computer Network”, al quale indirizzò nel 1963 un memorandum che rappresentava la base concettuale di ciò che sarebbe diventata Arpanet. Lick lasciò l’ARPA nel 1965 ma le sue idee rivoluzionarie rimarranno nella storia del passato e del futuro delle Reti. Nello stesso anno, mentre Paul Baran aveva oramai messo nel cassetto il suo progetto costato cinque anni di lavoro, dall’altra parte dell’oceano Donald Davies, un parlamentare londinese, fisico del British National Physical Laboratory, sviluppò delle teorie molto simili a quelle di Baran. Nella primavera del 1966, Davies diede una pubblica lettura del suo lavoro nel quale parlava di una rete distribuita, analoga a quella concepita da Baran; inoltre affermò che l’inoltro del messaggio, suddiviso in tanti “pacchetti”, doveva avvenire all’interno di una rete digitale. Alla fine della conferenza lo scienziato venne avvicinato da un funzionario del Ministro delle Difesa USA che gli segnalò gli studi della Rand Corporation, di cui Davies non aveva mai sentito parlare. Baran e Davies avevano raggiunto le stesse conclusioni ad un continente di distanza, arrivando a coincidere perfino sulla dimensione dei pacchetti, sulla velocità di trasmissione e sull’utilizzo di una regola di instradamento (routing) che fosse adattativa, in maniera da inviare i pacchetti all’interno della rete tenendo conto, istante per istante, la situazione dei nodi adiacenti e della congestione dei collegamenti. La scelta del termine Packet Swithing si deve a Davies, mentre a Baran aveva descritto le stesse cose con il termine più prolisso di “distribuited adaptative message block swithing”. Sempre nel 1966 Robert Taylor sostituì Ivan Sutherland alla guida dell’ IPTO, l’ufficio Arpa di cui Licklider era l’indiscusso leader spirituale. Le idee sul networking seminate negli anni da Lick erano finalmente mature ed a Taylor bastarono solo venti minuti per ottenere da Charles Herzfeld, il quarto direttore dell’Arpa, un finanziamento da un milione di dollari per un progetto di rete distribuita. Venti anni più tardi, un articolo della rivista TIME darà vita alla leggenda di una rete militare costruita con la precisa intenzione di mettere gli Stati Uniti in condizioni di affrontare una guerra termonucleare, disponendo di una rete di comunicazioni in grado di sopravvivere ad un eventuale bombardamento. L’articolo del TIME venne smentito da una lettera inviata da Taylor e mai pubblicata. In realtà le reti a commutazione a pacchetto e la realizzazione di Arpanet erano solo due dei tanti progetti di ricerca di base portati avanti dall’Arpa in quegli anni. Charles Herzfeld raccontò la nascita di Arpanet in una intervista rilasciata a Scientific American nel settembre ’95:
“ […] Arpanet non nacque per assicurare le comunicazioni militari in caso di guerra nucleare – questa è un’impressione sbagliata molto comune - ma piuttosto per collegare computer e ricercatori delle varie Università, assistendoli nel condurre ricerche comuni sui computer e sulle reti di comunicazione e per usare questi computer nelle ricerche di base. Certamente eravamo consapevoli delle applicazioni potenziali di Arpanet per la sicurezza nazionale, ma gli sforzi per usare tale tecnologia a questo fine vennero solo molto dopo”.
Taylor voleva a tutti i costi che a capo di questo progetto ci fosse Roberts Larry, un ricercatore del Lincoln Laboratori; fu proprio il direttore del Lincoln Lab a convincere Roberts Larry ad andare all’Arpa, per non incrinare i rapporti con questa istituzione che forniva ai suoi laboratori più della metà dei finanziamenti totali. Al Lincoln Lab, Roberts aveva supervisionato uno dei primi esperimenti di collegamento remoto tra due computer, sempre all’interno di un progetto finanziato dall’Arpa, diventando il candidato naturale per la nuova impresa concepita da Taylor. A dicembre Larry Roberts fa il suo ingresso negli uffici dell’Arpa.
1.2 Arpanet: si parte
Nei primi mesi del 1967 Larry Roberts organizzò due incontri in cui si diedero appuntamento tutti i rappresentanti dei maggiori centri di ricerca e organismi universitari del settore informatico. Il mondo accademico non era ancora pronto ad abbracciare lo spirito delle reti distribuite, e nel primo di questi due appuntamenti molti non furono entusiasti dell’idea di doversi organizzare in rete condividendo con gli altri le proprie risorse di calcolo, già fin troppo scarse. Alcuni però ebbero la vista più lunga degli altri e decisero di dare il proprio contributo all’idea di Roberts. Tra i sostenitori del progetto c’era Douglas Engelbart, dello Stanford Research Institute, il primo di una generazione di visionari cocciuti convinti che i calcolatori potevano essere usati anche dai non esperti. Se non fosse stato per questi pochi fermamente convinti di voler creare più raffinati strumenti di pensiero, computer per agevolare anche le più banali operazioni quotidiane, è molto improbabile che oggi ci sarebbero personal computer e sistemi telematici.
“Gli elementi essenziali della Rete furono creati da persone che ci credevano, che lo desideravano e che perciò escogitarono applicazioni che consentissero di agevolare il pensiero e le comunicazioni umane. L’obbiettivo che si prefiggevano era di distribuirli a un numero maggiore possibile di persone a un costo minimo. Entusiasmati dall’idea di creare una cultura alternativa ai mass media tradizionali, lavorando con ciò che avevano a disposizione. E, per l’ennesima volta, le componenti più importanti della Rete nacquero sulla base di tecnologie create per scopi completamente diversi. La Rete è nata dall’immaginazione di poche persone guidate dall’ispirazione, non da un progetto ne commerciale ne militare” .
Negli anni ’60, Engelbart aveva dimostrato la possibilità di uno spazio di lavoro in collaborazione chiamato OLS (On Line System), prevedendo che la gente avrebbe usato un ipertesto come strumento di lavoro. Per muovere facilmente il cursore sullo schermo del computer, Doug inventò un blocco di legno con dei sensori e una pallina nella parte inferiore che chiamò mouse. In un famoso video, dimostrò una grande disinvoltura nell’uso del computer, grazie al mouse fatto in casa manovrato dalla mano destra e una tastiera tipo pianoforte a cinque tasti azionata dalla mano sinistra. Doug pensava che in questo modo ci si potesse interfacciare con la macchina in maniera aderente e naturale. Engelbart mise a disposizione il suo gruppo di ricerca per la realizzazione di NIC, il primo centro amministrativo della rete che più tardi prenderà il nome di InterNIC (Internet Network Information Center). Sulla scia dello Standford Institute, col passare del tempo, nasceranno altri NIC, per gestire in maniera decentralizzata servizi di documentazione ed assistenza, relativamente alla struttura della rete e alla gestione dei “nomi di dominio” con i quali vengono identificati i computer collegati in rete. Durante uno degli incontri organizzati da Roberts, un contributo importante arrivò da Wesley Clark, che propose di collegare direttamente i computer tra loro: i modelli di computer in circolazione all’epoca erano tanti e tali che spesso anche calcolatori prodotti dalla stessa ditta richiedevano enormi sforzi di programmazione e numerose modifiche all’Hardware per essere in grado di comunicare l’uno con l’altro. Clark suggerì di utilizzare una sottorete di computer tutti uguali e compatibili, dedicati esclusivamente alle funzioni di trasmissione e ricezione dati. In questo modo, i computer della sottorete avrebbero parlato tutti lo stesso “linguaggio” senza problemi di compatibilità e ogni nodo della rete avrebbe dovuto imparare solamente il linguaggio della sottorete anziché quello di tutti gli altri a cui sarebbe stato connesso. I computer interposti tra i calcolatori universitari e la rete di comunicazione vera e propria vengono battezzati col nome di IMP (Interface Message Processor). In un’incontro successivo promosso dall’ Association for Computing Machinary, Roberts presentò il primo documento su quella che aveva battezzato ARPANET. Tra gli altri oratori c’era Roger Scantlebury, del team di Donald Davies, che presentò il lavoro sulle reti a commutazione a pacchetto realizzato dalla National Physical Laboratori. Attraverso Scantlebury, Roberts venne a conoscenza del lavoro di Paul Baran, che in seguito verrà contattato dallo stesso Roberts per unirsi al suo gruppo in qualità di consulente. Con questi incontri iniziarono a mettersi insieme i tasselli che daranno vita al primo embrione di Arpanet: l’iniziativa di Roberts, le risorse dell’Arpa, gli strumenti tecnologici sviluppati da Davies e Baran, gli studi di statistica delle reti distribuite sviluppate da Kleinrock, l’idea di Clark per risolvere i problemi di compatibilità e il Mouse di Engelbart.
“…Quindi l’avventura che ha dato origine alla Rete delle reti non può essere ridotta alla semplice realizzazione di un progetto militare. Più che una conquista strategica delle forze armate, la Rete è stata una conquista umana e culturale di un gruppo di persone che hanno creduto nel networking quando parlare di condivisione suonava come un’eresia” .
Nel corso del 1968 Larry Roberts rilasciò un documento nel quale definì le specifiche degli IMP; questo documento venne inviato a 140 compagnie interessate alla costruzione di questi fondamentali componenti della rete.
Nel testo di Roberts vennero riorganizzati con ricchezza di dettagli tutti i contributi teorici e tecnologici realizzati sin dai primi anni ’60 da Baran, Davies, Kleirock e Clark. L’IBM fu tra i primi rispondere alla “request for proposal” divulgata da Roberts, sostenendo che una rete del genere non avrebbe mai potuto essere realizzata a causa dell’enorme costo da sostenere per l’acquisto dei computer necessari a far funzionare ogni nodo della rete.
Nell’agosto del 1969 il documento di Roberts arrivò alla BBN (Bolt Berabek and Newnmn) e Frank Heart venne incaricato di mettere insieme un gruppo di ricerca in grado di realizzare il primo esemplare di IMP rispettando le scadenze fissate dall’Arpa. Attorno a Heart vennero riuniti gli IMP guys: Dave Walden, esperto di sistemi in tempo reale, Severo Ornstain, il mago dell’hardware, Bernie Cosell, capace di scovare anche il più piccolo errore di programmazione, Will Crowther, appassionato di matematica in grado di produrre programmi piccoli e complessi allo stesso tempo. Gli IMP guys si buttarono a capofitto nel loro lavoro di programmazione del primo IMP, che li appassionò a tal punto che trasformarono la BBN in una seconda casa, nella quale trascorreranno molte notti insonni.
Tra il ’68 e ’69, mentre i movimenti studenteschi erano in pieno fermento, questi giovanissimi ragazzi avevano intrapreso una lotta contro il tempo per riuscire a realizzare il progetto, rispettando la scadenza che l’Arpa gli aveva dato. Contemporaneamente, nelle altre sedi universitarie destinate ad ospitare i primi nodi di Arpanet, si lavorava altrettanto intensamente per permettere ai propri computer di collegarsi agli IMP, secondo le specifiche della BBN.
Steve Crocker, del gruppo di ricerca di Leonard Kleinrock all’UCLA, scrisse il “Request For Comments” numero 1, intitolato “Host Software”, un documento nel quale si descrivevano i protocolli di connessione tra due computer, vale a dire le regole per stabilire uno scambio dati fra due calcolatori diversi connessi a due IMP uguali. I documenti erano delle proposte di innovazioni tecniche da sottoporre ad approvazione e riflettono la natura originaria della rete, priva di una qualsiasi autorità centralizzata e aperta alle proposte di chiunque. Lo spirito di questi documenti era dovuto all’impostazione data da Crocker, che scrisse RFC N°1 nel bagno della casa che condivideva con altri studenti, cercando volutamente di utilizzare uno stile aperto e informale, in grado di invogliare chiunque a collaborare alle specifiche tecniche di questa rete ancora in incubazione. Lo stile aperto dei RFC venne apprezzato da tutte le università che stavano lavorando al progetto di rete promosso dall’Arpa. Si creò un clima di cooperazione nel quale prenderà vita il Network Working Group (NWG), il gruppo di lavoro all’interno del quale, con il meccanismo delle RFC, nasceranno le soluzioni tecnologiche e gli standard che sono alla base degli attuali servizi Internet. Il 30 agosto l’IMP n°1 parte dai laboratori BBN per arrivare in aereo all’UCLA (Los Angeles): il primo embrione di quello che sarebbe diventata Internet si chiamava Sigma-7 ed era un computer senza hardisk, senza floppy, con soli 12k di memoria a nuclei di ferrite. Il codice di necessario al funzionamento dell’ IMP n°1 occupava più o meno mezzo miglio di nastro perforato (circa 800 metri!).
Nell’ottobre del ’69 Charley Kline dell’Università dell’ UCLA, fu incaricato di effettuare il primo collegamento da computer a computer attraverso una linea telefonica. Kline lavorava come programmatore nel laboratorio di Kleinrock e fece parte di un progetto volto a realizzare un collegamento con l’unico nodo esistente: la Standford University. Dopo aver stabilito la connessione, Kline cominciò a digitare la parola “login”. Aveva appena finito di digitare la l, quando da Standford giunse la conferma che la lettera era stata ricevuta. Proseguì con la o, e seguì una nuova conferma. Poi provò con la g. Ma a quel punto il computer andò in tilt, disconnettendosi; il collegamento fu velocemente ristabilito in maniera permanete e nel giro di un’ora il Sigma-7 e l’IMP di Standford iniziarono a scambiarsi dati e colloquiare come due vecchi amici che si conoscevano da sempre. Fu il primo collegamento in rete della Storia.
Ben presto si aggiunsero altri nodi. A novembre l’ Università di Santa Barbara si collega al nodo dell’UCLA e, un mese più tardi, si aggiunse ai tre nodi precedenti anche l’Università dello Utah, che venne collegata allo Standford Institute tramite l’IMP n°4. Nel giro di pochi mesi, Arpanet non è più un’idea, ma una vera e propria rete funzionante con quattro nodi. All’inizio del 1970 Leonard Kleinrock fece un commento al suo amico Larry Roberts: “Sai Larry, questa Rete sta diventando troppo complessa per essere disegnata sul retro di una busta!”; la rivoluzione delle Reti era iniziata. Nell’ estate del ’70 vennero collegati altri quattro nodi ovvero il MIT, LA Rand Corporation, la System Development Corporation e Harvard. Alla fine del ’71 i nodi diventarono 15 e comprendevano anche la NASA e, alla fine del ’72 erano diventati 37. La crescita della Rete delle Reti avveniva a velocità esponenziale, ma l’IMP concepito dalla BBN poteva collegare al massimo 64 computer. Nel 1974 Vint Cerf di Arpa e Bob Kahn della Stanford, servendosi dei risultati ottenuti da esperimenti paralleli sulle comunicazioni radio e satellitari, riuscirono a fissare delle nuove specifiche di comunicazione dei dati, e istituirono il TCP (transfer file protocol), uno standard indispensabile per la comunicazione tra computer. Nel 1978 Cerf, Postel e Crocker scomposero il protocollo in due parti: TCP per la gestione dei pacchetti di dati e l’IP (internet protocol) per la loro canalizzazione. Il protocollo TCP/IP costituisce la base della moderna concezione di Internet, considerando che oggi ogni computer connesso alla rete ha un proprio indirizzo IP. Fu proprio in questo documento che comparve per la prima volta il termine Internet.
Un altro protocollo innovativo ancora oggi utilizzato inventato sempre negli anni ’70 era l’ FTP (file transfer protocol), la prima funzionalità che implementava la scambio di file tra computer. Alla fine degli anni ’70 la NSF (National Science Foundation) iniziò a finanziare la costruzione di reti più economiche tra i vari poli universitari (Usenet, Csnet, Bitnet che abbracciava la prestigiosa Università di Yale), collegate tra loro tramite protocollo TCP/IP. L’importanza delle tecnologie della commutazione a pacchetto, per il mondo non tecnico, avevano una duplice importanza. In primo luogo, questa invenzione fu un modo utile per costruire un sistema comunicativo senza controllo accentrato: dal momento che ciascun pacchetto e tutte le reti di nodi di smistamento sapevano come far circolare le informazioni, non fu necessario un nodo centrale di controllo. In secondo luogo, nella misura in cui procede la digitalizzazione delle informazioni mondiali, questi pacchetti potevano trasportare tutto ciò che gli uomini erano in grado di percepire e le macchine di elaborare: voce, suoni, testi, colori ecc… Nel 1983 il Dipartimento delle Difesa statunitense, preoccupato per i possibili buchi nella sicurezza, creò Milnet, una rete dedicata a scopi unicamente militari, mentre Arpa-Internet subentrò come rete esclusivamente dedicata alla ricerca. Nel 1984 la NSF mise a punto la propria rete di comunicazione via computer (NSFNET) e nell’88 iniziò ad usarla come sua dorsale Arpanet. Nel ’90 la NFS venne incaricata dal governo USA al management della rete e Arpanet venne smantellata con grande tristezza.
1.3 BBS: Bollettino Digitale
Citando Rheingold avevamo affermato che: “La Rete è nata dall’immaginazione di poche persone guidate dall’ispirazione ed entusiasmati dall’idea di creare una cultura alternativa a quella dei Mass-Media tradizionali ” .
Negli anni ’70 la computer science contava migliaia di adepti, per lo più giovani studenti che si cimentavano nella programmazione software e nella modifica hardware. Questa comunità aveva una cultura condivisa ed era formata da esperti e maghi del network che utilizzavano le poche risorse a loro disposizione per implementare sempre di più lo sviluppo della Rete: era nata la Cultura Hacker. Essa ebbe un ruolo fondamentale nello sviluppo di Internet: la si può considerare il terreno fertile delle innovazioni tecnologiche più importanti realizzate attraverso la cooperazione e la libera comunicazione: questa cultura era un ponte tra la conoscenza che ha origine ai livelli tecno-meritocratici e i prodotti imprenditoriali che diffondevano Internet nella società in genere. Bisogna precisare che gli Hacker non sono ciò che raccontano i Media. Non sono degli esperti informatici irrequieti e ansiosi di cracckare codici, penetrare illegalmente nei sistemi o portare il kaos informatico. Quelli che si comportano così sono chiamati Crackers e non sono visti di buon occhio dalla cultura hacker. La cultura Hacker emerse invece come un’insieme di valori e convinzioni condivisi dai network di programmatori che interagivano on-line, collaborando intorno a progetti da loro stessi definiti “programmazione creativa”. I valori specifici e l’organizzazione sociale della cultura hacker possono essere meglio compresi prendendo in considerazione il processo di sviluppo del movimento open source, in quanto estensione dell’originale movimento per il software libero. In un certo senso l’open source può essere considerato un elemento strutturale nello sviluppo di Internet, dato che tutti i suoi sviluppi tecnologici chiave venivano comunicati alle università e poi condivisi in rete. Tenendo in considerazione tutti questi aspetti chiave degli anni ’70 possiamo meglio comprendere come mai la Rete ebbe uno sviluppo parallelo a quello di Arpanet: uno sviluppo nato dal basso. Mente le Università e i colossi dell’informatica erano troppo occupati nelle loro sperimentazioni per realizzare una tecnologia telematica sociale di Massa, a Chicago Ward Christensen poneva le fondamenta della telematica sociale di base e di quella che poi sarebbe diventata la cultura delle Bacheche Elettroniche, con la realizzazione e la distribuzione gratuita del programma MODEM.MODEM, che consentiva per la prima volta a due computer di scambiarsi informazioni attraverso le linee telefoniche. Christensen lavorava come ingegnere all’ IBM e sognava da diverso tempo di avere un computer a sua completa disposizione, ma i grandi “mainframe” dei primi anni ’70 erano troppo costosi anche per un’ingegnere IBM, per non parlare dei problemi di spazio legati alla mole di questi bestioni informatici di allora. Ma l’Era dei personal computer era alle porte e Christensen seppe aspettare. La svolta arrivò nel gennaio del ’74, durante il suo soggiorno di studio a New York: il relatore di un seminario sui circuiti “Large Scale Integration“ mostrò ai suoi allievi uno dei primi processori commercializzati da Intel: i Chip8008, gli antenati dei moderni Pentium. Questo fu uno dei primi circuiti che racchiudeva al suo interno tutte le funzionalità principali per realizzare un vero computer. Christensen durante il seminario chiese tutte le informazioni possibili e gli fu consigliato di approfondire lo studio dei circuiti TTL.
Nel frattempo era nato il primo personal computer della storia: l’ALTAIR8800 distribuito dalla MITS. Essa non vendeva il computer già pronto per l’uso, ma forniva solamente il kit di montaggio: il risultato finale era una scatola metallica con un pannello frontale composto da una fila di interruttori e due file di piccole lucine rosse che servivano a visualizzare i risultati ottenuti. Altair8800 costava 397 dollari aveva 256byte di memoria e le istruzioni non potevano essere memorizzate, bensì inserite a mano (attraverso gli interruttori!) ogni volta che il computer veniva acceso: il nome Altair era tratto dal nome di una stella su cui era diretto l’ “enterprise” della famosa serie televisiva StarTrek, nella puntata trasmessa il giorno del battesimo dell’8800. Christensen ne acquistò subito uno e cominciò i suoi esperimenti informatici, unendosi a CHACHE (Chicago Area Hobbist Exange) un gruppo di appassionati di informatica dell’area di Chicago. Fu proprio all’interno di questo gruppo che iniziò a circolare la prima versione di MODEM.MODEM. In questo gruppo di lavoro, Christensen conobbe Randy Suess, con il quale realizzerà il primo Bulletin Board System. Nel 1977 scrisse un programma per trasferire il contenuto di un floppy su audiocassetta trasformando i bit in “bip-bip”. Grazie a questo spartano setup venne creato il programma XModem, una nuova versione di Modem.Modem, il software più diffuso e modificato della storia nell’informatica. Fu l’inizio di un lungo lavoro di perfezionamento, durante il quale un gran numero di persone realizzava versioni sempre più evolute di programmi simili a XModem, che man mano diventeranno sempre più efficienti, permettendo di scambiare sempre più dati nello stesso intervallo di tempo.
Nel 1978 Ward Christensen e Randy Suess crearono il primo Bulletin Board System chiamato inizialmente CBBS, che in italiano può essere tradotto come “sistema di bacheche elettroniche“: si trattava di computer dedicati alla messaggistica che utilizzavano dei modem e una linea telefonica per scambiarsi posta elettronica, messaggi relativi alla computer conference: si crearono al suo interno dei gruppi di discussione collettiva che ruotavano intorno agli argomenti più svariati.
Una delle prime comunità telematiche che destò molto interesse si chiamava ORIGINS, ed era basata su una pratica spirituale di natura non teologica. ORIGINS nacque col presupposto di fondare tante religioni quanti sono i fedeli, e in una specie di statuto dichiaravano: ”Origins non ha leader, non ha esistenza ufficiale, non ha niente da vendere. E’ nato in una teleconferenza aperta, e nessuno ne riconosce i fondatori”. I punti cardine del movimento erano le pratiche e cioè delle azioni da ricordare e intraprendere nella vita quotidiana nel mondo materiale: chiedere aiuto ed ottenerlo, usare carisma, auto-osservarsi, stare in armonia con gli altri erano le pratiche principali da rispettare.
Il tutto avviene come se si appendessero dei messaggi su un pannello virtuale, che poteva essere consultato da chiunque semplicemente collegando il proprio computer ad una linea telefonica mediante un Modem. Ogni computer collegato tramite BBS era predisposto per rispondere in maniera automatica alle telefonate in arrivo: ad ogni nodo della Rete si collegavano svariati utenti che prelevavano il messaggio che li riguardava. I servizi offerti dai BBS delle reti amatoriali erano gratuiti, escludendo ovviamente gli scatti relativi alle chiamate telefoniche necessarie al prelievo e al deposito dei messaggi. I vari computer non erano connessi tra di loro in maniera permanente, ma solo in alcuni momenti della giornata: di notte, quando le telefonate costavano poco, i messaggi venivano fatti circolare su tutti i computer collegati alla rete.
La tecnica era quella del ”pony express”: ogni nodo telefonava e riceveva una telefonata da quello più vicino. Questo meccanismo venne anche nominato “Store and Forward” (raccogli e inoltra) proprio perché i messaggi venivano prima ricevuti e immagazzinati e poi inoltrati agli altri nodi attraverso una o più linee telefoniche, gestite in modo automatico dai computer. Le spese telefoniche di collegamento tra i nodi delle Rete erano a carico dei cosiddetti Sysop (system operators) che si occupavano inoltre del funzionamento tecnico e della gestione di ogni singolo BBS.
Howard Rheingold descrisse le reti BBS come “una tecnologia democratica e democratizzante per eccellenza […]. Ad un prezzo inferiore a quello di un fucile, i BBS trasformano un cittadino qualsiasi in un Editore, Reporter di testimonianze oculari, difensore, organizzatore, studente o insegnante e potenziale partecipante a un dibattito mondiale tra cittadini […] I BBS crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. Tutte le interreti ad alta velocità finanziate dai governi nel mondo potrebbero sparire domani e la comunità delle bacheche elettroniche continuerebbe a crescere rigogliosamente” .
Nel 1977, ad Atlanta, Dennies Hayes iniziò una produzione casereccia di modem per personal computer gettando le basi per quello che sarebbe diventato uno standard usato ancora oggi. Sul tavolo della cucina di casa sua, Hayes realizzò “lotti di produzione di 5-6 modem”, scrivendo da sé i manuali di funzionamento; all’interno di uno di questi, sotto la voce applicazioni, suggeriva come utilizzare i suoi modem per la creazione di “bacheche elettroniche” per l’inserimento e la consultazione di messaggi pubblici. Tra i lettori di questi manuali non mancarono Ward Christensen e Randy Suess, che presero in seria considerazione le proposte di Hayes e si rivolsero a lui per avere informazioni più dettagliate.
Nel 1993, alla seconda edizione del convegno ONE BBSCON, Christensen raccontò che la nascita di Xmodem era stata motivata dall’esigenza di scambiare file con Randy, senza ricorrere all’invio per posta; mentre per quanto riguardava la nascita delle CBBS, Ward commentò che tutto era nato da una condizione particolare: “all pices are there, it’s snowing, @%£/ lets hack”.
All’inizio questa tipologia di rete era chiamata CBBS ma in seguito, la C cadrà definitivamente, ovviando il termine “computerized”.
Anche Dannies realizzò una BBS per la sua azienda, e per alcuni anni effettuò un censimento di tutti i nodi presenti, fornendo l’elenco nella sua Bacheca. Nel 1982 Randy realizzò uno tra i primi servizi gratuiti di accesso pubblico ad Internet: WLCRJS, che nel 1984 verrà battezzato CHINET (Chicago Network). In un’epoca dove l’accesso ad Internet era un privilegio delle Università e dei centri di ricerca, Chicago Network forniva già gratuitamente a tutti i suoi utenti accesso libero a posta elettronica e Newsgroups: Chinet è tuttora raggiungibile tramite Internet.
Con la nascita delle prime BBS, i collegamenti tra computer diventarono qualcosa di più di un semplice strumento per lo scambio di programmi. Le bacheche elettroniche iniziarono a caratterizzarsi come spazi liberi di comunicazione e socializzazione. Gli utenti iniziarono a sviluppare un forte senso di appartenenza alle “comunità virtuali” che si raggrupparono attorno le BBS. Tuttavia queste comunità erano ancora delle isole nel Mare delle telecomunicazioni: lo scambio di messaggi era affidato solo alla buona volontà degli utenti che facevano da ponte tra le varie comunità digitali. Per la nascita di una vera e propria Rete BBS bisognerà aspettare il 1984. Ma in questo quadro bisogna tenere in considerazione un parametro fondamentale: gli anni ’80 sono stati caratterizzati dall’avvento dei primi personal computer alla portata di tutti. Gli utenti potenziali si moltiplicarono anche grazie all’avvento di tecnologie sempre meno costose e sempre più potenti. Le prime generazioni di utenti delle bacheche elettroniche erano per lo più hobbisti che avevano molta conoscenza tecnica sul funzionamento dei propri strumenti. Le telecomunicazioni fatte in casa per il mercato erano all’altezza solo degli hobbisti, che erano gli unici in grado di configurare le apparecchiature hardware e correggere gli errori software. Poi si fece avanti Tom Jennings, un programmatore di una piccola azienda di software di Boston, che tra l’80 e l’81 iniziò a connettersi alle CBBS tramite un accoppiatore acustico. Nell’83 Tom si trasferì a San Francisco dove decise di iniziare a scrivere un programma per le bacheche elettroniche. A dicembre nacque FIDO BBS n°1. Jennings non era un programmatore convenzionale, tutto libri e computer: era il tipico Cyberpunk con i capelli viola, pezzi di metallo agganciati dappertutto, skateboard sempre a portata di mano, sostenitore dell’Anarchia e del movimento gay. La sua tendenza a evitare ogni forma di censura sulla libertà d’espressione delle idee caratterizzò anche la politica di gestione di FidoBBS, che venne concepito come un organismo libero, con regole stabilite dagli stessi utenti. Il nome Fido risaliva ad un incidente avvenuto nella piccola azienda dove lavorava Jennings. Il computer aziendale, di proprietà di Tom, era un’accozzaglia di pezzi tra cui un alimentatore da dieci miliardi di ampère e una ventola di raffreddamento talmente potente da scostare il computer dal muro; una sera, bevendo birra con gli amici, qualcuno scrisse “FIDO” su un biglietto da visita e lo attaccò sulla macchina. Fu così che Il nome passò al sistema di bacheche elettroniche. Nella prima versione di Fido, Tom inserì uno spazio libero chiamato “Anarchia” da lui stesso definito con queste parole: “Ho detto agli utenti che ci potevano fare quello che volevano […]; vorrei che fosse chiaro che la politica la fanno gli utenti e sono loro a determinarne i contenuti” .
Fido iniziò a moltiplicarsi quando un utente di Baltimora convinse Jennings ad aiutarlo a farne una versione compatibile per altri tipi di computer. Nel gennaio dell’84 a Baltimora nacque Fido n°2. A quel punto i nodi Fido cominciarono a propagarsi rapidamente anche perché il software per connettersi poteva essere scaricato dalle bacheche elettroniche di Fido stesso: autopropagazione della tecnologia. Nell’85 i nodi erano diventati un centinaio. Ma Tom aveva un progetto ben più ampio: dato che era capace di farsi in casa un software per bacheche elettroniche ad autopropagazione, sarebbe riuscito a fare in casa una vera Rete mondiale? Nel 1986 i nodi erano diventati circa 1000 e, calcolando 10 utenti per nodo, significava che nella Rete c’erano più di 10000 persone. Tutte le bollette telefoniche erano pagate dai Sysop (operatori di sistema) che avevano anche il controllo sull’uso gratuito o commerciale del proprio sistema di bacheche. Inoltre, in questo periodo nacque anche una nuova tecnologia chiamata Packet Radio che consentiva di mettere in rete un computer utilizzando collegamenti radio anziché telefonici. Infatti questo è quanto è avvenuto nei paesi in cui i collegamenti telefonici non erano presenti o erano troppo fatiscenti per essere utilizzati come supporto per le connessioni telematiche. Quando il boom di Internet non aveva ancora colpito i paesi in via di sviluppo, non erano poche le regioni dell’Africa e della Russia che avevano un nodo Fidonet Pack Radio, come unico sentiero raggiungibile delle autostrade elettroniche.
La ” creatura” di Jennings raggiunse gli angoli più sperduti del mondo con una velocità impressionante. Nel 1988 un ponte elettronico (gateway) collegò per la prima volta Fidonet all’Internet, permettendo la scambio di posta elettronica tra le due Reti e l’accesso ai rispettivi servizi di messaggistica. Nel ‘91 i nodi erano circa 1000 e due anni più tardi, la rivista Boardwatch stimò la presenza di 60000 BBS solo negli USA.
1.4 1985: The WELL e le controculture degli anni ’80
Le invenzioni di Christensen, Jennings e Suess, sfuggirono ben presto di mano ai loro autori stessi. I BBS si diffusero a macchia d’olio. A facilitare questo processo contribuì in maniera assoluta il carattere libero e non proprietario dei programmi utilizzati per questo tipo di Rete, realizzati dai loro autori per il semplice gusto di far funzionare meglio le reti “in tecnologia fidonet”. Tutti i programmi necessari al funzionamento venivano scritti senza scopo di lucro e senza essere rinchiusi nella gabbia del copyright. L’interesse maggiore non era il ritorno economico dell’attività di programmazione ma il beneficio culturale causato da ogni nuovo miglioramento delle tecnologie di Rete. Infatti una Rete più comoda da usare e più efficiente diventa una rete con più utenti, più informazioni, più messaggi, più idee, più scambi sociali e tecnici. Sono quattro i punti di forza che nel decennio 1985-1995 fanno dei BBS una tecnologia vincente:
- Luogo di aggregazione telematica più vivo e popolato;
- Una maggiore ricchezza in termini di risorse umane ;
- L’utilizzo di strumenti tecnologici accessibili ed economici;
- L’elaborazione collettiva di soluzioni tecniche sempre più efficienti.
Fu proprio sui BBS che iniziarono numerosi percorsi di riflessione culturale e tecnologica sulle conseguenze della “rivoluzione digitale”. I BBS diventarono un laboratorio di sperimentazione collettiva in cui la società civile cominciò a discutere di privacy, censura, controllo delle informazioni da parte dei governi, tecnocrazia e diritti telematici.
Negli anni ’80 la telematica di base non era ancora un fenomeno di massa, ma rappresentava una forma culturale sotterranea, sconosciuta, frequentata da pochi appassionati, demonizzata occasionalmente dalla stampa e ignorata dalla gente comune: una sorta di underground digitale.
Nel 1985 questo mondo fu scosso da due avvenimenti che segneranno un punto di svolta nella diffusione di questa tecnologia: la nascita del WELL e l’uscita del primo numero di Phrack (rispettivamente un BBS e una rivista di computer science). THE WELL (Whole earth ’lectronic link) era un BBS nato come emanazione telematica della rivista Whole earth review, che racchiudeva in sé i gusti, la politica e le idee della California post-hippy. Proprio per questo suo sapore di controcultura, THE WELL attirò a sé una vasta schiera di intellettuali, artisti, scrittori e hacker che si trasformarono in appassionati attivisti per la difesa dei diritti civili e della libertà di espressione nel cyberspazio.
Tra i frequentatori del WELL c’erano il famoso scrittore cyberpunk Bruce Sterling, il saggista Howard Rheingold, Mitch Kapor, fondatore della Lotus Corporation e John Perry Barlow, paroliere del gruppo musicale Greatful Dead. Se negli anni ’80 il WELL era il punto d’incontro degli intellettuali, le prime riviste elettroniche (e-zine) erano il territorio degli hacker, degli “smanettoni” che si avventuravano nell’esplorazione della tecnologia da strada. La rivista “Phrack world news” assieme a “2600: the hacker quarterly” furono per diversi anni il punto di riferimento per tutta la cultura underground dei BBS, popolati da personaggi animati dalla mania ossessiva di capire, fino all’ultimo dettaglio, il funzionamento di ogni sistema elettronico, dalla rete telefonica al microprocessore per computer.
Grazie a questa curiosità e a questo tipo di approccio che la tecnologia informatica divenne popolare e diffusa e la conoscenza dei calcolatori cessò di appartenere a un’elite tecnocratica per entrare nel mondo delle controculture digitali. Uno degli strumenti più utilizzati per approfondire questo tipo di conoscenza era la pratica del “data trashing” che consisteva nel rovistare all’interno della spazzatura delle grandi imprese informatiche o di telecomunicazioni alla ricerca di manuali, specifiche tecniche e ogni genere di informazione che poteva aiutare la comprensione dei meccanismi di funzionamento delle tecnologie digitali. Ovviamente questo tipo di azioni venne fortemente contrastato dal mondo dei “colletti bianchi informatici”, decisi a sfruttare fino in fondo i benefici dei loro segreti industriali e cercando di attuare una sorta di protezionismo tecnologico.
L’underground digitale diventerà ben presto il bersaglio delle grandi compagnie di telecomunicazioni USA che, nel 1991, assieme ai servizi segreti statunitensi, sferreranno il primo grande attacco alla telematica sociale di base.
1.5 Fidonet sbarca in Italia
Nel 1986 la tecnologia Fidonet arrivò in Italia, precisamente a Potenza, dove già a partire dal 1984 Giorgio Rutigliano aveva realizzato una bacheca elettronica. Giorgio, appassionato di informatica, aveva elaborato un programma per trasformare il suo centro di servizi informatici in un BBS che, durante le ore notturne, sfruttava alcune linee commutate che rimanevano inutilizzate. Quando Fidonet contava circa mille nodi, Giorgio venne a sapere dell’esistenza di questa rete: “…fino a quel momento non esisteva ancora nessun tipo di rete telematica e la possibilità di mettermi in contatto con altre persone sparse nel mondo tramite computer mi sembrava molto interessante, anche se all’epoca esisteva solo la posta elettronica e non le aree messaggi” .
Fu così che Giorgio entrò in contatto con il coordinatore europeo di Fidonet per trasformare il suo BBS isolato in un nodo Fidonet, dando vita a Fido Potenza, il primo nodo italiano della rete creata da Tom Jennings.
La posta elettronica gli veniva inoltrata dall’Olanda, da un nodo che si occupava di chiamare nottetempo il sistema di Rutigliano. All’epoca questa operazione non era molto costosa perché il traffico dei messaggi era ancora modesto. Nel libro Telematica per la pace, Giorgio racconta che nei primi anni di vita di Fidonet vi furono grandi innovazioni tecnologiche e di ricerca su nuove soluzioni ai problemi del trasferimento della posta elettronica. I primi programmi di compressione dati in ambiente DOS, come ARC, sono stati sviluppati proprio a partire dalla necessità di scambiare nel minor tempo possibile i file, e per ridurre i costi. Giorgio Rutigliano continuò a svolgere in maniera eccellente il suo lavoro di sysop, ricoprendo via via incarichi di responsabilità sempre maggiore all’interno di Fidonet.
Nel 1994 le tristi vicende legate al crackdown italiano determinarono, tra gli altri danni e le altre ingiustizie, anche la decisione di Giorgio di abbandonare qualsiasi ruolo attivo all’interno della telematica amatoriale, lasciando la scena con un’intensa lettera aperta al Presidente della Repubblica .
Due anni dopo Jeff Rush realizzerà Echomail, il primo programma di posta che permetterà di organizzare i messaggi di Fidonet in aree di discussione collettiva.
1.6 La caccia alle streghe dei Servizi Segreti USA
Il primo grande colpo all’underground digitale arrivò nel 1990 con l’operazione “Sundevil”. Tutto ebbe inizio nel dicembre 1989, quando la rivista Harper’s Magazine organizzò un incontro virtuale per parlare di privacy e cracking (tecniche di penetrazione all’interno di sistemi informatici). Il luogo elettronico di discussione era il WELL e l’elenco degli invitati comprendeva una quarantina di partecipanti illustri che entrarono nella bacheca con i più stravaganti nomi da battaglia (Acid phreak, Knight lithening etc..).
Attraverso alcune dichiarazioni un po’ sopra le righe, gli hacker attirarono l’attenzione su di loro e crearono le condizioni per diventare il capro espiatorio del più grande disastro che abbia mai colpito una compagnia telefonica: il crash del Martin Luther King day, il 15 gennaio 1990. In questa data, un errore di battitura di un programmatore che gestiva le centrali telefoniche causò un grave malfunzionamento che paralizzò il sistema telefonico della compagnia At&t. 60 milioni di persone rimasero scollegati dalla rete telefonica e 70 milioni di chiamate vennero interrotte causando danni economici incalcolabili.
La storia dimostrò che questo collasso inaspettato del sistema era dovuto unicamente ad un errore di programmazione risolto in 9 ore da un’apposita task force di informatici. Nessuna impresa che si rispetti, tuttavia, avrebbe potuto ammettere di essere l’unica responsabile di una tale catastrofe e fu così che i sospetti furono fatti cadere sull’underground digitale e sulle BBS, che in realtà non avevano nulla a che vedere con il guasto.
L’8 maggio, i Servizi Segreti USA diedero il via all’operazione, con irruzioni a fucili spianati in casa di adolescenti; vennero emessi 27 mandati di perquisizione in 14 città e numerosi BBS furono chiusi. Molte delle persone che subirono la visita degli agenti e il sequestro delle apparecchiature informatiche non furono accusate di nessun reato e il materiale requisito venne trattenuto per anni senza mai essere esaminato. L’obbiettivo principale degli agenti federali era la “legion of doom”, uno dei più famosi gruppi hacker statunitensi.
Un altro pretesto utilizzato per questa operazione di repressione e intimidazione nei confronti dei BBS era l’appropriazione e la divulgazione di un documento tecnico di proprietà della compagnia telefonica Bellsouth, ottenuto durante una connessione a uno dei computer dell’azienda. Fu identificato uno studente universitario del Missouri, Craig Neidorf, che venne arrestato e processato. Durante il processo, l’accusa abbandonò l’aula del tribunale quando si scoprì che le informazioni “segrete” incriminate, valutate 80.000 dollari dai Servizi Segreti, erano in realtà disponibili al pubblico su ordinazione postale alla modica cifra di 13 dollari. Questo colpo di scena salverà Neidorf da 31 anni di carcere, ma fu costretto a pagare le spese processuali per un ammontare di 120.000 dollari.
Un’altra vittima dell’operazione Sundevil fu la “Steve Jackson Games”, una ditta che produceva giochi di ruolo, che venne scambiata per un covo di spie informatiche solamente perché uno dei suoi dipendenti era un frequentatore abituale dei BBS. Un gioco di ruolo con ambientazione cyberpunk fu scambiato per un manuale di pirateria informatica e questo equivoco diede origine al sequestro di tutti i computer e degli appunti della Steve Jackson, che si trovò all’improvviso priva di tutti i suoi strumenti di lavoro. Nel marzo del ’93 la SJG vinse la sua battaglia contro i Servizi segreti e le fu accreditato un risarcimento di soli 10.000 dollari.
“…A causa del comportamento repressivo dei Servizi segreti e delle forza di polizia durante l’operazione Sundevil, alcune delle vittime decisero di dare vita a Electronic Frontier Foundation, un’ organizzazione no-profit tra le più attive in difesa dei diritti telematici e della libera espressione elettronica. Nello stesso periodo si mobilitarono anche l’Unione Americana per le libertà civili e la Computer Professionals for Social Responsabiliy, che cercarono assieme alla EFF di mettere dei nuovi paletti sui nuovi diritti della frontiera elettronica” .
Nel marzo del 1991, a San Francisco si svolse la prima edizione di “Computers, Freedom and Privacy”, un incontro in cui si diedero appuntamento le varie anime della telematica statunitense: attorno alla stessa tavola rotonda si incontrarono gli esponenti del popolo dei BBS, poliziotti, giornalisti, agenti dei Servizi segreti, programmatori e scrittori uniti dall’interesse per la frontiera elettronica. La telematica iniziò ad uscire dal suo mondo sommerso per diventare una nuova frontiera del diritto e della comunicazione.
1.7 World Wide Web: una tela senza ragno
Fino al 1990, Internet risultava ancora difficile da utilizzare per i profani. La capacità di trasmissione grafica era molto limitata e la ricerca e il recupero delle informazioni si rivelarono molto difficili. Ma proprio in questi anni, un nuovo salto tecnologico rese possibile la diffusione di Internet tra le masse della società: la progettazione di una nuova applicazione, il World Wide Web, che organizzava il contenuto dei siti Internet per informazione piuttosto che per posizione, fornendo agli utenti un facile sistema di ricerca per individuare l’informazione desiderata. L’invenzione della Rete Globale ha avuto luogo in Europa , al Centre Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN) di Ginevra, uno dei più importanti laboratori di ricerca di fisica del mondo. Venne creata da un gruppo di ricerca capeggiato da Tim Berners-Lee e Robert Cailliau. Essi fondarono la propria ricerca non sulla tradizione di Arpanet, ma sul contributo della cultura Hacker degli anni ’70. In particolare, i ricercatori fecero riferimento al lavoro di Ted Nelson che, nel’74, nel suo pamphlet intitolato Computer lib invitava le persona ad impadronirsi della potenza dei computer per il proprio beneficio. Nelson aveva immaginato un nuovo sistema di organizzazione delle informazioni, che definì Hypertext (ipertesto), basato su collegamenti orizzontali di informazione. L’ipertesto era un testo “non sequenziale”, in cui il lettore non era costretto a leggere in un ordine definito, ma poteva seguire i Link (collegamenti) e scavare nel documento nel documento originale per trarne una breve citazione. Ted delineò un progetto chiamato Xanadu in cui tutta l’informazione mondiale poteva essere pubblicata sotto forma di ipertesto. Secondo Nelson, ogni citazione sarebbe stata dotata di un link con la fonte, garantendo agli autori originali una piccola ricompensa ogni volta che la citazione veniva letta. Ted Nelson sognava una società utopica in cui tutte le informazioni potessero essere condivise tra persone che comunicano su basi egualitarie, e lottò per anni per farsi finanziare questo progetto, senza successo. Contemporaneamente Doug Engelbart inventò il mouse, dando a tutti gli utenti la possibilità di interfacciarsi con le macchine in maniera aderente e naturale e la dorsale di Internet si espandeva sempre di più. In questo clima, Tim Berners-Lee affermò:
“Io ha avuto la fortuna di arrivare con gli interessi e l’inclinazione più adatti nel momento più propizio, quando l’ipertesto e Internet erano già grandi. A me non è restato che unirli in matrimonio“.
Il gruppo di lavoro del CERN creò un formato per i documenti ipertestuali che venne denominato HTML ( hyper text markup language ) ovvero il linguaggio di formattazione ipertestuale, progettato secondo la tradizione di flessibilità propria di Internet, affinché i computer potessero adattare i propri linguaggi specifici all’interno di questo formato condiviso, sovrimponendo tale formattazione al protocollo TCP/IP. Realizzarono, inoltre, l’HTTP (hyper text transfer protocol), un protocollo di trasferimento di ipertesti per guidare la comunicazione tra browser web e server web e crearono un formato standard per identificare un sito web, l’ URL (Uniform Recource Locator), che combinava l’informazione del protocollo applicativo con quella dell’indirizzo del computer che conteneva l’informazione richiesta. Il CERN distribuì gratuitamente il software chiamato WorldWideWeb su Internet, e rapidamente comparvero i primi siti Web creati dai principali laboratori di ricerca del mondo. Tim Berners-Lee considera il Web come
“…un tutto potenzialmente collegato a tutto, come un’utopia che ci regala una libertà mai vista prima e ci consente di crescere in modo più veloce di quanto non fosse possibile quando restavamo impelagati nei sistemi gerarchici di classificazione. Tutti i nostri precedenti metodi di lavoro diventano solo una strumento come tanti, le nostre paure del futuro un contesto fra tanti. E ciò rende i meccanismi della società più simili ai meccanismi della nostra mente”.
Tra i primi centri on-line nel Web vi fu il National Center for Supercomputer Application (NCSA) dell’Illinois Tra il personale c’era Mark Andreessen, uno studente universitario che lavorava part-time presso il centro a $6.85 l’ora.
“Al termine del 1992, Mark, terribilmente abile, decise che sarebbe stato divertente tentare di conferire al Web il ricco volto grafico e mediatico di cui era privo” . Il risultato fu il browser denominato Mosaic, progettato per funzionare su personal computer: nel novembre del ’93, Mark e il suo collaboratore Eric Bina, resero disponibile il programma gratuitamente sulla rete del NCSA; nella primavera del ’94 il software era già utilizzato da un milione di utenti. Andreessen e il suo gruppo vennero contattati da un leggendario imprenditore della Sylicon Valley, Jim Clark, con il quale fonderanno un’altra società, Netscape, che produsse e commercializzò il primo browser affidabile per Internet: Netscape Navigator, lanciato nell’ottobre del ‘94. Nuovi browser e motori di ricerca si svilupparono con grande rapidità, e il mondo intero abbracciò Internet, creando letteralmente una Rete di scala mondiale. Andreessen fece fortuna quando Netscape nel ’95 venne quotata in borsa mentre Tim Berners-Lee, il vero inventore del Web, non diventerà mai ricco. Mentre l’industria di Internet partiva a razzo dal nulla “al più grande accumulo legale di denaro mai visto nella Storia”, il Web si delineava anche come un’impresa non commerciale resa possibile da programmatori che non erano neppure nati quando fu creata Arpanet. Quando Tim Berners-Lee creò il software WorldWideWeb , non dovette chiedere il permesso di alterare il modo in cui operava Internet, dal momento che sono i computer collegati a ospitare i cambiamenti, non la parte centrale della Rete. Tim scrisse semplicemente un programma che funzionava con i protocolli Internet e convinse i suoi colleghi a cominciare a creare siti Web che si diffusero come un’epidemia e non con un atto di autorità.

Figura 2. Tim Berners Lee, il vero padre di Internet, inventore del world wide web.
CAPITOLO 2
Le Reti Peer to Peer (P2P)
2.1 Una nuova geometria di Rete
Le Reti peer to peer sono composte da personal computer collegati con connessioni Internet domestiche e ogni nodo è una zona quantistica incerta, pronta a scomparire non appena il suo proprietario spegne il portatile e lo rinchiude in una valigetta. […] Le Reti peer to peer non sono di proprietà di alcuna autorità centrale e non possono essere controllate, spente o ridimensionate da qualsivoglia autorità. Le società e le aziende possono programmare e fornire il software necessario per questo tipo di Rete ma queste Reti sono di proprietà di tutti e di nessuno. Sono infrastrutture magiche, reti le cui mappe formano strane topologie a infinite dimensioni di bellezza e di caos insuperabili, stravaganti ammassi tecnologici di fili contorti ad-hocrazie i cui membri operano ognuno nel proprio interesse. In poche parole, la tecnologia peer to peer è maledettamente perversa. È esoterica. Non si può bloccare. È divertente, molto divertente .
Ripercorrendo la Storia della Rete, è facile capire come essa, nella sua evoluzione, nasce come collegamento punto a punto tra computer (Arpanet) per poi mutare in una struttura gerarchica centralizzata (Web). Infatti i primi nodi di Arpanet erano indipendenti l’uno dall’altro e formavano una Rete decentralizzata dove ciascun nodo aveva la stessa possibilità. Con Tim Berners-Lee, il discorso cambiò: l’architettura del Web trasformò internet in una rete a struttura centralizzata cioè in un canale mono-direzionale dove un piccolo gruppo di utenti pubblica, e un gran numero di utenti usufruisce dei contenuti. All'epoca di Arpanet ogni calcolatore, oltre che scaricare, forniva i propri dati a tutti gli altri in un contesto essenzialmente bi-direzionale e di comunicazione tra pari. Nel Web, invece, la tipologia di comunicazione tra computer è essenzialmente client-server: Il client è l’utente che richiede l’erogazione di un sevizio (per esempio la visualizzazione di una pagina web), e il server è un supercalcolatore che trasferisce sulla macchina dell’utente (il client) il risultato dell’elaborazione richiesta. Questa struttura è fortemente centralizzata dato che le informazioni presenti nel Web stanno nei Server e quindi, chiudendo un server, si privano tutti gli utenti delle informazioni presenti al suo interno. Questa piccola postilla ci introduce nel discorso del Peer to peer, ovvero un'architettura di rete nella quale ogni computer ha uguali capacità e responsabilità. In questo tipo di Rete non esiste più una separazione tra colui che fornisce il servizio (server) e colui che ne usufruisce (client), ma ognuno può avere, a seconda della necessità, ciascuno dei ruoli o entrambi. Questo porta ad una situazione in cui lo scambio di risorse non è solo facilitato rispetto al rigido sistema di client-server, ma è anche più veloce e dinamico. Il termine P2P (peer to peer)può essere applicato a qualsiasi tipo di tecnologia di rete basata su una comunicazione di tipo punto a punto: Arpanet, le BBS di Fidonet e le prime IRC (internet reality chat) possono considerarsi reti p2p grazie alla loro struttura di Rete decentralizzata (o semi-decentralizzata in alcuni casi). Le Reti P2P sono definite ad-hocrazie ovvero gruppi spontanei che nascono e si organizzano in Rete per partecipare a progetti comuni o per gestire risorse in comune. Il calcolo comunitario (o calcolo distribuito) era già conosciuto da anni prima che Napster suscitasse la rabbia dell’industria discografica con il suo nuovo modo di usare i computer in Rete. Mentre Napster consentiva alle persone di scambiarsi brani musicali mediante la condivisione dello spazio su disco (file-sharing), le comunità per il calcolo distribuito, mettevano in comune i cicli di calcoli dell’unità centrale di elaborazione (CPU). Condividere l’Hard disk del proprio PC consente solo di mettere in comune e scambiare dati mentre, condividendo la propria CPU, i computer coinvolti nella Rete p2p formano un megacomputer con una possibilità di calcolo inimmaginabile ad un costo pari a zero; nella primavera del 2000, milioni di persone che partecipavano al progetto Seti@Home hanno volontariamente contribuito, con i processori dei loro PC, a elaborare dati importantissimi per le ricerche astronomiche. Ma del progetto Seti parleremo più avanti.
La forza di una metodologia P2P è relativa al potenziale sociale umano, non alla meccanica; la gente non si limita a partecipare ai progetti P2P, ci crede. L’hardware e il software la rendono possibile, ma la tecnologia P2P è potente perché nasce dall’attività collettiva di un gran numero di persone. La stessa attività collettiva che ha reso possibile Arpanet, le BBS e il Web.
“… La capacità di produrre una somma non-zero, il potere e il piacere del genere umano di fare qualcosa che arricchisce tutti, un gioco in cui nessuno deve perdere perché qualcuno vinca”.
Oggi, milioni di persone e i loro PC non stanno solo cercando messaggi dallo spazio o scambiandosi musica su Internet, ma seguono studi sul cancro, trovano numeri primi, restaurano vecchi film, fanno previsioni meteorologiche, inventano farmaci di sintesi, affrontando calcoli così impegnativi da essere stati fino ad oggi trascurati dagli scienziati. L’elaborazione distribuita si avvale di una immensa e sottovalutata fonte di potenza di calcolo che può essere moltiplicata senza costruire nuovi computer ma utilizzando semplicemente una risorsa che fin ora è stata sprecata: il differenziale fra la velocità di elaborazione elettronica e quella umana. Se digitate due caratteri al secondo sulla tastiera, state usando una minuscola frazione della potenza della vostra macchina. Durante quel secondo, molti computer da tavolo possono elaborare simultaneamente centinaia di milioni di operazioni. Quando i singoli computer che lavorano insieme on-line diventeranno più numerosi e potenti, aumenterà la velocità di trasmissione delle informazioni e si verificherà un’espansione della capacità di elaborazione talmente rilevante da comportare cambiamenti qualitativi nel modo in cui si useranno i computer.
Le cooperative sociotecniche peer to peer amplificano la potenza delle altre parti del puzzle di cui si compongono le Smart Mobs (folle intelligenti): i gruppi P2P, le reti sociali e le comunicazioni mobili moltiplicano gli effetti gli uni degli altri e, in un futuro che oramai è presente, ogni persona potrà contribuire alla nascita di una nube temporanea di potenza di calcolo distribuito di portata mondiale.
2.2 Seti@home: benvenute tutte le specie
Il progetto SETI (Search for Extra-terrestrial Intelligence) nasce per la ricerca di intelligenze extraterrestri. Il metodo di ricerca consiste nell'analizzare i segnali radio extraterrestri: eventuali anomalie di segnale vengono riscontrate e successivamente analizzare con la speranza di rintracciare segali di vita “aliena”. Più di due milioni di persone in tutto il mondo mettono a disposizione il tempo non utilizzato della CPU dei loro PC per analizzare dei segnali raccolti da un radioscopio a Portorico. Il radioscopio fornisce ogni giorno dati per 50 milioni di byte, molti di più di quanto i server del progetto Seti possano analizzare. E qui entra in gioco la comunità di calcolo distribuito. I partecipanti al progetto Seti@home installano un client software (scaricabile gratuitamente dal Web) che ha il compito di analizzare un minuscolo segmento di segnali del radioscopio e li elabora cercando indizi interessanti che possano far pensare a una vita intelligente. Quando il compito è esaurito, il programma trasmette i risultati alla sede centrale di Seti e raccoglie un’altra sequenza di segnali spaziali digitalizzati da esaminare. Se l’utente del computer utilizza il suo PC, il client Seti@home smette di funzionare fino a quando l’attività umana si ferma per più di qualche minuto.
David Anderson, del laboratorio per le scienze spaziali di Berkeley è il promotore tecnico del progetto. Racconta che un giorno, David Gedye, studente laureato della Berkeley, colpito dai documenti della missione Apollo dello sbarco sulla Luna, si chiese quale progetto contemporaneo avrebbe potuto avere un impatto simile: si convinse che avrebbe potuto affascinare il pubblico con Internet e il programma Seti.
Nel ’99 la Berkeley diffuse il programma su Internet è fu un boom incredibile: Anderson e Gedye speravano di raccogliere almeno 100 mila persone in tutto il mondo; non immaginavano minimamente che nella primavera dell’anno dopo Seti raggiungerà due milioni di utenti.
Dopo anni di onorato servizio, nel dicembre 2005 Seti@home chiude i battenti. L’annuncio è stato diramato sul sito ufficiale del progetto che ha preannunciato la distribuzione dell’ultimo pacchetto di elaborazione e di un memorandum che ne traccia la storia, i risultati raccolti e l’ importanza avuta da Seti nella storia del calcolo distribuito. Ma il principio non muore: la filosofia di Seti si perpetra nel progetto BOINC (Berkeley Open Infrastructure for Networking Computer) che sarà in grado di controllare più tipi di segnali e permetterà agli utenti di contribuire alla ricerca in più aree. Infatti l’obbiettivo di BOINC è rendere disponibili a progetti provenienti da aree diverse (biologia molecolare, astrofisica, climatologia) l’enorme potenza inutilizzata dei personal computer sparsi per il mondo. L’elaborazione distribuita rimane, dunque, un punto fermo di ricerca della Berkeley, l’Università che più ha fatto emergere la filosofia della collaborazione ed il principio della cooperazione informatica ai fini dell’ottenimento di un risultato utile condiviso.
2.3 Tipologie di Reti P2P
Le varie tipologie di Rete P2P si distinguono per la presenza o meno di uno o più Server, all’interno della rete stessa. In sintesi possiamo definire P2P puro una Rete in cui tutti i computer possono essere sia server che client (cioè peers, ovvero pari); mentre per P2P ibrido si intende una Rete che ha bisogno dei server per svolgere alcune funzioni vitali per il sistema. Ad esempio, il progetto Seti appartiene al p2p ibrido perché i pari che analizzano i vari pacchetti comunicano sempre con il server centrale sia per prelevare informazioni, sia per restituirle. Anche le reti IRC (Chat) e BBS possono considerarsi ibridi ma con una piccola variante: i server servono solo per l’autenticazione ed ogni pari si connette al server che permette agli utenti di entrare in Chat. In questo tipo di rete, che è stata storicamente la prima ad essere realizzata, è ancora fondamentale la presenza di un vero server: quindi questa è la forma di p2p che meno si avvicina allo stato d'arte del protocollo; inoltre è il più vulnerabile ai guasti in quanto un problema al server centrale farebbe crollare l’intero network.
Nelle Reti peer to peer pure, l’utente si comporta da client quando richiede l’accesso ad una risorsa posseduta da un altro peer, e da server se concede l’accesso ad una sua risorsa. Anche le piccole reti LAN (Local Area Network) aziendali possono considerarsi peer to peer pure in quanto tutti i computer condividono tutte le risorse a loro disposizione (stampanti, disco rigido, unità Zip).
Fondamentalmente le architetture P2P si possono distinguere in due grandi categorie: centralizzata e decentralizzata.
- Centralizzata: si tratta di un’architettura in cui esiste un nodo centrale (server) che mantiene gli indici delle risorse disponibili sui peer della Rete e gestisce le funzioni di ricerca. In questo tipo di struttura, ogni peer che richiede una risorsa effettua una ricerca sugli indici di un server il quale individua i peer in grado di soddisfare la ricerca. Una volta individuata la risorsa, viene stabilita una connessione diretta tra il peer che ha fatto la richiesta ed uno di quelli che hanno la disponibilità della risorsa cercata.
- Decentralizzata: non esiste un server centrale che effettua le operazioni di ricerca, ma ogni nodo che richiede una risorsa inoltra una richiesta ai peers più vicini che a loro volta la inoltrano agli altri peers. Il processo ha termine quando la risorsa è stata individuata.
Le Reti P2P pure e decentralizzate creano un nuovo tipo di comunicazione su Internet che possiamo definire many to many (da molti a molti) dove tutti hanno la possibilità di mettere a disposizione dell’intera comunità il proprio pensiero, la propria musica e le proprie idee senza nessuna forma di censura. In una rete centralizzata come il Web la comunicazione è mono direzionale: c’è un piccolo numero di utenti che pubblica On-line e gran numero di utenti che usufruisce passivamente dei contenuti. Ma quest’ultima affermazione non è del tutto vera dato che il Web (dai tempi di Tim Berners-Lee ad oggi) è cambiato: si è trasformato in un canale bi-direzionale che dà la possibilità a tutti gli utenti di interagire per risolvere i propri problemi, per cercare consigli utili, per diffondere le proprie idee (forum di discussione e blog), per comprare oggetti ad un prezzo abbordabile (e-Bay e aste on line) e persino per trovare la propria anima gemella. L’unica differenza tra le Reti pure P2P e il nuovo Web è la censura: tutte le informazioni presenti nel Web risiedono nei server e, per censurare qualcosa ritenuta offensiva o illegale, basta chiudere il server che contiene quel dato. Nelle reti P2P pure non è possibile censurare nessun tipo di dato perché ogni peer si comporta sia da client che da server (bisognerebbe eliminare tutti i peer della rete ma anche questo è impossibile). E’ questo il motivo per cui Cory Doctorow ha definito il P2P una tecnologia esoterica: perché non si può bloccare.
2.4 Napster ed il File-Sharing
Se il Web e le e-mail sono le applicazioni che hanno reso popolare Internet, Napster è la killer application che ha rivelato al mondo intero il potenziale dirompente del P2P.
Quando nel 1998 Shawn Fanning, studente della Northeastern University, iniziò a lavorare ad un progetto che mirava a facilitare la ricerca e lo scambio di canzoni nel nuovo formato MP3 , allora molto difficile da trovare nel Web, forse non si sarebbe mai aspettato quello che poi realmente successe. Fanning mise insieme alcune idee brillanti che circolavano negli ambienti legati al p2p, come quella di costruire un enorme database distribuito che consentiva ad ogni utente di mettere a disposizione un po’ di spazio su disco per la comunità che si scambiava i file. Dato che amavano la musica, non volevano spendere soldi per ascoltarla e possedevano un PC e collegamenti ad Internet ad alta velocità, gli studenti universitari di tutto il mondo scatenarono l’epidemia Napster. Nel ’99 Fanning lasciò l’università e si trasferì in California dove fondò Napster.inc. Nacque così il primo programma di file sharing dedicato esclusivamente alla musica. Napster diventò in poco tempo la maggiore comunità per lo scambio di file musicali del mondo perché la ricerca era semplice, disponeva di un’interfaccia user-friendly e permetteva agli utenti di comunicare fra loro con messaggi istantanei.
“La Rete sociale moltiplicò l’impatto della rete di computer” .
Gli utenti di tutto il mondo comunicavano, si scambiavano le liste dei file posseduti alla ricerca delle novità musicali appena uscite sul mercato e già disponibili in Rete, a costo zero.
“[…] La genialità di Napster sta nel fatto che l’aumento di valore dei database con l’aggiunta di nuove informazioni è la conseguenza naturale dell’uso che ogni persona fa dello strumento nel proprio interesse “ .
Nel luglio del 2001, l’apice di diffusione di Napster raggiunse 70 milioni di utenti in tutto il mondo che si scambiavano 2,7 miliardi di file al mese.
“Ciò che contraddistingue il peer to peer è il grado in cui il potere della tecnologia dipenda della Legge di Metcalfe .Alla fine, un programma di videoscrittura è sempre la stessa cosa sia che voi siate l’unico utente oppure il milionesimo: la sua utilità non cambia. Napster, invece, non è Napster se lo utilizzate soltanto voi. Napster è solo una cartella piena di MP3 se voi siete l’unico utente. Napster non vi dice di condividere con altri i file, ma il sistema è organizzato in modo che i file che avete sottratto possano essere sottratti.[…] Ciò che può fare una rete peer to peer è fornire un pascolo dove le pecore evacuano erba, dove ogni utente fornisce le risorse che consuma”.
Nessun programma nella storia dell'informatica ha avuto una crescita così rapida, e quello che sembrava un gioco da ragazzi cominciò a preoccupare molti. Le case discografiche e soprattutto le grandi multinazionali organizzate nella RIAA si scagliarono contro di utenti Napster, rivendicando i diritti d'autore dei brani musicali scaricati e condivisi; anche molti artisti denunciarono Napster, primi fra tutti, il gruppo rock dei Metallica.
La RIAA (Recording Industry Association of America) intraprese una battaglia legale contro Napster che si concluse con una sentenza che obbligava il Network a ritirarsi dalla Rete fino a che non fosse riuscito a dimostrare di essere in grado di bloccare tutte le opere soggette a copyright. Si stabilì che gli artisti avrebbero avuto il diritto di scegliere i brani che potevano essere condivisi all’interno della comunità, impegnandosi, di tanto in tanto, a rendere disponibile altro maternale. Nei primi di ottobre del 2001 cominciarono a circolare voci su una possibile vendita del network e nello stesso mese Napster si alleò con Bertelsman, il colosso tedesco proprietario della BMG, un ex nemico che insieme alle altre case discografiche della RIAA aveva intentato il processo. Venne ufficialmente annunciata la futura trasformazione di Napster in un sito a pagamento, senza precisare come e quando. Il 12 febbraio 2002 la Corte d'Appello ribadì la condanna di Napster stabilendo in maniera inequivocabile la sua responsabilità se sui suoi server circolava materiale protetto da copyright. I giudici, con questa sentenza, hanno ribadito che il principio del diritto d'autore, come lo si conosceva da sempre, non si tocca e non hanno voluto, o non hanno potuto, dare un'interpretazione che tenesse conto della realtà di Internet. Tutti i nemici di Napster, dopo la sentenza, festeggiarono ma, quella vittoria di principio, rischiava di trasformarsi in una sonora sconfitta. Prima di tutto c'è da dire che questo caso riscosse un grande interesse dei Media che diffusero la notizia in tutto il mondo: di conseguenza tutto il mondo seppe che su Internet si può scaricare musica gratis. Da allora i software p2p alternativi a Napster si diffusero a macchia d'olio. Le case discografiche si trovarono ad aver chiuso una scatola vuota, rendendosi conto che promuovendo l'azione legale contro Napster non avevano fatto altro che pubblicizzare il file sharing su Internet (cioè una pubblicità a favore di quello che si voleva impedire). Eban Moglen, professore di Diritto alla Columbia Law School afferma: "hanno cercato di assassinare Napster, ma in realtà si sono tirati da soli un colpo in testa […] questo è un classico caso di come una vittoria legale si trasformi in una sconfitta del mondo". Mark Cuban, fondatore di Broadcast.com, dice: "probabilmente questo passerà alla storia come il più stupido affare mai fatto: aver chiuso la porta in faccia alla più grande comunità di potenziali compratori di musica della storia del mondo".
Nel giugno del 2002 Napster dichiarò fallimento dato che la neonata comunità del file-sharing musicale non era abituata a pagare per scaricare file.
Analizzando tecnicamente l’architettura di Napster possiamo individuare il problema che ha permesso al Governo e alle case discografiche di fermare questa epidemia/rivoluzione: la tipologia di questo Network appartiene alla categoria di peer to peer ibrido e centralizzato.
Figura 3. La Rete Napster
Sebbene gli utenti del sistema ospitassero sui propri hard disk i file musicali che si scambiavano, dovevano passare da un server centrale per trovare il brano desiderato e poi collegarsi con gli utenti che lo possedevano. Proprio il controllo sul server centrale si rivelò essere il tallone di Achille che rese il sistema vulnerabile dal punto di vista legale. I programmatori, con questa esperienza, capirono che la strada giusta per implementare il protocollo p2p era quella della decentralizzazione delle reti e l'eliminazione dei server.
2.5 GNutella: primo file sharing p2p serverless
GNutella nasce nel marzo 2000, dall'idea di due programmatori della NullSoft, come sistema di file sharing completamente decentralizzato e privo di server centrali con l'obiettivo di favorire la condivisione di contenuti attraverso Internet. Nullsoft (di Tom Pepper e Justin Frankel) nel 1997 aveva già avuto un’enorme successo per aver creato un client software per ascoltare musica in formato MP3 chiamato Winamp: se Mosaic aveva reso immediatamente popolare il World Wide Web, Winamp amplificò l’effetto Napster. Il software era disponibile on-line e si poteva scaricare con un pagamento volontario dell’utente (Shareware). Ebbe una diffusione talmente massiccia che AOL (America Online) nel 1999 acquistò Nullsoft. Tom Pepper e Justin Frankel erano dipendenti a tutti gli effetti della AOL quando iniziarono a lavorare ad un programma per lo scambio di file che non si degradasse e che fosse indistruttibile: volevano realizzare una rete distribuita perfetta come quella teorizzata da Paul Baran . Si dice che il proprietario di Nullsoft, AOL, cercò di opporsi allo sviluppo di questo progetto ed era intenzionato a chiudere Nullsoft. Ma gli ideatori di GNutella distribuirono ugualmente il programma con licenza Open-Source. Nonostante la prima versione di GNutella fu disponibile on-line solo per poche ore una moltitudine di utenti lo scaricò. Dato che il programma conteneva i codici sorgente, necessari per le modifiche, una folta comunità di appassionati ne fece, in breve tempo, un lavoro collettivo per cercare di rendere il programma sempre più efficiente: quel principio nato dal basso che aveva generato le BBS e il Web, colpì ancora una volta.
Il sistema consentiva lo scambio non solo di file musicali, ma di video, testi e qualsiasi altro contenuto convertibile in formato digitale.
Nella Rete GNutella gli utenti si mettevano in contatto tra loro, senza passare attraverso nessun server: il software funzionava sia come motore di ricerca, sia come mezzo per scambiare i file. I fondatori paragonano il programma al “gioco del telefono” e sostengono che il servizio era stato progettato per essere anonimo, per sopravvivere ad una guerra nucleare e per far fronte a una banda di voraci avvocati . I programmatori, infatti, conoscevano bene il tallone di Achille di Napster e progettarono GNutella in modo che ogni utente fosse comproprietario e controllore del sistema. Il dogma centrale del culto del p2p è quello che ogni client è server e Gnutella , nella sua struttura di Rete, ristabilisce la simmetria originaria di Internet e cioè che ogni nodo ha le stesse possibilità e responsabilità (tutti peer). Quindi il valore di GNutella dipende esclusivamente dalla collaborazione volontaria degli utenti che devono immettere nel sistema informazioni, oltre che usarle. Ed è proprio questo il punto debole di questa Rete: si calcola che il 70% degli utenti non mettano in comune i loro file ma si limitano a scaricare dati senza dare nulla in cambio.
Figura 4. La Rete Gnutella
La tecnologia p2p permetterà di costruire beni pubblici che possano sopportare un gran numero di “scrocconi”, o il loro uso da parte delle persone che la vogliono solo sfruttare finirà col distruggere la cornucopia del p2p?
2.6 Bittorrent : Welcome to the Future
Bittorrent rappresenta una grande innovazione rispetto ai tradizionali sistemi p2p descritti finora. Il software è stato creato da Bram Cohen, conosciuto per essere l'organizzatore del CODECON (famosissimo raduno di hacker, esperti di applicazione P2P e di sicurezza on-line, fortemente orientato alla tutela delle libertà individuali). Il programma è scritto in linguaggio Pyton ed è open source. A differenza dei tradizionali sistemi di file sharing, l'obiettivo di Bittorrent è quello di fornire un sistema efficiente per distribuire lo stesso file verso un maggior numero di utenti possibili sia che lo stiano prelevando (download) che inviando (upload). Si tratta quindi di un meccanismo per coordinare in modo automatico il lavoro di una moltitudine di computer, ottenendo il miglior beneficio comune possibile. I file distribuiti in Bittorrnet possono essere di qualsiasi tipo e, per facilitarne la trasmissione, il file originale viene spezzettato in tanti piccoli frammenti che poi saranno ricomposti a destinazione. Questa soluzione permette di arrivare a velocità di download spesso molto vicine al proprio limite massimo di banda. L'utente che vuole utilizzare questa tecnologia deve possedere innanzitutto un Tracker Server, cioè un programma in grado di riconoscere i file .Torrent : il più usato è Azureus. La ricerca dei file (per ora l'unico punto debole di questa tecnologia) avviene attraverso il Seeding (inseminazione): l’utente cerca sul Web (o su altri circuiti di file sharing) il seme del file torrent che desidera scaricare. Questo file è piccolissimo (pochi kilobit) e contiene tutte le informazioni necessarie che descrivono il file da prelevare o trasferire: questo file svolge la funzione di indice e possiede la descrizione di tutti i frammenti in cui è stato suddiviso il file originale, incluse le chiavi crittografiche che garantiscono l’integrità dei vari pezzi. Appena trovato il file seme desiderato, lo si importa nel Tracker Server posseduto: per iniziare il download, Bittorrent ha bisogno di trovare in rete almeno una copia completa di tutti i frammenti del file originale. La cosa interessante è che mentre lo si sta scaricando, questo file viene diffuso in parallelo a tutti i computer, utilizzando una parte della banda dell’utente non impegnata nel durante il trasferimento. Grazie a questo sistema, ogni nodo contribuisce inevitabilmente alla diffusione del file: questo metodo ha il pregio di ridurre l’impatto della cosiddetta “Leech resistance” (in italiano “resistenza alla sanguisuga”), condizione che si manifesta nel momento in cui sulla rete sono presenti molti utenti che desiderano scaricare più velocemente possibile, per poi disconnettersi appena terminato il download, senza consentire agli altri il prelievo. Tra Bittorrent e gli altri sistemi p2p più conosciuti vi sono due principali differenze:
- Prima di tutto B.T. non ha la ricerca dei file per nome: l’utente deve prima prelevare da un sito Web il file torrent desiderato.
- inoltre B.T. non nasconde affatto l’ultimo Host responsabile della disponibilità di un dato file e quindi è molto facile identificare l’utente colpevole di aver violato il copyright.
Un’ altro grosso svantaggio di B.T. è che i file muoiono con facilità perché il programma è stato pensato più per diffondere che per condividere. Per la sua natura trasparente e per il notevole risparmio di banda che procura , B.T. è probabilmente il protocollo di condivisione di file più utilizzato per scopi legali, che cioè non violano il diritto d’autore. Esempi di questo tipo sono le distribuzioni GNU Linux e di Trailer Cinematografici di grosse dimensioni. E’ ben noto che BT è stato utilizzato per distribuire copie di alta qualità del film The Matrix Reloaded, pochi giorni dopo che venne proiettato per la prima volta nelle sale. Nel Luglio 2005 la Opera Software, produttori del famosissimo browser Opera, antagonista di Internet Explorer e di Modzilla, ha introdotto una nuova versione del programma capace di riconoscere i file torrent: spiega Hristen Krogh, VP Engineering di Opera Software : “ l’impressionante risposta, con oltre 100 download al secondo, ha finito per mettere KO i nostri server”. Quindi il futuro riserva un posto in prima classe per la tecnologia Bittorrent che verrà utilizzata per gli scopi più svariati e si fonderà con altre tecnologie. Bittorrent rende possibile una nuova geometria di comunicazione che possiamo definire many to many (da molti a molti): un comunicazione a cascata dove ogni utente, oltre che scaricare, diventa ripetitore del segnale stesso. L’utilizzo di Bittorrent permette applicazioni impensabili fino a qualche anno fa: la p2p Streaming TV e la telefonia globale gratuita di Skype sono il naturale passo evolutivo dell’applicazione del protocollo Bittorrent.
2.7 Peer to peer Streaming TV
Arriva dalla Cina la nuova rivoluzione che farà tremare ancora di più le fondamenta della grande industria musicale e cinematografica mondiale.
Si tratta della p2p streaming tv e consente a tutti gli utenti appassionati di calcio di vedere in anteprima tutte le partite di Champions League senza pagare un centesimo. I calciofili incalliti e squattrinati che desiderassero usufruire di questa tecnologia hanno semplicemente bisogno di una connessione a banda larga e di un programmino freeware per effettuare lo streaming (senza ne parabola ne decoder). Funziona così: c’è un computer a monte della Rete che riceve il canale televisivo, fa da ripetitore al segnale e mette in moto un meccanismo di scambio file che possono essere decodificati dagli utenti tramite il programma scaricato (PPlive, PPstream, QQlive e Sop). Questi software lavorano su due versanti: da una parte indirizzano l’utente sui canali distribuiti via Web dai Broadcaster e dall’altra sfruttano il p2p attraverso uno schema distribuito dove ogni utente diventa ripetitore del segnale digitale condividendo il flusso dati man mano che lo visualizza. In Germania, Cybersky TV, uno dei primi servizi di questo genere in Europa ha da poco chiuso i battenti a causa di un’ingiunzione giudiziaria. I cinesi la fanno da padroni tanto che la maggior parte della programmazione è in lingua cinese, ma alcuni canali sono in lingua inglese e con sottotitoli in cinese: Coolstreaming è il software del genere più scaricato (1,5 milioni di Download). L’equipe di Coolstreaming.it ha lanciato il progetto di costruire la prima P2P TV italiana rivolgendo l’invito a grandi e piccole emittenti di sfruttare la Rete p2p per abbattere i costi dello streaming di una Web TV. Il mercato cinese di pay-tv è ristretto e il fenomeno del Coolstreaming rimane di nicchia; ma l’industria dell’intrattenimento globale deve ora guardare in faccia agli effetti che le p2p television avranno (hanno) nei mercati europei e statunitensi. Naturalmente maggiore sarà il numero degli utenti con banda larga e maggiore sarà la minaccia. In Italia e in Europa i diritti televisivi degli eventi sportivi più interessanti possono essere visti solo a pagamento. Ma tali eventi richiamano pubblico da tutto il mondo e quindi i diritti TV vengono acquistati anche da emittenti extracomunitarie che, a differenza delle nostre emittenti, trasmettono in chiaro e rendono fruibili a tutti le loro trasmissioni attraverso video streaming su Internet. Un sito tutto italiano (Calciolibero.com) si occupa di ricercare e catalogare tutte queste emittenti rendendo disponibili al pubblico italiano informazioni sugli eventi sportivi. Una volta individuata l’ora e la data della partita desiderata, tramite il programma Coolstreaming, l’utente riceve sul suo computer il video e l’audio e allo stesso tempo ne rimanda una parte ad altri utenti. Il funzionamento è simile a quello di Bittorrent , un software che in pochi mesi è diventato l’incubo di Hollywood visto che consente la condivisione illegale degli ultimi successi cinematografici. Il segreto sta tutto nel sistema di distribuzione che sfrutta il principio a cascata del peer to peer: gli utenti non sono solo dei ricettori ma, dal momento che cominciano a ricevere i dati, diventano anch'essi parte del sistema distributivo. In questo modo lo streaming non incontra alcun problema di congestionamento, perché all'aumentare dei computer collegati, e quindi riceventi, aumentano in perfetta proporzione anche le fonti di trasmissione: è un p2p puro. In seguito ad un esposto effettuato da SKY, la Guardia di Finanza di Milano ha eseguito una serie di provvedimenti contro Coolstreaming e Calciolibero: i gestori del Sito sono stati iscritti nel registro degli indagati per aver violato le norme sul Diritto d’ Autore. I due siti sono stati accusati di aver consentito la visione delle partite del campionato italiano di serie A e B. Ma i siti in questione non diffondevano contenuti illegali ma davano solo alcune informazioni e link su come rintracciare i canali cinesi. Inoltre, i contenuti video diffusi dalle emittenti straniere sono legalmente acquistati (compreso il diritto di riproduzione meccanica) . L’azione della Magistratura appare piuttosto contorta dato che si accusano i siti solo di aver fornito i link cinesi: i siti non hanno diffuso nessun materiale coperto da copyright. Naturalmente chiudere monte questo sistema è impossibile dato che i cinesi pagano per quella programmazione. Intanto Coolstreaming ha trasferito il suo dominio negli USA (Coolstreaming. us), dove avrà sicuramente meno problemi ed ha già messo on line una nuova versione, a scanso di equivoci ora priva di link e di indicazioni sulle parte di calcio. Prima gli appassionati di musica, ora i calciofili telematici, domani tutta la Comunità Internet: dove ci porterà il p2p?
Se oggi abbiamo la possibilità di condividere tutti i tipi di formati digitali attraverso la Rete, domani potremo condividere on-line qualcosa di più profondo come delle decisioni?
Si passerà dal file sharing al social sharing (vale a dire un contesto dove lo scambio dati comprenderà centinaia di altre tipologie)?
Il p2p migrerà dunque verso una forma di PnetP, dove la condivisione dati sarà ampia e avverrà all’interno di network sociali sempre più strutturati?
2.8 SKYPE: telefonia globale
Le applicazioni p2p sono tecnologie dirompenti sempre pronte a rovinare la festa alle grandi multinazionali dell’intrattenimento: piccoli team con ottime idee possono sviluppare i loro progetti e creare società in grado di poter sfidare le grandi aziende. La telefonia p2p è il naturale passo successivo all’applicazione di questo protocollo di Rete. La tecnologia VoIP (voice over internet protocol) rende possibile effettuare una conversazione telefonica sfruttando una connessione Internet o un’altra rete dedicata che utilizza protocolli IP (LAN). Ciò permette di eliminare le centrali di commutazione e di economizzare sulla larghezza di banda impiegata. Vengono instradati sulla rete pacchetti di dati contenenti le informazioni vocali digitalizzati. I vantaggi delle tecnologie VoIP rispetto alla telefonia tradizionale si annoverano:
- Minor costo per le chiamate, specialmente su lunghe distanze.
- Minor costo dell’infrastruttura (il tuo PC è l’infrastruttura).
- Nuove funzioni avanzate.
- Le implementazioni future non richiederanno la modifica hardware
La telefonia Internet esiste da anni ma non ha mai raggiunto un Range sufficiente di utenti per vari motivi:
- I prodotti che hanno un vero vantaggio costo-risparmio rispetto ai telefoni normali non sono di pari qualità.
- La percentuale delle chiamate andate a buon fine è estremamente bassa a causa dei firewall e della Network Address Translation che non permettono al 50% dei computer privati di comunicare con tecnologie VoIP.
- L’interfaccia utente è generalmente complessa e richiede una grosso lavoro di configurazione.
- Latenza comunicativa e bassa integrità dei dati (voce distorta).
SKYPEè il software di nuova generazione che ha permesso il superamento di questi problemi: esso dispone di un’interfaccia user-friendly e, grazie al protocollo p2p completamente decentralizzato ha superato il problema della comunicabilità tra tutte le piattaforme mondali con Address diversi. La comunicazione tra utenti Skype è gratuita (così come il software che è freeware) mentre se si desidera chiamare numeri fissi o mobili, si paga un prezzo incredibilmente basso. Il programma dispone di un elenco dei contatti dove è possibile sapere se l’utente che si desidera chiamare è on line; inoltre tutte le chiamate sono criptate end to end e consentono un livello di privacy superiore. Le cifre di Skype sono più impressionanti di quelle di Napster:
205.138.133 di download il 15/11/2005 e circa due milioni di utenti on line di media .
Le compagnie telefoniche sono l’ennesima vittima delle tecnologie p2p: dopo le major musicali/cinematografiche e le payTv Europee, anche gli operatori di rete stanno per essere detronizzati dalle loro comode poltrone. In questo caso, la particolarità sta nel fatto che proprio coloro che posseggono fisicamente l’infrastruttura comunicativa, che ci permette di connetterci alla Rete, di fare telefonate e di vedere film on demand, sono minacciati dalla loro stessa infrastruttura che permette di comunicare gratis, scaricare film, mp3 e di vedere la nostra squadra del cuore sempre gratis. La minaccia per gli operatori di rete è grande e dovrebbero correre già ai ripari; ma oramai è troppo tardi.
Fra poco tempo non avremo più bisogno di loro.
2.9 Reti p2p e tecnologie senza fili
“Siccome nessuno controllava cosa la gente facesse in Internet, milioni di persone hanno inventato cose nuove da fare in Rete. Hanno prodotto innovazione perchè avevano garantito il diritto di pubblicare pagine Web […]. Questa innovazione esplosiva si è verificata perché Internet rappresentava una proprietà di tutti, un bene comune d’innovazione, non era qualcosa da accaparrarsi ad un’asta. Gli uomini politici, che con Internet senza fili hanno la possibilità di creare un ulteriore bene comune, vogliono invece vendere al miglior offerente il diritto all’innovazione. Siamo ad un punto critico in cui si tratta di scegliere quale strada seguire e il problema è che la maggior parte di coloro che contano nel determinare le politiche della comunicazione senza fili sono appassionati dirigisti. Sono i Soviet del nostro tempo. Pensano che l’unico modo di far funzionare l’economia sia che il governo decida chi debba usare l’etere e a quali condizioni. Temo che la mentalità da Soviet distruggerà l’innovazione. Invece di un controllo dall’alto, avremo bisogno di opportunità decentralizzate di produrre innovazioni e di cercare nuovi utilizzi del mezzo”.
Il termine WiFi si riferisce ad uno standard tecnico ratificato dalla Federal Comunications Commission nel 1999 che definisce il modo in cui i dati possono venire trasmessi attraverso una piccola porzione dello spettro radio disponibile senza licenza. Sebbene la maggior parte dello spettro elettromagnetico sia bloccato dai governi per usi militari o commerciali, una piccola parte è rimasta disponibile a tutti (ciò che permette il funzionamento di cancelli automatici, telefoni cordless e Reti wireless clandestine).
Tutti i computer dotati di una scheda 802.11b, di facile istallazione, possono collegarsi alla Rete senza fili, usando un unico collegamento Internet.
Queste Reti non sono totalmente gratuite, ma hanno un prezzo abbordabile e possono essere gestite in modo autonomo senza ricorrere ad un gestore unico. Funzionano in questo modo: qualcuno compra un collegamento ad Internet ad alta velocità da un provider (a monte) per poter far funzionare la comunità senza fili (a valle); in questo modo gli utenti hanno la possibilità di fare cose che solo gli operatori di Rete potevano permettersi in passato (VoIP) . Il Wireless è senza ombra di dubbio lo strumento migliore per portare on line la maggior parte della popolazione mondiale: esso rappresenta il mezzo grazie al quale si possono portare i servizi Internet ad alta velocità a quello che è comunemente detto “the last mile” (ultimo miglio), ovvero il collegamento fra i computer o i dispositivi mobili dei privati e le reti veloci a fibra ottica che fanno girare i dati in tutto il mondo.
Nel secolo scorso la creazione dei collegamenti via cavo ha sconvolto le vecchie abitudini sociali, producendone nuove. L’eliminazione dei cavi nel prossimo decennio provocherà una nuova rivoluzione non meno radicale:
- Le Reti di telecomunicazione saranno accessibili in luoghi dove prima non era economicamente conveniente portare i cavi (zone a bassa densità popolare).
- Svincolare la Rete dai cavi consentirà ai dispositivi informatici di colonizzare il mondo: l’uso del computer on-line sarà possibile ovunque.
- Le alte velocità di trasferimento dati moltiplicheranno l’effetto di Internet in maniera oggi imprevedibile.
Oggi i collegamenti WiFi crescono sempre di più: San Francisco in California è la prima città al mondo dove si può accedere gratuitamente ad Internet da qualsiasi posto; Berlino è all’avanguardia in Europa ed anche in Italia si comincia a muovere qualcosa. A Roma ad esempio, molte Ville Comunali (Villa Borghese, Stazione Termini) mettono a disposizione di tutti collegamenti Internet senza fili, gratuiti per un’ora al giorno (per più ore si paga un piccolo abbonamento). Inoltre nel Web sono disponibili delle mappe che individuano dei punti di accesso a reti senza fili.
Oggi la comunità di Internet (cioè tutti noi), con l’uso di strumenti venduti in negozio, a buon mercato e un po’ di ingegno ha la possibilità di costruire autonomamente la propria infrastruttura di Rete. E’ senza fili, è anarchica ed è il peggior incubo del vostro Internet Service Provider.
La condivisione degli strumenti, il principio base dell’etica hacker delle origini, è lo stesso principio che spinge la comunità Wireless ad accelerare la crescita del proprio movimento ed a rivendicare il diritto ad un bene pubblico.
Ma cosa centra il WiFi col p2p? Semplice: WiFi + P2P = futuro di Internet.
Prendete il peer to peer e la filosofia che consente di condividere file, banda e calcolo tra utenti senza passare da un server centrale; aggiungetevi il WiFi, la tecnologia che permette di accedere alla Rete senza cavi, attraverso un sistema di radiotrasmissione comune (802.11b) e avrete FON . Il progetto Fon nasce in Spagna ed ha l’obbiettivo ambizioso di sviluppare una nuvola di connettività wireless, in modalità WiFi, attraverso la condivisione della connessione a banda larga degli utenti di tutto il mondo. Fon si propone di tracciare una mappa globale di persone pronte a mettere a disposizione i loro router WiFi e dunque la propria banda all’accesso di altri utenti. Aderendo al movimento, si ha il diritto a utilizzare la connettività degli altri componenti della comunità senza pagare. Ma da questa estate sarà disponibile anche la versione commerciale del software che permetterà anche a chi non condivide una connessione di utilizzare gli hot-spot wireless pagando un abbonamento di 5 euro al giorno (cifra piuttosto alta). Gli utenti che metteranno a disposizione la loro connessione avranno due scelte: potranno scegliere di utilizzare tutti gli access point della Rete in maniera gratuita o potranno rinunciare a tale possibilità ma rivendicare un contributo economico, legato ai guadagli di Fon sugli utenti paganti . Fon ancora deve iniziare la propria avventura e già incassa i primi successi: il più significativo è quello della partecipazione di Google e Skype e di altre Venture Capital in grado di apportare in tutto altre 20 milioni di dollari. Nel direttivo di Fon entreranno a far parte Mike Volpi (Cisco) e Niklas Zennstòrm (firmatario del progetto Skype), il che implica l’immediata ambizione per un progetto nato sotto i migliori auspici. E’ lo stesso presidente di Fon (Varasaysky) a sottolineare la natura p2p della propria creatura: il Fon descrive nelle interviste di rito come “ un Foneros debba donare la propria connessione per partecipare alla condivisione di Rete prevista del servizio“. Il tutto ha risvolti interessanti soprattutto sotto il punto di vista delle opportunità legate al VoIP, in quanto permetterebbe l’estensione di una rete che, in tutto e per tutto, sarà in grado di sostituire le funzionalità delle reti GSM e UMTS. I telefoni WiFi potrebbero dunque essere una delle prime tecnologie innovative finanziate dal progetto Fon (questo ha suscitato l’interesse di Skype e Google). E’ inevitabile che il periodo di prova di questa tecnologia sarà caratterizzato dall’entusiasmo di qualcuno, la voglia di innovazione di pochi, i dubbi e lo scetticismo di tanti: ma io credo che questo faccia parte di un processo evolutivo inarrestabile che porterà all’estinzione dei grandi dinosauri della comunicazione. L’architettura p2p permette di distribuire l’investimento sugli utenti man mano che si connettono offrendo un prezzo vantaggiosissimo per tutti. Mentre se la Rete di connessione Wireless ad Internet è costruita da poche aziende con infrastruttura centralizzata, ci vorrà un’enorme investimento iniziale per le aziende, che verrà recuperato in molti anni facendo pagare agli utenti un prezzo relativamente elevato. Secondo Paolo Nuti, presidente della McLink, la diffusione delle reti di tipo WiFi potrebbe essere contrastata proprio dai dinosauri delle comunicazioni che devono difendere gli enormi investimenti effettuati sull’UMTS .
2.10 Conclusione
La musica, il cinema la telefonia hanno dinanzi, al pari di tutti gli altri settori, un futuro altamente interconnesso, fatto di network sociali, comunicazioni istantanee multidimensione, delocalizzate, multipiattaforma. Un futuro condiviso. Il primo cambiamento inevitabile sarà quello del passaggio dal file sharing al sociale sharing, vale a dire un contesto in cui lo scambio di dati comprenderà centinaia di altre tipologie di scambio (contatti, bookmarks, dati lavorativi, ecc). Nel social sharing non sarà più immaginabile limitare la condivisione di dati, audio o video, annegati come saranno all’interno di altri dati e macro strutture di dati. Non sarà più possibile controllare la scambio in un ambiente fatto di miliardi di scambi al minuto. Non sarà realizzabile un monitoraggio del flusso dei dati perché non esisterà più solamente la rete da controllare ma qualunque strumento digitale sarà la Rete e parte della Rete allo stesso tempo. Il p2p migrerà in una forma di PnetP, dove si interagirà all’interno di condivisioni di dati più ampie e all’interno di network sociali sempre più strutturati. Questo scenario farà emergere una nuova forma di utente (file-networker) in grado di creare autonomamente network sociali. La sfida del futuro mercato del PnetP sarà quella di accaparrarsi i migliori file-networker: quelli che oggi chiamiamo “scrocconi” (swappers) diventeranno i protagonisti della Rete sociale di domani. Quando i dinosauri della comunicazione saranno estinti, quando ognuno di noi potrà connettersi alla Rete sfruttando l’infrastruttura costruita dalla Rete sociale stessa, quando lo scambio di dati, file ecc. diventerà una routine, quando il mondo riuscirà a prendere decisioni sociali on-line, che cosa faranno le multinazionali? Che cosa faranno gli Stati di tutto il mondo quando questo nuovo tipo di comunicazione sovvertirà l’economia, il Diritto e i rapporti sociali? Con il PnetP ci sarà più democrazia nel mondo virtuale e nel mondo reale? E il vecchio diritto d’autore, violato dal p2p in ogni suo punto, che strada intraprenderà? Punire o legalizzare il p2p?
Gli utenti ben organizzati via Web, possono diventare soggetto mediatico, politico, sociale “forte”, in grado di avere voce in capitolo su qualsiasi materia di interesse. L’aggregazione via Web sta avendo successi in progetti come Wikipedia, dove utenti sconosciuti, uniti solo dall’intento etico comune, stanno raccogliendo milioni di pagine di sapere a disposizione di tutti. Ma la vera svolta tecnologica avverrà con il PnetP che darà ad ognuno di noi la possibilità di diventare a nostra volta un “Media”. Immaginiamo di poter produrre un filmato, montarlo, distribuirlo, avvisare in tempo reale tutti gli utenti interessati, raccogliere commenti e critiche, ad un costo pari quasi a zero.
Che effetto potrà avere questo nuovo impatto mediatico?
Quando il PnetP sarà una realtà, allora Internet avrà un impatto senza precedenti sulla vita delle persone ed inevitabilmente, sui Media, sul mercato e sulle Istruzioni. Nel prossimo capitolo vedremo che questa rivoluzione digitale sta già avvenendo.
“La storia della creazione e dello sviluppo di Internet è quella di una straordinaria avventura umana. Essa sottolinea la capacità degli individui di trascendere gli scopi istituzionali, superare le barriere burocratiche e sovvertire i valori costituiti nel processo di accompagnamento di un nuovo mondo. Fornisce anche un sostegno all’idea che la cooperazione e la libertà di informazione abbiano una capacità conduttiva dell’innovazione superiore a quella della concorrenza e dei diritti di proprietà […]. In realtà la produzione storica di una data tecnologia determina i suoi contenuti e le sue utilizzazioni in modi che durano al di là dei suoi primi passi, e Internet non sfugge a questa regola” .
CAPITOLO 3
IL DIRITTO D’AUTORE E LA RETE
3.1 Premessa
Fino ai primi anni ’90 gli unici formati-supporti conosciuti e usati dalla comunità mondiale erano di tipo analogico: si associava automaticamente un testo ad un giornale o libro, un contenuto audio/video ad una cassetta/videocassetta o alla televisione. Grazie a questa associazione i contenuti audiovisivi non soffrivano in maniera rilevante del fenomeno delle copie non autorizzate: l’unica forma di duplicazione possibile era su nastro magnetico, mediante quindi un procedimento di tipo analogico. Naturalmente ciò provocava una perdita di qualità all’aumentare delle copie effettuate. Questo assetto si è alterato quando le tecnologie digitali si sono evolute tanto da riuscire a gestire efficacemente tutti i tipi di contenuti multimediali. Oggi su Internet si possono leggere, scaricare, manipolare, duplicare tutti i tipi di contenuti (audio, video, txt) grazie alla loro conversione in formato digitale: inoltre è da tener presente che la qualità dei contenuti digitali non si degrada all’aumentare delle copie effettuate dato che ogni file duplicato ha una sequenza numerica binaria identica all’originale. Quindi la duplicazione e la distribuzione illegale su vasta scala è facile ed economicamente alla portata di chiunque ed ha provocato un’entropia nel mondo dei Media creando un nuovo paradigma commerciale: da distribuzione e vendita di beni tangibili a distribuzione e licenze d’uso di beni intangibili.
Tali sconvolgimenti oltre ad avere conferito ad Internet una dignità di supporto paragonabile a quella dei media tradizionali, hanno evidenziato da un lato nuove ed interessanti modalità distributive ed opportunità di profitto, ma dall’altro lato, la necessità di tutelare i diritti dei vari attori presenti nella nuova catena di distribuzione dell’opera.
Il mix di nuova tecnologia + nuovo supporto è micidiale: con una connessione a banda larga, un masterizzatore e un programma di file sharing, ogni utente può tranquillamente mettere alle corde il vecchio concetto di copyright. Da questa considerazione e dall’analisi della realtà di tutti i giorni, si può facilmente dedurre come i reati di illecita riproduzione di opere protette siano divenuti comportamenti comuni e socialmente tollerabili (chi di noi non ha un cd masterizzato?). La dematerializzazione delle opere le fa apparire, infatti, come delle entità astratte, quasi senza peso ne contenuto; anche gli autori tendono a scomparire come componente fondamentale dell’opera.
“La Legge di Metcalfe descrive la crescita del valore delle Reti: il numero dei potenziali collegamenti fra nodi aumenta più rapidamente dei nodi stessi. Il valore totale di una Rete, dove ogni nodo può raggiungere un altro nodo, cresce secondo il quadrato del numero dei nodi. Quando in valore cresce in modo esponenziale, più rapidamente del numero dei nodi, la conseguenza matematica si trasforma in una leva economica: collegare due reti determina un valore molto più alto della somma del valore delle due reti considerate indipendentemente l’una dall’altra”. D.P.Reed, Context magazine, Spring 1999
In passato, per limitare l’utilizzo di opere protette si potevano esercitare azioni di controllo anche sui supporti. Tale controllo poteva avvenire tanto a monte, per prevenire la copia, che a valle, per impedire la diffusione delle copie eventualmente effettuate. Un esempio del primo tipo di restrizione riguardava la musica suonata e stampata: limitando la diffusione delle partiture a stampa si tutelava egregiamente la proprietà intellettuale dei brani da essi rappresentati. Il caso più noto che riguardava questo tipo di politica protezionista fu il Miserere di Gregorio Allegri un brano accappella composto nel 1514 su richiesta del papa Urbano VII, per essere cantato nella Cappella Sistina solo il mercoledì ed il venerdì Santo. Il brano era così bello che, per evitare che venisse copiato o imitato, ne venne limitata l’esecuzione in pubblico ai soli due eventi solenni per cui era stato commissionato. Venne proibito a chiunque di effettuare copie o trascrizioni della partitura originale: pena la scomunica. Questo meccanismo di tutela dei Diritti funzionò per oltre due secoli.
Ma per infrangere questa rigida protezione bastò un ragazzino prodigio di appena dodici anni. Giunto a Roma con il padre in periodo Pasquale nell’ambito di una serie di tournée per le corti europee, il giovane Wolfang Amadeus Mozart venne portato ad assistere alla funzione solenne del mercoledì Santo ed ebbe modo di ascoltare il brano dell’Allegri. Nel pomeriggio, tornato in albergo, il ragazzo trascrisse su carta la musica dell’intera partitura che aveva memorizzato durante l’ascolto della mattina. Non contento di ciò, ritornò alla funzione del venerdì per correggere alcune piccole incertezze. Qualche tempo dopo il manoscritto venne ceduto allo storico inglese Charles Burney che lo fece pubblicare a stampa. La Chiesa a questo punto cancellò tutti i vincoli di segretezza e acconsentì a considerare il brano di pubblico dominio, cosa che ne fece una Hit religiosa per un altro secolo prima in classifica.
Partendo da questo esempio illuminante possiamo estrapolare alcune domande che ci serviranno nella comprensione di questo capitolo:
dobbiamo considerare il giovane Mozart come un ladro che ha disobbedito ad una regola ferrea imposta da un’ istituzione burocratica o lo dobbiamo considerare come un precursore del concetto di condivisione che fa in modo che il valore culturale dell’intera comunità cresca a vantaggio di tutti?
Trascrivendo quella melodia Amadeus ha dato la possibilità al mondo intero di suonare, riprodurre e diffondere una musica destinata solo ad un’elite di persone.
Certo che di tempo ne è passato e di passi avanti ne abbiamo fatti moltissimi, ma i protagonisti della storia sono sempre gli stessi: c’è il sistema che proibisce e c’è la comunità che lo sovverte. Oggi ogni internauta è un potenziale Mozart, capace di sconvolgere regole che durano da secoli e di violare ogni principio restrittivo che limita l’evoluzione culturale.
Oggi l’arma di chi vuole proteggere la proprietà intellettuale non è più la scomunica ma la crittografia: il concetto che guida coloro che escogitano soluzioni anti-copia è sempre la stesso: il materiale da proteggere viene marcato crittograficamente in modo che il dispositivo che eseguirà l’opera potrà accorgersi della limitazione e prendere le opportune contromisure per limitarne gli utilizzi illeciti (D.R.M) . Insomma le soluzioni attuate nel presente rimangono repressive e proibitive come in passato.
Il problema della salvaguardia dei diritti non è tecnologico, ma economico e legale, nel senso che per risolverlo adeguatamente occorre ripensare l’intero modello concettuale del diritto d’autore e della distribuzione delle opere. Ma, in passato come oggi, il progresso si è sempre mosso nella direzione della democratizzazione o popolarizzazione delle tecnologie, rendendo sempre più facile ed economico, e quindi alla portata di tutti, ciò che in passato era difficile, costoso e dunque alla portata di pochi.
3.2 Concetti base del diritto d’autore
3.2.1 In cosa consiste?
Il diritto d’autore è quel diritto legalmente riconosciuto a colui che abbia realizzato un’opera dell’ingegno o dell’arte ed in Italia è sottoposto ai termini della legge n. 633/1941 . Esso è un diritto di proprietà immateriale, ben distinto dal possesso (fisico, cartaceo, meccanico, magnetico, digitale) sul quale l’opera è fruibile. Il supporto in quanto tale è infatti di proprietà di chi lo acquista (avendo pagato il prezzo per supporto e diritti), ma il diritto d’autore continua a sussistere, perciò il proprietario del supporto non ha facoltà illimitata di utilizzo, che residuano dal diritto immateriale spettante all’autore secondo la legge. Il diritto nasce al momento della creazione dell’opera, che il nostro codice civile identifica, un po’ cripticamente, in una particolare espressione del lavoro intellettuale .
L’opera è legata all’autore da un vincolo che permane indipendentemente da ciò che accade agli esemplari dell’opera realizzata. Contrariamente a quanto spesso argomentato, il diritto sussiste sin dalla creazione dell’opera, senza la necessità di ulteriori atti di formalità. Non vi è un obbligo di deposito (ad esempio alla SIAE), di registrazione o di pubblicazione dell’opera. Secondo il codice civile, è reputato autore dell’opera, salvo prova contraria, chi è in essa indicato come tale; spetta a chi constata tale qualità di dare prova del proprio assunto.
Le norme sul diritto d’autore regolano il diritto di:
- Pubblicare;
- Riprodurre;
- Trascrivere;
- Eseguire, rappresentare o recitare in pubblico;
- Diffondere tramite mezzi di diffusione a distanza (telegrafo, telefono, radiodiffusione,TV e mezzi analoghi tra cui satellite e cavo);
- Distribuire;
- Tradurre ed elaborare;
- Noleggiare e dare in prestito.
Tutti i diritto sopraelencati sono indipendenti l’uno dall’altro, il che significa che l’esercizio di uno non esclude l’esercizio di tutti gli altri; inoltre tali diritti riguardano sia l’opera nel suo insieme che in ciascuna delle sue patri.
Il diritto consiste di due elementi fondamentali: in primo luogo, il diritto alla nominalità dell’opera ( diritto morale ) per il quale ciò che è stato creato dall’autore deve essere riferito all’autore medesimo, evitando che altri si possano gloriare dell’operato di questi. Secondariamente, il diritto contiene la facoltà di sfruttamento economico. Il primo è strettamente legato alla persona dell’autore e salvo casi particolari tale rimane, mentre il secondo è originariamente dell’autore, il quale può cederlo dietro compenso (o gratuitamente) ad un’acquirente (meglio chiamato licenziatario), il quale a sua volta può nuovamente cederlo nei limiti del contratto di cessione e della legge applicabile.
3.2.2 Diritti morali dell’autore
Lo scopo del diritto morale è quello di proteggere la personalità dell’autore che si manifesta nella suo opera. L’autore conserva sempre il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi modifica o ad ogni atto che possa pregiudicare il suo onore o la sua reputazione. Dopo la morte dell’autore mantengono tali diritti i discendenti.
Il diritto morale si scompone in specifiche e determinate facoltà:
- Il diritto di integrità dell’opera: ossa il diritto di opporsi a deformazioni e modificazioni dell’opera e ad ogni altro atto o danno dell’opera stessa, che possano pregiudicare l’onore o la reputazione dell’autore.
- Il diritto di rivendicare la paternità dell’opera: l’autore gode del diritto di rivendicare la paternità dell’opera, cioè di esserne pubblicamente riconosciuto come l’artefice. Attraverso questo diritto sono tutelati il diritto all’onore, alla reputazione, al nome e all’identità personale dell’autore. L’usurpazione della paternità dell’opera costituisci il plagio, contro il quale il vero autore può difendersi ottenendo per via giudiziale, la distruzione dell’opera dell’usurpatore, oltre al risarcimento dei danni.
- Il diritto di inedito e di determinare il momento e i limiti della pubblicazione: è un’articolazione della libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della costituzione. Questo diritto attribuisce all’autore la facoltà di decidere quando rendere pubblica la sua opera, o di non pubblicarla affatto. La volontà di mantenere inedita la sua opera deve essere rispettata anche dopo la sua morte.
- Il diritto di ritiro dell’opera dal commercio per gravi ragioni morali, ossia il diritto di pentimento.
Alla durata del diritto morale, la legge non pone alcun termine; alla morte dell’autore i diritti di paternità dell’opera possono essere fatti valere dai discendenti diretti.
Inoltre tale diritto è inalienabile e non può essere ceduto in alcuna forma ad altri.
3.2.3 Diritti di utilizzazione economica
Come si legge all’art. 25: ”i diritti di utilizzazione economica dell’opera durano tutta la vita dell’autore e sino al termine del settantesimo anno solare dopo la sua morte”. Nel caso in cui l’opera sia frutto del lavoro di più coautori, si considera la morte dell’ultimo. Nelle opere collettive la durata dei diritti di utilizzazione è di settanta anni dalla pubblicazione. Delle opere pubblicate da amministrazioni dello Stato (accademie, enti pubblici, culturali o privati senza fini di lucro) il diritto decade dopo venti anni.
Estinto il diritto d’autore, l’opera diventa di pubblico dominio ed è liberamente utilizzabile da chiunque, anche a fini economici, purché sia rispettato il diritto morale alla titolarità artistica.
I principali diritti di utilizzazione economica dell’opera sono:
- Diritto di riproduzione: cioè il diritto di effettuare la moltiplicazione in copie dell’opera con qualsiasi mezzo.
- Diritto di esecuzione e rappresentazione, recitazione o lettura pubblica dell’opera: cioè il diritto di presentare l’opera ala pubblico nelle varie forme di comunicazione.
- Diritto di diffusione: cioè il diritto di effettuare la diffusione dell’opera a distanza (TV,radio, reti Telematiche).
- Diritto di distribuzione: cioè il diritto di porre in commercio l’opera.
- Diritto di elaborazione: cioè il diritto di apportare modifiche all’opera originale, di trasformarla, adattarla, ridurla.
3.3 Accordi internazionali, direttive comunitarie e normativa italiana
Il contesto normativo nella trattazione del diritto d’autore non può essere limitato ai singoli ambiti nazionali dato che la mancanza di barriere geografiche (tipica del mercato dei beni intangibili) richiede una completa analisi dell’intero quadro delle normative internazionali, comunitarie e italiane. Le rappresentiamo sinteticamente nella figura sottostante.
Figura 5. Schema legislativo dal Mondo all’Italia reperibile al sito http://www.interlex.it/testi/pdf/drmfull.pdf
3.3.1 Normativa Internazionale
Il diritto d’autore è un diritto territoriale : la legge del luogo dove l’opera è destinata a essere utilizzata è quella che stabilisce se e in che modo l’opera deve essere tutelata. Quindi ci sono tante discipline quanti sono i paesi in cui l’opera viene divulgata. Per gli Stati si è posta da tempo l’esigenza di limitare l’applicazione del principio di territorialità e di determinare una disciplina accettata a livello internazionale, idonea a garantire agli autori un minimo di tutela in ognuno dei paesi aderenti all’accordo. La protezione internazionale del diritto d’autore trova la propria fonte principale nella Convenzione di Berna per la protezione del diritto d’autore sulle opere letterarie e artistiche (firmata il 9 settembre 1886 e successivamente riveduta con la Convenzione di Parigi nel 1971). Queste convenzioni tutelano sia le opere letterarie e artistiche sia la proprietà industriale. Viene riconosciuta la nazionalità dell’autore, il luogo della prima pubblicazione dell’opera e la residenza dell’autore. Il sistema di protezione garantito agli autori e alle opere è basato sul principio di jus conventionis in cui gli Stati aderenti all’accordo si impegnano a riconoscere questi diritti indipendentemente dalla loro legislazione interna. Si tratta di norma self-executing cioè hanno efficacia diretta negli ordinamenti interni dei paesi dell’Unione. Alla convenzione di Berna aderiscono 145 nazioni di ogni parte del mondo e garantisce un livello minimo e comune di protezione dell’opera.
3.3.2 Trattati OMPI/WIPO
La convenzione di Berna e di Parigi costituiscono le fondamenta del sistema di trattati del WIPO . I trattati successivi hanno esteso la tutela offerta tenendo conto dell’evoluzione tecniche e dei nuovi campi di interesse (per esempio la società dell’informazione) e mirano ad aggiornare la protezione internazionale del diritto d’autore e dei diritti connessi nell’Era di Internet, integrando le disposizione della convenzione di Berna tenendo conto dell’ambiente digitale.
- Trattato WIPO sul diritto d’autore (WCT). Secondo le disposizioni di questo trattato gli autori potranno beneficiare di una tutela giuridica in caso di distribuzione, noleggio commerciale al pubblico delle loro opere sulla Rete.
- Trattato WIPO sulle interpretazioni ed esecuzioni e sui fotogrammi (WPPT). Tale trattato riguarda i diritti connessi e migliora la protezione degli artisti interpreti, esecutori e produttori. Essi potranno beneficiare dei diritti esclusivi di riproduzione, noleggio e messa in Rete delle loro interpretazione, esecuzioni e dei loro fotogrammi. Inoltre potranno fruire di un diritto di remunerazione per la radiodiffusione o qualsiasi altra forma di comunicazione con il pubblico a fini commerciali.
- WTO TRIPS: Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio (ADPIC, TRIPS in inglese). Si tratta dei principi del trattamento nazionale e del trattamento della nazione più favorita. Quindi, ciascun membro del WTO deve accordare ai cittadini degli altri membri un trattamento non meno favorevole di quello da essa accordato ai propri cittadini. L’accordo mira a garantire l’applicazione di adeguate norme di protezione della proprietà intellettuale in tutti i paesi e si ispira agli obblighi essenziali enunciati dal WIPO nelle varie convenzioni relative ai diritti di proprietà intellettuale, in particolare alla convenzione di Parigi attinente alla tutela della proprietà industriale. E’ stato introdotto un gran numero di norme nuove più severe soprattutto per quegli ambiti in cui le convenzioni esistenti tacciono o sono insufficienti. L’accordo riguarda vari argomenti, dai diritti d’autore ed i marchi fino agli schemi di configurazione dei circuiti integrati ed i segreti commerciali.
3.3.3 Normative Comunitarie
Le Direttive Comunitarie emanate in materia sono sette: in particolare, la direttiva più importante è la 2001/29/CE meglio conosciuta come Copyright Directive che armonizza alcuni aspetti relativi al diritto d’autore e diritti connessi nella società dell’informazione. Essa tocca importantissimi temi come i diritti di riproduzione, comunicazione e distribuzione, le eccezioni e le limitazioni, la protezione giuridica.
- Diritto di riproduzione. L’articolo 2 definisce gli atti di riproduzione coperti dal diritto esclusivo di riproduzione che comprendono qualunque riproduzione diretta o indiretta, temporanea o permanente, in qualunque modo o forma, totale o parziale. Questo diritto vale per gli autori, esecutori e produttori dell’opera e per gli organismi di diffusione radiotelevisiva.
- Diritto di comunicazione. L’articolo 3 riconosce agli autori in diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico delle loro opere, compresa la messa a disposizione del pubblico delle loro opere in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelto individualmente.
- Diritto di distribuzione. La direttiva armonizza a favore degli autori il diritto esclusivo di autorizzare qualsiasi forma di distribuzione al pubblico dell’originale delle loro opere o delle loro copie. L’articolo dedicato a questo tema prevede che questo diritto si esaurisca nel caso in cui la prima vendita o il primo altro trasferimento di proprietà nella Comunità di detto oggetto sia effettuata dal titolare del diritto o con il suo consenso.
- Protezione giuridica. Gli Stati membri devono garantire un’adeguata protezione giuridica contro l’elusione di efficaci misure tecnologiche volte a tutelare un’opera o qualsiasi altro materiale protetto.
3.3.3.1 Direttiva 91/250/CE relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore (Direttiva software)
Questa direttiva disciplina il riconoscimento della tutela dei programmi per elaboratore, assimilandoli esplicitamente alle opere letterarie e per sottoporli al regime convenzionale internazionale. Essa obbliga gli Stati membri a tutelare i programmi per elaboratore ai sensi della Convenzione di Berna. Il software è un’opera dell’ingegno e pertanto è un bene immateriale: il suo valore, sotto il profilo giuridico, non sta nel supporto su cui è registrato, ma nel suo contenuto ideativo e il pericolo che corre il suo autore non è tanto che gli sia sottratto quel supposto ma che sia plagiato indelebilmente da altri quel contenuto .
La tutela è riconosciuta in funzione della residenza, della cittadinanza e della prima pubblicazione, conformemente alla legislazione dello Stato membro interessato. La Direttiva prevede misure speciali di tutela nei confronti delle persone che compiono uno dei seguenti atti:
- Messa in circolazione di una copia illecita del programma, qualora la persona sappia o abbia motivo di ritenere che si tratti di una copia illecita;
- Detenzione a scopo commerciale di una copia illecita del programma qualora la persona sappia o abbia motivo di ritenere che si tratti di una copia illecita;
- La messa in circolazione o la detenzione a scopo commerciale di qualsiasi mezzo inteso a facilitare la rimozione non autorizzata o l’elusione di dispositivi tecnici eventualmente applicati a protezione di un programma.
La tutela del diritto d’autore è riconosciuta per tutta la vita dell’autore e per 50 anni dopo la sua morte. Nella recente Direttiva 93/98/EC la CE ha esteso la durata del diritto d’autore fino a 70 anni.
3.3.4 Normativa italiana
In Italia il corpus normativo di riferimento per ciò che concerne la protezione dei diritti d’autore è la Legge 22 aprile 1941 n. 633 e successive modifiche (248/2000) . Il primo articolo di questa legge tutela le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura ed alla cinematografia, in qualunque modo o forma di espressione. Inoltre sono protetti i programmi per elaboratore il virtù della Convenzione di Berna. La norma offre tutela alle opere dell’ingegno umano, a condizione che sia presente il carattere della creatività, vale a dire un apporto personale dell’autore che consenta all’opera di presentare un quid novi rispetto alle opere preesistenti. Il concetto di Creatività non coincide quindi con quello di novità assoluta, ma va individuato in un quadro di originalità che, seppure minimo, sia idoneo a distinguere un’opera dalle altre . La normativa italiana in tema di proprietà intellettuale riconosce all’autore i diritti patrimoniali ed i diritti morali sull’opera realizzata. Mentre i primi hanno durata temporale e sono alienabili, la caratteristica dei diritti morali è quella di non essere soggetti a termini di durata e di essere inalienabili. L’autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell’opera e di opporsi a qualsiasi forma di deformazione o modifica a danno dell’opera stessa.
L’ultima legge emanata dal governo italiano in materia di diritti d’autore è il cosiddetto Decreto Urbani del 21 maggio 2004 n. 128 per la disciplina degli interventi atti a contrastare la diffusione telematica abusiva di opere dell’ingegno. Nel tentativo di rendere più efficace la repressione di usi patologici di Internet e della pirateria audiovisivo-telematica, il decreto legge ha messo in moto un intervento normativo che ha suscitato accese reazioni da parte della comunità Web italiana ed europea.
Alcune sentenze hanno dimostrato che le interruzioni pubblicitarie durante un’opera cinematografica trasmessa in TV, comporta l’alterazione dell’identità e del valore dell’opera stessa.
- Introduce sanzioni contro la pirateria, applicabili se la condivisione on line avviene a fini di profitto ma estese a tutte le opere dell’ingegno. Dunque lo scambio di file sulla Rete può avere una rilevanza penale (si rischiano fino a 3 anni di reclusione e una multa fino a 15.493 Euro).
- Per chi mette a disposizione file musicali o cinematografici da scaricare, il decreto estende i casi di violazione del diritto d’autore ai sistemi di reti telematiche.
- Per chi immette e scarica per uso personale copie pirata, l’articolo non modifica lo status di chi utilizza le opere distribuite da altri. La multa va da 154 a 1.500 euro e viene confiscato anche tutto il materiale. Sanzioni penali sono previste per chi fa commercio e trae profitto dall’illecita attività di duplicazione abusiva di CD e DVD (da 3 a 6 anni di reclusione). Lo scambio di brani musicali e audiovisivi su internet (file-sharing) è consentito solo a condizione che si tratti di file dotati degli appositi avvisi informativi, previsti dalla legge sul diritto d’autore. Se il file non sarà provvisto di avviso, chi lo immette commetterà un reato.
- Istituisce una Commissione avente compito di elaborare, entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge, una proposta di iniziativa legislativa di riassetto della normativa sul diritto d’autore concernente la diffusione delle opere dell’ingegno per via telematica.
- Introduce una tasse de 3% sui software di masterizzazione a favore della SIAE.
- Introduce l’applicazione di un idoneo avviso sui contenuti digitali che potrebbe trasformarsi in un bollino SIAE virtuale su tutte le opere dell’ingegno scaricabili da internet.
- Si propone un elenco delle principali criticità evidenziate dalle Comunità Internet italiane nel corso della gestazione di tale iniziativa :
- Il decreto non ha tenuto conto degli utenti Internet.
- il decreto presenterebbe alcune contraddizioni, di sostanza e di forma: tenderebbe a confondere due figure non necessariamente coincidenti, come i fornitori di connettività e i fornitori di servizi e ignora i fornitori di contenuti.
- Una delle principali critiche evidenziate nel decreto è che esso punisce severamente il peer to peer anche se attuato per uso personale. E’ da notare che la Direttiva europea IPR Enforcement, che mira a reprimere la pirateria commerciale ed industriale, non criminalizza l’uso personale senza fini di lucro o profitto. Il Decreto Urbani ha infatti introdotto la locuzione “per trarne profitto” al posto del tradizionale “fine di lucro”, il che comporta sanzioni penali anche per chi fa un uso personale dei file coperti da copyright.
Inoltre i prelievi sui supporti ed apparecchi di registrazione sono aumentati di un’ulteriore 3%:
- Per supporti analogici: 0,23 euro per ogni ora di registrazione.
- Per supporti digitali dedicati, quali minidisk, CD-R audio e CD-RW audio: 0,29 euro per ogni ora di registrazione.
- Per memorie digitali dedicate audio, fisse o trasferibili, quali flash memory e lettori MP3: 0,36 euro per 64 megabyte.
- Per supporti video analogici: 0,29 euro per ogni ora di registrazione.
- Per supporti digitali idonei per la registrazione di dati, quali DVD-R o DVD-RW: 0,87 euro per 4.7 gigabyte.
- Per apparecchi esclusivamente destinati alla registrazione analogica o digitale audio o video: il 3% dei relativi prezzi di listino al rivenditore (ciò viene definita da molti una tassa che in altri paesi europei non esiste).
3.4 Il diritto d’autore in Rete
Il primo ordinamento occupatosi del diritto d’autore in Rete è stato quello statunitense, attraverso il Digital Millennium copyright act del 1998. In varie occasioni, le istituzioni comunitarie si sono occupate del problema della globalizzazione telematica imposta da Internet ed hanno preso in considerazione il tema della proprietà intellettuale in rete. Abbiamo visto che qualunque testo, immagine, suono o più in generale opera di carattere creativo, trasmessa via Internet, è oggetto di tutela e ne è vietata la riproduzione senza il consenso dell’autore. Dunque si può pensare che Internet non possa più essere immaginato come un’entità a se stante sottratta alle giurisdizioni degli Stati. Però, come si può notare, in Rete si possono trovare una grande quantità di software e dati di ogni tipo prelevabili gratuitamente, ossia al solo costo del collegamento. Tutto questo è possibile perché esistono particolari licenze che permettono, a un qualsiasi tipo di contenuto multimediale, di essere disponibile al pubblico. I tipi di licenza per il Web sono:
- Freeware: Tipicamente il freeware è distribuito gratuitamente senza codice sorgente e contiene una licenza che ne permette la redistribuzione; può però avere delle restrizioni. A volte la licenza garantisce la libera copia del programma, ma non la vendita in quanto l’autore mantiene su di essi i propri diritti: il programma non può essere modificato e il codice sorgente non può essere utilizzato. Altri tipi di licenza ne impediscono l’uso da parte di organismi statali o militari.
- Adware: sono distribuiti come freeware, ma richiedono all’utente la visione di messaggi pubblicitari per utilizzare il software.
- Software di pubblico dominio: questa categoria di software non ha copyright, per cui può essere distribuita gratuitamente. Il software freeware invece ha spesso un copyright che ne limita il codice. L’autore mette gratuitamente a disposizione di chiunque il proprio programma rinunciando ai propri diritti. Qualunque persona può copiare, modificare, riutilizzare l’opera anche a fini commerciali.
- Registerware: software che richiede una registrazione gratuita spesso con richiesta dei dati personali, per essere scaricato.
- Shareware: questa è la categoria più grande, ed indica che il programma può essere copiato liberamente (molti autori incoraggiano a farlo) ma può essere utilizzato esclusivamente allo scopo di valutarne la validità in vista di un eventuale acquisto .
3.4.1 Open source e Copyleft
Contrariamente a quanto molti oggi potrebbero pensare, il concetto di software proprietario è abbastanza recente, ma soprattutto era quasi sconosciuto ai primi programmatori. Agli albori dell’informatica, a cavallo tra gli anni ’40 e ’70, il software era il più delle volte distribuito a codici sorgenti aperti affinché gli altri programmatori potessero conoscerne il funzionamento e apportare modifiche per migliorarne le prestazioni e per personalizzarlo. Come abbiamo appreso nel primo capitolo, i primi hacker creavano software e li condividevano con l’unico scopo di accrescere il proprio prestigio e migliorare l’accessibilità delle Rete. L’utente che sceglie il software libero ha la possibilità di eseguire il programma per qualsiasi scopo, di studiare il suo funzionamento e adattarlo alle proprie necessità, ridistribuire le nuove versioni per aiutare il prossimo e per fare in modo che tutta la comunità Internet possa trarne benefico. Open sourceè una definizione formulata negli anni ’80, quando lo sviluppo del software cominciò a passare di mano dalle Università alle Aziende ponendo un pesante freno alla collaborazione che caratterizzava il lavoro di gran parte dei programmatori. Nel 1985 Richard Stallman fonda la FSF (Free Software Foundation) introduce prepotentemente il concetto di copyleft e lancia il modello del software open source (OSS). Stalmann non contesta il concetto di proprietà intellettuale, ma ritiene che il codice sorgente del software debba essere Free, non tanto nel senso di gratuito, quanto nel senso di libero. Infatti, in inglese, la parola free viene utilizzata sia per il freeware (software gratuito), sia per free software (software libero). Sebbene gran parte del software libero sia anche gratuito, non è detto che i programmatori che ne apportano modifiche personalizzate (magari richieste da un’azienda) possano essere pagati. Inoltre gran parte dell’open source è sostenuto economicamente attraverso sottoscrizioni volontarie: non vengono chiesti soldi per ottenere una copia, ma viene chiesto di supportarne lo sviluppo qualora lo si apprezzi. Di conseguenza, nel software libero prevale la full disclosure ovvero il rendere pubblici tutti i problemi del software in modo che tutti possano sapere dove e come si verificano. Nel software proprietario vige la non disclosure e la security throught obscurity ovvero il mantenere quanto più segreti possibili i problemi del software per evitare che possano essere usati per danneggiare gli utenti. Il manifesto dell’open source è stato formulato nel corso di una discussione svoltasi a Palo Alto (California) nel febbraio del 1998, tra alcuni esperti di informatica, tra cui Todd Anderson, Chris Peterson, John Hall, Sam Ockman e Eric Raymond. Nel Manifesto dell’open source si possono leggere le motivazioni che stanno alla base di questa nuova filosofia di programmazione:
“Oggi siamo abituati a considerare i software come prodotti industriali coperti da copyright, da utilizzare senza apportare modifiche sostanziali per adattarli alle nostre esigenze, pagando un prezzo che a volte supera abbondantemente quello del computer sul quale i programmi verranno installati. Eppure alcune delle maggiori conquiste in campo informatico sono state compiute grazie alla ricerca di enti pubblici e al lavoro di persone che hanno sviluppato le applicazioni senza fini commerciali. E’ stato grazie alla ricerca pubblica, militare e civile che è nata Internet ed il Web. Lo spirito di collaborazione e la possibilità di utilizzare liberamente il lavoro altrui per modificarlo, migliorarlo, e implementarlo sono alla base del successo di Internet. Il modello di sviluppo Open Source affonda le sue radici negli albori dell’informatica moderna, ma ha trovato il suo motore in quello che molti oramai definiscono il Rinascimento Digitale, un’età nella quale l’informazione può finalmente circolare senza restrizione grazie alla Rete”.
Il software simbolo di questa visione di copyright è Linux, un sistema operativo alternativo nato dalla collaborazione e dall’iniziativa di migliaia di programmatori sparsi in tutto il mondo. Su questo argomento si è scritto tantissimo ma noi ci limitiamo ad osservarlo come fenomeno per comprendere la realtà del diritto d’autore. Linux, come altri software open source, è l’espressione di quella che si può definire Cultura Hacker, una controcultura nata dalle prime comunità Unix, ridistribuita in Rete e caratterizzata da abilità specializzata, reti di scambio di informazioni, norme, gerarchie di status, linguaggi e significati simbolici e condivisi . In questo tipo di cultura vi è un forte senso di appartenenza alla comunità, che da un punto di vista sembra essere governata del Cultura del Dono, la cui caratteristica principale è la sostanziale assenza di problemi connessi alla scarsità di risorse, dove lo status sociale è dato non dal controllo, ma da quanto e cosa si pone in condivisione. In questo caso la risorsa è il software, la cui abbondanza è data dal fatto che è condiviso liberamente secondo gli usi radicati ed i principi codificati della comunità. Lo status quindi sarà determinato dal personale contributo dell’individuo al fine che si propone la comunità .
In epoca recente, a seguito di forti dibattiti sociali e politici in ordine al diritto d’autore, va affermandosi la tendenza a riconoscere il cosiddetto fair use (uso lecito) di opere protette da diritti per finalità di istruzione, divulgazione e studio.
Infatti le correnti di pensiero contrarie allo sfruttamento economico della creazione intellettuale e più ancora all’eccessivo arricchimento di terzi (case discografiche, grandi aziende quasi monopolistiche, RIAA, SIAE), hanno sviluppato un concetto opposto al copyright che, tenendo conto di un doppio senso della lingua inglese (right significa sia diritto che destra) hanno denominato copyleft (in italiano: permesso d’autore). Questa espressione si traduce in diversi tipi di licenza libera finalizzata a trasformare il copyright da ostacolo alla libera riproduzione a suprema garanzia di quest’ ultima.
Il copyleft è un metodo generale per realizzare un programma open source e richiedere che anche tutte le versioni modificate ed ampliate dello stesso rientrino sotto il software libero. La maniera più semplice per rendere libero un programma o un’opera è quella di farla diventare di pubblico dominio.
Ciò consente a chiunque di condividere tale programma ed i relativi perfezionamenti, se questa è la volontà dell’autore. Ma rendendo un’opera di pubblico dominio, qualcuno poco incline alla cooperazione (%$£°!!) potrebbe trasformarla in software proprietario, apportandovi anche una semplice modifica. Di conseguenza, anziché rendere un software di pubblico dominio, esso viene trasformato in copyleft, per evitare ogni tipo di appropriazione indebita. Questo specifica che chiunque ridistribuisca il software, con o senza modifiche, debba passare anche la libertà di poterlo copiare e modificare ulteriormente. Il copyleft è quindi un sistema fondato sulla pubblica diffusione delle opere per fini personali, per cui è consentita la riproduzione, parziale o totale dell’opera e della sua diffusione per via telematica, purché non a scopo commerciale. Le licenze copyleft più importanti per il software sono le GNU GPL, mentre per le opere di altro carattere (musica, video, txt) esistono le Creative Commons License.
3.4.2 La licenza GNU GPL
La GPL (Genaral Pubblic License) è una licenza per il software libero scritta da Richard Stallman e Eben Moplen (della FSF) nel 1989 per distribuire i programmi del progetto GNU. Contrapponendosi alle licenze del software proprietario, la GNU GPL permette all’utente la libertà di utilizzo, copia, modifica e distribuzione; a partire dalla sua creazione è diventata la licenza più usata dai programmatori. I licenziatari che accettano le sue condizioni hanno la possibilità di modificare i software e distribuirli sia gratuitamente che a pagamento, rendendo disponibile i codici sorgente. In caso di violazione, l’autore originale può denunciare il trasgressore secondo le stesse regole del copyright. Questa licenza è stata definita come un intelligente cavillo legale (copyright hack). La GPL è facilmente applicabile da qualsiasi programmatore: basta aggiungere al programma una nota che faccia riferimento al testo della GNU GPL. I termini contrattuali di questa licenza sono ben distinti dallo shareware (dove sono resi disponibili solo i codici binari e non i codici sorgente) e dal pubblico dominio (sul quale non sono poste alcun tipo di restrizioni per i successivi utilizzatori). La Free Software Foundation detiene i diritti di copyright per il testo delle GNU GPL, ma non detiene i diritti del software rilasciato con questa licenza. A meno che non venga emessa una specifica nota di copyright da parte della FSF, l’autore del software detiene i diritti di copyright per il suo lavoro, ed è responsabile di perseguire ogni violazione della licenza per il suo software. In caso di violazione della licenza, il detentore del copyright è l’unico che può richiedere il rispetto dei termini di legge ed è l’unico che può chiedere aiuto alla FSF per la protezione del suo programma. Naturalmente la FSF mette a disposizione i suoi legali per proteggere il software coperto da licenza GNU, chiedendo inizialmente al trasgressore il rispetto della licenza, e se tale richiesta non viene accettata si arriva in tribunale. A differenza dei software, la GNU GPL può essere copiata, distribuita ma non può essere modificata assolutamente .
3.4.3 Creative Commons License: un nuovo modo di produrre
Il concetto di Commons trova le sue radici nella storia anglosassone. E’ Commons ciò che non appartiene ad un soggetto, sia esso pubblico che privato, bensì appartiene a tutta la comunità. Ogni membro della collettività ha diritti e responsabilità circa il bene comune. Ad esempio, secondo questa accezione, il prato vicino ad un villaggio è una proprietà comune agli abitanti del villaggio. Ciascuno di loro può accedere alla proprietà comune per usufruirne in misura proporzionata alle proprie necessità dirette di allevamento delle proprie pecore, ma non può speculare ne accumulare queste risorse. Una parte importante del mondo in cui un individuo opera è un Common, in cui un individuo ha il diritto di consumare liberamente le sue risorse e restituirvi i materiali di scarto. L’aria che tutti respiriamo è un Common. In generale, in un ambiente più ristretto e su risorse meno abbondanti, la logica dei Commons, produce la rovina ed il decesso di coloro che dipendono da essa. Questa considerazione è nota come la Tragedia dei Commons :nell’isola di S. Matteo, una comunità di Renne, tra il 1944 e il 1964, è passata da 29 a 6000 unità, sorpassando il limite di sfruttamento della risorsa comune e quindi riducendosi infine a 42 esemplari.
Nel suo saggio Garrett Hardin spiega perché ovunque le comunità sono avviate alla tragedia: “ […] It’s because freedom in the commons brings ruin to all”.
Ma l’informazione presenta una struttura di costi differente rispetto ai beni materiali: produrre informazione costa ma, una volta prodotta, riprodurla e ridistribuirla presenta costi marginali quasi nulli .
“Colui che riceve un’idea da me, riceve egli stesso istruzione senza diminuire la mia; come colui che accende la propria candela dalla mia e riceve luce senza oscurarmi” .
A differenza di quanto avviene ai beni materiali, per i beni immateriali non vi è un limite fisiologico allo sfruttamento e alla diffusione e quindi le informazioni sono Commons non soggette alla tragedia.
Oggi, nell’epoca della multimedialità, delle tecnologie digitali, della miniaturizzazione e dell’interconnessione globale, gli utenti sono diventati anche produttori di beni immateriali: si pensi agli spettautori che hanno documentato e che continuano a documentare la realtà di tutti i giorni. Si sta affermando una nuova domanda sociale, dove è centrale la rivendicazione del diritto a produrre comunicazione, più che il semplice e passivo diritto ad essere informati: lo spettatore si inserisce nel circuito multimediale come fornitore di prodotti informativi .
Lo stesso discorso è applicabile anche ad altri campi: l’evoluzione del rapporto tra musica e nuove tecnologie ha prodotto un’incredibile proliferazione di artisti, che oggi hanno a disposizione tutto quello che gli serve per creare nuova musica grazie al sampling computerizzato. Nel Sampling la musica è prodotta al computer, partendo anche da suoni campionati che vengono poi, attraverso filtri, modellati e fusi tra loro: in questo modo si ottengono sonorità inaudite. Gli strumenti virtuali abbandonano i loro corpi acustici e gli iper-strumenti possono essere suonati anche da chi non li saprebbe suonare .
Oggi, rispetto a un decennio fa, basta poco per esprimere la propria creatività: il personal computer è il mezzo che permette di realizzare qualsiasi tipo di contenuto multimediale (audio, video, txt) e il Web è sia il grande Manuale dal quale si possono attingere tutte le informazioni necessarie per interagire al meglio con la macchina, sia il grande, unico e gratuito mezzo di diffusione globale. Proprio per questi motivi sono nate le licenze Creative Commons: per permettere a tutti gli utenti di pubblicare gratuitamente le opere del proprio ingegno. Il primo progetto Creative Commons nasce ufficialmente nel 2001, come associazione no-profit, per volere del professore Lawrence Lessing, uno dei massimi esperti di diritto d’autore degli Stati Uniti. Nel dicembre 2002 è stato rilascio di un set di licenze che garantiscono il libero utilizzo pubblico di un’opera. La Creative Commons ha sviluppato un’applicazione Web che permette alle persone di destinare al pubblico dominio le loro creazioni o di mantenere il copyright su di esse e contemporaneamente garantire il libero utilizzo per determinati scopi ed a determinate condizioni. A differenza della GPL GNU, le licenze CC non nascono per il software, bensì per altre tipologie di opere: siti Web, musica, fotografie, letteratura, video etc. L’obbiettivo non è solo incrementare il materiale disponibile in Rete, ma rendere più semplice e meno costoso l’accesso a tale materiale. Per questo, sono stati sviluppati dei Metadata che possono essere associati a lavori creativi di pubblico dominio, o a condizioni regolate da licenze interpretabili dai computer. Il sistema conta sul fatto che le licenze leggibili automaticamente dai computer possono rendere questo processo molto più semplice e di conseguenza abbattere ciò che ostacola la creatività. C’è da precisare che le licenze CC non sono assolutamente contro il copyright ma aiutano l’autore a mantenere i propri diritti pur concedendo alcune facoltà, nella più fedele interpretazione della giustificazione stessa della protezione della proprietà intellettuale, promuovendo il progresso della Scienza e delle Arti.
- Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.
- Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore .
Le licenze Creative Commons si presentano con tre parametri fondamentali. Il primo è l’attribuzione, cioè riconoscere la paternità dell’opera nei modi indicati dall’autore. Il secondo parametro riguarda l’uso commerciale o non dell’opera sotto la medesima licenza: l’autore può esercitare i propri diritti se l’opera viene sfruttata commercialmente. L’ ultimo parametro riguarda le opere derivate: si può scegliere di concedere il permesso ad altri autori di modificare l’opera originale, a patto che i secondi autori inseriscano gli stessi parametri nella licenza (cioè ancora modificabile da terzi, da quarti …ecc..). Insomma, questo tipo di licenze è molto flessibile ed adattabile alle esigenze di tutti gli utenti .
Lo spirito che spinge la gente a rendere comune le proprie conquiste, è lo stesso spirito che ha permesso ai padri dell’informatica di creare l’interconnessione globale. Uno spirito libero da ogni censura, da ogni potere politico ed economico; uno spirito di Rinascimento digitale atto a diffondere la tecnocrazia sulla Rete. Il paradosso di Cory Doctorow ritorna prepotentemente: “ […] gli internauti sono pecore che evacuano erba; ognuno produce le risorse che consuma […]”.
Con le licenze CC ognuno ha la possibilità di pubblicare quello che vuole, trasformando la Rete in una sorta di macchina a moto perpetuo che produce e distribuisce costantemente ogni tipo di contenuto. Queste licenze offrono agli utenti la possibilità di farsi conoscere sul Web, ad un costo nullo (una cosa impensabile fino al decennio scorso). Io stesso sono la prova vivente di questo cambiamento nell’ambito del diritto d’autore. Faccio musica da tanti anni e ho sempre cercato di capire come funzionasse il diritto d’autore per un musicista che inizia dal basso (molto in basso) ed ho scoperto che l’ItalianWay esiste anche nella musica. Nel nostro Sistema, purtroppo, se non hai la chiave giusta non sei nessuno e non vai da nessuna parte: una sorta di Lobbying all’italiana applicato alla musica. Per ogni artista che ha molta voglia di esprimere la propria creatività ma ha a disposizione poche risorse per auto finanziarsi la chiave di svolta è la combinazione Web, Creative Commons e diffusione gratuita su tutti i circuiti p2p: questo permette di avere a che fare direttamente con il mondo, evitando che le restrizioni e le limitazioni imposte dalle burocrazie locali che ostacolano la libera espressione dell’uomo come artista.
3.5 Dal diritto d’autore alle tecnologie Digital Right Management (DRM)
L’acronimo DRM non possiede una definizione univoca ma può essere interpretato, a seconda del campo d’applicazione, in due modi differenti: il primo appartiene alla più diffusa generazione di tecnologie hardware e software per la gestione digitale dei diritti mediante la cifratutra dei contenuti e la distribuzione a pagamento delle chiavi di accesso, al fine di proteggere i contenuti da eventuali accessi illegali. La seconda è la definizione adottata dal W3C (World Wide Web Consortium) che definisce in DRM come un sistema per l’amministrazione digitale dei diritti, non limitandosi cioè a presidiare solo gli aspetti di sicurezza rispetto ad accessi o duplicazioni illegali, ma sovrintendendo la descrizione, identificazione, commercio, protezione, controllo e tracciatura di tutte le forme di cessione del diritto all’uso di uno specifico contenuto. Nell’accezione più ampia, il DRM identifica dei sistemi tecnologici in grado di definire, gestire, tutelare le regole di accesso e utilizzo dei contenuti digitali (audio, video, txt) . Queste tecnologie danno la possibilità di stipulare contratti e sanzionare le violazioni: questi atti sono automatici e non richiedono l’intervento costante e diretto dell’uomo. Questi sistemi sono definiti come persistent protection (protezione permanete) facendo riferimento al fatto che la protezione tecnologica accompagna il contenuto digitale per tutta la sua vita, dalla creazione in azienda fino alla fruizione de parte dell’utente finale. Tale forma di distribuzione e fruizione dei contenuti digitali fa leva non soltanto su Internet, ma anche su reti dedicate e Personal Digital Assistent (PDA) e telefoni digitali. Il DRM non può essere ridotto ad un’unica tecnologia, ma è basato su l’integrazione di differenti tecnologie. Il sogno delle imprese che forniscono contenuti digitali a pagamento è servirsi di una rete globale che supporti un unico invincibile sistema DRM, in grado di punire ogni violazione. Ma lo scenario odierno è molto frastagliato: da una parte troviamo gli eredi di Napster, ovvero le ultime generazioni di architetture p2p per la condivisione di file che rendono possibile la diffusione e lo scambio non autorizzato di opere digitali protette da copyright, e dall’altra parte troviamo le tecnologie DRM che non riescono a convergere tra loro sugli standard universali da adottare.
Dal punto di vista teorico, il DRM è al centro di un vasto e acceso dibattito tra i giuristi più attenti alle tendenze del mondo digitale. Nella preoccupazione di molte ed autorevoli voci, il DRM diviene l’emblema di quella tendenza normativa che (anche in spregio a principi giuridici fondamentali come la libertà di manifestazione del pensiero) comprime in misura inaccettabile i diritti degli utenti, al fine di ridurre Internet ad un gigantesco jukebox multimediale. Su questo fronte, si profila l’incubo di una “pay per use society” , o peggio di un autoritarismo decentrato.
Nella pratica, un sistema DRM consente:
- Di definire un set di regole (business model) in accordo alle quali le diverse componenti del sistema opereranno per consentire ai soli utenti autorizzati l’accesso ai contenuti.
- Di gestire l’intermediazione distributiva qualora vi siano soggetti terzi tra il titolare di contenuti e l’utente finale.
- Supportare la stesura dei contratti, esplicitando i diritti che attraverso di essi si acquistano.
- Di cifrare i contenuti digitali in modo che possano essere decifrati e utilizzati solo da chi ne acquisisce esplicito diritto e con le modalità da questa contemplate.
- Creare le licenze contenenti i metadata che caratterizzano un particolare contenuto digitale, fra i quali i diritti che si intende vendere e le chiavi di decifratura.
- Garantire la non distribuibilità delle licenze, in modo che i diritti d’uso in esse contenuti non siano condivisibili.
- Calcolare il corrispettivo (royalties) da corrispondere agli aventi diritto sulla base di quanto previsto dal contratto e dalle vendite.
Le tecnologie base usate nel DRM sono la crittografia, il watermarking e il fingerprinting digitale. Su queste tre tecnologie occorre fermarsi un attimo.
La crittografia è lo studio delle tecniche usate per trasformare un testo leggibile in crittogramma e viceversa. Nel diritto dell’Era digitale l’utilizzo della crittografia è diventato pervasivo, ponendo a coloro che creano le regole complessi problemi (si pensi alla firma digitale e ad alcune tecnologie di difesa della privacy). Nell’ambito di una trattazione specificatamente dedicata ai profili tecnologici del DRM, la crittografia digitale viene presentata come una tecnologia non tanto destinata a proteggere i segreti, quanto a cercare di emulare i comportamenti che le persone tengono nel mondo non digitale. Da questa osservazione nasce la necessità di cambiare paradigma: dall’impedire la duplicazione del contenuto, all’impedire l’accesso al contenuto, indipendentemente da come questo sia duplicato. E’ una cambiamento importante: il contenuto può essere duplicato e posseduto a piacere, ma è l’accesso allo stesso a dover essere regolamentato e protetto. Dall’angolo delle imprese che intendono far leva sul DRM, posto che non esistono sistemi crittografici assolutamente inviolabili, si pone il problema di misurare il grado di (relativa) sicurezza di una determinata tecnologia crittografica. Esiste poi un trade off tra sicurezza e praticabilità della crittografia, nel senso che sistemi affidabili possono essere costosi e difficili da utilizzare. Sul piano della sicurezza, tra molti parametri che vengono utilizzati per valutare il grado di resistenza di un algoritmo di crittografia ve ne sono due ritenuti i fondamentali:
- Il tempo necessario a risolvere (to crack,in gergo) il sistema crittografato, cioè quello che viene definito forza bruta.
- il grado di esposizione dall’algoritmo a forme di analisi che rendono non necessarie il ricorso alla forza bruta.
Le imprese che producono sistemi crittografici possono perseguire una strategia di mercato che si basa sulla segretezza almeno di alcuni dettagli dell’algoritmo crittografico. Questo carattere segreto innesta una forma di proprietà intellettuale sul sistema (brevetto) che può verificare l’integrità del contenuto e l’identità del fornitore. La tecnologia crittografica basata sugli algoritmi a chiave asimmetrica (quella utilizzata per la firma digitale, Public Key Infrastructure PKI ), consente di raggiungere questi scopi.
Il Watermarking è la tecnologia finalizzata all’inserimento nel contenuto digitale di una filigrana digitale impercettibile e indelebile. Essa deve avere le seguenti caratteristiche:
- Impercettibilità (non individuabile attraverso la fruizione).
- Robustezza (deve sopravvivere alle manipolazioni del contenuto, come la compressione).
- Capacità (deve contenere il maggior numero di dati possibili).
- Sicurezza (deve essere indelebile e resistente ai tentativi di cancellazione).
- Efficienza (minor dispendio di tempo possibile).
Anche per queste caratteristiche esistono dei trade off: innanzitutto l’impercettibilità della filigrana si degrada sempre durante la compressione di un file. Inoltre la filigrana digitale, più dati contiene e più e percettibile. Nei sistemi DRM il watermarking funziona in connessione con altre tecnologie. Spesso, il watermarking è associato alla crittografia. Si può crittografare il watermark, lasciando in chiaro il contenuto, oppure si può crittografare anche il contenuto.
Il fingerprint (letteralmente: impronta digitale) costituisce un file indissolubilmente associato ad un altro. Quando quest’ultimo visualizza il contenuto digitale, il fingerprint funge da impronta di riferimento. A differenza del watermarking, il fingerprint non è incorporato nel file al quale si rapporta. Queste due tecnologie possono interagire consentendo di identificare e “tracciare” le copie dei contenuti e gli utenti stessi. Insomma, il DRM rappresenta un bello scacco alla privacy di ogni internauta.
3.5.1 A chi intersessa il DRM?
La distribuzione controllata dei contenuti oggetto del DRM coinvolge gli interessi di molteplici parti:
- Fornitori di contenuti (Content Provider): che dovendo distribuire all’utenza professionale e privata i propri contenuti in formato digitale, desiderano tutelarsi rispetto a duplicazioni o accessi illegali. Un Content Provider è un qualsiasi soggetto che produce, pubblica, distribuisce e commercializza un qualche genere di contenuti. Sono Content Provider le case discografiche, i produttori cinematografici, gli editori della carta stampata, le emittenti radiofoniche e televisive, i portali su Internet ma anche gli istituti di studio, le agenzie stampa e gli archivi fotografici.
- Fornitori di servizi (Service Provider): sfruttano e richiedono la circolazione dei contenuti per alimentare le reti e stimolare la domanda; si assicurano che i contenuti siano rilasciati solo su dispositivi compatibili; non vogliono responsabilità per implementazioni imperfette.
- Produttori di apparati e tecnologie (Device and Technology Vendors): valutano i costi e responsabilità davanti alle implementazioni di tecnologie DRM; sono interessati alla disponibilità dei contenuti (aumento della domanda = incremento delle vendite) ma non temono il rischio di un calo delle vendite dovuto alla protezione DRM implementata nei dispositivi che producono.
- Utilizzatori (Content Consumer): desiderano soluzioni semplici e rapide, compatibili con più devices, con pagamenti ragionevoli. E’ la parte interessata che dovrà effettuare il più sensibile e forse anche forzato, cambiamento nelle abitudini della fruizione.
In questo contesto, appare evidente il ruolo dei Governi; essi devono stabilire regole per la salvaguardia del diritto d’autore e delle relative protezioni tecnologiche DRM, monitorarne l’applicazione a supporto e integrarne la regolamentazione (legale, tecnica e business) della circolazione dei contenuti.
Incerto appare invece il ruolo delle Collecting Agencies, ossia di quelle agenzie (come la SIAE italiana) nate per la gestione collettiva dei diritti. La struttura della società di gestione collettiva dei diritti, infatti, mal si adatta alle esigenze dei nuovi modelli di business affermatasi con l’evoluzione delle tecnologie digitali e di Internet; da più parti viene richiesta la ridefinizione dell’organizzazione, della finalità e delle competenze di tali agenzie.
Ricordiamo che sulla Rete non esistono costi di distribuzione, pertanto non è necessario che ci siano intermediari tra il produttore di contenuti e l’utente finale. Ciò permetterebbe una redistribuzione più equa dei proventi evitando le solite speculazioni delle lobbies dell’intrattenimento.
3.5.2 DRM e Privacy
Come i diritti di proprietà intellettuale, anche il diritto alla privacy è un prodotto della trattazione giuridica occidentale, entrambi strettamente connessi allo sviluppo tecnologico. Secondo un’autorevole dottrina, sono i mutamenti delle tecnologie dell’informazione, della riproduzione e dell’ingegneria genetica a muovere il cammino che porterebbe dal diritto alla riservatezza al diritto di mantenere il controllo sulle proprie informazioni personali.
Sebbene il panorama che risulta dalla comparazione dei modelli legislativi sia ben più frastagliato di quello che fa da sfondo ai diritti di proprietà intellettuale, è possibile sostenere che almeno la complessità dell’attuale concetto di privacy costituisce un dato condiviso da tutti i sistemi giuridici occidentali. In particolare, il trattamento informatico dei dati personali chiama in causa le molteplici dimensioni del concetto di privacy. Nell’Era di Internet, privacy e diritti di proprietà intellettuale trovano più occasioni di conflitto e convergenza. La tensione fra questi due aspetti si manifesta in maniera evidente nell’utilizzo di sistemi DRM. Il problema si riflette nel tono delle condizioni generali di contratto che accompagnano i sistemi DRM. Il potere di controllo ed i contratti sui contenuti digitali fanno leva anche sull’acquisizione e sul trattamento di dati personali.
Ricordiamo che un sistema DRM deve avere almeno due delle seguenti caratteristiche:
- Controllo sull’accesso al contenuto;
- Controllo sugli usi del contenuto;
- Identificazione del contenuto, dei titolari del contenuto e delle condizioni generali per il suo utilizzo;
- Autenticazione dei dati di identificazione elencati al punto 3.
A queste funzioni di base ne vanno aggiunte altre, come la possibilità di monitorare la fruizione del contenuto, la possibilità di sanzionare i comportamenti fraudolenti, la possibilità di gestire i pagamenti per l’utilizzo del contenuto. A prima vista, la natura della minaccia che il DRM muove alla privacy è la stessa che caratterizza le altre tipologie di trattamento dei dati personali. Sulla Rete i maggiori timori sono connessi al profiling, cioè alla tracciatura e definizione delle abitudini e dei gusti dei consumatori. Questo è testimoniato dall’abbondanza in Rete di cookies, spyware, adware che ci monitorano costantemente . Quindi c’è la possibilità di creare banche dati sul consumo intellettuale tramite i sistemi DRM che rinviano al titolare dei contenuti un enorme feedback sull’attività dei fruitori.
E’ abbastanza chiaro il fatto che si sta estendendo l’inaccettabile concetto di limitazione dei diritti dell’utente, per tutelare gli “interessi superiori” aggrediti da minacce virtuali. Tutto questo è frutto di una malintesa, inaccettabile e purtroppo di moda “filosofia della prevenzione” che trasforma ciascuno di noi in un potenziale delinquente e quindi richiede che le nostre azioni vengano limitate e controllate. Non è difficile prevedere dove si potrebbe arrivare con questi presupposti . Fortunatamente finché esisteranno PC in libera vendita, con sistemi operativi non proprietari ed open source, e con la possibilità degli utenti di scriversi da sé i programmi e scambiare i propri software, nessuna protezione logica avrà modo di durare a lungo. L’unica strada dell’industria per combattere questa battaglia sarebbe quella di riuscire ad indebolire la produzione e la diffusione di computer “indipendenti”, imponendo a tutti i mercati mondiali un unico prodotto standard proprietario e “blindato” che possa così effettuare l’enforcement delle limitazioni previste. Uno scenario del genere, per quanto apocalittico possa sembrare, è già stato realizzato: si chiama Palladium e prevede proprio un forte controllo da parte dell’industria sulle piattaforme digitali. Se ciò si realizzasse ci troveremmo in un mondo in cui, a confronto, gli incubi di “1984” e “Fahrenheit 451” sembrerebbero rose e fiori. Per fortuna una prospettiva di questo tipo, nonostante lo strapotere delle lobby dell’industria dell’intrattenimento, sembra irrealizzabile. Si tratta solo di vedere quanto tempo ci metterà l’industria a capire che il controllo tecnologico sui dispositivi è sbagliato e antistorico, e di conseguenza cambiare il proprio atteggiamento. Ma i segnali che inducono ad un ottimismo tecnocratico sono comunque pochi.
La crittografia tratta delle scritture segrete ovvero i metodi per rendere un messaggio offuscato in modo da non essere comprensibile a persone non autorizzate. Il termine deriva dalla parola greca kryptos che significa nascosto, e dalla parola gràphein che significa scrivere, www.wikipedia.it .
R. Caso, Digital Right Management, Il commercio delle informazioni digitali tra contratto e diritto d’autore, CEDAM 2004.
Rapido esempio: se sono un Internauta alle prime armi e utilizzo Windows Media Player 7.0, la Microsoft ha la possibilità di tracciare tutti i miei gusti musicali tramite un indirizzo IP univoco che si crea quando mi connetto alla Rete. Se sono un Internauta più attento, invece, disabilito tutte le opzioni di tracciatura tramite il pulsante “ulteriori informazioni”. Una scelta di programmazione un po’ criptica.
3.6 Scenari possibili
L’associazione italiana no-profit denominata NewGlobal ha redatto un documento nel quale descrive i tre possibili scenari di sviluppo del diritto d’autore all’interno della Rete : Modello Internet-P2P, Copyright modellato alle sfide tecnologiche e Compenso flat agli autori da parte degli utenti p2p.
- Modello Internet-P2P. Internet è condivisione della conoscenza e il software libero è uno dei punti cardine di questa filosofia innovativa: la totale fruibilità dell’informazione e il suo immediato trasferimento trasforma costantemente il nostro modo di essere e di pensare. Il tanto criminalizzato p2p risponde perfettamente a questo desiderio di condivisione e può essere utile per gli artisti (gli artisti francesi lo hanno già capito) che hanno la volontà di emergere senza avere dietro un parente importante o una casa editrice disposta ad investire molti soldi nel marketing dell’artista. Oggi, produrre musica è relativamente costoso e l’artista che si ritenesse talentuoso potrebbe produrre da sé i propri file musicali e distribuirli gratuitamente sulle Reti P2P, sfruttando il passaparola delle comunity, ed assumendo una propria visibilità. I vantaggi sarebbero molti. Il primo sicuramente consisterebbe nell’assenza di impegno da parte dello Stato nella missione impossibile di tutelare il copyright; inoltre sarebbero gli utenti a fornire e pagare il proprio canale distributivo proprio mettendo in condivisione i brani. Il problema è il cambio della mentalità rispetto al copyright, ma soprattutto da parte degli artisti che guadagnerebbero dal proprio lavoro continuo, e non dalla rendita di un singolo fortunato atto creativo. Inoltre il P2P permetterebbe alle opere mai pubblicate per mancato interesse economico ed alle opere fuori produzione, di essere a disposizione di tutti.
- Il Copyright ed il suo adeguamento alle nuove sfide tecnologiche: il sistema tradizionale di copyright ha moltissimi punti di sofferenza e il suo principale svantaggio è proprio l’impossibilità di riuscire a vietare il godimento illecito di contenuti protetti: l’illecito è e resterà molto diffuso e costerà tantissimo combatterlo sia per i costi diretti che questo cambiamento comporterebbe, sia per i costi indiretti legati al degrado delle libertà costituzionali ed un sempre e più invasivo controllo pubblico. Senza contare la forte isteria legata all’impossibilità di difendere l’indifendibile, ricercando pene sproporzionate per i trasgressori. Diverse opportunità tecniche sono all’orizzonte, ma vanno adeguatamente guidate: il DRM ad esempio non può avere un futuro proprio perché ha come semplice scopo la perpetuazione di un modello di business non più adeguato all’evoluzione tecnologica. Il DRM non può essere usato come backdoor di sorveglianza delle azioni degli utenti ma deve informare preventivamente sui feedback generati dall’uso di questa tecnologia, al fine di diffondere negli utenti la consapevolezza della diffusione dei propri dati personali. Per quanto riguarda il nuovo modo di produzione dei beni immateriali, le licenze libere come Creative Commons e GPL rappresentano il vero passo avanti nel diritto d’autore: una soluzione socialmente adeguata al nostro presente tecnologico e che guarda al business da una prospettiva diversa; una prospettiva di libera diffusione della Cultura e non di speculazione incontrollata e mono direzionale.
- Compenso flat agli autori da parte degli utenti p2p. Questa nuova visione è venuta alla ribalta grazie alla proposta brasiliana di rendere fair use gli mp3 in Brasile. La proposta è stata analizzata seriamente da un’associazione francese chiamata ADAMI (che raccoglie circa 60000 artisti francesi), che la ha definita come un’onesta mediazione tra le cultura Internet e la cultura del copyright. Attuando questa proposta, tutti coloro che desiderassero usufruire dei prodotti dell’ingegno, pagando un cifra flat (che alcuni posizionano su 5 euro al mese) potrebbero scaricare quello che vogliono, mentre gli artisti riceverebbero un compenso proporzionale alle volte che il loro lavoro è stato scaricato. Il principio non è per nulla nuovo: lo pratica SKY, dove con un modesto canone è possibile vedere 100 film al mese. Il trucco sta nel fatto di rendere disponibile molto più materiale di quanto un utente possa fruire. In questo caso il vantaggio sarebbe un basso impiego di forze di polizia per l’individuazione degli illeciti. La domanda che la comunità si pone è come verranno ripartiti i ricavi? La ADAMI ha prospettato delle importanti riflessioni: sicuramente la ripartizione non potrà essere effettuata in termini percentuali rispetto o al numero di volte che il brano viene scaricato o al numero di ascolti (cosa semplice per i sistemi p2p centralizzati come Napster, ma impossibile per il p2p puro e serverless). Questo sistema inoltre si espone alle strategie truffaldine di qualche artista che potrebbe immettere sulle reti p2p dei virus con il compito di scaricare a più non posso il loro lavoro. La soluzione prospettata consiste nell’affiancare ai sistemi automatici anche sistemi tradizionali come i sondaggi. Altro problema non da poco è definire un ente imparziale che con procedure trasparenti, incassi il dovuto e lo rigiri agli addetti. E’ inutile rimarcare che in questo tipo di sistema sarà necessario un fortissimo ridimensionamento del ruolo degli editori. A favore di questo sistema inoltre vi è un dato, sotto certi aspetti sorprendente, citato nelle ricerche effettuate dalla ADAMI: il 20% degli utilizzatori del p2p continuerebbero ad usarlo anche se i cd musicali fossero gratuiti. Insomma il p2p non è un semplice strumento tecnologico, ma una specie di lifestyle in cui la gratuità non è affatto la motivazione principale ed in cui la forma di pagamento flat è il miglior compromesso tra le esigenze degli utenti e quelle degli autori. C’è quindi una soluzione possibile per liberalizzare in qualche maniera il p2p: bisogna solo accordarsi e agire per tutelare contemporaneamente artisti e utenti, limitando lo strapotere delle lobbies dell’intrattenimento (non dimentichiamo che nelle Reti p2p non esiste costo di distribuzione).
3.7 La legalizzazione del P2P
Secondo la BigChampagne, società specializzata nell’analisi del traffico Internet, il file-sharing non è mai stato così popolare. Ad agosto 2005 gli utenti connessi contemporaneamente nei network p2p sono saliti a 100 milioni, contro i 60 milioni e 800 mila dello stesso periodo dell’anno scorso. Nonostante due sentenze sfavorevoli nel giro di pochi mesi e oltre 14 mila cause individuali negli ultimi due anni, le sirene dello scambio tra pari continuano ad attirare proseliti .Questo è un segno che, a dispetto degli sforzi giudiziari e pedagogici dell’ industria dell’intrattenimento ( come recita lo spot italiano :“la pirateria multimediale è un crimine: stanne fuori”), lo scambio file continua a non essere percepito come un reato. Dice Eric Garland, amministratore delegato della BigChampagne: ”La gente è consapevole di tutti gli avvertimenti e delle minacce legali, ma non abbastanza”. Il primo duro colpo al mondo p2p (Napster a parte) è arrivato nel giugno 2005 quando la Corte Suprema degli Stati Uniti, ha ritenuto le società produttrici di software Grokster e StreamCast Network, proprietari di Morpheus, responsabili di aver incentivato il file-sharing illegale. Stessa sorte è spettata alla Sharman Networks che è stata condannata dalla Corte Australiana per comportamenti illegali nel suo network. Ma non tutto il mondo è d’accordo sull’illegalità del file sharing. Come abbiamo accennato in precedenza, lo Stato brasiliano ha reso fair use gli mp3 che vengono considerati come un bene comune da diffondere, per incrementare e incentivare lo sviluppo musicale del paese. Ma i brasiliani non sono soli. Nel 2005 la Corte Canadese si è pronunciata a favore della legalità del p2p obbligando la CRIA (associazione delle case discografiche canadesi) ad un brusco arresto e aprendo in questo modo un buco nel sistema. Secondo la Corte canadese, nel file sharing non si ruba qualcosa ad un altro, non la si sottrae dal PC di un altro utente: la si scambia, la si baratta, la si condivide con modalità che possono cambiare di volta in volta in modo inconsapevole. Tutto questo fermento giuridico sull’argomento ha sollevato la curiosità dei ricercatori interessati a stabilire fino a che punto il file sharing incida sul business delle Majors e fino a che punto non siano invece discriminanti altri fattori come il prezzo troppo alto dei CD, la scarsità dei contenuti proposti, la concorrenza di altri produttori multimediali più appetibili, la crisi economica. A questo proposito sta facendo scalpore la ricerca presentata in questo periodo da due professori dell’Università di Harward e North Carolina in cui si afferma che non è rinvenibile una incidenza statisticamente rilevante sul calo delle vendite dei CD, imputabile all’uso del file sharing. La ricerca è stata effettuata su quasi due milioni di file monitorati per 17 settimane e il risultato indica un solo mancato acquisto ogni 5000 download. I principali players del mercato stanno poi cercando di vendere musica e video via Internet: Apple ha venduto 50 milioni di canzoni tramite il proprio negozio On-line Itunes (le canzoni vengono vendute a 99 cent) e molti altri protagonisti della rete stanno aprendo negozi on line (Microsoft per esempio). Un punto importante da precisare a tale riguardo è che il rapporto tra file disponili in un negozio on line e i file presenti nelle Reti p2p è di 1 a 260. La politica delle Major, da alcuni considerata come “denunciare il proprio potenziale cliente”, non sembra portare a risultati positivi e non lascia intravedere spiragli per il futuro: nel settore dei dati digitali, ogni tentativo di limitare l’accesso ad una risorsa, censurare contenuti o proteggere file è puntualmente un fallimento. Il file sharing è uno strumento straordinario per la diffusione della Cultura e del Sapere in genere e può contribuire a far conoscere artisti sconosciuti e reperire materiale introvabile: bloccarlo, oltre a non essere possibile, sarebbe contrario all’evoluzione naturale della tecnologia.
Ma le legalizzazione del file sharing è possibile, e sono i francesi a dimostrarlo!
Un tribunale parigino ha emesso una sentenza senza precedenti, che in buona sostanza afferma la liceità dell’uso del p2p per scaricare e condividere file protetti dal diritto d’autore a fini personali, ovvero in assenza di finalità commerciali e di lucro. La notizia della sentenza sta facendo rapidamente il giro della Rete: un giovane francese è stato assolto dall’accusa di possedere e condividere circa 1600 mp3. E’ la prima volta in Europa che un’utente viene assolto da un’accusa del genere. Tutta la Comunità europea è chiamata a riflettere sull’argomento e intervenire in maniera adeguata a tecnocratica.
In Italia grazie al Decreto Urbani chi scarica anche un solo mp3 dalle Reti p2p rischia fino a quattro anno di carcere!
3.8 Conclusioni
In questo lavoro, siamo partiti dalla geometria della grande Rete e abbiamo dimostrato che, dal punto di vista comunicativo e relazionale, il Web è stato un passo indietro rispetto all’architettura della Rete primordiale fatta di pari (Arpanet e BBS). Abbiamo scoperto che il p2p, concettualmente, non è un’idea nuova bensì un back in the days nella storia dell’informatica. L’implementazione del p2p ha prodotto software in grado di creare una Rete mondiale parallela a quella del Web, che dà la possibilità a tutti gli utenti di scambiare file (file sharing). Abbiamo approfondito le vicende di Napster e dei suoi successori e ci siamo resi conto di quanto sia dirompente la tecnologia peer to peer. Ci siamo anche resi conto dell’entropia che si è venuta a creare tra il mercato dei beni immateriali e le nuove tecnologie comunicative (p2p tv, telefonia p2p). Abbiamo anche visto come le grandi industrie dell’intrattenimento cercano costantemente nuove soluzioni per contrastare il fenomeno della pirateria, naturalmente attuando solo politiche repressive che considerano ogni utente un potenziale bandito. Ma la cosa più importante da tener presente in tutto questo discorso è che l’uomo tecnocratico agisce sulla Rete in funzione del bene comune. La gente che ha contribuito alla nascita dell’interconnessione, non lo ha fatto a fini commerciali ma bensì a fini sociali (Ward Christensen e Randy Suess crearono le prime BBS allo scopo di scambiarsi programmi senza ricorrere alla comune posta). Il fine sociale di cui parlo è lo stesso spirito che muove costantemente il movimento Open Source, che stimola (e non reprime) l’attività creativa di ogni autore in qualsiasi campo.
Abbiamo anche notato come le grandi major dell’intrattenimento stiano puntando sempre più su una politica repressiva, che lacera la nostra privacy e la nostra libertà di informare e di essere informati. Fortunatamente il Web si è evoluto diventando un mass media bi-direzionale (blog, forum, chat free) che permette agli utenti di esprimere il proprio pensiero, interagendo con la Rete.
Con questo non voglio assolutamente screditare il Web (miniera di informazioni, grande manuale universale, mezzo di diffusione gratuito) ma voglio enfatizzare il fatto che nel p2p, il carattere comunicativo paritario è naturale e non una forzatura. Le relazioni sociali che si possono instaurare tra gli utenti p2p sono ben diverse dalle relazioni che si instaurano tra gli utenti del Web. Gli utenti p2p condividono tutto: file, capacità di elaborazione dati (calcolo distribuito), streaming video, diventando loro stessi infrastruttura e fornitore abusivo di contenuti. Dato che il collasso o la distruzione di uno o più peers non comporta la disfatta della Rete stessa, si può tranquillamente affermare che le Reti p2p sono indistruttibili e quindi il fenomeno potrebbe essere arginabile ma non estirpabile. Il che ci porta ad una riflessione semplicissima: perché bandire delle tecnologie che potrebbero cambiare in meglio il nostro rapporto con l’informazione?
Non sarà che la pirateria è solo un pretesto, dietro il quale si cela un progetto repressivo ben più ampio?
Nella realizzazione di questo lavoro, consultando siti come Apogeo on line, Interlex, Peacelink, Alicei ho trovato un argomento che mi ha appassionato immediatamente: “the Italian CrackDown”del 1994. Quando ho capito della gravità della mia ignoranza sull’argomento, mi sono preoccupato ed ho chiesto a tutti i miei compagni di Università se avevano mai sentito parlare del Crackdown italiano. Purtroppo la risposta unanime è stata negativa. Nessuno conosce la vicenda ed in cinque anni di Scienze della Comunicazione, non abbiamo mai trovato alcun riferimento su questo grave avvenimento avvenuto in Italia e per giunta a pochi chilometri da casa mia (provincia di Taranto).
Questa vicenda ci fa aprire gli occhi e ci mostra palesemente che dietro la repressione della pirateria c’è qualcosa in più.
CAPITOLO 4
THE ITALIAN CRACKDOWN
4.1 Scenario
Crackdown è un’intraducibile parola inglese che racchiude in un unico vocabolo il significato di crollo, attacco, disfatta, distruzione, smantellamento, colpo di grazia. In questo capitolo esamineremo le vicende che nel maggio del 1994 hanno messo in ginocchio la Telematica Sociale di base, le Reti Autogestite, autofinanziate e popolari. Questo durissimo colpo alla controinformazione digitale è stata l’azione di polizia informatica più grande della storia; una interminabile serie di sequestri, censure, perquisizioni, intimidazioni, bavagli e violazioni dei diritti costituzionali, avvenuta nel più totale disinteresse dei media e della politica, a beneficio di grandi nomi dell’informatica. A questa operazione si aggiunge, un mese più tardi, anche il sequestro del nodo centrale di Peacelink, associazione pacifista della lotta per la libertà di espressione sulla frontiera digitale. Reati d’opinione, satanismo, violazione del copyright e altri pretesti sono stati utilizzati per una caccia alle streghe del nuovo millennio, attuata dalla Santa Inquisizione delle Reti.
“La previsione di Ben Bagdikian, che viene spesso citata dal libro The Media Monopoli (Beacon Press, Boston 1983) è che alla fine del secolo, cinque/dieci giganti aziendali controlleranno la maggior parte dei più importanti editori di periodici, libri, televisione, produttori cinematografici, discografici del mondo. Questi nuovi signori dei Media possiedono il potere di determinare quali informazioni vanno distribuite, e temo che non incoraggerebbero proprio le loro reti private a diffondere tutti i tipi di informazioni fatte circolare da cittadini liberi e da organizzazioni non governative. La soluzione militante è l’uso della telematica per creare reti informative planetarie alternative” .
4.2 Cyberfavola
“a generation which ignores history has no past and no future”
E venne il giorno del Grande Fratello, anche se con dieci anni di ritardo rispetto alle previsioni. Era il 1994. Intervennero le Guardie e i computer furono spenti uno dopo l’altro. Il giocoso Villaggio Globale divenne cupo e triste. Tutti pensavano: perché fanno questo? Il ragazzo osserva irrigidito le Guardie che avevano fatto irruzione in casa sua. Rovistavano nei cassetti, in tutti gli angoli della casa e finalmente trovarono il Modem, un pericoloso apparecchio per la comunicazione telematica delle idee non autorizzate del Grande Fratello. La madre piangeva ma le Guardie continuavano silenziose ed implacabili a perquisire e requisire tutto: computer, modem, dischetti, stampanti, spinotti e persino un Kit della radio scuola Elettra che venne scambiato per un kit di spionaggio. Imballavano e sigillavano tutto in grandi scatoloni di colore marrone. Tutto venne portato via. Ed il ragazzo? Gli fu lasciato un foglio: un avviso di garanzia. La Guardia che aveva appena imballato tutto tirò fuori l’alcol e si disinfettò le dita borbottando a mezza voce: “con i virus è meglio essere prudenti”. Tanti giovani, dottori, impiegati, operai, studenti, subirono simili perquisizioni e furono loro sequestrate le attrezzature con cui erano soliti comunicare i loro pensieri non autorizzati dal Grande Fratello. Il popolo della Rete era arrivato a fare con i computer cose ingegnose quanto pericolose: li collegava l’un l’altro di notte con i modem, nelle ore in cui la bolletta costava meno, e si scambiavano tutte le informazioni, tutte sistematicamente non controllate dal Grande Fratello. Il popolo telematico aveva creato i BBS (bulletin board sistem), veri e propri strumenti di esplosione dell’indipendenza comunicativa: uno strumento democratico e democratizzante. I BBS traboccavano di messaggi e di discussioni animate da individui convinti che l’indipendenza del proprio pensiero fosse un bene per la società. Già a quei tempi la società civile si stava attivando con i rudimentali computer di allora per organizzare l’autogestione della propria vita. La più grande di queste Reti si chiamava Fidonet che, per statuto, non accettava pubblicità. C’era persino una pericolosissima Rete che parlava di pacifismo e che creava e crea grande scompiglio. Insomma il popolo della Rete aveva capito che per fare informazione non c’era bisogno di creare un giornale: si poteva realizzare un collegamento telematico con quattro soldi ed avere notizie fresche in tempo reale. Ma il felice villaggio globale cadde sotto i colpi dei sospetti investigativi, sufficienti per bloccare un BBS ogni due giorni. Poco tempo dopo, tra l’indifferenza dell’opinione pubblica, furono chiusi centinaia di BBS a causa di una nuova legge voluta dal GF: ogni BBS doveva avere un giornalista responsabile e pagare una tassa di iscrizione all’apposito albo (100 milioni di Lire). Qualcuno pensò: il fascismo. Ma non ci furono pestaggi né si bruciarono le Sedi né si ammaccarono le teste che non volevano capire: tutto si svolse a norma di legge. Molti BBS gettarono la spugna, sapendo che non avevano speranze di fronte ad un nemico come il GF. Ma vi fu un gruppo di estremisti della libertà che organizzò un’odiosa quanto pericolosa resistenza non violenta, formando un movimento di partigiani telematici. Costoro continuarono a trasmettere messaggi come “obiezione di coscienza”, violando la legge e trovando ogni cavillo giuridico per averla vinta; si appellavano all’articolo 21 della Costituzione Italiana. La repressione si fece sempre più dura ma i partigiani telematici ne sapevano una più del diavolo: arrivarono a costruire un BBS di 50 grammi, con una memoria sterminata e con un telefonino digitale incorporato. Una vera stazione sovversiva ambulante, con più di 100 linee telefoniche e dal devastante uso sociale. Per tanti anni i partigiani telematici sono rimasti nascosti nelle cantine, cercando di fare informazione alternativa ma il 25 aprile del 2000 decisero di uscire dalla clandestinità. Entrarono nelle città liberate, con i computer a portata di mano e distribuendo dischetti informativi. Appesi ai jeans avevano batterie solari ricaricabili: erano le loro munizioni. Mille guardie scelte furono lanciate contro i partigiani telematici, con l’ordine di distruggere tutto. I partigiani telematici erano in piazza e avevano intorno a sé una marea di gente che faceva da scudo con il proprio corpo. Patirono messaggi di aiuto verso tutto il mondo e arrivarono poco dopo attestati di solidarietà da tutto il Pianeta. I principali quotidiani del mondo furono avvisati di quanto stava avvenendo. Intanto le Guardie calpestarono il tappeto umano che circondava i partigiani telematici e arrivarono l’uno contro l’altro: si guardarono negli occhi, fermi per un minuto. Ma proprio in quel momento arrivò un messaggio di posta elettronica: “Il Magistrato Vorrelli emette un mandato di cattura per il Grande Fratello”. L’annuncio suscitò un senso di liberazione generale. I partigiani digitali avevano vinto .
4.3 Operazione Hardware 1
Nel primo capitolo abbiamo parlato dell’Operazione SunDevil del 1991 che coinvolse centinaia di BBS statunitensi, in seguito al collasso della compagnia telefonica At&t, il giorno del Martin Luter King Day. L’11 maggio del 1994 tocca all’Italia subire una feroce ondata di repressione poliziesca all’interno delle Reti di telematica sociale di base. Scatta l’Operazione Hardware 1. A essere oggetto di una vera e propria ecatombe sono decine di nodi Fidonet e tutte le reti di BBS che popolano lo scenario italiano della telematica di base. Vengono sequestrati decine di computer che contengono programmi liberamente distribuiti e numerosi Sysop (operatori di sistema) vengono incriminati sulla base di semplici sospetti. Gran parte del materiale sequestrato giace per lunghi anni nei magazzini delle Guardia di Finanza senza mai essere esaminato. La raffica di sequestri parte dalle Procure di Pesaro e di Torino ed i reati contestati sono gravissimi: frode informatica, alterazione dei sistemi telematici, diffusione abusiva di codici d’accesso, illecita duplicazione di software, contrabbando, con l’aggravante del fine di lucro. L’indagine di Torino inizia con l’attività di un investigatore della Finanza che inizia a collegarsi a BBS amatoriali alla ricerca di pirati informatici. Con l’ausilio di un consulente esterno, vengono filmate tutte le sessioni di Chat e le conversazioni con gli operatori di sistema. Si individuano una dozzina di presunti BBS pirata che finiscono nel mirino degli inquirenti. In questa prima ondata di perquisizioni vengono sequestrati 17 computer, 27 modem, 8 CD-ROM e 13690 floppy disk contenenti software illecitamente duplicato. Resta un mistero il modo in cui la Guardia di Finanza è in grado di affermare che tutti quei floppy contengono software pirata, dal momento che non era stato effettuato nessun controllo sul materiale sequestrato. L’operazione successiva parte dalla procura di Pesaro ed ha risvolti ancora più gravi: 173 decreti di perquisizione, che riguardano altrettante banche dati. Vengono impiegati 63 reparti della Guardia di Finanza che effettuano perquisizioni a tappeto. Vengono sequestrati 160 computer, 111.041 floppy, 82 modem, riviste, documenti personali tappetini per i mouse. A partire da un’ attività di pirateria di software di un isolato gruppo di provincia ben localizzato ed individuabile, da Pesaro si snoda una catena di sequestri che mette in ginocchio tutto il mondo della telematica amatoriale. L’indagine iniziale è a carico di un BBS di Pesaro che dietro lo pseudonimo di Computer club Pesaro Flash Group distribuiva programmi pirata . Con una reazione a catena, vengono coinvolti centinaia di sistemi “puliti”: nel computer sequestrato a Pesaro vengono trovati numerosi numeri di telefono di altri BBS, che per il semplice fatto di essere presenti nell’agenda telematica di un’altra persona, vengono coinvolti nei sequestri. Si sospetta l’esistenza di una rete di distribuzione di software duplicato illegalmente. La reazione a catena continua, e in ogni computer si trovano riferimenti ad altri sistemi telematici, che vengono sequestrati a loro volta. I sequestri si moltiplicarono per tutta la penisola, riavvolgendo il sottile filo telematico che collega i BBS Fidonet italiani. Basterebbe conoscere la natura delle reti amatoriali per capire che ci si trova su una pista sbagliata: la politica delle reti Fidonet non consente nella maniera più assoluta la presenza di programmi protetti da copyright, pena l’esclusione dal circuito. Tutto questo è noto da sempre a chi vive nelle reti amatoriali di base, ma non a Gaetano Savoldelli Pedrocchi, il magistrato pescarese che dispone centinaia di sequestri, smantellando pezzo a pezzo il mosaico della telematica italiana. Nel frattempo i veri pirati si mettono in guardia, lasciando che la tempesta di sequestri si sfoghi sui BBS amatoriali basati principalmente sulla messaggistica, aperti al pubblico e senza nulla da nascondere. Proprio per queste loro caratteristiche, i BBS di reti Fidonet, PeaceLink e Cybernet sono i più conosciuti ed i più esposti alla furia cieca di chi non è in possesso delle conoscenze per colpire la pirateria vera.
Sequestrare un computer per conoscere il contenuto è un atto illegittimo, repressivo, che lede i diritti fondamentali dei cittadini colpiti da questi provvedimenti. Oltre al danno professionale, vanno tenuti in considerazione i numerosi danni morali e gravi violazioni della privacy: si pensi a tutti i messaggi privati presenti in un computer: quando la corrispondenza è in formato elettronico, sembra non avere la stessa importanza di quelle cartacea ed i servizi di posta elettronica gratuita sembrano essere meno importanti di un ufficio postale pubblico.
Durante l’infame ondata di sequestri del 1994, la vittima più illustre è stata la nostra Costituzione che afferma il Diritto al Lavoro (art. 4), l’inviolabilità del domicilio (art. 14), libertà e segretezza della corrispondenza (art. 15), tutela della libera iniziativa privata (art. 41). Nei giorni successivi al Crackdown, si scatena un’ondata di panico generale: oltre alla chiusura forzata dei BBS a causa del sequestro dei macchinari, c’è anche chi chiude bottega di propria iniziativa per paura di dover sostenere ingiustamente pesanti spese legali, con il rischio di macchiare la propria fedina penale solo per l’hobby di collegare il suo computer per scambiare messaggi di posta elettronica. E’ il caso di Giorgio Rutigliano, il pioniere di Fidonet in Italia, che nel maggio di quell’ anno indirizza una lettera aperta al Presidente della Repubblica Scalfaro:
“La nostra preoccupazione è che si scateni una sorta di caccia alle streghe, ove il semplice appartenere ad una determinata categoria possa costituire elemento di dubbio sulla onestà e integrità del cittadino. Questa situazione creerebbe un grave danno alla telematica amatoriale senza fornire limitazioni alla giustissima lotta alla pirateria informatica; costituirebbe altresì una forte limitazione alla libertà dei cittadini della Repubblica. Poiché il rischio di simili evenienze già è avvertibile sulle pagine dei giornali a larga diffusione e poiché riteniamo che i principi motore delle nostre azioni (libertà di pensiero e comunicazione) e i principi generali del diritto trovino in Lei il più alto e convinto interprete, ci appelliamo a Lei in quanto primo garante della Costituzione, affinché voglia seguire le vicende segnalate, perché possano trovare giusta soluzione nel più breve tempo possibile, soprattutto nel rispetto di tutte le conquiste di civiltà ottenute dal nostro Paese” .
4.4 Reazioni della stampa e azioni politiche
Lo scalpore creato dalla vicenda genera un immediato interesse della stampa e una parte di essa non esita a condire i fatti, trasformandoli in un’intrigante storia di contrabbando illegale di programmi, ad opera di hacker malvagi che nel tempo libero si divertono a scatenare guerre termonucleari. “Caccia ai pirati informatici” (Repubblica 13/05/94), “I pirati dell’informatica nel mirino della finanza” (Il Mattino 15/05/94), “Pirateria informatica: 122 persone indagate” (Televideo 17/05/94) .
Comunque molte testate giornalistiche nei giorni del crackdown hanno dato un’informazione abbastanza corretta sulle reti BBS, sottolineando la loro estraneità alla pirateria. Nel maggio del ‘94 il lettore medio dei quotidiani italiani non aveva capito che cos’è un BBS, un nodo Fidonet o una messaggeria on line. In questo periodo di preistoria telematica pre- internet, le BBS sono un mondo sommerso e sconosciuto.
Questi sequestri raggiungono una gravità tale da non essere più ignorati e gli ingranaggi della politica si mettono lentamente in moto.
La prima interrogazione parlamentare in merito a Fidonet crack, redatta insieme a rappresentanti del coordinamento di Fidonet stessa, è presentata alla camera il 19 maggio del 94, su iniziative dei Deputati Riformatori Elio Vito, Emma Bonino, Marco Taradash, Giuseppe Calderesi e Paolo Vigevano. La seconda interrogazione presentata al Senato il 31 maggio, redatta dalla rete Peacelink su iniziativa dei Senatori De Noraris, Ronchi Di Mario del gruppo Verdi. In particolare nella relazione dei Riformatori si chiede si sapere:
- Se s’intende avviare un’indagine per verificare se le perquisizioni disposte dalla procura di Pesaro non abbiano leso i diritti fondamentali di libera circolazione delle idee.
- Se non si ritiene opportuno che gli Ufficiali di Polizia Giudiziaria, durante le perquisizioni, siano affiancati da periti informatici, sì da poter operare con cognizione evitando sequestri ingiustificati.
- Se si intende ribadire che la legislazione vigente non configura una responsabilità oggettiva del gestore di un sistema telematico in relazione alle attività messe in atto dagli utenti del sistema stesso.
Il 22 giugno la CPSR (Computer Professional for Social Responsibilty) il gruppo californiano di Palo Alto, che dal 1981 si occupa di problemi legali e sociali legati alle nuove tecnologie informatiche, indirizza al Presidente Scalfaro una lettera nella quale riassume tutta la preoccupazione nata oltreoceano per i gravi fatti italiani. La firma della lettera è di Eric Roberts, presidente della prestigiosa CPSR: Roberts fa notare come “il sequestro su larga scala di apparecchiature informatiche danneggia tutta la comunità italiana servita dai Bulletin Board e rompe i collegamenti vitali con tutti gli altri paesi. Poiché le reti informatiche stanno per sostituire il sistema telefonico e postale utilizzati in questo secolo, va riconosciuto loro il titolo di pubblico servizio e vanno protette in maniera adeguata. Questo richiede la cooperazione di tutta la comunità internazionale. Chiedo con urgenza che vengano restituite le apparecchiature sequestrate e si faccia in modo che Fidonet e Peacelink e le altre BBS siano in grado al più presto di unirsi nuovamente alla rete globale delle comunicazioni elettroniche”.
4.5 Peacelink Crackdown
Questa Rete nasce dall’omonima area messaggi Fidonet (Peacelink.ita) e si espande in seguito anche su Internet, con un sito web ed un gateway che permette di esportare le discussioni delle BBS anche sul web. La nascita della Rete PeaceLink risale al 1991 grazie alle idee pacifiste di un gruppo telematico di Taranto e di Livorno (Alessandro Marescotti, Marino Marinelli). Nel 1992 viene progettata una vera e propria Rete con diversi gruppi di discussione su tematiche come l’eco-pacifismo, la solidarietà, il lavoro. Giovanni Pugliese, un metalmeccanico con la passione per i BBS, pone le basi della Rete ed è lui a condurla verso l’espansione. Lo scopo di questa rete è quello di mettere insieme tutte quelle persone e associazioni che in Italia costituiscono l’arcipelago del pacifismo e far dialogare le diverse realtà del territorio nazionale.
In un secondo momento PeaceLink si costituisce come associazione di volontariato dell’informazione.
Fuori dal contesto dei sequestri compiuti dalla Procura di Pesaro, il 3 giugno del 1994 un nuovo provvedimento colpisce la Taras Comunication, ed il BBS di Giovanni Pugliese, nodo centrale della rete Peacelink, viene chiuso. L’azione contro questa Rete parte da un sostituto Procuratore di Taranto che ritiene che la banca dati di PeaceLink possa servire per porre in commercio duplicati di programmi coperti da copyright. La Guardia di Finanza di Taranto, capeggiata dal comandante Cazzato, ritiene che il BBS di Giovanni Pugliese diffonda software pirata a pagamento e specifica che il costo della connessione varia da 50 a 200 mila Lire per ogni collegamento. Nel suo appartamento di Statte, un piccolo paesino della provincia di Taranto, Giovanni Pugliese trasforma il suo computer in una banca dati pacifista che si impegna a dare voce a chi non ha voce, diffondendo informazioni che non trovano spazio sui Media tradizionali, relative a diritti umani, lotta alle mafie, rapporto tra nord e sud, ecologia.
Se la GdF di Taranto si fosse collegata a Taras Comunication, sarebbe stato chiaro che quella banca dati era il cuore di Peacelink, una Rete dove non si scambiano programmi ma solo messaggi pacifisti. Inoltre non bisogna essere esperti investigatori per effettuare degli accertamenti sul conto corrente dell’indiziato, per capire se e quanti soldi vi si versavano.
Solo con queste due semplici operazioni la GdF si sarebbe resa conto che tutta questa storia era solo un teorema indimostrabile. Un altro interessante strumento di indagine sarebbe stato l’acquisizione dei tabulati telefonici di G. Pugliese: il tempo massimo di collegamento a Taras Comunication è di 30 minuti, durante il quale non ci sarebbe stato il tempo materiale per trasferire pacchetti software.
Ma il materiale raccolto dalla Finanza sembra essere sufficiente per far scattare la perquisizione ai sensi dell’articolo 250 del codice civile. Il procedimento riguarda anche la moglie di Pugliese, che non sa neppure usare il computer. Nella perquisizione viene sequestrato il computer con la banca dati di PeaceLink. Nel verbale di perquisizione, Giovanni Pugliese fa aggiungere che il Sistema Taras Comunication non ha nulla a che fare con la pirateria informatica ma la sua attività ha scopi inerenti alla pace e alla lotta alle mafie. Il 10 giugno il capitano Cazzato stende una relazione conclusiva che fa capolino alla BSA e all’Associazione Italiana per la tutela del software, associazioni che raggruppano i cartelli di aziende produttrici di hardware e software (Apple, Microsoft, Delphi, Lotus, ecc.). Nel 1996 Giovanni Pugliese riceve un decreto di condanna penale a tre mesi di reclusione e di una multa di 5 milioni di Lire: la perizia sul suo computer ha rinvenuto un programma senza licenza d’uso: Word 6 della Microsoft. Il programma era già installato e quindi in un formato non scaricabile dalle BBS. Giovanni Pugliese ricorre subito in appello ma nel ‘97 viene ribadita la sua condanna. I nodi Fidonet cominciano a cadere l’uno dopo l’altro e l’Internet di massa sostituisce per sempre le BBS, che scompaiono. La sentenza definitiva per il Taras Comunication e per Giovanni Pugliese arriva il 21 gennaio 2001: assoluzione con formula piena. Tutta la Rete telematica pacifista festeggerà l’avvenimento dopo sei lunghi anni di attesa .
Emilio Vede, La mia vita al servizio del Grande Fratello, 2004. La scrittura di questa cyberfavola inizia nel maggio del 1994, ad opera di Alessandro Marescotti, allora portavoce di PeaceLink, in coincidenza con l’Italian Crackdown. Mentre la favola era in fase di completamento, lo scenario che descriveva appariva sempre più reale e la favola elettronica divenne profezia.
4.6 Il vero motivo del CrackDown italiano
In merito alla vicenda del Crackdown, il popolo delle BBS aveva inizialmente puntato il dito contro il “grande fratello” Mr. B. che in quel particolare periodo politico (1994) appariva come colui che avrebbe avuto il maggior interesse a zittire ogni media alternativo e libero. Ma dopo aver letto il rapporto del Capitano della Finanza di Taranto, si è diffusa l’opinione che il soggetto principale dietro le quinte del Crackdown sia stata la BSA (Business Software Alliance), la santa alleanza dei grandi produttori di software, nata nel 1988 dall’unione dei sei maggiori produttori al mondo: Aldus, Ashton-Tate, Autodesk, Lotus, Word Perfect e naturalmente Microsoft. A queste aziende si aggiunsero la Digital Research e Novell nel 1990 e la Apple nel 1992.
In Italia l’iniziativa più discutibile della BSA è stata una serie di inserzioni uscite su tutti i quotidiani italiani che diffondevano lo slogan “Copiare il software è un delitto. Aiutateci a combattere la pirateria”. In questi articoli si invitava a spedire alla BSA un modulo prestampato o a chiamare ad un numero verde, indicando nomi ed indirizzi di soggetti non in regola con la legge sul software del 92, dal vicino di casa all’avversario politico. In seguito a questa iniziativa la BSA ha potuto realizzare un archivio di 400 indirizzi, grazie ai quali ha potuto fare un esposto alla Magistratura che con prontezza ha preso provvedimenti nei confronti di privati e aziende come la Montedison, Lavazza e l’Ente Fiera di Milano. Nel 1995 ANTEL, una compagnia telefonica dell’Uruguay viene trascinata in tribunale dalla BSA, per detenzione di software privo di licenza d’uso per un valore di 100.000$: i programmi pirata appartengono a Microsoft, Symantec e Novell. Incredibilmente nel 1997 la BSA abbandona il caso, mentre Microsoft, principale finanziatore della BSA stessa, stipula degli accordi speciali con ANTEL per rimpiazzare tutto il software preesistente con prodotti Microsoft regolarmente registrati: viene spontaneo pensare che la Microsoft abusi dell’influenza sulla BSA per rafforzare il suo monopolio a livello mondiale. Nel luglio del 1998 la filiale spagnola della BSA inizia una campagna contro la pirateria molto singolare: viene inviato a circa 15.000 aziende un questionario da compilare per evitare di essere esposte ad eventuali azioni legali nel caso che la BSA decida di acquisire per proprio conto informazioni sull’impresa. Durante questa sanatoria durata 90 giorni e conclusasi il 30 giugno, le aziende in possesso di software illegale hanno avuto la possibilità di sostituire i loro programmi con versioni originali, senza esporsi ad azioni giuridiche per violazione della proprietà intellettuale. La Business Software Alliance è anche il soggetto principale che ha portato all’approvazione della cosiddetta Legge Software del 1992 . Questa legge ha visto gli operatori del Diritto anteporre gli interessi di categoria imprenditoriale all’analisi razionale degli strumenti giuridici utilizzati . Sono proprio questi intersessi di categoria che hanno portato al crackdown italiano del 1994. La BSA usa quindi una politica repressiva, che fa perdere tempo e denaro a centinaia di innocenti, allo scopo di “educare” i vandali del software. La nostra legislazione ha fatto il resto dato che non ha saputo distinguere tra il traffico a scopo di lucro e la duplicazione a fini personali, concedendo in entrambi i casi, gli stessi anni di carcere . Secondo la BSA lo scopo di lucro è insito anche nel risparmio che deriva dal mancato acquisto e non dalla finalità dell’istituto o dell’utilizzo che viene fatto dal prodotto: quindi anche un professore che copia un programma a scopo didattico e dimostrativo per utilizzarlo nel suo laboratorio di informatica, è soggetto a conseguenze penali.
Nel 1997 la procura di Cagliari emette una sentenza storica: copiare software non è sempre reato. La parte in causa è una ditta che ha installato lo stesso programma originale su tre computer differenti. Il giudice spiega che il fatto non costituisce reato perché c’è una differenza tra lucro e profitto e la legge punisce solo la copia fatta a fini di lucro. A questo punto con la Legge 258/2000, un nuovo ritocco alla 633/1941 sul diritto d’autore sostituisce magicamente le parole “a scopo di lucro” con “per trarne profitto”, e sistematicamente dalle sedi della BSA, partono fax intimidatori con cui si avvertono le aziende del nuovo cambio di regola . Con il Decreto Urbani del 2004 vengono ribaditi gli stessi principi repressivi e quel “per trarre profitto” non viene sostituito. Errare è umano ma perseverare è diabolico, così come diaboliche sono le macchinazioni lobbistiche della BSA e la cocciutaggine dei legislatori in materia.
Il Decreto Legge del 12 marzo 2004 intitolato “interventi urgenti in materia di beni e attività culturali” (Decreto Urbani), si aggiunge ad una serie di leggi e di norme che, con i più svariati pretesti, infieriscono contro Internet e contro la libertà ed i diritti delle persone.
- Con l’entrata in vigore del decreto, la DIGOS, oltre che occuparsi di criminalità organizzata, terrorismo e sicurezza dello Stato avrà il compito di tutelare in via preventiva gli interessi di un ristretto gruppo di potenti imprenditori dello spettacolo, dell’editoria e dell’informatica.
- Questo decreto stabilisce di fatto la responsabilità oggettiva dei provider, che hanno l’obbligo di monitoraggio e denuncia dei propri utenti e sono multati pesantemente se non lo fanno.
- Per la prima volta si stabilisce che un certo uso della crittografia è di per sé illecito.
Si instaura insomma uno Stato di Polizia che con le persecuzioni delle intenzioni, la violazione della vita privata e delle comunicazioni, soddisfa le potenti lobby dell’intrattenimento, alle quali piace terrorizzare chi non asseconda i loro avidi interessi . Dopo aver analizzato come si sono svolti i fatti e quale peso abbiano ricoperto i Legislatori e le Multinazionali, possiamo concludere che il CrackDown Italiano è stato determinato da interessi di categoria che hanno distrutto e continuano a distruggere i movimenti spontanei, nati dall’iniziativa di gente che crede che la libertà sia ancora un bene inalienabile; gente che crede che la condivisione delle conoscenze sia il motore propulsivo che darà vita ad una nuova democrazia reale e digitale. Il controllo e monitoraggio degli utenti da parte dei Provider rappresenta un grave pericolo per la Democrazia e soprattutto per la Privacy di tutti noi. Mi chiedo: ma quando il nostro Governo diventerà tecnocratico? Quando capiranno che la repressione è inutile e crea solo sfiducia sociale? Perché le competenze tecniche degli illuminati che potrebbero cambiare in meglio il nostro futuro sono sempre considerate idee eretiche?
Questo modo di fare tipicamente italiano nuoce a tutti noi e beneficia sempre e solo i soliti noti-ignoti: tutti sappiamo come funzionano le cose in Italia. Il clientelismo e la censura sono radicate nella nostra storia. Dicendo questo non mi voglio scagliare contro nessuno, ma voglio ribadire che quello di cui tutti noi italiani abbiamo bisogno è un cambio di mentalità. Ma certo non sarà la mia utopia romantica a cambiare le cose.
CONCLUSIONI
Prevedere il futuro e lo sviluppo della Rete e delle nuove tecnologie è un’operazione difficile dato che i protagonisti coinvolti in questo processo evolutivo sono troppi ed hanno mentalità divergenti. Ci sono gli utenti che usufruiscono (passivamente) dei contenuti; ci sono i Governi che sono chiamati a legiferare e definire ciò che è a norma di legge; ci sono i Provider, i fornitori di contenuti a pagamento, le Major e le Multinazionali che traggono profitto dalla vendita di beni intangibili; ma soprattutto c’è la comunità degli utenti che si auto-organizza in Rete sia per usufruire che per pubblicare contenuti di qualsiasi genere. Prevedere la convergenza di tutti gli interessati è un’operazione imprevedibile.
I dati di fatto che abbiamo a disposizione e che ci possono aprire uno spiraglio sul futuro della Rete sono le Leggi di Moore, di Metcalfe e di Reed. La Legge di Moore afferma che le tecnologie dimezzano il loro costo e raddoppiano la loro potenza in 18 mesi; la legge di Metcalfe (sulla crescita del valore nelle Reti) dice che il numero dei potenziali collegamenti fra nodi aumenta più rapidamente dei nodi stessi e la Legge di Reed mostra come il valore delle Reti non cresce in maniera proporzionale al quadrato degli utenti, ma in modo esponenziale.
Gli scenari possibili che si potrebbero realizzare sono due: se nel futuro i beni digitali in comune saranno accessibili a molti, la cornucopia dei beni condivisi potrà portare benefici diffusi. Oppure coloro che hanno concentrato il capitale nelle infrastrutture e nelle società esistenti potrebbero circoscrivere i beni in comune e riservarsi il potere dell’innovazione escludendo l’eventuale contributo dei futuri innovatori. Nella battaglia di Napster, come abbiamo visto nel secondo capitolo, hanno vinto gli interessi di categoria, ma ciò ha scatenato una serie di iniziative da parte degli innovatori che hanno inventato metodi alternativi per mettere in comune beni intellettuali, senza essere rinchiusi da steccati (Reti distribuite e invulnerabili come GNutella).
La cornucopia dei beni condivisi è una conseguenza del predominare delle Legge di Reed sulla Legge di Moore: la Rete sociale cresce di più dello sviluppo tecnologico. Molto probabilmente le Reti Sociali mobili ad hocsaranno le Reti di domani: Rete sociale significa che ogni individuo è un nodo che ha collegamenti sociali (link) con altre persone; ad hoc significa che l’organizzazione di queste persone in Rete è fatta senza formalità ed istantaneamente. A questo si aggiungono le Reti mobili senza fili che ci fanno portare la nostra connettività ovunque andiamo.
Ma non si può negare che la crescente concentrazione della proprietà dei mass-madia e la conquista di gran parte di Internet da parte di grandi interessi commerciali, che ora si muovono per ridurre l’accessibilità alla Rete, potrebbero influire in negativo sullo sviluppo delle Reti Sociali.
Tuttavia i media Many to Many conferiscono un potere ai consumatori che i mass-madia non hanno mai saputo offrire: il potere di creare, pubblicare, trasmettere e discutere il loro punto di vista.
La mancanza di un’ombra del futuro crea vulnerabilità nei confronti degli utenti e genera un brutto pericolo per la dignità umana. La nostra meravigliosa tecnologia dell’informazione si limita a rendere manifesta solo una componente della natura umana, quella che afferra, e sfrutta, che guadagna efficienza nel trattare gli uomini come pezzi di ricambio.
La comunicazione peer to peer, l’open source e le Reti mobili ad hoc potrebbero cambiare per sempre (ed in meglio) il nostro modo di comunicare. I sistemi mobili ad hoc offrono l’occasione per incontrarsi spontaneamente, controllare a distanza i pazienti, effettuare calcoli che fin ora sono stati trascurati dagli scienziati: permetterebbero la creazione di applicazioni “sensibili alla vicinanza” che potrebbero aiutare la comunicazione faccia a faccia. Il vecchio regime delle telecomunicazioni, se vuole sopravvivere, deve bloccare politicamente le innovazioni, acquistare altre società che lo minacciano o deve evolvere esso stesso verso imprese di tipo diverso.
Le nuove tecnologie, come la storia dimostra, distruggono le vecchie tecnologie rendendole obsolete. Conferire alla Rete il principio end to end significa che la rete in sé non ha più il potere di discriminare. Questo significa che chiunque può avvantaggiarsi dei beni comuni creati collegando tutti questi computer per sviluppare nuove idee e nuove applicazioni. Il valore della Rete non proviene da una singola istituzione o azienda, ma dalle innovazioni collettive di milioni di persone.
Il bene comune dell’innovazione è messo in pericolo dai cambiamenti inseriti a livello di architettura. Queste modifiche si compiono consentendo alle future versioni dei protocolli di Internet di abbandonare il principio end to end, che consente ai proprietari della Rete di decidere quali applicazioni saranno permesse e quali no. E’ proprio questo il punto focale di questa tesi: il cambio di geometria di Rete conferirebbe a tutti gli internauti un grande potere comunicativo che evidentemente sta stretto agli Stati e alle Aziende che vorrebbero mantenere il controllo dell’informazione e degli utenti connessi.
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http://www.fantasylands.net/varie-cose/html/filosofia_hacker
http://groups.google.it/group/it.cultura.cattolica
http://www.hackerart.org/storia/hacktivism/
http://www.ictlex.net/index.php?p=11
http://www.interlex.it/forum10/relazioni/3giustozzi
http://www.mediamente.rai.it/HOME/TV2RETE/MM9899/settimanale/
http://www.olografix.org/gubi/estate/rassegna.htm
http://italy.peacelink.org/diritto/articles/art_5576.html
Vedi Cap. 3 Pag. 80. R.Ristuccia e V. Zeno in ” Il software nella dottrina giuridica”, CEDAM 1993, spiegano che la rapidità con cui questo decreto legge fu approvato, ritenendo che il testo legislativo fosse da tempo pronto e che con la delega al Governo si sia saltato il dibattito parlamentare, evitando persino il parere delle Commissioni.
C. Gubitosa, Italian Crackdown, Apogeo 1996. http://www.apogeonline.com/openpress/libri/529/index.html
Relatore: Laureando:
Prof. Michele Mezza Pasquale D’Amico
Ringraziamenti
Ringrazio la Grande Rete che mi ha dato e mi continuerà a dare conoscenza, punti di vista alternativi e voglia di novità e di cambiamento creativo. Grazie a tutti voi.
Autore: Pasquale D’Amico
Fonte: http://files.splinder.com/3b8f4252314837a93ceb319b61d2384e.doc
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