I templari

 


 

I templari

 

 Templari Storia Dell’Ordine

TEMPLARI
(Pauperes commilitones Christi Templique Salomonis) (Da: "Dizionario degli Istituti di Perfezione" Direttore: Giancarlo Rocca. Volume IX, pagine 886-905 - Edizioni Paoline - Roma 1997 Imprimatur: Frascati, 3.10.1973, Mons. Leonello Razza, Vicario Generale)
 

 


I. Storia generale dell'Ordine.

1. Origine. L'Ordine dei Templari fu istituito a Gerusalemme verso il 1119. Ugo di Payns, un nobile di ceto medio della Champagne, e nove suoi compagni emisero i normali voti religiosi di povertà, castità e obbedienza, e costituirono una comunità che, per donazione di Baldovino II, ebbe come propria residenza una parte del palazzo reale identificato dai crociati come il tempio di Salomone, donde il nome di Templari.
Inizialmente si dedicarono alla protezione dei pellegrini che percorrevano le strade verso Gerusalemme; assunsero tale compito in un periodo in cui gli impegni sociali e morali della cavalleria erano urgenti, mentre il reale bisogno di protezione si desume dagli scritti dei pellegrini all'inizio del sec. XII.
Tuttavia, nel giro di pochi anni i Templari cominciarono a partecipare alle campagne militari contro gli infedeli, pur non abbandonando l'impegno originario.
E' stato talvolta sostenuto che i Templari abbiano imitato l'istituzione musulmana del ribat una fortezza alle frontiere dell'Islam, dove i musulmani conducevano una vita religiosa e militare. Ma questa ipotesi è discutibile: non è, infatti, certo che i Franchi in Oriente, durante i primi decenni del sec. XII, conoscessero l'esistenza del ribat, e la trasformazione operatasi col nuovo compito assunto non rappresentò un cambiamento radicale nella forma di vita dei Templari. Il mutamento può essere spiegato semplicemente dal bisogno di soldati negli Stati crociati. Nei suoi primi anni, tuttavia, la comunità non registrò un ampio sviluppo, mentre alcuni membri cominciarono a nutrire dubbi circa il loro genere di vita.
Queste circostanze spiegano il viaggio che Ugo fece in Occidente con 5 compagni, probabilmente nel 1127, e l'appello che egli rivolse a San Bernardo e che portò alla composizione del De laude novae Militiae, scritto a sostegno dell'Ordine. Non appena i Templari divennero noti i Occidente, furono subito apprezzati. Erano, infatti, considerati da San Bernardo come una nuova specie di milizia, che aveva il merito di impegnarsi in un duplice conflitto: i Templari non solo combattevano, quali monaci, contro le forze del male con le armi della preghiera e dell'abnegazione, ma partecipavano inoltre a una lodevole lotta materiale per la difesa della Chiesa e della cristianità. Per questo essi - come Crociati e in netto contrasto con quanti combattevano in guerre secolari - meritavano una ricompensa spirituale: essi erano persino considerati come martiri che offrivano la propria vita.
Al Concilio di Troyes, tenuto nel gennaio 1128 (o 1129 secondo R. Hiestand, Kardinalbischof...: v. bibl.) sotto la presidenza del legato pontificio, il Card. Matteo, vescovo di Albano, l'Ordine venne approvato e fu redatta una regola, probabilmente sotto la guida di San Bernardo, sebbene alcune clausole fossero aggiunte in seguito. Essa era basata in parte sulle già esistenti consuetudini dei Templari, mentre se ne possono discernere alcune mutuate dalla regola di San Benedetto. In questo periodo Ugo e i suoi seguaci viaggiarono attraverso l'Europa occidentale, cercando reclute e offerte. Questo segnò l'inizio del rapido accumularsi di ricchezze in seno all'Ordine in tutta la cristianità occidentale.

2. Espansione. Evidentemente i Templari avevano bisogno di considerevoli mezzi finanziari e quindi, diversamente da altre istituzioni monastiche contemporanee ma ugualmente agli altri Ordini militari, all'Ordine venne concesso di acquistare qualsiasi tipo di diritto di proprietà, tale differenza risultava già nella regola, la quale consentiva ai Templari di ricevere offerte di decime. Un'altra differenza risultò dal fatto che, diversamente dai benefattori dei monaci, quelli che favorivano i Templari non cercavano di fondare case per l'Ordine mediante le loro donazioni: quanti vivevano lontano dai confini della cristianità intendevano unicamente procurare i mezzi per la lotta contro gli infedeli. Tuttavia i benefattori si aspettavano ovviamente dai Templari preghiere e altri benefici spirituali, che i monasteri promettevano ai propri benefattori e che costituivano un importante fattore per attirare offerte. Alcuni donatori, tuttavia, ottennero vantaggi più materiali, come pensioni o vitalizi, oppure, in alcuni casi, anche versamenti in denaro.
L'acquisto di proprietà dai laici venne favorito da vari privilegi pontifici ottenuti nel sec. XII; il papato, infatti, sosteneva generosamente l'Ordine; tali privilegi includevano il diritto di seppellire chiunque avesse scelto di essere inumato nei cimiteri dei Templari, mentre chi elargiva all'Ordine una oblazione annuale si concedeva l'esenzione di un settimo della penitenza impostagli. Questa concessione contribuì senza dubbio ad accrescere il numero dei confratres del Tempio.
Con le donazioni l'Ordine accumulò una grande quantità di beni di varia natura in ogni parte della cristianità occidentale, anche se il volume delle offerte diminuì nel sec. XIII. Inoltre i Templari incrementavano e consolidavano normalmente il loro patrimonio mediante la compera che, in alcune regioni, era una forma di acquisto più frequente della donazione. La parte del reddito che i Templari lasciavano disponibile per l'Oriente aumentò con le esenzioni fiscali, ottenute dalle autorità ecclesiastiche e civili; la più importante, concessa dal papato nel sec. XII, fu l'esonero dal pagamento delle decime su terre che i Templari coltivavano personalmente o a proprie spese, mentre nel sec. XIII l'Ordine venne dispensato dalle tasse pontificie per la Terra Santa. Ma l'esenzione dalle decime, come altri privilegi fiscali ottenuti dall'autorità pontificia, compresa l'esenzione dalla giurisdizione del vescovo, sollevarono l'ostilità del clero secolare e diedero luogo a controversie. Queste di solito furono risolte mediante compromessi locali, che ebbero l'effetto di limitare le concessioni ottenute dal papa; lo stesso Innocenzo III ridusse (1215) i privilegi delle decime.
Mentre l'Ordine otteneva proprietà e privilegi, attirava anche reclute nell'Europa occidentale. Molti erano i figli più giovani di famiglie che altrimenti sarebbero stati destinati ai monasteri.

3. Attività militari. La rapida espansione dei Templari nell'Europa occidentale rivela l'importanza che essi - come gli altri Ordini militari - assunsero nella difesa della Terra Santa. Mentre i signori laici e i baroni in Siria dovevano fare assegnamento principalmente sui mezzi provenienti da proprietà in Oriente e incontravano difficoltà nel procurarsi colonizzatori, i Templari avevano una costante fonte di rendite e di reclute; e il contrasto con il potere laico diventava più evidente quando le terre orientali venivano perse a vantaggio degli infedeli.
Gli Ordini militari si trovarono perciò a svolgere un ruolo dominante negli affari bellici degli Stati crociati, assumendo il presidio e la difesa di un crescente numero di fortezze e procurando un notevole contingente degli eserciti che venivano messi in campo, anche se la quantità degli effettivi dei Templari non risultava elevata neppure in rapporto alle norme medievali, e, d'altra parte, non erano infrequenti gravi perdite: per esempio, nella battaglia di Forbie (1244) vennero uccisi 312 Templari.
La fortezza di Gaza, annessa nel 1149, fu tra le prime cedute all'Ordine, ma, per mancanza di documenti, non è possibile tracciare l'esatta estensione dei possedimenti dei Templari. E' certo però che l'Ordine occupava parecchi castelli in tutti gli Stati crociati. Così, nel sec. XII la gran parte a nord della contea di Tripoli passò sotto il controllo degli Ordini militari e le fortezze dei Templari in questa regione comprendevano Tortosa, Chastel Blanc e Arima. In alcuni casi, come ad Athlit (Chateau Pélerin) nel 1218 e a Safed nel 1240, i Templari intrapresero la costruzione di castelli, curandone anche la manutenzione e la difesa.
I cavalieri e i sergenti, che l'Ordine metteva in campo, formavano all'inizio una truppa a cavallo, che non differiva essenzialmente da altri contingenti occidentali del tempo, anche se gli Ordini militari, analogamente ad altri sovrani franchi in Siria, utilizzavano anche i turcoples del luogo, alcuni dei quali potevano essere arcieri a cavallo. In genere, però, tali Ordini erano in grado di fornire una forza militare ben disciplinata ed esperta.
I costumieri dei Templari contengono precise norme circa la condotta sul campo di battaglia: per esempio, doveva essere mantenuto il silenzio durante le marce notturne, e quando suonava l'allarme durante una marcia, i frati dovevano attendere ordini prima di ingaggiare battaglia. Spesso i Templari fornivano l'avanguardia o la retroguardia delle armate crociate, e il valore della loro esperienza e disciplina risultò già evidente durante il viaggio di Luigi VII il Giovane attraverso l'Asia Minore nel corso della seconda crociata. Tuttavia il loro comportamento nella crociata egiziana di San Luigi IX (1249-50) sta a dimostrare che essi non sempre agivano con prudenza. Non avendo alcun obbligo preciso di combattere, i Templari potevano seguire una politica indipendente che talvolta contrastava con quella dei sovrani degli Stati crociati. Naturalmente la loro abilità nel seguire una politica autonoma aumentava col diminuire dell'autorità secolare negli Stati suddetti. Ma la loro potenza militare li rese anche consiglieri importanti e permise loro di influire sulle decisioni politiche dei sovrani militari: fu Gerardo di Ridefort, gran maestro dei Templari, a consigliare Guido di Lusignano a dare battaglia (1187) a Saladino. Tuttavia, per la posizione raggiunta, essi furono anche coinvolti nei conflitti politici interni che caratterizzarono la storia successiva degli Stati crociati. Nel 1291 caddero in Siria le ultime roccaforti e l'Ordine trasferì il proprio quartier generale a Cipro; ma questo non segnò la fine delle attività militari dei Templari in Oriente: infatti, nel 1300 essi occuparono l'isola di Ruad, al largo di Tortosa, e la tennero sino al 1302.
L'espansione dell'Ordine in Europa fece entrare anche i Templari nel conflitto con gli infedeli del continente. Nel sec. XIII all'Ordine vennero assegnati territori ai confini dell'Europa orientale e nel 1241 i Templari subirono perdite per mano dei Mongoli, ma recarono un migliore servizio nella penisola iberica. I sovrani di Spagna cercarono subito di utilizzare i Templari contro i Mori, ma fu solo verso il 1150 che l'Ordine vi si trovò realmente impegnato. L'entrata dei Templari nella riconquista aragonese fu contrassegnata dalla donazione di Monzón e di altre roccaforti (1143) da parte di Raimondo Berengario IV. Nella Spagna essi svolsero le stesse attività militari effettuate in Oriente, presidiando castelli e partecipando a spedizioni, ma l'Ordine non vi ebbe la posizione importante svolta in Terra Santa. Nel centro della penisola gli Ordini militari spagnoli erano più potenti dei Templari che, pur avendo in Aragona, durante la seconda metà del sec. XII, un ruolo importante nella difesa dei castelli di frontiera, diedero un contributo limitato agli eserciti aragonesi: si ritiene che il contingente dei Templari nella spedizione di Giacomo I a Maiorca (1229) fosse circa un venticinquesimo dell'esercito. Nella seconda metà del sec. XIII, quando la riconquista spagnola era pressochè compiuta, la presenza dei Templari è attestata nelle guerre secolari tra Aragona e Castiglia, nonchè contro i francesi nel 1285; ma poichè i Templari non erano in grado, nella maggior parte dell'Occidente, di mettere in campo una notevole forza militare, questo non succedette in grande misura in altri paesi occidentali. La presenza di case Templari è attestata in tutta Europa (Inghilterra, Polonia, Germania, Francia, Italia, Portogallo, Spagna ecc.).

4. L'organizzazione. Se i mezzi finanziari dei Templari dovevano effettivamente essere utilizzati nella lotta contro gli infedeli, occorreva un'amministrazione centralizzata ed efficiente. Durante il sec. XII i Templari svilupparono un sistema a tre livelli amministrativi, analogo a quello degli Ospitalieri di Malta: la Commanderia o convento, la provincia e la sede centrale dell'Ordine (cfr., per i particolari A. Demurger, Vita e morte dell'Ordine dei Templari ... vedi bibliografia).
L'unità fondamentale di amministrazione in tutta la cristianità occidentale era nota come convento o Commanderia, talvolta come precettoria. Un convento veniva istituito quando l'ammontare della proprietà dei Templari in un'area particolare ne garantiva l'esistenza. Ciascuna casa era diretta da un'ufficiale chiamato commendatore o praeceptor; egli aveva la responsabilità amministrativa dei beni dei Templari nel suo distretto ed era altresì il superiore di una comunità; se la sua Commanderia si trovava ai confini della cristianità, poteva anche avere il compito di difendere un castello e di comandare le truppe. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi occidentali, i conventi contavano spesso un numero molto scarso di Templari con una gerarchia non elaborata di ufficiali: il superiore della comunità era spesso aiutato da un claviger o camerarius, sebbene i Templari - sovente con il titolo di commendatore - avessero normalmente la responsabilità di complessi patrimoniali all'interno di una Commanderia. Ma il superiore di un convento era tenuto a consultare i suoi colleghi; secondo i costumieri dei Templari, doveva tenersi settimanalmente un capitolo ovunque risiedessero quattro o più membri. Tali assemblee erano in parte corpi giudiziari e infliggevano pene che sono descritte dettagliatamente negli stessi costumieri dell'Ordine.
Le Commanderie venivano raggruppate per formare provincie, sebbene all'interno di una provincia esistessero talvolta ufficiali intermedi con autorità su un insieme di conventi. I confini delle provincie coincidevano con quelle dei regni e principati: in Occidente le isole britanniche costituivano una solo provincia, mentre in Siria furono create le provincie di Gerusalemme, Tripoli e Antiochia. A capo di ciascuna provincia era un maestro provinciale che normalmente nominava i superiori dei conventi e, nelle provincie occidentali, riceveva annualmente anche una quota delle rendite di ogni Commanderia. In molte provincie, oltre al Maestro, vi erano pochi ufficiali centrali, ma divenne consuetudine tenere ogni anno capitoli provinciali. A questi partecipavano i superiori dei conventi che riferivano sullo stato delle Commanderie, e poteva essere discusso qualsiasi problema concernente la provincia. Le provincie occidentali avevano l'obbligo di inviare annualmente un terzo delle rendite alla sede centrale dell'Ordine in Oriente; i maestri provinciali venivano nominati dalle autorità centrali; ma, date le distanze, queste non potevano garantire una costante supervisione delle provincie stesse. Alla fine del sec. XIII sembra che i maestri provinciali dell'Occidente siano stati convocati in Oriente soltanto a intervalli di quattro anni. Alcuni problemi - come le decisioni riguardanti l'alienazione di proprietà su vasta scala - erano tuttavia riservati alle autorità centrali dell'Ordine, e un controllo sulle provincie era effettuato mediante la visita canonica: fino alla metà del sec. XIII sembra che questa sia stata compiuta in Occidente da un maestro deça mer, nominato di quando in quando, ma, nella seconda metà dello stesso secolo, costui fu sostituito da visitatori, responsabili di un gruppo di provincie: un solo visitatore, per esempio, garantiva la visita delle provincie della penisola iberica.
L'amministrazione centrale era diretta dal gran maestro, eletto a vita da una commissione di tredici fratelli. Si ha notizia di ventitré gran maestri succedutisi dal 1119 al 1307. Al pari di altri ufficiali, doveva consultarsi con altri membri ed era assistito nel governo ordinario dal convento centrale, che comprendeva gli altri ufficiali principali dell'Ordine. Nella loro amministrazione centrale i Templari imitavano in parte le amministrazioni laiche del tempo, ma alcuni uffici centrali erano propri degli Ordini militari. Infatti, i Templari avevano un siniscalco - anche se questo ufficio scomparve alla fine del sec. XII e le sue funzioni furono assunte (a quanto pare) dal gran commendatore - un maresciallo, un tesoriere, un drapier e un turcoplier. Si è insinuato che il potere del convento aumentasse a spese di quello del gran maestro, ma in realtà si conosce poco sui rapporti tra il gran maestro e il convento centrale.
L'altro organo di governo centrale era il capitolo generale, che comprendeva Templari scelti dalle provincie e costituiva l'assemblea di tutto l'Ordine. Non è certo che questa si riunisse annualmente, nè si conoscono con esattezza i suoi poteri; tuttavia gli ufficiali più importanti erano generalmente nominati da essa, e si presume che i nuovi statuti fossero emanati in seno alla medesima.

5. Classi. Inizialmente non esisteva alcuna distinzione di classi fra i Templari: nella regola il termine miles era usato come equivalente di frater. Ma i chierici furono presto ammessi come cappellani, e tale diritto venne confermato da Innocenzo II (1139). In questo periodo anche i membri laici erano stati divisi in due classi: i milites e i servientes. Per i primi il titolo di ammissione diventò la discendenza cavalleresca, mentre i sergenti dovevano essere di nascita libera. Però costoro formavano in realtà due gruppi, poichè i frères des mestiers erano distinti dai sergenti d'arme: i primi normalmente non combattevano ed erano impiegati per lavori domestici o agricoli; i secondi erano fratelli combattenti, ma si distinguevano dai cavalieri per l'abito e l'equipaggiamento. Solo i cavalieri, per esempio, avevano la croce rossa dell'Ordine su un abito bianco; altri fratelli vestivano abiti scuri. Il contingente dei cavalieri sembra essere stato numericamente maggiore in Oriente, ma nei paesi occidentali - almeno nei periodi più recenti della storia dell'Ordine - i sergenti costituivano il gruppo più numeroso. Questo si verificò, anche in Spagna, nonostante la partecipazione dell'Ordine alla Riconquista.
Nel governo dell'Ordine prevaleva l'elemento cavalleresco: gli uffici più importanti erano assegnati ai milites, anche se nei paesi occidentali, dove i cavalieri erano numericamente pochi, i sergenti spesso assumevano la direzione delle commende, ufficio al quale furono preposti anche alcuni cappellani. Tuttavia l'elemento clericale era generalmente subordinato a quello laico: ciò era già stato posto in rilievo dalla bolla Omne datum optimum di Innocenzo II (1139), mentre il decreto riguardante la nomina del gran maestro stabiliva che soltanto uno dei 13 elettori doveva essere un cappellano. Tale subordinazione non era sempre accettata senza difficoltà dai cappellani dell'Ordine.
Le case dei Templari ospitavano abitualmente anche alcuni non appartenenti all'Ordine. Nella regola era previsto che i Crociati potessero vivere e combattere, per un certo periodo, con i Templari in Terra Santa, e tale consuetudine si riscontra nella Spagna, mentre le case dell'Ordine in tutti i paesi accoglievano spesso individui, talvolta conosciuti come donati, che condividevano la vita quotidiana dei Templari senza emettere i consueti voti. L'Ordine utilizzava spesso anche servi regolarmente retribuiti.

6. Vita conventuale. Questa era basata sulla prassi monastica del tempo, ma con alcuni necessari adattamenti, a motivo del carattere militare dell'Ordine.
Come altre istituzioni contemporanee, quella dei Templari insisteva inizialmente su un periodo di prova per le reclute, quantunque la regola non ne specificasse e fissasse la durata. Il noviziato però non fu mantenuto a lungo e, all'epoca della soppressione dell'Ordine, alcuni membri ignoravano che esso fosse esistito.
I Templari, come altri Ordini del sec. XII, proibivano anche l'oblazione dei bambini, ma, d'altra parte, non era fissato alcun limite minimo di età per le reclute. E' attestato che, nei primi anni del sec. XIV, alcuni membri erano effettivamente ammessi all'età di dieci o undici anni, ma l'età media per il reclutamento si aggirava allora tra i venticinque e i trenta anni.
Nei loro conventi i Templari conducevano una forma di vita cenobitica, ma essa assumeva un certo valore solo nelle case più grandi. La recita dell'ufficio divino costituiva la struttura della vita quotidiana. Gli assenti dalle rispettive case dovevano recitare un certo numero di Pater Noster per ciascun ufficio. Poichè la maggior parte dei Templari era analfabeta, la loro partecipazione agli uffici liturgici risultava limitata anche quando risiedevano nei conventi, e pure a questi fratelli veniva raccomandata la recita di Pater per ciascun ufficio.
Le norme concernenti il vitto rispondevano alla premura di garantire che i fratelli fossero sufficientemente validi per combattere: la carne era perciò consentita tre volte alla settimana, e i periodi di digiuno risultavano più limitati di quelli consueti nei monasteri, mentre i digiuni supplementari erano proibiti.
Quanto al vestiario, si teneva presente il clima orientale, perciò ai fratelli era concesso d'indossare abiti di lino dalla Pasqua alla festa di Ognissanti.
Il lavoro manuale non era compito di tutti i membri; soltanto come penitenza esso era svolto dai cavalieri e dai sergenti d'arme. Non si hanno molte indicazioni sulla lettura-meditazione, nè su attività letterarie e intellettuali. Nel convento i Templari svolgevano mansioni pratiche che variavano secondo la posizione gerarchica personale e comprendevano sia l'amministrazione sia lavori casalinghi e agricoli. Erano queste le attività più familiari ai Templari, poichè la maggior parte di essi aveva poca o nessuna esperienza dell'Oriente o della guerra. La maggioranza dei sergenti non andavano mai in Terra Santa; e quei fratelli che combattevano in Oriente, normalmente limitavano il servizio a brevi periodi. Probabilmente nella Spagna, per la guerra contro gli infedeli, i cavalieri e i sergenti d'arme osservavano la ferma più lunga.

7. Attività finanziaria. I Templari divennero presto noti per le loro operazioni finanziarie, e in questo settore resero molteplici servizi. Denaro, gioielli, documenti e altri beni erano spesso depositati nelle case dei Templari, perchè fossero al sicuro, ma l'Ordine provvedeva più del dovuto nel custodire depositi occasionali.
In Francia parecchi nobili avevano con i Templari conti correnti, in cui venivano regolarmente versati i loro redditi e di cui l'Ordine si serviva per effettuare pagamenti a favore dei suoi clienti. Durante la maggior parte del sec. XIII l'Ordine funse da tesoreria a Parigi per i re Capetingi.
Normalmente l'Ordine organizzava anche trasferimenti di denaro dei clienti da un luogo all'altro. I Templari si rivelarono subito importanti nel settore dei prestiti, emessi sovente a favore di sovrani in Occidente: nella seconda metà del sec. XIII, per esempio, i re d'Aragona si facevano anticipare le imposte loro dovute ottenendo dai Templari dei mutui che spesso erano ripagati dai tributi che la Corona riceveva abitualmente dall'Ordine. In genere non risulta chiaro quale fosse l'utile che i Templari ricavano dai prestiti in denaro; talvolta si facevano certamente pagare gli interessi, e Giacomo I d'Aragona (1208-76), in parecchie occasioni accennava a un tasso d'interesse del 10% a favore dei Templari. Tuttavia, in alcuni casi, i profitti erano meno tangibili e consistevano nella benevolenza di chi prendeva prestito, piuttosto che in un provento fisso in denaro.
L'importanza dei Templari in campo finanziario trova una spiegazione in diversi fattori. Il carattere militare e religioso dell'Ordine lo rendeva un punto idoneo di riferimento per mettere al sicuro il denaro e gli oggetti di valore, mentre la rete delle sue case in tutta la cristianità dell'Occidente facilitava i trasferimenti di moneta; inoltre la sua struttura centralizzata gli consentiva di avere a sua disposizione somme di denaro più considerevoli che non altre istituzioni religiose.

 

8. Critiche e soppressione. Le ricchezze e i privilegi, dei Templari provocarono presto delle critiche. Tuttavia, venendo meno i successi degli Stati crociati nel sec. XIII, l'attenzione si concentrò sempre più sull'uso che i Templari facevano dei loro beni. Si disse che la Terra Santa traeva poco vantaggio dalle notevoli ricchezze dell'Ordine. Furono avanzate richieste affinchè i redditi dei Templari e degli Ospitalieri fossero valutati al fine di conoscere a quanti cavalieri questi Ordini potessero provvedere in Oriente. Si pensava e si sostenne che essi dovessero sempre mantenere per obbligo tale contingente. In realtà, i critici tendevano a una eccessiva semplificazione della questione e a ignorare i problemi finanziari che gli Ordini militari dovettero affrontare, quando persero i redditi in Oriente. Si riteneva altresì che il loro contributo alla lotta contro gli infedeli sarebbe risultato più prezioso se non fossero stati tanto indipendenti dal re di Gerusalemme. Alcune critiche al riguardo, però, non devono essere prese nel loro significato verbale. I Templari e gli Ospitalieri erano spesso criticati per l'ostilità e la rivalità che si diceva esistesse tra loro, benchè sia stato recentemente sostenuto che i loro contemporanei esageravano la mutua avversione degli Ordini. Si ritenne che il problema potesse risolversi mediante la fusione dei Templari con gli Ospitalieri. E poichè le riforme proposte non vennero effettuate, la critica inevitabilmente aumentò, contribuendo a creare un'atmosfera che rese possibile al re di Francia di sferrare il suo attacco contro i Templari. Si giunse così, nel 1312, con il Concilio di Vienne, alla soppressione dell'Ordine. Gli storici hanno a volte considerato le accuse contro i Templari più seriamente di quanto meritassero. Quelle contro l'Ordine non risultavano molto originali, essendo state rivolte precedentemente contro altri individui e gruppi. E' difficile credere che i Templari avrebbero rinunciato a quella stessa causa per la quale continuavano a combattere in Oriente e altrove. Nelle case dell'Ordine non furono trovate prove incriminanti, e le confessioni ottenute erano state generalmente precedute da minacce e torture. I Templari non si mostrarono impazienti di persistere nella presunta apostasia e idolatria. Se le attività elencate nelle accuse fossero state svolte molto a lungo, difficilmente sarebbero rimaste sconosciute fuori dell'Ordine. E, pur ammettendo fra i Templari casi di sodomia, la stessa accusa doveva rivolgersi a molti Ordini religiosi del tempo.
La spiegazione più comunemente addotta per spiegare l'iniziativa di Filippo il Bello è che costui stava cercando di ottenere le ricchezze dei Templari in un momento in cui versava in gravi difficoltà finanziarie. Se ciò è vero allora si deve dire che l'obiettivo non fu raggiunto. Nel maggio 1312 Clemente V assegnò i beni dell'Ordine, nella maggior parte dei paesi, agli Ospitalieri, anche se costoro incontrarono ritardi e difficoltà nell'entrare effettivamente in loro possesso. Tuttavia le proprietà dei Templari nella penisola iberica furono escluse dal provvedimento del Papa, perchè in alcune parti di questa regione i Templari vantavano diritti considerevolissimi, e specialmente Giacomo II d'Aragona temeva il potere di cui avrebbero goduto gli Ospitalieri ottenendo quelle proprietà.. Nel 1317 si convenne infine che a questi ultimi fossero assegnati i beni dei Templari in Aragona e Catalogna, ma che le proprietà degli Ospitalieri e dei Templari nella provincia di Valencia si utilizzassero per sussidiare il nuovo Ordine militare di Montesa. Due anni più tardi fu raggiunto un accordo anche in Portogallo, secondo cui i beni dei Templari dovevano servire per l'istituzione dell'Ordine militare del Cristo.

 


La sorte dei singoli Templari venne decisa più rapidamente. A coloro che erano stati riconosciuti innocenti dai concili provinciali e a quanti si erano sottomessi alla Chiesa fu concesso un vitalizio, ma essi non ebbero la dispensa dai voti e continuarono a vivere nelle case dei Templari o in altri istituti religiosi. Giacomo di Molay, tuttavia, l'ultimo gran maestro, dopo aver ritrattato le sue precedenti confessioni, protestando la propria innocenza, fu bruciato sul rogo il 18 di marzo del 1314.

 

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Storia generale dell'Ordine (qui si indicano quelle a carattere più scientifico): II. Prutz., Entwicklung und Untergang des Tempelherrenordens, Berlino 1888 (rist. Vaduz., Liechtenstein, 1978); G. A. Campbell, The Knights Templars. Their Rise and Fall, Londra 1937; M. Melville, La vie des Templiers, Parigi 1951, 1974; J. Leclercq, Un document sur les dèbuts des Templiers, in RevHistEccl 52 (1957) 81-91; J. Leclercq, ed., De laude novae militiae, in Sanctii Bernardi opera omnia 3 (Roma 1963); G. Bordonove, les Templiers, Parigi 1963 (ed. italiana, Milano 1969); M. Barber, The origins of the Order of the Temple, ivi 14 (1972) 91-124; L. Daillez, Les Templiers, ces inconnus, Parigi 1972; M. Estèbe, Sur l'Ordre mystérieux des Templiers, in L'information historique 34 (1972) 25-8 e 2 fig., 70-2 e 5 fig.; R. Hiestand, Papsturkunden für Templer und Johanniter, 2 vol., Gottinga 1972 e 1984; R. Pernoud, Les Templiers, Parigi 1974 (coll. Que sais-je ? 1557); L. Bulst-Thiele, "Sacrae domus militiae Templi Hierosolymitani magistri". Untersuchungen zur Geschichte des Templerordens: 1118/9-1314,Gottinga 1974; G. Bordonove, La vie quotidienne des Templiers au XIIIe siècle, Parigi 1975 (trad. italiana, Milano 1989); G. Lamattina, I Templari nella storia, Roma 1981; St. Howarth, The Knights Templars. Christian Chivalry and the crusades 1095-1314, Nuova York 1982; A. Demurger, Vie et mort de l'Ordre du Temple, Parigi 1985 (ed. italiana: Milano 1987); R. Hiestand, Kardinalbischof Matthäus von Albano, das Konzil von Troyes und die Entstehung des Templerordens, in Zschr KG 99 (1988) 295- 325; AA. VV., I T.: mito e storia. Atti del convegno internazionale di studi alla Magione Templare di Poggibonsi-Siena, 29-31maggio 1987, Sinalunga (Siena) 1989; R. Pernoud, s.v., in DS 15 (1990) 152-61; A. - M. Legras - J. L. Lernaitre, La pratique liturgique des Templiers et des Hospitaliers de Saint Jean de Jerusalem, in AA. VV., L'ecrit dans la société médiévale. Textes en hommage à L. Fossier, Parigi 1991, p. 77-137; F. Cardini, I poveri cavalieri del Cristo. Bernardo di Clairvaux e la fondazione dell'Ordine Templare, Rimini 1992; F. Tommasi, "Pauperes commilitones Christi". Aspetti e problemi delle origini Gerosolimitani, in AA. VV., "Militia Christi" e Crociata nei sec. XI-XIII. Atti della undicesima settimana internazionale di studio, Mendola, 28 agosto - 1 settembre 1989, Milano 1992 (Miscellanea del Centro di Studi Medievali XIII), p. 443-75; M. Barber, The new knighthood. A History of the order of the Temple, Cambridge 1994.
Storie locali: B. A. Lees, Records of the Templars in England in the twelfth century, Londra 1935; T. W. Parker, The Knights Templars in England, Tucson 1963; J. Martin- J. Meurice, Les Templiers. Leur ferme et leur domaine à Wavre, in Wavriensia 15 (1966) 33-68 e 10 fig.; P. Rogghè, De Orde van de Tempelridders en haar geschiedenis in het graafschap Vlaanderen, Ledeberg-Gent 1973; A. J. Forey, The Templars in the Corona the Aragón, Saragozza [s.d.]; L. K. Cumps, De Templiers in Vlaandren, Tielt 1976; L. Dailliez, Les Templiers en France, Hainaut, Brabant Liege et Luxembourg, Nizza 1978; A. M. Legras, Les Commanderies des Templiers et des Hospitaliers de Saint Jean de Jerusalem en Saintonge et en Aunis, Parigi 1983.
: L. Delisle, Mémoire sur les opérations financiéres des Templiers, Parigi 1889 (rist. Ginevra 1974); J. Attività economica Piquet, Des banquiers au moyen âge: les Templiers, ivi 1939; L. Di Fazio, Lombardi e Templari nella realtà socio economica durante il regno di Filippo il Bello, 1285-314, Milano 1986.
Architettura templare: A. du Mege, Notice sur quelques monuments de l'Ordre de la Milice du Temple et sur l'église de Montsaunes, in Memoire de la société archeologique de la France (Toulouse 1847); E. Lambert, L'architecture des Templiers, Parigi 1955.
Esoterismo: E. Montanari, Considerazioni sul templarismo, in Studi e materiali di storia delle religioni 40 (1969) 243-81; G. Ventura, Templari e templarismo, Roma 1980; J. Maurin, La double mort des Templiers ou l'ésotérismé du Temple, Parigi 1982; P. Partner, The Murdered magicians. The Templars and their Myth, Oxorfd 1982; B. Blandre, L'Ordre des Chevaliers du Temple, du Christ et de Notre Dme. Association ou Ordre religieux ésotérique ?; in Praxis juridique et religion 3 (1986) 158-63 (sulla nascita dei cosiddetti neo-templari nel sec. XX).
Soppressione: a quanto indicato da M. Fois, Soppressioni, in DIP VIII, 1808-11, aggiungere: Kelm, Der Templerprozeß ( 1307-12), in AA. VV., Macht und Recht. Große Prozesse in der Geschicthe, Monaco 1990, p. 80-101, 297-9; A. Dernunger, Encore le proces des Templiers. A propos d'un ouvrage recent, in Le Moyen Age 97 (1991) 25-39 (esamina il volume di R. Seve-A. M. Chagny-Seve, Le proces des Templiers d'Auvergne, 1309-11), Parigi 1986; J. M. Sans i Travé, El proces dels Templers catalans: entre el turment i la gloria, Lleida 1991; A. Beck, Der Untergang der Templer, Friburgo 1992 (ed. italiana, La fine dei Templari, Casale Monferrato 1994).
A. J. Forey

 

9. Le "sorores templi".
a) La regola. A differenza della regola degli Ospitalieri (di Malta) che non nomina mai le sorores, la regola templare, approvata nel 1129 nel Concilio di Troyes, dedica loro un paragrafo: «Sorores quidem amplius periculosum est coadunare, quia antiquus hostis femineo consortio complures expulit a recto tramite paradisi. Ideoque, fratres carissimi, ut integritatis flos inter vos semper appareat, hac consuetudine amodo uti non licet " (art. 54). Evidentemente, nel corso dei nove anni che precedettero l'approvazione del loro Ordine, i Templari accettarono fra loro delle sorelle, in un sistema che, secondo altri articoli della regola e grazie alle varianti di alcuni manoscritti, si può ipotizzare sia quello delle case miste o doppie; lo si deduce anche dalla versione francese della regola, successiva a quella latina, che traducendo l'art. 54 afferma: «Perillouse chose est compaignie de feme, que le deable ancien par compaignie de feme a degeté pluisors dou droit sentier de paradis. Dames por serors de ci en avant ne soient receues en la maison dou Temple; por ices, très chiers freres, de ci en avant ne covient acostumer ceste usance, que flor de chasteé tous tens apparisse entre vos" (art. 70).
Non pare quindi che le sorores accolte nel Tempio andassero a vivere in un convento proprio, ben separato dalla domus dei fratres sia fisicamente sia giuridicamente; sembra, invece, che proprio la convivenza con i fratelli sia stata all'origine della decisione di interrompere l'esperimento. Altri Ordini, come ad es. quello cistercense, cercarono in quel tempo di limitare o anche di chiudere l'accesso ai monasteri da parte delle donne, ma per motivi eminentemente economici; nel caso dei Templari, la ragione addotta è di tipo spirituale: i cavalieri, che già avevano compiuto una rivoluzione con l'unire due dei tre ordines medievali (i bellatores e gli oratores) in un'unica forma vitae , modificando fortemente ma non interrompendo affatto il loro contatto con il «secolo", non si sentirono in grado di estendere alle donne la propria visione del mondo, e le videro di conseguenza più come una minaccia, in particolare al voto di castità, che come un aiuto.

b) Le «sorores". Oltre alla regola, però, che solo accenna a un'usanza da interrompere, ci sono giunte alcune testimonianze di donne che nel sec. XII entrarono nel Tempio per condividerne la vita spirituale, professando povertà, castità e obbedienza. Tuttavia la dichiarazione più alta e che mostra maggior sintonia con la spiritualità templare è quella che ci dà l'oblata (?) Adaladis di Subirats: nel 1185 in Catalogna offre «corpus meum Deo militaturum et animam meam per oblationem ut hostiam vivam Deo placentem sub obediencia et regula domini Dei omnipotentis Patris et Filii et Spiritus sancti et domus milicie Templi Salomonis suorumque fratruum", affermazione che evidentemente riecheggia la regola, il secondo paragrafo del prologo, in cui i cavalieri «non cessant animas suas hostiam Deo placentem offerre", e l'art. 6 ove si dice che «sicut Christus pro me animam suam posuit, ita et ego pro fratribus animam meam ponere sum paratus. Ecce competentem oblationem, ecce hostiam viventem Deoque placentem".
Alla fine del sec. XII in Catalogna era attiva una casa doppia, a Rourrel, dove nel 1198 i fratres e le sorores obbedivano ad una donna, la praeceptrix Ermengarda d'Oluja.
Tra la fine del sec. XIII e gli inizi del sec. XIV compaiono invece alcuni monasteri femminili: è il caso probabilmente di quello presente nella domus templare di S. Iacopo in Campo Corbolini a Firenze e, senz'altro, dell'intero monastero delle moniales cistercensi di Mühlen, nella diocesi di Worms, che passarono in blocco ai Templari di cui professavano la regola ancora nel 1324, ben dodici anni dopo la soppressione dell'Ordine.
A monasteri doppi o misti sembra invece da ricondursi la deposizione scritta nel 1309, durante i processi all'Ordine, dal templare Ponsard de Gizy. Descrivendo alcune usanze della casa, che spesso trovano conferma nella regola o negli statuti, egli affermò che «li maistres qui fesoient freres et suers du Temple, aus dites suers fesoient promestre obedience, chastee, vivres sans propre», ma, una volta entrate, le sverginavano e ne avevano figli che diventavano a loro volta templari. Ponsard, che poi prese le difese dell'Ordine, disse di averlo scritto per vendicarsi delle offese ricevute da un templare; tuttavia l'accettazione di sorores che professavano i tre voti monastici, benchè ciò resti non suffragato da alcun ordinamento, dovette essere un'effettiva consuetudine del Tempio, come è confermato dall'accenno alle sorores, fatto da Giacomo da Vitry (†1240) nel sermone 37 (J. B. Pitra, Analecta novissima..., II, Frascati 1838, p. 408).
Occorre infine segnalare che tutte le testimonianze di sorores templi provengono dalle province occidentali dell'Ordine.

c) «Consorores», donate, converse. Gli statuti accennano inoltre a due altri tipi di donne presenti nelle preghiere quotidiane dei Templari: la mattina, dicono, preghiamo «per nos confreres et per nos consuers et per nos bienfaitors et per nos bienfaiteresses» (art. 683).
La benefattrice è evidentemente una donna laica esterna all'Ordine, che però partecipa ai benefici spirituali in virtù delle donazioni o delle opere compiute per i Templari, mentre in questo caso «consorella» potrebbe indicare l'insieme delle donne, laiche e religiose, che hanno aderito all'Ordine: le sorores e le consorores, le converse, le oblate, le donate, sposate o no. Le fonti documentarie, benchè scarse e di incerta interpretazione, prevedono ognuno di questi casi e ricordano talvolta dei contratti per cui al dono della propria persona e dei propri beni, in totalità o in parte, fa riscontro un'assicurazione di sostegno materiale e spirituale da parte dell'Ordine,
L'attività assistenziale, invece, non era compresa di per sè nella vocazione templare, a differenza, come si accennava, degli altri grandi Ordini militari, Ospitalieri e teutonici, in cui la presenza femminile era legata fin dall'origine, anche se non esclusivamente, , all'assistenza di pellegrini e di ammalati. E infatti, nei rari casi di ospizi templari, subito si ritrovano le donne: a S. Michele di Leme in Istria e a S. Egidio della Misericordia a Piacenza, due luoghi di ricovero gestiti dai Templari all'inizio del sec. XIV, operavano delle converse.
Malgrado le poche notizie che si hanno finora sulle sorelle templari, possiamo quindi pensare che le adesioni religiose femminili al Tempio, pur complessivamente meno numerose e comunque non auspicate dalle autorità centrali dell'Ordine, fossero tendenzialmente «contemplative».

 

Bibliografie: A. Forey, Women and the Military Orders in the twelth and thirteenth centuries, in StudMon 29 (1987) 63-92 (= Id., Military Orders and Crusades, Aldershot 1994); H. Nicholson, Templar attitudes towards women, in Medieval History 1 (1991) 74-80; F. Tommasi, Uomini e donne negli Ordini militari di Terrasanta. Per il problema delle case doppie e miste negli ordini giovannita, templare e teutonico (sec. XII-XIV), in Doppelklöster und andere Formen der Symbiose männlicher und weiblicher Religiosen im Mittelalter, a cura di K. Elm - M. Parisse, Berlino 1992, p. 177-202; Id., Per i rapporti tra Templari e Cistercensi. Orientamenti e indirizzi di ricerca, in I Templari Una vita tra riti cavallereschi e fedeltà alla Chiesa, a cura di G. Viti, Firenze 1995, p. 227-74, 271-2.
Le citazioni della regola e degli statuti templari sono tratte da G. Schnürer, Die ursprüngliche Templerregel, Kritisch untersucht und herausgegeben, Friburgo 1903, per la regola latina, e da H. de Courzon, La règle du Temple, Parigi 1886, per la regola francese e gli statuti. (Ulteriore bibliografia nella bibliografia generale sui Templari).

 

S. Cerrini

 

I Templari in Italia

 

1. Origini e geografia insediativa. Viabilità terrestre e possibilità di utilizzo delle installazioni portuali da parte di pellegrini e crociati in partenza o di ritorno dalla Terra Santa sono all'origine del precoce impianto e della diffusione dell'Ordine del Tempio nella penisola italiana.
Come già si era verificato per l'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme anche nella dinamica insediativa del Tempio vengono privilegiate le località costiere e sembra prevalere la tendenza a procedere dal litorale verso l'interno: città come Barletta, Trani, Molfetta e forse Messina si segnalano nella prima metà del sec. XII tra le primissime sedi di stabilimenti Templari nel Meridione. Assai antica deve essere stata anche la domus di Venezia: qui i Templari si erano insediati già prima del 1144. Posteriori, rispettivamente di uno o due decenni, sono invece le prime notizie certe su case templari a Genova e a Pisa, le altre due città marinare del Nord che tanta parte hanno avuto nel movimento crociato.
Quanto alla viabilità terrestre, il fenomeno del moltiplicarsi di case dell'Ordine è più visibile (o solo meglio attestato) lungo gli itinerari dell'Italia centrale e settentrionale. Così nel momento di maggior fioritura dell'Ordine la via Emilia arriva a contare lungo il suo tracciato non meno di dieci stabilimenti a Piacenza, Fiorenzuola d'Arda, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Faenza, Forlì, Cesena e Rimini. La via Postumia ne incontra sette a Genova, Tortona, Piacenza, Cremona, Verona, Montebello Vicentino e Tempio di Ormelle (Oderzo). Nel tratto tosco-laziale della via Francigena - Romea sette case templari sono localizzabili a Lucca, San Gimignano, Siena, Viterbo, Vetralla, Sutri e, naturalmente, a Roma. L'antichità (1138) dell'insediamento romano è da mettere in relazione con la presenza nell'Urbe della sede apostolica.
A quanto pare, meccanica e modalità di insediamento spesso si ripetono in modo identico: i Templari grazie anche all'intercessione dei pontefici ottengono i luoghi delle future sedi in concessione temporanea o perpetua da enti e ecclesiastici dietro corresponsione di un censo annuo. Di solito si tratta di chiese minori, di oratori o cappelle dipendenti da episcopi, cattedrali o monasteri alle quali talora sono annessi ospedali, come nel caso di Santo Stefano a Reggio Emilia.
Almeno in Italia è scarsamente attestata un'attività edilizia sacra da parte dei Templari, e in genere essi utilizzano preesistenti luoghi di culto: una non trascurabile eccezione è quella della nuova chiesa templare di Perugia (San Bevignate), la cui creazione alla metà del sec. XIII in forme maestose e solenni si deve anche al fatto che la città umbra è scelta spesso come dimora dai papi e per conseguenza la precettoria locale è destinata ad ospitare alti dignitari dell'Ordine, legati alla Curia.
Dal punto di vista topografico, caratteristica generale degli insediamenti urbani dei Templari in Italia è l'ubicazione fuori della cinta muraria.

2. Organizzazione. Al contrario di ciò che, ad esempio, avviene in Francia, in Italia gli insediamenti templari sono meno numerosi di quelli Giovanniti. Mancano dati complessivi sicuri, ma secondo una stima approssimativa (per difetto) possono essere assegnati al Tempio centocinquanta insediamenti, meno di un terzo dei quali si trovano nella metà inferiore della penisola, cioè entro i confini del regno di Sicilia.
Apparentemente due provincie costituiscono la forma più arcaica di ordinamento amministrativo-territoriale: l'inferiore (senza l'isola di Sicilia?) e la superiore, che include tutto il territorio a nord del regno di Sicilia, oltre alla Sardegna. Entrambe le unità geografico-amministrative presiedono maestri provinciali o grandi precettori, al di sopra dei quali è possibile trovare un unico responsabile per tutta la penisola, il magister totius Italiae.
Funzionari di rango inferiore successivamente vengono preposti al governo di unità territoriali più circoscritte: Ducato di Puglia, Terra di Lavoro, Terra Romae, Patrimonio di San Pietro in Tuscia, Ducato di Spoleto, Marca Anconitana e Marca Trevigiana non sono che i nomi di alcune tali provincie minori del Tempio.
Il carattere di internazionalità dell'Ordine si manifesta nei paesi di origine dei funzionari del Tempio: c'è prevalenza di transalpini nel regno di Sicilia, specie dopo l'avvento degli Angioini e in due casi la provincia dà all'Ordine maestri generali nelle persone di Armando di Peragors (1232?- 44) e Guglielmo di Beaujeu (1273- 91). Nella provincia superiore detta anche di Lombardia, la maggioranza dei grandi precettori proviene dall'aristocrazia nord-italiana.
La residenza del gran precettore si identifica con il centro amministrativo e con la casa madre della provincia. A Barletta (San Leonardo) di norma stanno i maestri del regno di Sicilia. Quella di Roma (Santa Maria dell'Aventino) è probabilmente la più antica sede del maestro provinciale per l'Italia centrale e settentrionale. Certamente è la più prestigiosa, almeno fino a quando i pontefici mantengono la propria nell'Urbe; ma nella seconda metà del Duecento la casa templare di Roma perde progressivamente di importanza, mentre ne acquistano quelle di Bologna e di Piacenza, dove preferibilmente si celebrarono le maggiori assise (i capitoli) e si compiono i principali atti amministrativi dell'Ordine nella provincia.

3. Attività economica. Lungi dal derivare da una marginale e comunque poco documentata attività bancaria, la fortuna economica dell'Ordine del Tempio in Italia si fonda su un patrimonio, che si è venuto accumulando in primo luogo attraverso donazioni, legati e altre forme di liberalità dei laici e degli ecclesiastici. Nelle risoluzioni dei concili pisano (1135) e lateranense II (1139) sono senza dubbio le premesse di quella campagna di solidarietà collettiva a sostegno dei Templari che, promossa o assecondata dai pontefici nel sec. XII proseguirà per buona parte del Duecento.
Per quanto inferiore alla giovannita, quello dei Templari in Italia è pur sempre un esteso patrimonio fondiario e immobiliare, capace di suscitare rivalità e gelosie in ambito ecclesiastico, non meno che preoccupazione e timori in quello secolare: poco prima della metà del Duecento i beni non soggetti a vincoli feudali, che il Tempio (come anche l'Ospedale di San Giovanni e l'Ordine Teutonico) possiede nei domini della corona siciliana, raggiungono un'estensione tale da richiedere da parte di Federico II adeguate misure legislative per essere drasticamente ridimensionati.
Le aziende agrarie del Tempio si chiamarono grangie, masserie, casali. I casali della Puglia ricordano le fattorie fortificate d'Outremer.
Il sistema misto di conduzione è tipico dell'organizzazione agricola dell'Ordine nella penisola. I Templari danno a lavorare le loro terre a concessionari (conductores); ma, dove il personale delle commende rurali è più numeroso, essi coltivano direttamente il suolo. In tal caso, secondo il modello cistercense, si ricorre per il lavoro dei campi ai membri più umili dell'Ordine. quando non addirittura alla manodopera servile, rappresentata dai Saraceni del regno di Sicilia o di Siria.
L'allevamento del bestiame da carne, da latte, da lana e da lavoro costituisce una voce primaria nel bilancio del Tempio: le fertili campagne della Puglia offrono ricchi pascoli alle mandrie di buoi e bufali di proprietà dei Templari, mentre in Toscana le loro greggi di pecore praticano la transumanza; allevamenti di suini nei boschi del Tempio sono infine segnalati in Piemonte, come in Sicilia.
Le colture più diffuse sono quelle dei cereali, della vite, dei legumi. Generalmente in Italia la produzione agricola dell'Ordine serve al consumo interno, le eccedenze sono destinate alla vendita e parte del ricavato viene versato al tesoro centrale sotto forma di responsiones; ma è soprattutto dai porti della Puglia che nella seconda metà del Duecento salpano navi cariche di cereali e legumi, per andare a rifornire le case dei templari in Siria, rese sempre più dipendenti dalle occidentali sotto l'aspetto alimentare a causa della progressiva perdita di territori e aree coltivabili a vantaggio dei Saraceni. Dopo la catastrofe del 1291 è Cipro a ricevere le vettovaglie pugliesi.

4. Soppressione. Il primo atto formale della Santa Sede contro l'Ordine consiste nella promulgazione della bolla Pastoralis praeeminentiae: Clemente V invita sovrani, autorità secolari e inquisitori dei vari stati e provincie della cristianità a procedere in nome del papato alla cattura delle persone, al sequestro e alla custodia dei beni spettanti al sodalizio religioso-militare dei Templari.
Sebbene la data di emissione rechi 22 di novembre del 1307, trascorrono alcuni mesi prima che il mandato cominci ad avere pratica attuazione e produca i primi concreti risultati sul suolo italiano. La suddivisione tra i due Ordini mendicanti, titolari dell'ufficio della Fede, del territorio della penisola in aree di competenza fa sì che gli inquisitori haereticae pravitatis per l'affare dei Templari nell'Italia settentrionale siano i Domenicani, mentre in Romagna e nell'Italia centrale operano i Francescani. Nei domini piemontesi dei conti di Savoia - a quanto pare - sono invece i funzionari di Amedeo V ad applicare la direttiva papale. Nel regno di Napoli il vicario di Carlo II, Roberto d'Angiò, altro destinatario della lettera circolare di Clemente V, non si comporta diversamente dal conte di Savoia.
Se da un lato le differenti "operazioni di polizia" si possono considerare riuscite, perchè a volte permettono di recuperare i beni dell'Ordine e di scongiurare nuove indebite appropriazioni e saccheggi, dall'altro mancano dell'effetto sorpresa, che invece ha giocato a favore di Filippo IV di Francia nell'ottobre 1307. Così in Italia sono poche decine i Templari che è possibile assicurare alla giustizia e tradurre davanti ai tribunali inquisitoriali.
A partire dall'agosto 1308 Clemente V istituisce non meno di sette commissioni ecclesiastiche d'inchiesta, secondo un criterio di ripartizione geografica che tiene conto della frammentazione politica e dell'ordinamento provinciale ecclesiastico della penisola. Successivamente, tra il 1309 e il 1311, vengono istruiti una serie di processi: interrogatori di Templari hanno luogo in Puglia (Lucera, Brindisi), nelle Terre della Chiesa (Viterbo, Palombara Sabina), nell'Abruzzo superiore (Penne e Chieti), in Toscana (Firenze, Lucca), nella Marca d'Ancona (Fano) e nella provincia ecclesiastica di Ravenna (Cesena, Ravenna). A Messina nessun Templari si presenta agli inquisitori, i quali si riducono ad ascoltare le deposizioni di persone estranee all'Ordine. In Sardegna il delegato del Papa cerca inutilmente i Templari o qualcun altro che sia disposto a testimoniare.
Colpiscono nelle inchieste contro i Templari in Italia la diversità delle procedure giudiziarie e la natura contraddittoria delle conclusioni. Nelle regioni dove maggiore è l'influsso del re di Francia (Regno di Napoli) o del pontefice (Terre della Chiesa), si ottengono in prima istanza ammissioni di colpevolezza da parte dei Templari; quasi sicuramente si adopera la tortura. Al contrario nella Sicilia aragonese e nella Marca Anconitana non possono essere acquisite prove testimoniali a carico dell'Ordine. Diversa è anche la piega presa dagli avvenimenti in Toscana e nell'alta Italia, dove generalmente l'opinione pubblica è più favorevole che altrove all'Ordine. Così insoddisfatto del loro operato, Clemente V con lettera del 27 giugno del 1311 chiede ai presuli di Pisa, Ravenna, Firenze e Cremona di ripetere gli interrogatori e di servirsi della tortura per strappare, finalmente, confessioni e appurare per tale via l'"odiosa malvagità" dei frati-cavalieri. L'invito del pontefice è raccolto dall'arcivescovo di Pisa e dal vescovo di Firenze, e le di lui istruzioni sono applicate alla lettera qualche mese dopo; rimane invece inascoltato presso l'arcivescovo Rinaldo da Concorezzo, più che mai convinto assertore dell'innocenza dei Templari, dopo averne personalmente sottoposti ad esame alcuni nel novembre 1310 a Cesena e altri nello stesso mese di giugno 1311, nel corso del sinodo provinciale di Ravenna da lui stesso presieduto.
Nel 1312 l'arcivescovo di Ravenna interviene al Concilio di Vienne, nella cui sede certamente ha ancora modo di esporre pubblicamente il proprio pensiero circa i Templari, e dove, tuttavia, nonostante l'indecisione o il parere contrario della stragrande maggioranza dei presuli italiani presenti, il 22 marzo Clemente V decreta l'abolizione dell'Ordine militare più antico della cristianità.
Beneficiari dell'eredità materiale dell'Ordine, estinto anche in Italia sono gli Ospitalieri di San Giovanni, quantunque in taluni casi non possano sottrarsi all'obbligo, sancito da un decreto del Papa, di provvedere al sostentamento degli ex-Templari che non sono tornati allo stato laicale.

Bibliografie
In generale: F: Bramato, Introduzione alla storiografia templare italiana, in Nicolaus, ns, 16 (1989) 141-61.
R. Caravita, Rinaldo da Concorezzo arcivescovo di Ravenna (1303-21) al tempo di Dante, Firenze 1964 (VII centenario della nascita di Dante. Collana di studi storici 2); A. Luttrel, Two Templar-Hospitaller Preceptories North of Tuscania, in Papers of the British School at Rome 39 (1971) 90-124 (ora in The Hospitallers in Cyprus, Rhodes, Greece and the West 1291-1440. Collected Studies, Londra 1978); I. Tacchella, I Cavalieri di Malta in Liguria, Genova 1977; R. Finzi, I Templari a Reggio Emilia ed il processo a fra Nicolao, in Atti e Memorie della Dputazione di Storia Patria per le antiche provincie modenesi, s. XI, I (1979) 25-47; F. Bramato, I Templari in terra di Bari. Note ed appunti per una storia dell'Ordine cavalleresco dei Templari in Italia, in Nicolaus, ns, 7 (1979) 173-81; A. di Ricaldone, Templari e Gerosolimitani di Malta in Piemonte dal XII al XVIII secolo, I-II, Madrid 1979-80; F. Bramato, Regesti diplomatici per la storia dei Templari in Italia, in Rivista Araldica 78 (1980) 38-48; 79 (1981) 39-52; 80 (1982) 121-7; 154-8; F. Tommasi, L'Ordine dei Templari a Perugia, in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l'Umbria 78 (1981) 5-79; B. Capone, Quando in Italia c'erano i Templari, Torino 1981; L. Tacchella, Templari e Giovanniti in San Vitale a Verona, in Studi storici Luigi Simeoni 32 (1982) 127-38; A. Gilmour-Bryson, The Trial of the Templars in the Papal State and the Abruzzi, Città del Vaticano 1982 (Studi e testi 303; cfr. recensione di F. Tommasi in StudMed, terza s., 27 [1986] 762-8); L. Avonto, I Templari in Piemonte. Ricerche e studi per una storia dell'Ordine del Tempio in Italia, Vercelli 1982; F. Tommasi, "Templarii" e "Templarii Sancti Iohannis". Una precisazione metodologica, in StudMed, terza s., 24 (1983) 373-84; A. Rubini, I Templari e l'Abruzzo, in Bullettino dell deputazione abruzzese di Storia Patria 73 (1983) 89-102; E. Trota, L'Ordine dei Cavalieri Templari, a Modena e l'ospitale del ponte di Sant'Ambrogio, in Atti ... per le antiche provincie modenesi, s. XI, 6 (1984) 29-55; F. Bramato, L'Ordine dei Templari in Italia. Dalle origini al pontificato di Innocenzo III (1135-216), in Nicolaus, ns, 13 (1985) 183-221; L. Di Fazio, Lombardi e Templari nella realtà socio-economica durante il regno di Filippo il Bello, 1285-1314, Milano 1986; AA.VV., Templari e Ospitalieri in Italia. La chiesa di San Bevignate a Perugia, Milano 1987; B. Capone-L. Imperio-E. Valentini, Guida all'Italia dei Templari. Gli insediamenti templari in Italia, Roma 1989; AA.VV., I Templari: Mito e storia. Atti del Convegno internazionale di studi alla Magione Templare di Poggibonsi (Siena), 27-31.5.1987, Sinalunga (Siena)1989; F. Bramato, Storia dell'Ordine dei Templari in Italia. Le fondazioni, Roma 1991 (raccoglie studi pubblicati in riviste e convegni); P. C. Begotti, Templari e Giovanniti in Friuli. La mason di San Quirino, San Quirino 1991; P. C. Begotti-V. Golin, Sulla via di pellegrini e crociati ... i Templari a San Quirino. Antologia per le scuole dell'obbligo, Pordenone 1991; G. Cagnin., Templari e Giovanniti in territorio trevigiano (sec. XII-1312), Treviso 1992.

F. Tommasi
La Restaurazione dei Templari

Nel corso dei secoli, in Europa e in America, sono sorti Ordini e associazioni di vario genere, rivendicando la loro diretta discendenza dai Templari e richiamandosi, nei loro riti, opere e regola, a quelli del famosissimo Ordine (cf G. Ventura, Templari e templarismo...; M. Lo Mastro, Dossier Templari; e B. Blandre, L'Ordre...; v. bibl.). La pretesa filiazione diretta dall'antico Ordine, però, è del tutto infondata, storicamente e giuridicamente falsa; e, in ogni caso, un'eventuale rivivescenza dell'Ordine (teoricamente possibile) deve passare tramite la S. Sede.
Diversa, invece, la situazione della fondazione effettuata nel 1979 a Poggibonsi (Siena), per iniziativa del conte Marcello Alberto Cristofani della Magione. Questi ha infatti dato vita a un'associazione di laici che intendono richiamarsi agli ideali e allo stile di vita descritti da s. Bernardo nel Liber ad Milites Templi de laude novae militiae per i Templari (senza pretendere una filiazione diretta dall'antico Ordine), e come fini particolari si propongono la cura della liturgia e recita dell'ufficio divino, l'approfondimento della spiritualità e della cultura della cavalleria cristiana, l'assistenza dei pellegrini e il sostegno morale e materiale del prossimo, ed in particolare dei cristiani in Terra Santa, e l'educazione dei giovani. Riconosciuta civilmente il 21.9.1979, l'associazione, con le sue costituzioni di impostazione cavalleresca e con espliciti riferimenti all'antico Ordine, venne approvata (8.9.1988) dall'arcivescovo di Siena, mons. Mario Jsmaele Castellano, come associazione privata di fedeli sotto il titolo di «Milizia del Tempio» (Ordo Militiae Christi Templique Hierosolymitani). Il 24.11.1989 lo stesso mons. Castellano approvò alcune modifiche alle costituzioni, mentre il 18.11.1990, il nuovo Ordinario di Siena, mons. Bonicelli, approvò la regola sotto il titolo di «Regola dei poveri cavalieri di Cristo dell'Ordine della Milizia del Tempio», tratta da quella dell'antico Ordine adattata a oggi. Intanto, il 13.9.1989, Giovanni Paolo II aveva concesso in perpetuum una serie di indulgenze plenarie per i momenti salienti della vita dei cavalieri.
In base alla regola, la nuova «Milizia» abbraccia tre categorie di membri: i cavalieri con professione solenne che si consacrano perpetuamente alla Milizia con l'investitura e la promessa di osservare i tre classici consigli evangelici insieme alla testimonianza pubblica di fede (quarta promessa) e i cavalieri non professi (o "in obbedienza") che con l'investitura si impegnano a tendere alla perfezione della vita cristiana; le donne (dame) che, restando nel loro stato, desiderano collaborare in vario modo con la Milizia, sempre sotto l'autorità del gran maestro della Milizia; la terza categoria è composta da quegli uomini e donne che, a causa della giovane età e inesperienza, non vengono ritenuti pronti per assumersi un impegno definitivo: essi servono nelle file della Milizia come donati, emettendo solo una promessa temporanea, da rinnovarsi ogni tre anni. Per essere ammessi alla professione e all'investitura occorre il noviziato della durata di almeno un anno e aver compiuto 21 anni.
Possono essere aggregati alla Milizia anche quegli adulti che, pur condividendone gli ideali, non possono o non desiderano impegnarsi con la «regola»; essi vengono cooptati come cappellani (vescovi e sacerdoti) o come «decorati» (benemeriti) o iscritti come amici.
Secondo la regola e le costituzioni, la Milizia è retta dal gran maestro (maestro dei poveri cavalieri di Cristo, duca della Milizia del Tempio) eletto ogni tre anni dal capitolo dei tredici cavalieri di giustizia (consulta).
Al capitolo generale, composto dai cavalieri e dalle dame, spetta il compito legislativo; alla consulta (o corte d'onore), anche quello disciplinare e di controllo; al consiglio magistrale gran priorale, la formulazione della politica di governo.
Agli organi centrali sono affiancati 5 dicasteri per l'attuazione dei compiti della Milizia: la prelatura (il prelato generale è nominato ogni tre anni dall'arcivescovo di Siena) per la formazione spirituale e dottrinale; la luogotenenza generale per l'amministrazione della disciplina, indire e regolare l'elezione del nuovo gran maestro; la precettoria magistrale (capitana) per la formazione ideale e cavalleresca; la cancelleria magistrale per il governo, l'amministrazione e l'organizzazione generale; il governatorato per il mantenimento della sede magistrale e la conservazione del patrimonio.
La regola prescrive solo la recita in comune dei vespri (i cavalieri professi hanno l'obbligo del breviario quotidiano), ma è allo studio la possibilità di costituire anche case di vita conventuale.
I cavalieri con professione solenne (religiosi), o in obbedienza (secolari), portano, secondo i casi, l'abito bianco composto da una tunica, uno scapolare con croce ottagona rossa sul petto e un mantello dove la stessa croce è posta sulla spalla sinistra; le dame, un velo bianco con la croce senza il braccio superiore; i cappellani, una mozzetta bianca con bordo e bottoni rossi e croce ottagona sulla parte anteriore sinistra. Gli altri iscritti non hanno abito, ma solo la decorazione o il distintivo.
La Milizia si sostiene finanziariamente con i contributi dei suoi membri, con le donazioni di enti pubblici e privati e con l'attività che svolge.

Attualmente la Milizia, che conta una trentina di cavalieri con professione solenne, alcune centinaia di cavalieri in obbedienza e molti iscritti nella altre categorie, ha costituito una decina di precettorie nazionali (gran priorati) e molti priorati e commende locali; ha promosso o affiliato gruppi scouts e organizzazioni giovanili in Italia e all'estero. La sede magistrale è nel castello della Magione di Poggibonsi (Siena), uno straordinario complesso monumentale romanico risalente al sec. XI, appartenuto fino al 1312 ai Templari e, alla soppressione di questi, agli Ospedalieri di S. Giovanni di Gerusalemme; dopo essere passato dalle mani di diversi proprietari, il 20.1.1979 venne acquistato dal conte Marcello Alberto Cristofani della Magione, che ne fece la dotazione patrimoniale per la sede magistrale della costituenda Milizia del Tempio.

Sede magistrale: Castello della Magione - 53036 Poggibonsi (Siena).

Bibliografie
G. Ventura, Templari e templarismo, Roma 1980 (prima ed. 1964); B. Blandre, L'Ordre des chevaliers du Temple, du Christ et de Notre Dame. Association ou Ordre religieux esotérique?, in Praxis juridique et religion 3 (1986) 158-63; M. Lo Mastro, Dossier Templari 1118-990,Roma [1990]; G. Mantelli, La Magione, Casa templare sulla via Francigena, Poggibonsi 1990; Regola dei poveri Cavalieri di Cristo dell'Ordine della Milizia del Tempio, ivi 1992.
(Le informazioni su Poggibonsi sono state inviate dalla sede magistrale della Milizia).

 

Fonte: http://www.fortunecity.com/victorian/wooton/189/arq/storia.doc

 

I templari

IL SANTO GRAAL

 

Intorno alla figura del Santo Graal sono nate, nel corso degli anni, numerose leggende che hanno affascinato tutti i popoli della terra in ogni tempo e luogo, stimolato la fantasia di numerosi scrittori.
In alcune leggende il Santo Graal viene descritto come il calice usato da Cristo nell'Ultima Cena, mentre per altre esso rappresenta la coppa in cui Giuseppe d'Arimatea (fig. 1) , avrebbe raccolto il sangue di Cristo crocifisso.
Ma, secondo altre leggende, si tratterebbe invece dello stesso calice adoperato in entrambe le occasioni.Per quanto riguarda la leggenda sorta in Spagna e in Francia intorno al 1100, il Graal è un oggetto sacro e misterioso che viene custodito in un tempio o castello in Bretagna. Essa narra inoltre che solo ai puri è dato raggiungerlo e i mortali che vi riusciranno, conquisteranno la felicità terrena e celeste.
Esistono però anche altre versioni risalenti addirittura al IV sec.: narrano che la Maddalena fuggita dalla terra santa portò il Santo Graal con sé a Marsiglia dove sono tuttora venerate le sue presunte reliquie.
Nel secolo XV questa tradizione aveva già assunto chiaramente un'importanza enorme nei personaggi comcollezione di "coppe Graal".

 


 

 

 

 

 

Nel testo arturiano "Joseph d'Arimathie - Le Roman de l Estoire dou Graal" del 1202 scritto da Robert de Boron, il Graal viene descritto come il calice dell' Ultima Cena, in cui Giuseppe d'Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. Nuovi elementi in merito li ritroviamo in "Le Grand Graal", un testo di cui non conosciamo l'autore, che continua e integra il racconto del "Joseph di Arimathie". Il Graal viene associato a un libro scritto da Gesù Cristo, alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio e le verità di fede che esso contiene non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l'aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l'acqua cambierebbe colore. Da questo si deduce che il libro-coppa possiede un temibile potere.
Ma perché il calice fu portato proprio in Inghilterra? I sostenitori della sua esistenza materiale affermano che durante la sua permanenza in Cornovaglia, Gesù aveva ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido convertito al cristianesimo e quell'oggetto gli era particolarmente caro. Dopo la crocefissione, Giuseppe d'Arimatea aveva voluto riportarla al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in questione era Merlino.
Sia come sia, le peripezie subite dal Graal dopo il suo arrivo in Inghilterra variano in modo considerevole a seconda delle varie fonti. Estrapolando dalla Materia di Bretagna gli episodi più ricorrenti, è possibile tracciare schematicamente il seguito della storia. Giunto a destinazione Giuseppe affida la coppa a un guardiano soprannominato "Ricco Pescatore" o "Re Pescatore" perché, come Gesù, ha sfamato un gran numero di persone moltiplicando un solo pesce. Secoli dopo nessuno sa più dove si trovi il "Re Pescatore" e il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland , uno stato di carestia e devastazione sia fisica che spirituale. Per annullare il Wasteland - spiega Merlino ad Artù - è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Un Cavaliere (Parsifal o Galaad "il Cavaliere vergine") occupa allora lo "Scranno periglioso", una sedia tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l'annientamento) solo "il Cavaliere più virtuoso del mondo", colui che è stato predestinato a trovare il Graal. Ispirato da sogni e presagi, e superando una serie di prove perigliose come il "Cimitero periglioso", il "Ponte periglioso", la "Foresta perigliosa" eccetera, Parsifal rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande <<Che cos è il Graal? Di chi esso è servitore?>>, contravvenendo così al suggerimento evangelico "Bussate e vi sarà aperto" e così il Graal scompare di nuovo.
Dopo che il Cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende e finalmente Parsifal (o Galaad) pone il quesito, a cui viene risposto. <<È il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l'agnello con i suoi discepoli il giorno di Pasqua. (...) E perchè questo piatto fu grato a tutti lo si chiama Santo Graal>> . Il Re Magagnato si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo. Il Graal viene a questo punto, siamo intorno al 540, riportato da Parsifal a Sarraz, una terra in medio oriente impossibile da situare storicamente e geograficamente; non è infatti in Egitto, ma "vi si vede da lontano il Grande Nilo" e il suo Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo.
Per secoli non si parlò più del Graal, finché, verso la fine del XII secolo, esso tornò improvvisamente alla ribalta a causa delle Crociate. A partire dal 1095, molti Cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa, ed erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo e sicuramente qualcuna di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri. Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l'Europa e vi si diffuse. C'è anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Crociati e riportato nel Vecchio Continente. Se questo corrispondesse alla realtà, dove si troverebbe allora il Graal?
Di seguito sono riportati i 4 nascondigli più probabili:


Il Graal si trova nel castello di Gisors - I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto . Per alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei templari (mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del castello di GISORS.
Il Graal si trova a Castel del Monte - I Cavalieri Teutonici - fondati nel 1190 - erano in contatto sia con i mistici Sufi - una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana - sia con l' illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua volta seguace di quella dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all'Imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato apposta per custodirlo.
Il Graal si trova a Takht-I-Sulaiman - Secondo questa ipotesi il Grall sarebbe il simbolico "Fuoco Reale" fonte della conoscenza, adorato dai seguaci di Zarathustra a Takht-I-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro. Takht-I-Sulaiman potrebbe essere dunque la mitica Sarraz, da cui il Graal (Fuoco Reale) giunse, a cui ritornò e dove forse si trova ancora.
Il Graal si trova nel Castello di Montsegur - Dopo che il culto di Zoroastro venne soppresso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai Manichei e, di seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani, e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montsegur; se avessero portato con loro il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi insieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio del castello.
Oltre a queste teorie ne esistono anche altre che coinvolgono l'Italia:
Il Graal si trova a Torino - Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l'Europa durante il medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.
Il Graal si trova a Bari - Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l'eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica. Gli premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino, e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini. Non è dato di sapere dove si trovasse la coppa e chi comandò la spedizione. La scelta di custodire il Graal a Bari anziché a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglie, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale, si trova l'immagine di Re Artù e un'indicazione stilizzata del nascondiglio.
Anche in Germania le versioni della leggenda del Graal sono numerose, ed è proprio in questa nazione che la ricerca del Santo Graal si lega alla figura di Adolfo Hitler.
Fin da ragazzo Hitler era affascinato dai riti e dalle cerimonie sacre e la sua giovinezza risenti dell'influenza di molti medium e studiosi nell'occulto che abitavano la città di Braunau dove era nato; ed anche il futuro capo del nazismo si racconta che possedesse poteri medianici che lo assalivano nel momento della sua più forte tensione nervosa.
La preveggenza di Hitler sorprendeva i suoi collaboratori tanto da mutare la loro fedeltà verso il Führer in fanatismo. Hitler, per esempio, predisse l'esatta data dell'entrata delle truppe tedesche a Parigi, annunciò la data di morte di F. Roosevelt e predisse la data dell'arrivo a Bordeaux dei violatori del blocco navale. Ma le previsioni esatte di Hitler non si limitarono comunque solo alla politica, ma anche alla vita quotidiana.
Il mistero del Santo Graal, il sacro calice che gli studiosi esoterici nazisti del tempo mutarono in Sang Raal sangue reale, cioè sangue di Cristo crocifisso raccolto nella coppa e portato in Francia e poi in Britannia da Giuseppe D'arimatea, lo affascinò e lo ossessionò per tutta la vita.
Si diceva che nessuno poteva porsi alla ricerca del Graal se non fosse stato un cavaliere puro e casto, come Gaload figlio di Lancillotto. Ma anche questi, considerato il più generoso e valoroso cavaliere della corte di Re Artù, a causa dei rapporti adulterini che ebbe con Ginevra moglie del Re, non fu più degno di porsi alla ricerca del Santo Graal.
La ricerca del Graal era dunque vietata ai peccatori ed Hitler considerandosi invece degno per la sua vita vegetarina, di celibe, si pose alla sua ricerca credendo egli, medium e studioso di occultimo dotato di energie misteriose, di potervi riuscire. Diramò così l'ordine a tutti i suoi collaboraori affinché si procedesse alla ricerca.
Ma anch'egli, che credeva di potere assurgere nel mondo a vendicatore di Cristo, fallì e così la leggenda del Santo Graal rimane tuttora avvolta nel mistero........


Analisi storico-letteraria del Santo Graal

A cura di Edmond Bergheaud
Traduzione a cura di Mariano Tomatis

Introduzione
A partire dal Medio Evo la leggenda del Graal ha ispirato poeti, scrittori e musicisti. Il primo a parlarne fu Chrètien de Troyes, all'inizio del XII secolo, in un lungo poema intitolato Perceval o il racconto del Graal, che in particolare era ambientato alla corte di re Artù. Questa leggenda adombra una realtà storica oppure è soltanto frutto di un'invenzione letteraria? Dov'è nata: in Europa, in Arabia o in Asia? Ma, innanzi tutto, che cos'è il Graal? La coppa che servì a Gesù Cristo per la Cena la sera del Giovedì Santo, oppure il vaso nel quale trovare la pietra filosofale? Il simbolo della Grazia concesssa ai penitenti, o il simbolo della Conoscenza, prima tappa verso la dominazione del mondo? Quest'ultima ipotesi poggia sulla leggenda del mistero dei Templari
Fra tutte le leggende che ancora alimentano la nostra fantasia, quella del Graal è una delle più vive. Come gli appassionati degli abissi tumultuosi amati da Wagner possono sprofondarsi in Parsifal, così altri si sentono spiritualmente più vicini alla lunga e dolorosa ricerca del cavaliere, la cui speranza tende verso i tesori fuggitivi della purezza.
Poichè l'umanita, da quando esiste, ha sempre conosciuto due nostalgie: quella del Paradiso perduto, illuminato dallo splendore del Bene e del Bello, e la scoperta dei mezzi che le permetteranno, dopo aver pagato una pena severa per redimersi, di rivivere nella luce della verità.
Caratteristica comune a complessi sistemi filosofici, a cantilene ingenue, a leggende misteriose è sempre il vagabondare dell'uomo in un mondo in cui egli, perso dietro il suo profondo ideale, procede a tentoni come un cieco
Di fronte a questa sete inestinguibile non esistono più continenti. Così accade per il Graal, che certamente appartiene al patrimonio intellettuale e spirituale europeo; ma sembra che i suoi incanti dolorosi abbiano conquistato anche i poeti arabi che ne avevano raccolto le delizie dalla lontana Asia. Nè la radice ancestrale di questa leggenda appartiene al solo cristianesimo o agli Arabi troppo compenetrati dall'Islam, benchè coloro che si propongono di esaltare la difficile conquista della felicità, non si sforzino di far rientrare anche la leggenda pagana nel rigido ambito delle religioni rivelate.
Il Graal... parola che vive nella spiritualità di questo Medio Evo costruttore di cattedrali. Si parla con una specie di sacro terrore di questa coppa che, la sera del Giovedì santo, era servita a Cristo per annunciare il mistero della redenzione; questo vaso infatti aveva contenuto il pane e il vino che dovevano diventare carne e sangue di colui che stava per morire sul Golgota. Si dice anche che nel Graal Giuseppe d'Arimatea avesse raccolto il sangue di Cristo, sangue che era sgorgato dal fianco di Gesù, trapassato dalla lancia del centurione Longino
Attraverso vie misteriose, custodito da mani prudenti e pie, il Graal sarebbe giunto in possesso dei Genovesi i quali lo esposero nella loro città dopo la presa di Cesarea. Vaso cristiano consacrato? Forse. Ma la leggenda abbellirà ciò che la storia non permette di stabilire con esattezza. Perchè si dirà anche che il Graal sia una pietra venuta dal cielo; altri affermeranno che si tratta del perduto vangelo di San Giovanni. A poco a poco tutto si confonderà: la tradizione cristiana, l'umanesimo germanico nascente, e persino i miti orientali trasferiti in Europa dai Crociati.
Quante sedimentazioni si sono depositate nel corso degli anni sulla primitiva storia del Graal! Quanti poeti famosi ed oscuri rimatori hanno ampliato ed arricchito la versione primitiva, come se ad ognuno di essi importasse non tanto rivolgersi ai posteri quanto liberarsi dalla propria angoscia davanti al mistero che pesava sull'antica storia! Sembra che il primo a raccontare la leggenda del Graal sia Chrètien de Troyes.
Ha scritto il poema intitolato: Perceval il racconto del Graal, probabilmente fra il 1180 e il 1183. L'opera è stata concepita su richiesta del suo protettore Filippo di Fiandra, fidanzato di Maria di Champagne. Chrètien de Troyes è uno di quei poeti che le dame tenevano volontieri al loro seguito per alimentare i vagabondaggl della fantasia che rallegravano la vita piuttosto monotona dei castelli. Chrètien de Troyes afferma umilmente che l'idea più originale del suo racconto non gli appartiene, perchè l'ha trovata in un libro avuto in prestito da Filippo di Fiandra. L'opera del poeta della Champagne è composta di diecimila e sessantun versi. Ebbe un tale successo, la sua risonanza fu tanto notevole che Chrètien de Troyes ebbe quattordici continuatori, ed alla fine il racconto delle avventure e delle sventure di Perceval occuperà più di sessantamila versi.
Il poema di Chrétien
Ecco dunque questa storia. Durante la sua giovinezza Perceval ha vissuto praticamente allo stato selvaggio. Sua madre, una vedova che ha perduto i primi due figli, vuole salvare l'ultimo bimbo che le resta dai pericoli rappresentati ai suoi occhi dalla cavalleria, i cui membri altro non sognano che di battaglie e spedizioni lontane, dunque di morte. Per questo motivo Perceval è cresciuto ignorante di tutto e di tutti, nel cuore della Gast Forest, della Foresta ospitale.
Ma un giorno di primavera ecco che appare un corteo di abbagliante bellezza: tutto splendente d'oro, d'azzurro e d'argento. Il giovane interroga avidamente i cavalieri; la sua decisione è presa: li seguirà. Sua madre, non potendo ostacolare questa improvvisa vocazione, moltiplica i consigli a Perceval; nulla dimentica, né le preghiere che occorre fare nelle chiese, né il comportamento da tenere nei confronti delle donne. Ecco il giovane lanciato sulle strade dell'avventura, senza uno sguardo per sua madre, che morirà per il dolore di questo distacco.
Le nuove esperienze hanno un inizio burrascoso: corteggia brutalmente, molto brutalmente, la prima fanciulla che incontra, e si impadronisce dell'anello che le orna il dito. Scambia una tenda militare per una cappella, e qui si comporta con disinvoltura. Eccolo al castello di Re Artù. Perceval, cafonescamente, entra a cavallo nel salone dove siede il sovrano; questi è muto per il dolore, perchè è stato offeso in modo grossolano dal cavalier Vermeil. Benchè non sia ancora stato investito cavaliere e non abbia quindi nessun diritto di sfidare Vermeil, Perceval tuttavia si batte contro colui che ha umiliato Artù gettandogli una coppa di vino in faccia e lo uccide con un colpo di giavellotto.
Gornemant, un vecchio cavaliere, si prende cura dell'educazione di Perceval. Gli insegna non soltanto a battersi, ma anche a usare i più elementari principi di cortesia, che non tarderanno ad esser messi in pratica; armato cavaliere, Perceval si precipita in aiuto dell'onesta Biancofiore, assediata in un castello dal malvagio Anguingueron. Liberata, la fanciulla non rifiuterà il suo cuore al salvatore. E fin qui il poema di Chrètien de Troyes non presenta nulla di particolarmente originale.
Nella piccola corte di Maria di Champagne probabilmente si ironizzava sui giovani un po' rozzi e grossolani che bisognava a poco a poco rendere più raffinati. Insomma, la prima parte del Perceval non è che il racconto dell'iniziazione di un giovane selvaggio al codice della cavalleria e dell'amore. Ma ecco che bruscamente l'opera ha una svolta. Cavalcando in cerca di avventure, che è la sorte naturale dei cavalieri, una sera Perceval giunge sulle rive di un fiume così ampio che non può attraversarlo. Scorge una barca con due uomini, uno dei quali sta pescando e che gli offre ospitalità per la notte. Appena arrivato al castello del Re-Pescatore, poichè questo è il nome del suo ospite, Perceval viene vestito con un mantello scarlatto. Il Re-Pescatore è sdraiato su di un letto.
E a questo punto si svolge una scena fondamentale nell'opera di Chrètien de Troyes. Un cavaliere armato di una lancia di un biancore scintillante appare nella sala. Una goccia di sangue scorre lungo l'asta, fino alla mano dello scudiero. Alle sue spalle due giovinetti bellissimi portano un candelabro d'oro ciascuno, sovraccarico di candele. Infine avanza una fanciulla riccamente vestita, dal portamento nobile, dal viso angelico, che tiene fra le mani un vaso, o graal, da cui emana un chiarore folgorante, e che è seguita a sua volta da un'altra fanciulla, che porta un piatto d'argento. Perceval ‚ accecato dal graal ricco di pietre preziose: di un tale splendore che invano se ne cercherebbero di eguali.
Numerosi sono gli interrogativi che vengono in mente al giovane cavaliere, ma egli non osa esprimerli. Viene poi invitato ad un banchetto sontuoso, e ad ogni portata il Graal attraversa di nuovo la sala. L'indomani mattina Perceval vuole porre finalmente le domande che gli bruciano le labbra, ma non trova interlocutori; il castello sembra deserto, fuori dal mondo. Si viene poi a sapere che il silenzio in cui Perceval si è rinchiuso fin dal primo momento dell'apparizione del Graal avrà terribili conseguenze. Se egli avesse posto le due domande, una sulla lancia che sanguinava, e la seconda sul Graal, con le sue parole avrebbe guarito il Re-ferito, che aveva ricevuto cioè una ferita tale da non poter mai più essere uomo. Inoltre il reame di Re Artù sarebbe stato liberato dai mali che l'opprimevano.
Dopo una lunga serie di avventure, un Venerdì Santo Perceval si imbatte in due cavalieri che gli rammentano le parole del credo. Sconvolto, il giovane corre a gettarsi ai piedi di un eremita che, guarda caso, era un suo zio. Il religioso esorta il nipote a vivere secondo le leggi della morale e della religione, e Perceval riceverà l'Eucarestia la domenica di Pasqua, non senza aver raccolto dalla bocca dell'eremita qualche lume sulla natura del Graal. Egli non era riuscito a porre domande perchè si trovava in stato di peccato, condizione che gli impediva sia di fare un gesto che di aprir bocca. Per quel che riguarda la lancia che sanguinava Chrètien de Troyes non propone nessuna spiegazione. Questo è un enigma, ma non l'unico. Perchè è una donna a portare il Graal, contrariamente a tutta la liturgia dell'epoca? Perchè i presenti non manifestano nessun segno particolare di raccoglimento al passaggio del vaso sacro? Forse la morte ha impedito al poeta della Champagne di fornire i chiarimenti che si proponeva di dare? Oppure non è riuscito a padroneggiare abbastanza tutte le leggende di cui si è servito per imbastire il suo poema?

Il romanzo di Robert de Boron
E' ad un altro poeta che siamo debitori di qualche lume sulla natura del Graal. Qualche decina d'anni dopo la morte di Chrètien de Troyes un altro scrittore, questa volta originario della Franca Contea, pubblica tremilacinquecentoquattordici versi che intitola: Le Roman de l'Estoire du Graal (Il Romanzo della Storia del Graal). Robert de Boron pone in rilievo l'aspetto cristiano di questa storia. In effetti per lui il Graal sarebbe servito all'ultima cena di Gesù coi suoi discepoli, la sera del Giovedì santo. Preso dai rimorsi, dopo essersi lavate le mani del sangue di questo giusto, Ponzio Pilato avrebbe consegnato il recipiente a Giuseppe d'Arimatea il quale ha potuto raccogliervi il sangue di Cristo, una volta staccato dalla croce. Imprigionato, privo di cibo, Giuseppe d'Arimatea dovrà la vita alla sola contemplazione del Graal.
Più ricco d'immaginazione che non Chrètien de Troyes, Robert de Boron narra poi una serie di avventure favolose. Il poeta dà una sorella a Giuseppe d'Arimatea, Enygeus, moglie di Hebron, la quale avrà dodici figli di cui uno, stranamente, con un nome di origine celtica: Alain. Quanto a Giuseppe, accompagnato da una piccola schiera di cristiani, si è inoltrato nel più profondo dell'Oriente. Ma il peccato si abbatte sulla piccola comunità. Dio ordina a Giuseppe d'Arimatea di costruire un tavolo identico a quello dell'ultima Cena. Nel centro risplende il vaso, ossia il Graal. Ai suoi lati un pesce pescato da Hebron. Intorno al tavolo soltanto un posto rimane vuoto: quello del nuovo Giuda, responsabile dell'apparire del peccato nella comunità. Moyset, uno dei suoi membri vi si siede: immediatamente viene inghiottito dalla terra. E quotidianamente la rievocazione della Cena avrà luogo: Robert de Boron lo chiama: il servizio del Graal.
Il poeta della Franca-Contea è il primo ad attribuire a questo Graal dei poteri soprannaturali: poichè a colui che possiede il Graal, e a lui solo, Dio rivela i suoi segreti. E mentre Giuseppe morirà in Oriente, Hebron che viene soprannominato Ricco Pescatore, raggiunge l'Occidente; un giorno suo nipote gli succederà come signore del Graal. Quanto al personaggio di Perceval, Robert de Boron lo fa rivivere in un testo in prosa, il Didot-Perceval. Naturalmente vi si ritrova la scena che si svolge al castello del Re-Pescatore, come in Chrètien de Troyes, ma mentre quest'ultimo non aveva proprio immerso questa scena in un'atmosfera di religiosità, la cosa va altrimenti nel racconto del suo emulo della Franca-Contea.
La lancia che appare alla testa del corteo è quella che servì al centurione Longino per trafiggere il fianco del Cristo; all'apparire del Graal (portato da un valletto, e non più da una fanciulla, come in Chrètien de Troyes) il Re e la sua corte manifestano il raccoglimento più profondo. Infine, colui che vuole sedersi sul Seggio Periglioso (analogo a quello posto davanti al Tavolo santo di Giuseppe d'Arimatea) è Perceval: il suolo si apre sotto i suoi piedi e la terra è oscurata dalle tenebre. Solo allora il Re-Pescatore si ammala e non potrà guarire finchè un cavaliere non avrà riscoperto il Graal.
Queste sono le due opere principali che fiorirono all'inizio del XIII secolo, uno dei periodi più intensamente segnati dalla cristianità. Ed è proprio a partire dai poemi di Chrètien de Troyes e di Robert de Boron che nascerà tutta una letteratura i cui incanti, ancor oggi, sono lungi dall'esser esauriti.

 

L'influsso celtico
Qualunque impronta personale Chrètien de Troyes e Robert de Boron abbiano dato alle loro rispettive opere, entrambi hanno attinto, per l'essenziale, alla medesima fonte: le leggende celtiche. Queste leggende sono nate da precisi avvenimenti storici: la gloria e la decadenza vissute dai Celti in Gran Bretagna. Per quattro secoli, dopo che Giulio Cesare ebbe conquistato l'isola, i Romani vi mantennero lo stato di pace, spezzando duramente qualunque tentativo di invasione, dei Pitti e degli Scoti al nord, dei Sassoni al sud. All'ombra della spada di Roma, in questo paese che allora si chiamava Britannia, potè svilupparsi il cristianesimo.
Ma all'inizio del V secolo tutto cambia: i Romani si ritirano, abbandonando i Britanni alla loro sorte. Allora i Pitti ritornano in forze, seminando terrore e morte. La fine della pax romana ha un'altra conseguenza: il cristianesimo decade, ritirandosi di fronte a un ritorno al paganesimo. A questa nuova situazione si aggiunge una spaventosa corruzione dei costumi, tanto che la Bretagna piomba nell'anarchia e nella miseria. Attaccati da ogni parte, i Britanni utilizzano i Sassoni come mercenari per combattere i Pitti. Ma è un'alleanza breve: i Sassoni fanno causa comune coi Pitti e intraprendono la conquista del paese. I Britanni sono perduti. I Sassoni si stanziano solidamente sull'estuario del Tamigi e respingono i Britanni vers o occidente. Dalla fine del V secolo i conquistatori occupano definitivamente il Kent e il Sussex ed accrescendo il loro potere creano due nuovi regni: il Wessex e l'Essex.
Proprio allora compare un capo prestigioso, che passerà alla leggenda con il nome di Re Arthur o Artù. Sotto il suo comando i Britanni o Bretoni ottengono successi schiaccianti, ma hanno contro di loro il numero e la tenacia. Morto Arthur, i Sassoni continuano la loro marcia in avanti; nel 577 occupano l'estuario della Severn, separando così il paese del Galles dalla Cornovaglia. All'inizio del VII secolo altri regni sassoni occupano la costa del mar dell'Irlanda, isolando i Gallesi dal resto del paese bretone. Praticamente i Celti sopravvissuti vengono condannati o a rifugiarsi sulle selvagge montagne dell'ovest, o a passare il mare per stanziarsi nell'Armorica. Popolazione perseguitata, per giunta essa viene spaventosamente decimata dai Pitti e dai Sassoni. La Bretagna celuca, due anni prima fiorentissima, è ormai ridotta a qualche povera comunità che tenta di sopravvivere nel Galles, in Cornovaglia, nel Westmoreland, nel Cumberland o presso la foce del Clyde.
Ecco la storia, accompagnata dai suoi dolori. Che fertile terreno per la leggenda! Vinto, il popolo bretone va in cerca della spiegazione e della giustificazione delle sue sventure. Il coraggio e la capacità del suoi capi non possono essere messi in dubbio; bisogna dunque trovare una causa soprannaturale di questa decadenza. Ed è perchè il popolo bretone ha vissuto in stato di peccato, perchè ha offeso Dio, che la maledizione si è abbattuta su di lui. Tuttavia bisogna vivere sperando che un giorno, dopo la remissione dei peccati, l'antica gloria ritorni. Quale può essere dunque il peccato imperdonabile commesso dalla Bretagna? Esso ha un nome: l'eresia pelagiana. Cristiano di origine bretone, ardente predicatore molto ascoltato, Pelagio va proclamando che l'uomo dispone totalmente del libero arbitrio e che la sua salvezza è una questione personale. Si oppone così direttamente al contemporaneo insegnamento di Sant'Agostino: l'uomo non può salvarsi se la grazia non lo illumina e non lo fortifica. Secondo lui il peccato originale priva della grazia divina tutti coloro che nascono, i quali si trovano così condannati all'ignoranza, al dolore e alla morte. Pelagio al contrario afferma: l'errore di Adamo è stato un errore suo personale; non riguarda affatto i suoi discendenti, tanto che ciascuno di noi può scegliere liberamente fra il bene e il male. Ma allora che cos'è la grazia? Soltanto l'insieme delle facoltà che Dio ci ha dato e la possibilità di vivere secondo gli insegnamenti di Cristo.
All'inizio del V secolo l'eresia pelagiana si è talmente diffusa in Bretagna che il papato si affretta a mandarvi San Germano di Auxerre, uno dei migliori predicatori del tempo. A forza di controversie appassionate costui riesce a soffocare l'eresia. Il suo successo è totale: i Bretoni infatti ne fanno il vero santo della loro isola. E' così stroncato il peccato bretone: il regno di re Arthur è stato fatto a pezzi per avere ceduto alle attrattive dell'eresia, ma il ritorno alla vera dottrina cristiana gli permetterà di rivivere. Questo ritorno tuttavia non sarà privo di inconvenienti. Lo spirito celtico è troppo ricco di immaginazione per non continuare a mescolare fra loro le esigenze della fede cristiana e la leggenda pagana. Mescolanza che si ha l'occasione di trovare, ad esempio, nella personalità di Re Arthur
Il leggendario Re Artù
Egli compare per la prima volta nella leggenda celtica con il nome di Herla. Eccone la storia: ferito in combattimento, è rimasto imprigionato per tre secoli sotto una montagna (di qui il soprannome di Re della montagna); il suo paese è completamente distrutto. Un giorno, nella sua prigione sotterranea arriva uno straniero che lo interroga a lungo. Ora, questo straniero ha il potere, se lo vuole, di pronunciare le parole che permetteranno ad Herla di ritrovare il suo regno. Ma le parole della salvezza non vengono pronunciate e il re rimane nella sua prigione.
Due sono i temi qui mescolati: quello della redenzione, nelle parole che salvano, e quello della leggenda. Ancora più notevole è il riferimento alle leggende celte nell'opera di Chrètien de Troyes e di Robert de Boron, per ciò che riguarda l'episodio del corteo del Graal. E' una strana processione: a questo punto del poema non si conosce esattamente che cosa sia il Graal; nè meglio si capisce perchè a portarlo, per il poeta della Champagne, debba essere una fanciulla; nè si hanno precisazioni sulla lancia scintillante dalla quale scende una goccia di sangue.
Questo episodio esprime clamorosamente fino a che punto Chrètien de Troyes fosse diviso tra il desiderio di adattare al gusto francese una vecchia leggenda celta e la volontà di cristianizzare la storia. Vero è che anche nella sua vita quotidiana alla corte di Maria di Champagne il poeta assisteva ad una specie di confronto tra paganesimo e cristianesimo. Si sa che l'incarico di scrivere il racconto del Graal è stato dato al poeta da Filippo di Fiandra. Ora, il padre di Filippo, Thierry, aveva avuto un ruolo importante nelle crociate, da cui aveva ricondotto l'ampolla contenente il sangue di Cristo (quest'ampolla si trova oggi a Bruges). Imbevuto di racconti favolosi riferiti dai Crociati, Filippo (che morirà in Palestina) ha esercitato dunque un'influenza determinante su Chr‚tien de Troyes. Ma Maria di Champagne, fidanzata di Filippo, aveva, come del resto sua madre, Eleonora d'Aquitania, un vivo interesse per i racconti di Bretagna, ossia per le leggende celte.
Al poeta, posto nel punto di confluenza di queste due correnti, spettava il compito di riunirle in un unico e identico fiume. Così la famosa scena della processione del Graal, per una grandissima parte non è altro che un richiamo ai riti d'iniziazione e di investitura del sovrano, come li descrive la mitologia celtica. Ecco, ad esempio, ciò che sta scritto in uno dei più antichi racconti celti: gli aspiranti alla carica suprema dovevano camminare su questa pietra, la quale indicava il vincitore gettando un grido, come supremo sovrano d'Irlanda.
Egli s'imbatte in un cavaliere misterioso che altri non è che il dio Lug; questi invita Conn nel suo palazzo e quivi, seduta su un trono di cristallo, una giovane donna, con il capo cinto da una triplice corona d'oro, tiene presso di sè tre coppe piene di una bevanda divina. Questa giovane donna incarna la sovranità dell'Irlanda. Prima di invitare Conn a bere, domanda a Lug: A chi devo dare la coppa? E Lug indica Conn, poi pronuncia i nomi di tutti i suoi discendenti che, a loro volta, diventeranno re d'Irlanda. Finalmente Lug e la giovane donna scompaiono e Conn rimane solo con la coppa che gli è stata offerta e che è il simbolo del suo potere.
La trasposizione operata da Chrètien de Troyes appare chiara: Lug diventa il Re-Pescatore, la giovane donna sarà la portatrice del Graal e Conn si identificherà con Perceval. Questo per il contributo celta. E l'apporto cristiano?


L'influsso cristiano
Dapprima sembra essere quello di un'eresia: oltre alla pelagiana il nestorianesimo (che in particolare ammette una duplice natura di Cristo, corporale e spirituale), che ebbe un certo successo in Bretagna. In alcune comunità cristiane inoltre le donne erano autorizzate a distribuire la comunione. Il che spiegherebbe come mai, nell'opera del poeta della Champagne, sia una donna a portare il Graal.
Ma resta strana l'apparente indifferenza con cui i presenti assistono al passaggio del Graal e della sua processione. Nel 1180, data del racconto del Graal, la dottrina della chiesa nei confronti dell'Eucarestia non è ancora ben definita; lo sarà soltanto trent'anni più tardi, in occasione del concilio Laterano. I fedeli che si comunicavano consumavano in ogni messa tutto il pane e tutto il vino che erano stati consacrati. In questo modo si rievocava esattamente la Cena.
Solo nel XII secolo, dopo aspre controversie teologiche, si giunse ad ammettere che Cristo era realmente presente nel pane e nel vino anche indipendentemente dal sacrificio della messa.
L'immagine del Graal che ci è offerta da Chrètien de Troyes sembra riprodurre fedelmente l'evoluzione che sta verificandosi nella sua epoca. Siamo a qualche anno di distanza dal concilio Laterano e la nuova concezione dell'Eucarestia sta venendo alla luce, tanto che lo splendore accecante che sembra scaturire dal vaso portato dalla fanciulla prefigura quegli ostensori che ben presto si troveranno sugli altari.
Quando Robert de Boron scrive a sua volta Il Santo Graal, la rivoluzione liturgica è praticamente compiuta: la sua descrizione della processione religiosa è infatti già immersa in un' atmosfera di fervore e di raccoglimento.
Infine, Chrètien de Troyes si scaglia precisamente contro l'eresia pelagiana.
Quando, dopo aver ritrovato il cammino di Dio, Perceval si reca dall'eremita, questi esclama: Il peccato ti ha tagliato la lingua quando vedesti passare davanti a te il ferro che mai si asciugò (allusione alla lancia nel corteo del Graal), e tu non cercasti di conoscerne il motivo. Insomma, il giovane cavaliere si ritrova con una specia di incapacità morale; non può comandare alla sua volontà, perchè è schiacciato sotto il peso di un errore. Incapace di articolare parola o di muovere un gesto che dimostri il suo interesse nei confronti del Graal, simbolo della fede cristiana, Perceval rappresenta l'impotenza dell'uomo privo dell'aiuto divino. Per guarire il re ferito, per salvare il regno di Re Arthur, infine per provocare un miracolo, a Perceval si chiedeva poco: una semplice prova di buona volontà. Ma, per l'appunto, egli non poteva dare questa prova perchè si trovava in stato di peccato.
Per salvarsi, e per salvare gli altri, il libero arbitrio non è dunque sufficiente, come pretende di sostenere l'eresia pelagiana. E a questo proposito sia Chrètien de Troyes che Robert de Boron riflettono bene la rigorosa ortodossia cristiana. Ma in confronto al suo predecessore, Robert de Boron ha avuto il vantaggio di soggiornare in Bretagna, molto probabilmente nella celebre abbazia di Glastonbury.
L'abbazia di Glastonbury
Nel Medio Evo quest'abbazia fu uno dei centri più importanti della cultura occidentale. San Dunstan vi ha introdotto la regola benedettina fin dal secolo X; i crociati hanno consegnato ai monaci alcuni testi portati dalla Palestina.
L'influenza dell'abbazia sullo spirito celtico si era estesa inoltre con l'invasione dell'Inghilterra da parte di Guglielmo il Conquistatore, il quale diede ai monaci di Glastonbury due priori normanni: Thurstin prima, e Herlewin poi. Importante è stato il contributo di quest'abbazia nel conservare le nostalgie disseminate nel folklore bretone al fine di integrarle nella nascente storia d'Inghilterra.
Ed è vero che i monaci sono spinti a farlo anche per ragioni politiche: il re d'Inghilterra, Enrico II Plantageneto si trova ad essere, almeno per i suoi possedimenti francesi, vassallo del Re di Parigi, il cui prestigio è fra l'altro senza pari a causa della tradizione religiosa. Sul piano spirituale chi potrebbe uguagliare Enrico II, sovrano di un regno che possiede la Santa Ampolla a Reims, alcuni santi protettori della Francia e del Regno, celebri santuari, sfolgoranti abbazie a Cluny e a Gteaux? Per dare all'Inghilterra un lustro che non possiede ancora, gli abati di Glastonbury entrano senza esitare nel gioco del loro re. Grazie alla loro opera si forgiano e si rafforzano quelle leggende che daranno agli abitanti una specie di fierezza nazionale. Ed è così che i monaci scoprono la tomba di Re Arthur e di sua moglie Ginevra. La leggenda celta pretendeva che il sovrano fosse stato trasferito in un'isola misteriosa, Avallon, e che quivi vivesse aspettando di tornare trionfalmente alla guida del suo regno. Ma ecco che i ricercatori di Glastonbury ne portano alla luce la tomba e trono dove? A Glastonburv. Ad Enrico II questa scoperta offre due vantaggi: i Celti non potranno più accarezzare il loro sogno di rivalsa sui loro vincitori, poichè ormai è provato che il loro re non era un eroe leggendario, ma un uomo che, essendo polvere, alla polvere è tornato. In secondo luogo se la sua tomba è stata scoperta a Glastonbury, come non pensare che questa abbazia è il faro della vera fede, la più alta protezione contro le superstizioni e le eresie? I monaci d'altra parte non si sarebbero limitati a questo. Bisognava ancora dimostrare che l'Inghilterra, non meno della Francia, era stata creata dalla mano di Dio. E ancora a Glastonbury nasce la leggenda che, dopo la morte di Cristo, Giuseppe d'Arimatea, il quale ha avuto in consegna il vaso sacro contenente il sangue del martire del Golgota, è andato a rifugiarsi proprio lì.
Qui ancora l'operazione comporta un duplice vantaggio: il Graal dei Celti è assimilato dal cristianesimo: la Francia possedeva la Santa Ampolla, l'Inghilterra possiede invece il vaso sacro di Giuseppe d'Arimatea. Robert de Boron trova così la materia della sua opera. D'altra parte, questa presenza di Giuseppe d'Arimatea in Gran Bretagna non si spiega se non ci si sforza di gettare un ponte fra l'Occidente cristiano e la Terrasanta. Certamente questo legame tangibile esiste: sono le Crociate. Esaltati dalla loro avventura, affascinati dalla liberazione della tomba di Cristo, alla quale hanno votato la vita, i Crociati, almeno quelli di questo periodo, sono tornati pieni di racconti straordinari, ma tutti riguardanti, alla fine, episodi della vita di Gesù. Chrètien de Troyes e Robert de Boron hanno operato una trasposizione del più importante di questi episodi: la Comunione.
L'opera di von Eschenbach
Ad un altro narratore del Graal toccherà il compito di spingersi oltre, introducendo nella letteratura occidentale le prime influenze arabe. Nel 120 grazie al più grande poeta dell'epoca, Wolfram von Eschenbach compare in Germania un Parzival. Il poema, la cui espressione poetica possiede una leggerezza e una bellezza straordinarie, è probabilmente una delle vette di quella che l'Occidente conobbe come civiltà cortese e cavalleresca. Infatti l'eroe di Wolfram von Eschenbach incarna proprio questa civiltà: la sua è la storia di un lento e faticoso cammino verso una realizzazione totale nella fede cristiana, concessa agli ideali di una cavalleria completamente votata al culto della bellezza e dell'onore. Eletto dal Signore, Parzival si sente così definire da Kundrie, la messaggera del Graal: Tu hai conquistato la pace dell'anima e hai atteso la pace del corpo con un fedele desiderio. Poichè Parzival ha sempre vissuto sotto il vincolo di una duplice fedeltà: a Dio e a sua moglie Kundwiramus.
Il poema tedesco si conclude con l'esaltazione dello scopo raggiunto: Chi termina la propria vita in modo che, per colpa del corpo, Dio non perda i suoi diritti sull'anima, e malgrado questo riesca a conservare il favore del mondo e dei suoi pari: ecco una persona ricca dei frutti di uno sforzo ardente. Ma, per giungere a tale realizzazione, occorre l'aiuto della grazia divina, che attraverso il Graal è distribuita a chi ne è degno. Per il poeta tedesco il Graal è una pietra, dotata delle virtù più straordinarie. Ha tre tipi di funzioni: Fornisce nutrimento e bevande a coloro che la custodiscono e ridona loro bellezza e gioventù. Soltanto chi conosce la purezza morale può sollevarla e trasportarla. Ogni anno il potere del Graal è come rinnovato; quel giorno una colomba vola a deporre su di esso un'ostia meravigliosamente luminosa. Solo gli eletti di Dio beneficiano dei doni meravigliosi che il Graal distribuisce. Il Re del Graal è scelto da Dio stesso, e chiunque non sia in pace con il Re del Cielo e della Terra non può pretendere di diventarlo. Parzival non sfugge a questa regola; riesce infatti a raggiungere il Graal solo dopo aver compreso le parole dell'eremita Trevrizent: E' per gli uomini che Cristo è morto sulla croce; allora, sconvolto da questo atto d'amore, Parzival si abbandona a Dio, ponendo irrevocabilmente fine ad un lungo periodo di errori e di peccati.
Perceval e Parzival: un'analisi comparata
Fra la concezione del Graal in Chrètien de Troyes e in Wolfram von Eschenbach esistono profonde differenze; per il poeta della Champagne il Graal risplende di pietre preziose ed è custodito da angeli neutrali, quelli cioè che non hanno partecipato alla rivolta di Lucifero contro Dio. Avevano agito per rinunzia? No, erano stati mossi dall'orgoglio, credendo che la sola intelligenza avrebbe permesso loro di distinguere il Bene dal Male. Il Graal è promesso a coloro che si inchinano alla volontà di Dio, sapendo che tutto discende da Lui, ma che non rinunciano per questo ad affermare la loro personalità. Il Perceval del poeta francese non ha niente di umile. Ben diverso il Parzival del poeta tedesco.
Nella sua opera il Graal è solo una pietra grigia, umile. Ed essenzialmente è l'umiltà che si richiede a coloro che vogliono conquistarla. Divenuto re del Graal, Parzival è accolto da Trevrizent con queste parole: Hai conquistato il sommo bene! Ora volgiti verso l'umiltà.
In fin dei conti, l'opera del poeta tedesco non sarebbe che l'adattamento impregnato di sentimenti cristiani di una leggenda già molto nota e molto sfruttata, se un vero enigma non rimanesse aperto: in quale modo Wolfram von Eschenbach ha potuto avere dei contatti con la filosofia araba? Il poeta, in realtà, non pretende di aver composto un'opera originale. Egli dice: Il ben noto maestro Kyot trovò a Toledo, in mezzo ai manoscritti abbandonati, la materia di questa avventura, scritta in caratteri arabi. Prima dovette imparare a decifrare la scrittura (ma non cercò di iniziarsi alla magia nera); fu un gran vantaggio che egli avesse ricevuto il battesimo, perchè altrimenti questa storia sarebbe rimasta sconosciuta. Non esiste infatti nessun pagano abbastanza saggio da poterci rivelare la natura del Graal e le sue segrete virtù. Un pagano (arabo), un certo Flegetanis, era molto famoso per il suo sapere. E' lui che scrisse l'avventura del Graal.
Il pagano Flegetanis era in grado di predire il declino di ogni stella e il momento del suo ritorno. Esaminando le costellazioni scoprì misteri profondi di cui parlava tremando. Si trattava, diceva, di un oggetto che si chiama il Graal. Ne aveva letto chiaramente il nome nelle stelle. Un gruppo di angeli l'aveva deposto sulla terra e poi era volato via, al di là delle stelle. Da allora solo degli uomini diventati cristiani con il battesimo, puri come angeli, avrebbero dovuto prenderne cura. Il poeta tedesco conclude: Così scrisse Flegetanis. Kyot, il saggio, cercò nei libri latini dove mai potesse vivere un popolo abbastanza puro e incline a una vita di rinunce per diventare custode del Graal. Lesse le cronache dei regni di Francia, di Bretagna e d'Irlanda, finchè, in Anjou, trovò quel che cercava.
Chi era dunque Kyot, il saggio maestro? In Provenza non si è trovato nessuno scrittore, nè trovatore che portasse questo nome. Ma si può ragionevolmente supporre che sia lo pseudonimo scelto da uno di quei poeti girovaghi che fiorivano in quell'epoca e che raccoglievano e utilizzavano tanto le leggende quanto gli eventi di cui erano testimoni o che venivano loro raccontati. Poco importa, del resto, che Kyot sia esistito o meno o che in realtà si chiamasse Guyot; l'essenziale è sapere se in Provenza era presente una storia del Graal, notevolmente diversa da quella che circolava nell'Europa settentrionale.
La Provenza del XII secolo si estende fino a Tolosa, su di un territorio a lungo rimasto sotto il dominio della Spagna araba e che è stato fortemente penetrato dalla civiltà dei conquistatori. Per molto tempo si è creduto che questa civiltà fosse superiore a quella dell'Occidente. Non erano forse gli Arabi bravissimi specialisti in materia di stoffe, di armi, di cavalli, per non parlare della loro capacità nel costruire fortezze e torri? D'altra parte, spesso ripetevano questi soufis, racconti brevi di avventure favolose. Anche dopo essere stati cacciati, gli Arabi dovevano continuare a manifestare in Provenza la loro influenza culturale, influenza che passava attraverso i maestri ebrei già presenti nel paese, che si recavano spesso in Spagna per consultare i pensatori e i saggi mussulmani. Anche gli Arabi avevano una specie di leggenda del Graal, tra i cui protagonisti c'è quel Flegetanis che viene poi citato da Wolfram von Eschenbach. Flegetanis infatti è la traduzione del titolo di un libro arabo, Felek-Thani (la seconda sfera). In quest'opera, come in quella celebre di Mohvddin Ihn Arabi: I Catoni della sapienza, si parla di sette pietre che rappresentano le sette possibili forme di saggezza. Queste pietre possono scendere fra gli uomini per risuonare come un richiamo. La Pietra Suprema, quella della saggezza universale, si incarna in colui che l'Islam considera: il marchio della santità degli inviati e dei profeti, il Cristo. Dopo la morte di Cristo questa pietra è stata affidata alla custodia di cavalieri celesti.
Ecco il materiale di cui il poeta tedesco si servirà per scrivere il suo Parzival; beninteso egli si riferirà in alcune parti alla leggenda celta e impregnerà la sua opera di dottrina cristiana, ma il punto di partenza è senza dubbio l'opera attribuita a Kyot, e di quest'opera, in particolare, il suo carattere esotico. Per cogliere ciò che Parzival deve all'Islam, bisogna richiamare i simboli più importanti utilizzati da Wolfram von Eschenbach. Innanzittuto Montsalvage, il castello dove il Graal è custodito da cavalieri puri come angeli. Quest'idea del castello, quasi irreale, appartiene certamente al fondo comune della leggenda: è la Thulè celtica, il Meru indù, la Luz ebraica. Nel mondo islamico è la montagna Qaf, che si erge su di un'isola che non si può raggiungere nè per terra, nè per mare. Il simbolismo di questa immagine è chiaro! Qaf è il luogo di passaggio fra il mondo materiale e il mondo spirituale una specie di frontiera fra il visibile e l'invisibile. Mohyddin Ihn Arabi pretende che quest'isola sia stata fatta con gli avanzi dell'argilla usata per modellare Adamo. Infatti è il paradiso terrestre, testimone della decadenza umana, cui si aspira tuttavia come oggetto di riconquista. Come un Mussulmano può sperare di raggiungere un giorno le rive dal Qaf, così l'occidentale può sognare il momento in cui, a forza di ascesa e di saggezza, sarà invitato ad entrare nel castello dove il Graal lo attende nel suo splendore immortale.
E in più di un tratto Montsalvage ricorda il Qaf, il castello non è l'unica trasposizione che si nota nel poema tedesco. Rivolgendosi a Parzival, e parlandogli di un uccello favoloso, la Fenice, Trevrizent gli dice: Per la virtù di questa pietra (il Graal), la Fenice si consuma e diventa cenere, ma da queste ceneri rinasce la vita; grazie a questa pietra la Fenice compie la sua metamorfosi per ricomparire più bella che mai, in tutto il suo splendore. Ora, la Fenice è un simbolo tipico della mitologia araba. Tutte le leggende del Medio Oriente affermano che l'uccello rosso non si posa mai sulla terra, se non sulla vetta del monte Qaf. Raccontando la storia di questo uccello favoloso Erodoto osserva che la sua patria è l'Arabia, che ogni soo anni vola ad Eliopoli, la città del sole, e qui seppellisce allora le spoglie di suo padre, le spoglie da cui è nato.
Nel poema di Wolfram von Eschenbach è chiaramente la colomba che impersona, ma in senso cristiano, il ruolo che nella mitologia araba spetta alla Fenice. Ogni anno, il venerdì santo, torna a deporre un'ostia sul Graal. Poi scompare. Ma sia che si tratti dell'uccello rosso, sia della colomba, in fondo il simbolismo è identico e, d'altra parte, è un simbolismo comune a tutte le leggende indo-europee: si tratta della lotta fra la luce e le tenebre; della vittoria, sempre da rinnovare, della primavera sull'inverno e, sul piano spirituale, del trionfo della resurrezione sulla morte. Infine, ed è il punto essenziale, c'è il Graal stesso descritto nel suo aspetto esteriore come una pietra stretta e umile. La frattura fra Wolfram von Eschenbach e i suoi predecessori Chrètien de Troyes e Robert de Boron è dunque totale. Certo il poeta tedesco attribuirà a questa pietra alcune particolari virtù fino a quel momento legate al vaso sacro, immagine del ciborio, ma parla pur sempre di una pietra. E questa concezione minerale, deriva direttamente dalla teologia araba. Sembra che questa, a sua volta, prendesse la nozione di pietra sacra dalla filosofia indù la quale nelle sue opere principali, parla del Cintamani, il gioiello del desiderio.
Meglio ancora: certe pitture di ispirazione buddista rappresentano una vergine che porta il gioiello del desiderio, quello che dispensa gioia. Ora, nell'opera tedesca esiste una certa Repanse di Schoye, portatrice del Graal. Per Wolfram von Eschenbach, il Graal è stato portato sulla terra da angeli. Principio eucaristico, esso rafforza la fede degli eletti; fonte di ogni bene, assicura agli uomini il pane e il vino e li protegge dalle malattie e dalla morte. Un giorno la pietra sacra tornerà alle Indie (dove allora si poneva il paradiso terrestre). Che cos'è nella religione islamica la pietra della Kaaba, mano destra di Dio sulla terra? E' stata portata da Jibrailn, l'angelo Gabriele. Guarisce da ogni male coloro che la toccano, purchè abbiano il cuore puro. E l'ultimo giorno parlerà per dare testimonianza. Se dunque le analogie fra il racconto del poeta tedesco e la teologia araba presentano somiglianze sbalorditive, ne esiste un'altra, ancora più diretta.
Secondo Wolfram von Eschenbach, il Graal è innanzitutto il simbolo della compassione e dell'umiltà. Qual è l'errore iniziale commesso da Parzival mentre assiste al passaggio del Graal? Non ha chiesto al re ferito: Qual è il male di cui soffri? Così ha peccato per difetto di umiltà, perchè la sorte dei suoi simili non lo preoccupa; ha sbagliato per mancanza di compassione, curandosi poco della sorte di un malato. Occorreranno anni di prove perchè Parzival rimedi a questa colpa e, perchè possa di nuovo aspirare al possesso del Graal, dovrà vivere amare esperienze prima di giungere a realizzarsi totalmente.
L'insegnamento più importante che l'eremita Trevrizent dà a Parzifal riguarda l'umiltà. Poichè raggiunge il Bene supremo solo colui che lo cerca conscio della propria debolezza, e il cui spirito, sapendosi vacillante, ha continuamente bisogno dell'aiuto di Dio. Questo comando di umiltà non è del resto specifico della teologia araba; lo si ritrova negli insegnamenti dello Yoga tibetano, così come anche in certe opere persiane ciascuna delle quali contiene, con diverse sfumature, la formula seguente: Va' a dire ad Alessandro che invano egli cerca il Paradiso; i suoi sforzi saranno assolutamente senza frutto perchè la via del Paradiso è la via dell'umiltà, e lui non ne sa nulla. Pare proprio che l'umiltà descritta come la via ideale per raggiungere l'assoluto appartenga al tesoro comune delle leggende indo-europee. L'essere impregnata di arabo, carattere essenziale dell'opera di Wolfram von Eschenbach, è percepibile anche in un altro tema.
Nei poemi di Chrètien de Troyes e di Robert de Boron la lancia intravista da Perceval nella processione del Graal è senza dubbio quella di cui il centurione Longino si servì per trahggere il hanco di Cristo crocihsso. Non possiede nessun potere specihco, se non quello di ricordare il sacrificio del Golgota. Ben diversa la concezione di Wolfram von Eschenbach poichè la lancia appare nella sua opera come lo strumento del castigo divino; è quella infatti che ha ferito il Re-Pescatore privandolo della sua natura di uomo; con quel medesimo colpo l'intero regno del sovrano è stato colpito dalla sventura. Per di più la ferita che essa provoca si risveglia o si placa per influsso delle stelle. Invano si cura il re con i più diversi medicamenti: Dio impedisce che abbiano effetto. Soltanto la lancia, dotata di poteri soprannaturali, può guarire la ferita del sovrano col suo solo contatto.
Un'interpretazione strettamente cristiana non basta a spiegare questo simbolismo; anche in questo caso bisogna ricorrere alle leggende orientali e in particolare a quelle nate nel territorio fra il Tigri e l'Eufrate. Secondo le formule misteriose dei narratori e dei maghi si ritiene che la lancia sia come l'asse del mondo, un asse che, con la sua natura verticale, esprime anche il carattere intangibile della giustizia; chi si allontana dunque da questo asse viene punito ad opera dell'asse stesso. E' quello che ha fatto il Re, e per questo motivo è stato colpito dalla lancia. Insomma, la ferita reale è un marchio di decadenza. E se il dolore della piaga varia al ritmo delle stagioni, è perchè si tratta di una specie di espiazione cosmica: l'inverno si identihca col Male, la primavera e l'estate col Bene. D'altra parte colui che ha ferito il Re è un pagano, Anfortas. E' nato nel paese d'Ethnise, che ‚ quello dove il Tigri esce dal paradiso. Questo pagano era certo che, con il suo solo valore, si sarebbe assicurato la conquista del Graal. Il suo nome era impresso sulla lancia. E, dice Wolfram von Eschenbach, da nient'altro mosso che dalla forza del Graal, attraversava terre e mari.
Come una tale leggenda sia stata riferita da Kyot, l'autore provenzale citato da Wolfram von Esch‚nbach, è un enigma non facilmente risolvibile, perchè Kyot abitava in quella Provenza che, forse ancor più delle altre regioni francesi, viveva nella luce delle Crociate, particolarmente della prima, la quale dovette la sua risonanza spirituale alla scoperta della lancia ad opera dei Crociati. Ora, l'unico valore che la santa Lancia, così la si chiamava, poteva avere, per il popolo profondamente cristiano che abitava la Francia medievale, stava nell'aver contribuito alla morte di Cristo. La storia narrata dal poeta tedesco non ha dunque niente a che vedere con le idee allora comunemente accettate in Occidente.
Vero è che il Parzival messo in scena da Wolfram von Eschenbach non è un Bretone, e nemmeno un Tedesco. E' figlio di Gahmuret e di Herzeloyde ed è nato a Toledo, uno dei centri più importanti della civiltà araba. Certo il poeta non descrive esattamente la città, ne offre piuttosto un'immagine poetico-mistica, perchè la città è piena di luci e gli alberi sono adorni di candele. L'autore tedesco parla anche di Baldac, in cui gli studiosi hanno riconosciuto Bagdad. A colpo sicuro, uno dei personaggi più strani del Parzival è Feirfitz. Feirfitz è un pagano; ma ricco di tante qualità e di animo così nobile che Re Arthur l'ha ammesso a sedere alla Tavola Rotonda, con gli stessi diritti dei cavalieri cristiani. Egli ha libero accesso perfino al castello di Montsalvage, dove si custodisce il Graal. Dopo mille tribolazioni egli sposerà la portatrice del Graal, Repanse de Schoye, insieme con la quale ripartirà per le Indie. E' vero che prima del matrimonio Feirhtz avrà ricevuto il battesimo.
Strana avventura! Privilegi singolari concessi a un pagano! Su questo punto Wolfram von Eschenbach propone delle idee rivoluzionarie. Perchè il fatto che Feirhtz sia stato ammesso al castello di Montsalvage prima del battesimo, che altro signihca se non che l'Islam è un cammino valido quanto il Cristianesimo per giungere alla scoperta del sommo Bene? Tutt'al più il battesimo, condizione indispensabile alla sua unione con la vergine portatrice del Graal, è un modo di imporre, sulle credenze e i riti pagani, almeno la supremazia del rito, se non delle credenze cristiane.
Feirhtz d'altronde è il simbolo stesso della natura umana: il poeta tedesco lo descrive col viso metà nero e metà bianco, che è un modo per significare che il Bene e il Male si dividono la nostra anima.
Convertito al cristianesimo, sposo di una cristiana, in dehnitiva Feirhtz è il personaggio più compiuto, ma anche più misterioso, del Parzival. Più che la sintesi, rappresenta la vera e propria fusione fra due fedi e due civiltà: l'occidentale e l'araba. Insomma, per Wolfram von Eschenbach, l'Islam e il Cristianesimo non sono che due aspetti di una medesima opera divina.
Nell'epoca in cui il poeta tedesco scrive, una tale concezione stupisce assai poco. Le Crociate e l'occupazione della Spagna hanno originato fruttuosi scambi di pensiero. Si trova perfino una sorta di snobismo arabo in Occidente: si fanno venire le mussole da Mossul, i taffetas dalla Persia, i veli preziosi dall'Egitto, le armi da Damasco. Le chiese sono impreziosite dai tappeti del Caucaso e del Turkestan. Non è forse vero che Riccardo Cuor di Leone ha concepito di dare in moglie la propria sorella a Saladino, il più intrepido avversario delle Crociate? Federico II, imperatore di Germania e il re di Castiglia Alfonso il Saggio, non vivono circondati da maghi e da sapienti arabi? La loro corte, il fasto che accompagna anche la cerimonia meno importante, non ricordano più i palazzi orientali che i rozzi costumi dei castelli in Europa? E nel 1245 chi mai si stupirà di vedere Alberto il Grande, uno dei più grandi filosofi del Medio Evo, insegnare alla Sorbona vestito secondo la moda saracena? Per un istant‚ l'influenza araba nel regno di Francia sarà tale da minacciare perfino i fondamenti del pensiero cristiano. Nel 1252 papa Innocenzo IV vi dovrà inviare in gran fretta San Tommaso d'Aquino, per discutere contro Sigieri di Brabante, un monaco discepolo del massimo pensatore islamico Averro‚, il quale aveva conquistato completamente professori e studenti della Sorbona.
La civiltà araba non ha conquistato solo la letteratura dell'epoca, ma anche il cuore delle signore. Poichè dai paesi al di là del mare giunge quell'amore cortese che farà sì che lo storico contemporaneo Charles Seignobos dica ai suoi studenti: Signori, l'amore è un'invenzione del XII secolo. Quando si leggono le opere di Chrètien de Troyes o di Robert de Boron vi si trovano molto più resoconti di battaglie e imprese di cavalieri che lamenti amorosi. Con Wolfram von Eschenbach il tono cambia. Lanciato alla conquista del mistico Graal, Parzival non trascura per questo di fare una fioritissima corte a colei che diventerà sua moglie: Kundwiramus.
Tramite i trovatori provenzali il poeta tedesco viene a conoscenza della civiltà amorosa, che si è insediata nell'Andalusia araba, da Saragozza a Malaga, da Valenza a Lisbona, una civiltà in cui le donne occupano il primo posto. A Cordova la principessa Omayade Ouallada raccoglie intorno a sè un vero e proprio salotto letterario (che prefigura le corti d'amore dell'Occidente cristiano); la figlia e la moglie di Mutamid, emiro di Siviglia, figurano nei primi posti dei grandi poeti del loro tempo. Questi poemi hanno un enorme successo e i signori cristiani se li disputano, così come si disputano coloro che li scrivono o li recitano.
Quando don Sanche d'Aragona sposa sua figlia con Raymondo di Catalogna, le nozze hanno luogo nel palazzo del signore arabo che governa Saragozza e sono il pretesto per un vero torneo di poeti e di cantori. Lo stesso succede, con molto più fasto e magnificenza, quando Alfonso VI di Castiglia prende in moglie Mora Zaida, figliastra del sultano di Siviglia. Quali esse siano, da Chrètien de Troyes a Wolfram von Eschenbach, le fonti di ispirazione, celte nel primo, arabe nel secondo, ciò che appare, nell'essenza di queste opere, è una ben precisa concezione della cavalleria e della vita mistica.
Per il poeta della Champagne e per il suo successore della Franca-Contea, le avventure di Perceval sono senza dubbio delle opere di circostanza. Filippo di Fiandra, protettore di Chrètien de Troyes, era stato incaricato dell'educazione del principe reale Filippo Augusto, di cui era il padrino. Per questo in Perceval si può cogliere qualche rassomiglianza fra il delfino e il cavaliere lanciato alla ricerca del Graal. Entrambi sono giovanissimi, cresciuti in campagna; entrambi hanno un padre infermo (Luigi VII, padre di Filippo Augusto, era gravemente ammalato, tanto che aveva dovuto cedere la guida del regno a Filippo di Fiandra). Perceval si perde spesso nella Foresta Ospitale. Ora, due giorni prima della sua incoronazione, Filippo Augusto si era perso durante una partita a caccia; una notte e un giorno aveva errato nella foresta, prima che un carbonaio lo riconducesse sul giusto cammino. A quell'epoca la cosa fece un gran rumore. Ora, è un carbonaio anche colui che indica a Perceval il cammino per recarsi al castello del Re Pescatore.
Il Perceval di Chrètien de Troyes è certamente una specie di trattato di cavalleria, ma soltanto abbozzato. Soltanto nei continuatori del poeta della Champagne, e in particolare in quegli anonimi che hanno narrato le avventure di un altro leggendario eroe celta, Lancelot l'ideale della cavalleria va poco a poco precisandosi. La Dama del Lago dice a Lancelot: I nobili ottengono privilegi come ricompensa del loro valore. La classe sociale altro non è che la consacrazione del valore morale. Lo scopo ultimo del cavaliere errante, dedito a mille avventure, è di elevarsi al di sopra della media degli uomini. Questo concetto corrisponde a una precisa situazione storica: senza fortuna, il figlio cadetto delle famiglie nobili lottava nei tornei con la speranza di sfruttare i vinti, oppure offre i suoi servigi ai nobili possidenti o parte per le Crociate; talora arriva a saccheggiare. Certo, Lancelot è un modello di virtù, si precipita a soccorrere le fanciulle tenute prigioniere, elimina incanti malefici che opprimono alcune contrade, vince giganti spaventosi. Si vota anche al servizio di una donna, perchè è diventato l'amante di Ginevra, la moglie di Re Arthur (il quale, a sua volta, concede i suoi favori all'incantatrice Camilla).
I cavalieri del Graal
L'immagine del cavaliere, come emerge da questi racconti, è un'immagine rude che rispecchia le condizioni della nobiltà all'inizio del XII secolo. Ma ecco che compare un nuovo tipo di eroe che continuerà tutto questo: si chiama Galaad, ed è proprio il figlio di Lancelot. Alle imprese guerriere ed amorose egli contrapporrà carità, pazienza e castità. E con la pratica di queste virtù riuscirà a raggiungere la felicità somma: l'iniziazione al Graal. La ricerca mistica sostituisce combattimenti e avventure amorose.
A giudizio degli studiosi, una parte dei romanzi della Tavola Rotonda, posteriori a Chrètien de Troyes e a Robert de Boron, sono stati scritti da religiosi che volevano reagire alla licenziosità che contraddistingue la loro epoca. Romanzi di cavalleria, certo, perchè si adeguano al gusto dell'epoca; ma oltre a divertire, occorre anche insegnare. Per questo, ad ogni svolta delle avventure di Galaad si incontra un pio eremita che conduce una lotta senza quartiere contro la lussuria ed esalta il valore della castità. Sotto queste posizioni è facile indovinare la severa autorità di San Bernardo, fondatore dell'ordine di Gteaux. Alla fine del XII secolo l'ordine conterà 1800 abbazie ed estenderà il suo dominio spirituale su tre degli ordini maggiori della cavalleria: i Templari, i Calatrava e gli Alcantara.
San Bernardo ha raggiunto il suo scopo; scrivendo di Lancelot i monaci rispediscono nelle tenebre eterne un cavaliere troppo avido di piaceri terreni, mentre a Galaad concedono la suprema ricompensa, il possesso del Graal, cioè la felicità di Dio. E' una seconda nascita della leggenda del Graal o il suo crepuscolo? La morte di Re Arthur, indicata intorno al 1225, determina comunque la fine del ciclo del Graal. Si tratta dell'ultimo episodio delle avventure dei cavalieri della Tavola Rotonda. Re Arthur assiste a una vera e propria tragedia, che il mago Merlino gli aveva predetto: i suoi compagni sono morti; sua moglie l'ha tradito con il suo miglior amico, Lancelot; i suoi sudditi si ribellano; suo figlio infine lo ferisce a morte. Arthur paga assai cara la sua ascesa spirituale.
Certo, compare anche un personaggio pagano: la Fortuna crudele, che è quella che abbatte Arthur. Ma in realtà, gli autori discepoli di san Benedetto si preoccupano poco di questa intrusione, e così come hanno inserito le leggende celte in una cornice cristiana egualmente assimilano la Fortuna alla volontà di Dio. Poco importa in effetti quale sia lo strumento di cui Dio si serve per castigare i peccatori e per ricompensare i giusti; quello che conta è la vittoria definitiva dell'Onnipotente. Iniziata nelle profondità fantasiose dell'anima celta, la leggenda del Graal si compie, in Occidente, con il trionfo dell'ideale cristiano.
Tuttavia questo trionfo spirituale non è senza contropartita, perchè l'ordine cavalleresco trionfante, quello in cui San Bernardo vede l'archetipo delia società cristiana, non è impermeabile alle leggende pagane che circondano la storia del Graal. Quest'ordine è quello dei Templari. Non è per un semplice gioco poetico che Wolfram von Eschenbach identifica, nel Parzival, l'ordine del Tempio con quello del Graal. L'eremita Trevrizent in effetti spiega all'eroe del poema: A Montsalvage, dove si custodisce il Graal, hanno la loro abitazione dei cavalieri valorosi. Sono i Templari, essi cavalcano spesso lontano, in cerca di awenture; vivono di una Pietra, la cui essenza è la purezza assoluta; la si chiama lapsit exillis... presso i cavalieri del Tempio è possibile vedere più di un cuore afflitto: coloro che Titurel (un cavaliere) aveva più d'una volta salvato da terribili prove, quando il suo braccio difendeva cavallerescamente il Graal con loro.
Qual è la funzione che il poeta tedesco assegna ai Templari? Mantenere e custodire il Graal sulla terra, e rendere possibile l'effettivo regno di Dio sulla terra dandogli dei sovrani eletti da lui. E' questa la descrizione di una società teocratica retta da un gruppo scelto di iniziati (nel senso mistico del termine) investiti sia del potere spirituale che di quello temporale. Ma tale funzione era stata l'ideale dei signori del Sacro Romano Impero germanico; i Templari non fanno che riprenderne l'eredità. San Bernardo in persona definisce la loro duplice missione: l'ordine è la milizia di Dio, e suoi membri sono i ministri di Cristo.
Tuttavia, per il fondatore dell'ordine di Cìteaux, la città dei Templari non è di questo mondo, è la Gerusalemme celeste: Essi abitano davvero il tempio di Gerusalemme, e benchè esso non sia, come edificio, lo stesso antichissimo e veneratissimo Tempio di Salomone, il loro non è certo di gloria inferiore... La bellezza del primo era data da elementi corruttibili; quella dei secondi è la bellezza della Grazia e del culto pio di coloro che la abitano. Non corrisponde forse questa descrizione a quella del castello del Graal, come l'hanno visto non solo i chierici che hanno scritto il Lancelot, ma anche Wolfram von Eschenbach? Vero è che l'ordine dei Templari è anzitutto un ordine simbolico. I suoi membri portano un mantello bianco: E' per distinguersi dalla massa della gente perduta; e papa Innocenzo III afferma che coloro che hanno abbandonato la vita tenebrosa per l'esempio dei bianchi abiti riconoscono di essersi riconciliati con il loro creatore. I santuari costruiti dai Templari presentano tutti la stessa struttura: una piazza centrale di forma rotonda da cui si dipartono delle absidi a raggera. Questa è la disposizione che si attribuisce al santo sepolcro, ma corrisponde anche alla descrizione del centro del mondo che si trova nelle teologie orientali.
Il Gran Maestro dell'ordine è eletto da dodici membri, a immagine della comunità degli apostoli, ed è assistito da due fratelli cavalieri. Si raffigura così il principio della Santa Trinità. Quanto allo stemma dell'ordine esso comprende due cavalieri sulla stessa cavalcatura. In ogni tempo il cavallo è stato considerato il veicolo simbolico dei viaggi fra i mondi, e fu una giumenta, El Boracq, che trasportò Maometto nei suoi viaggio, e su di essa aveva preso posto anche l'angelo Gabriele, compagno di strada del profeta.
In Europa l'ordine è onnipotente. Come sovrano si considera superiore ai principi; eletto dai cavalieri, il Gran Maestro non dipende che da Roma, e d'altra parte in modo abbastanza vago. I confessori dell'ordine anch'essi dipendono solo dal papa e sono esonerati da qualunque obbligo di fedeltà nei confronti dei vescovi. Che nessuno, ordina papa Innocenzo III, chierico o laico, osi esigere dal Maestro o dai fratelli della fede omaggi, giuramenti e altre garanzie in uso in questo secolo. Simili privilegi comportano un potere fantastico. I Templari intervengono nella lotta per il trono d'Inghilterra nel 1153, a proposito del conflitto fra Enrico II Plantageneta e l'arcivescovo di Canterbury Thomas Beckett; si rifiutano di sostenere Amaury di Gerusalemme contro il sultano d'Egitto; sono ambasciatori di Innocenzo III presso i signori arabi. L'attività del Tempio in Terra santa è d'altra parte all'origine di tutta la sua potenza. E proprio qui nacquero i rapporti ambigui fra il Tempio e l'Islam.
Il ruolo dei Templari nello stabilire stretti rapporti di cordialità con il mondo arabo è stato essenziale. L'emiro Usama, ambasciatore del vizir di Damasco, così descrive il calore di questi rapporti: "Quando visitai Gerusalemme entrai nella moschea Al-Aqsa occupata dai miei amici Templari. Di fianco a questa c'era una piccola moschea che i Franchi avevano trasformato in una chiesa. I Templari mi assegnarono questa moschea per recitarvi le mie preghiere. Un giorno, mentre ero immerso nella preghiera, un Franco balzò su di me, mi afferrò e mi girò il viso verso l'oriente dicendo: Ecco come si prega! Un gruppo di Templari si precipitò su di lui e, fattolo prigioniero, lo cacciò. Poi mi dissero: E' uno straniero appena arrivato nel paese dei Franchi; non ha mai visto pregare nessuno che non fosse voltato verso l'oriente."
In Terra Santa i Gran Maestri dell'ordine vivono come principi; la maggior parte di essi impara a parlare arabo e accoglie regolarmente gli emiri alla propria tavola. Tali rapporti avranno strane conseguenze: quando gli Arabi cominceranno ad essere perseguitati, numerosi Templari penseranno di passare ai Saraceni.
E viceversa alcuni mussulmani sono stati armati cavalieri del Tempio. Così fu del celebre sultano Saladino, posto solennemente sul trono nel 1187 da Ugo di Tabaria, mentre suo fratello Melik lo fu per opera di Riccardo Cuor di Leone in persona. D'altra parte Melik aveva mandato a Riccardo due cavalli, quando questi aveva avuto il suo ucciso durante un combattimento contro gli Arabi.
I rapporti tra i Templari e i pagani sono di ordine spirituale, oltre che politico. Il Tempio mantiene in tal modo rapporti assai stretti con alcune sette mussulmane, in particolare con la setta degli Assassini (dall'arabo assas, che significa guardiano). Come il Tempio, quest'ordine ha il titolo di custode della Terra Santa, i suoi membri vestono come i Templari, col mantello bianco e rosso.
I rapporti instaurati sono tanto cordiali che i Templari permettono agli Assassini di costruire delle fortezze nel Libano. D'altra parte la dottrina esoterica dell'ordine arabo doveva ripercuotersi profondamente sul Tempio. Da molto tempo, in effetti, anche gli Arabi avevano la loro ricerca del Graal. Nella filosofia del Medio Oriente si parlava di ricerca dell' Imam, o saggezza suprema, che si ottiene con un sforzo di riflessione personale ma grazie all'aiuto di Dio. Inoltre le preghiere islamiche più antiche confondono la ricerca dell'Imam con la ricerca della pietra celeste di cui, più tardi, parlerà il provenzale Kyot. Si capisce di qui come il tedesco Wolfram von Eschenbach abbia potuto senza difficoltà raffigurare il Graal come una pietra, poichè oltre al testo di Kyot il poeta tedesco possedeva un'altra fonte: i Templari.
E' probabile che, stabilendosi in Terra Santa, costoro non siano stati colpiti in un primo momento dall'ampiezza e dalla profondità della teologia araba, ma siano stati invece completamente sedotti da un'altra scoperta: nel Medio Oriente esistevano ordini cavallereschi molto prima che la cavalleria nascesse in Europa. Questi ordini non si fondavano sul valore militare, ma sull'abnegazione e sull'umiltà. D'altra parte i cavalieri arabi non erano solamente investiti da principi temporali ma da autorità spirituali. La cerimonia di investitura infatti è praticamente identica a quella che più tardi sarà descritta nei romanzi cavallereschi europei e ancora più simile a quella in uso presso i Templari: colui che dà l'investitura porta un mantello speciale (il che vale anche per il maestro dell'ordine) e, dopo la cerimonia, si beve in una coppa di cavalleria.
Come meravigliarsi dunque che questi riti arabi abbiano più o meno conquistato non solo i semplici cavalieri che partecipavano alle Crociate, ma gli stessi Templari? L'ordine del Tempio è stato fondato alla fine del secolo XI. Ora, questo periodo è caratterizzato da una specie di apogeo dei rapporti fra Crociati e Arabi; lo sottolineano i rapporti cordiali che, dopo feroci combattimenti, si intratterranno fra Riccardo Cuor di Leone e Saladino. Insomma, due universi apparentemente impermeabili, come l'Islam e la Cristianità, erano di fatto perfettamente permeabili l'uno all'altro. Di epoca in epoca, si è posto un enigma, rimasto quasi insoluto fino ai nostri giorni: il segreto dei Templari. Taluni hanno voluto vedere in questo segreto semplicemente un tesoro favoloso nascosto in un luogo sconosciuto, ma sembra che in realtà gli si debba attribuire una natura strettamente spirituale. In alcuni testi medievali, del resto molto oscuri, si parla di un amico di Dio, che parlava a Dio quando voleva, e che era il protettore dell'ordine. Si tratta insomma di un'autorità superiore a quella del maestro del Tempio in persona. Ora, anche parecchi testi arabi accennano ad una potenza chiamata Re del Mondo.
Sembra che il segreto dei Templari sia tutto qui: in questa specie di contaminazione che si è operata fra le due dottrine, cristiana e islamica, all'ombra delle Crociate. E questa contaminazione non ha nulla di stupefacente. All'epoca delle Crociate la dottrina cristiana è ancora lungi dall'essere definita nei minimi dettagli. Ne sono fissate solo le linee principali, che costituiscono una specie di struttura all'interno della quale possono farsi strada mille interpretazioni.
Esiste in particolare un concetto su cui Cristiani e Arabi potevano facilmente accordarsi: si tratta della Terra Santa. Che le Crociate si siano svolte per motivi che non riguardavano tutti e soltanto l'ossessione di riconquistare la tomba di Cristo è ormai certo. Ma riassumerli nell'espressione: sete di conquiste e di guerre, più o meno mascherati sotto il pretesto di restituire alla cristianità la Tomba di Gesù crocifisso, vorrebbe dire snaturare alquanto i moventi che hanno spinto degli uomini ad abbandonare tutto per recarsi in Palestina. Infatti, questa tomba era un'immagine mitica, tanto quanto una concreta realtà. Il Sepolcro significava anche, e forse soprattutto, la città spirituale; raggiungerlo, con il coraggio mostrato nei combattimenti (ne è un esempio Goffredo di Buglione) o con un desiderio di santità (come San Luigi), vuol dire guadagnarsi la sicurezza del paradiso, scoprire finalmente il Graal.
E in questa aspirazione non esistono differenze fondamentali tra il Cristianesimo e l'Islamismo. La filosofia araba e la religione islamica parlano a più riprese della Terra celeste, ossia della città spirituale. Inoltre questa specie di fusione dell'Islamismo e del cristianesimo in una fede comune riferita a una città spirituale che si riconosce centro del mondo trova il suo coronamento nella comune fede in Abramo che raccoglie in sè il fondamento delle tre grandi religioni monoteiste: cristianesimo, islamismo ed ebraismo.
I Templari pagheranno cara la loro amicizia con quelli che allora si chiamavano i pagani. Filippo il Bello li manderà al rogo per la continua provocazione che apertamente lanciavano contro il potere del sovrano (il quale voleva in particolare impedire loro di battere moneta, per essere l'unico padrone delle finanze) ma anche accusandoli di eresia. Dal processo dei Templari infatti ha imzio la fondamentale preclusione della Chiesa cristiana nei confronti dell'islamismo. Questa collusione intellettuale e spirituale dei Templari con l'Islam troverà in un certo senso il suo compimento con la strana storia del Prete Giovanni.
Nel Titurel (dal nome del primo Re del Graal, nelle leggende celte) che è una specie di continuazione di Parsifal, Wolfram von Eschenbach fa sì che finalmente il Graal si fermi nel regno del Prete Giovanni. La leggenda colloca questo regno nelle Indie, e colui che lo guida, il Prete Giovanni, è uno di quei personaggi che hanno appassionato la cristianità per quasi trecento anni. Al termine dell'antichità, il cristianesimo ha posto in Asia delle radici abbastanza profonde ma, di fronte ad un'offensiva massiccia delle religioni autoctone, è costretto a retrocedere notevolmente, anche se conserva importanti piazzeforti in Persia, in Armenia e in Asia Minore. Nel VII secolo un cristiano della Siria, discepolo di Nestor, chiamato dall'imperatore Tai-Tsung, si era stabilito in Cina, e qui, per duecento anni, la dottrina nestoriana si sarebbe sviluppata in tutta libertà. Tanto che solo dopo molte tribolazioni Pechino avrà un arcivescovo cristiano: Giovanni di Montecorvino. Nel 1146 i Kara-Kitai, una popolazione turca dell'Asia, guidata da un capo cristiano, Yi-Lu-Ta-Chi, sconfigge i mussulmani sotto le mura di Samarcanda.
Questa notizia apre le più grandi speranze ai Crociati della Terrasanta, i quali considerano la battaglia di Samarcanda un segno di Dio e ritengono molto vicino il tempo in cui l'intero universo confesserà la sua fede cristiana. La personalità di Yi-Lu-Ta-Chi, unita alle voci che circolavano sulla presenza a Pechino dell'arcivescovo Giovanni di Montecorvino, fecero nascere la leggenda del Prete Giovanni, signore di un regno favolso situato non si sa dove fra la Cina e l'India. Nel 1165 Manuel I, imperatore di Bisanzio, riceve una lettera del Prete Giovanni, il quale così descrive il suo regno: E' il paese degli elefanti, dei dromedari dei cammelli, del leoni bianchi e rossi, dei vampiri, degli uomini con le corna e con un occhio solo, dei cicIopi e delle donne-ciclopi, e dell'uccello. Ogni giorno mangiano alla nostra tavola trencento persone, questa tavola è di prezioso smeraldo e la sostengono quattro colonne di ametista. Cento anni più tardi il Prete Giovanni ricompare ma questa volta corre voce che il suo regno sia in Abissinia, che a quei tempi è chiamata India africana.
In realtà, derivata forse da fatti storici, qual è ii significato della leggenda del Prete Giovanni? Semplicemente la convinzione che esista una specie di paradiso favoloso sul piano terrestre (presenza dei mostri). D'altronde, ponendo il regno di Re Giovanni in Africa esprimono a modo loro le compenetrazioni che ci sono riportate fra i pensieri dell'Oriente e del mondo arabo.
Facendo del Re Giovanni un nipote di Parzival, attribuendo il regno favoloso come ultimo asilo del Graal, facendo scortare dai Templari la pietra sacra durante il viaggio, Wolfram von Eschenbach ha realizzato una straordinarla sintesi fra le aspirazioni dell'Islam e quelle della cristianità. In quel lontano paese, inaccessibile al piede umano sorge un castello che ha nome Montsalvatore come è espresso in versi da Richard Wagner, nel Lohengrin, Montsalvat con il rifugio del Graal.
E il lontano paese qual è? L'autore della Tetralogia che, a dire il vero, non si picca di esattezza storica, precisa semplicemente (per chi metterà in scena il Parsifal) che si tratta di una contrada montuosa al Nord della Spagna gotica. E' bastato questo perchè l'immaginazione si scatenasse.
Il castello del Graal
Non è forse un riaccendere e ravvivare la leggenda il tentare di scoprire in quale luogo al mondo è potuto esistere il favoloso castello descritto nei poemi di Chrètien de Troyes, di Robert de Boron, o di Wolfram von Eschenbach? Da parte sua Wagner non ha fatto altro che seguire l'ammirazione che la sua epoca aveva per tutto ciò che era spagnolo. Il viaggiatore, infiammato dalla leggenda del Graal e affascinato dagli incanti wagneriani, come avrebbe potuto non identificare Montsalvat con Montserrat, la fortezza divenuta abbazia che domina la Catalogna dall'alto del picco di 1241 metri su cui è costruita? Tale è il successo della tesi di Richard Wagner, che la prima guida Baedeker sulla Spagna fa propria.
Questa tesi aveva ricevuto una notevole garanzia da Goethe il quale, nel 1784, aveva abbozzato a grandi linee un romanzo rimasto incompiuto: I Segreti. Goethe non aveva mai visitato Montserrat, ma grazie a racconti degli amici viaggiatori, e soprattutto al proprio genio, l'autore dei Segreti aveva battezzato la fortezza spagnola un ideale Montsalvat. Ideale Montsalvat...
Goethe non fornisce la chiave dell'enigma, ma le sue ragioni. Chrètien de Troyes descrive il castello del Graal in modo molto approssimativo: è semplicemente una bella fortezza, con una torre quadrata, in una valle ridente. Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach il termine Montsalvage sembra derivato direttamente dall'espressione latina mons selvaticus, la montagna coperta di boschi. Ora, in Germania esiste il castello di Wildenberg, dove il poeta ha vissuto a lungo, che corrisponde abbastanza bene al Montsalvage idealizzato: dal di fuori è una fortezza massiccia e severa, ma l'interno ha l'opulenza di un'abitazione saracena. La parte principale è una sala da pranzo che contiene comodamente quattrocento convitati.
In altre opere, dovute a poeti più o meno sconosciuti, il castello del Graal è una copia fedele della chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, costruita dagli uomini durante il giorno e dagli angeli durante la notte. Il soffitto della stanza centrale è uno zaffiro solo le finestre sono costituite da un'unica pietra rara di natura sconosciuta ai mortali, tutte le pareti sono rivestite d'oro. Fra tutti i luoghi dove avrebbe potuto erigersi la mole del castello, quello che solleva le controversie più appassionate è Monts‚gur, perchè per suo tramite si giunge all'eresia catara. E si pone l'interrogativo: i Catari hanno creduto al Graal? Hanno pensato che il possedere la fonte della verità li rendesse autenticamente cristiani, ed è forse questa certezza che spiega lo sconvolgente coraggio con cui hanno affrontato il rogo? Cinquant'anni fa, in una grotta di Vicdessos (Ariège) è venuta alla luce una pittura rupestre del XIII secolo. Questo dipinto raffigura una spada, una lancia da cui cadono gocce di sangue e delle stelle. Ora, nel Parzifal di Wolfram von Eschenbach si parla continuamente di stelle, di lancia e di spada, ingredienti indispensabili della leggenda del Graal. Ariège si trova in pieno territorio cataro.
L'eresia catara
Le concezioni dei catari sono più che una semplice deviazione dal cristianesimo; in realtà rappresentano una sintesi di dottrine e di concezioni molto varie. Sembra che la più evidente fra queste dottrine sia il buddismo, che ha incontestabilmente avuto un'influenza in Europa, fino nel sud della Francia. Non è in questa regione che si è scoperta una testa di Budda, anteriore alla nostra éra? I sacerdoti catari, al loro apparire, indosseranno degli abiti molto simili a quelli dei bonzi.
Quanto al loro insegnamento dottrinale, in più d'un tratto assomiglia alla lezione di Budda: pessimismo nei confronti del mondo terrestre, ascetismo come strumento per vincere gli appetiti umani, sorgenti del Male; evasione dell'anima verso il regno dello Spirito. I catari pensano di attingere l'essenza del loro insegnamento alle fonti stesse della Bibbia. A loro avviso il mondo, in quanto malvagio, non può essere stato creato da Dlo. Dio ha creato semplicemente i principii del mondo, degli esseri e delle cose; è stato Lucifero, un angelo ribelle, a modellare la terra degli uomini, così come i nostri corpi. Per questo l'uomo è un abisso di contraddizioni: fra il suo desiderio di essere una creatura di Dio e l'essere continuamente tormentato da Lucifero che gli infligge mille tentazioni e lo attira verso il peccato. Solo contemplando il cielo questi astronomi appassionati che sono i catari scoprono la Patria delle anime finalmente libere.
Nella distinzione posta dai catari fra i Puri e il resto dell'umanità si ritrova il modo di classificare i mortali di cui si servivano i poeti che hanno evocato la ricerca del Graal: chi rispetta alcune regole semplici senza pretendere di giungere alle supreme conquiste dello Spirito; chi pratica l'austerità, ma non per questo appartiene al regno degli Eletti. I Perfetti, i quali con una vita di privazioni e di meditazione diventano i veri compagni di Dio, essi soltanto hanno il diritto di rimettere i peccati ai loro simili che si confessano dei propri errori. I Perfetti sono così sicuri della loro fede, così certi di essere destinati all'eterna felicità, che hanno il diritto di suicidarsi.
Prove lunghe e difficili per camminare sulla strada che conduce verso Dio, rifiuto di tutti i beni terrestri, ivi compreso l'amore e il matrimonio; che cos'è questo se non la ricerca del Graal, ma tradotta nei termini di un cristianesimo giunto a una suprema esaltazione e a una rinuncia totale? Giacchè come nel Parzifal, la redenzione dell'uomo si ottiene solo nel dolore che purifica; solo la perfezione permette di entrare nel regno dei cieli. I disegni che adornano le grotte del Sabarthez rivelano i legami esistenti fra la religione catara e i poemi del Graal. Vi si trovano: il pescatore, che è certo il simbolo della parola di Cristo: Io farò di voi dei pescatori di uomini, ma che nel Graal diventa il Re-Pescatore, colui che scopre Perceval, il cavaliere che deve partire alla ricerca del Vaso sacro o della pietra dagli innumerevoli poteri; il ponte, che nessuno può attraversare se non è invitato a farlo. Infatti il ponte levatoio che conduce al castello si alza bruscamente davanti a Perceval, quando costui si accinge a passarlo senza esservi invitato; il castello, posto su una montagna, circondato da foreste fittissime che inghiottono il viaggiatore privo di saggezza. Il castello, come nell'avventura di Perceval, è il simbolo della più elevata dimora dello Spirito; lo scrigno sull'altare, che deve suggerire l'idea di un oggetto sacro rinchiuso in un involucro materiale. Come non pensare al Graal, vaso o pietra che sia, il quale esprime anch'esso la presenza dello Spirito fra gli uomini? Presso i catari esiste tutto un simbolismo delle pietre (come nel Parzifal di Wolfram von Eschenbach): la Gerusalemme celeste non è costruita con materiali tangibili, ma ha lo splendore di una pietra preziosa, di una pietra di diaspro cristallino; la città in cui Dio regna sembra un limpido cristallo.
I Perfetti proclamano che la supremazia dello Spirito è rappresentata da una pietra caduta dal cielo, che illumina il mondo e lo consola (è press'a poco la tesi di Wolfram von Eschenbach). Non mancherà nemmeno, nella cosmogonia catara, il classico uccello che, come nei poemi del Graal, simboleggia il legame fuggitivo che unisce il mondo visibile con il mondo invisibile. Per i catari quest'uccello è la colomba. Essa, dopo che gli Albigesi saranno stati sterminati dall'esercito regio appoggiato dall'onnipotente autorità del papa, lascerà questa terra e, simbolo dello Spirito, salirà nuovamente al cielo, abbandonando un universo corruttibile, consacrato alla sventura e alla sofferenza.
I catari sono morti, persuasi di aver scoperto la Verità e la Vita, convinti di essere stati i veri, gli unici cavalieri ad aver scoperto il Graal. Così il Graal e la sua ricerca hanno illuminato gli spiriti dalle leggende più misteriose alla severa religione dei catari. Perchè questa invincibile attrazione? Non solo perchè il Graal realizza la più straordinaria sintesi dei miti che occupano il sottofondo dell'anima umana, ma anche perchè si trova nel punto di confluenza di quelle correnti magiche che in una parola si possono definire esoteriche.
Il misticismo del Graal
Il romanzo del Graal, dalle premesse, che consistono nella leggenda di Re Arthur, fino alla forma più compiuta, rappresentata dal Parzifal di Wolfram von Eschenbach, costituisce di fatto una specie di memoria collettiva dell'umanità. Vi si ritrova tutto: dall'avvenimento storico, come le sventure dei Bretoni, fino alla fantastica cavalcata degli Arabi in Occidente. Ma, al di là dei fatti storici, abbelliti o più o meno taciuti quando evocano le disgrazie di un popolo, appare evidente il bisogno fondamentale dell'uomo di conferire una coerenza profonda agli avvenimenti di cui è l'attore, il testimone o la vittima.
Questo desiderio di conoscere il perchè e il come delle cose ha originato quelle molteplici associazioni, sette o ordini che, lungo tutto il corso della storia, hanno preteso di apparire come gruppi privilegiati, dotati di un potere magico, ed essi soli in grado di accedere alla Verità. Questi privilegiati sono gli iniziati. Che cosa cercano gli iniziati? Qualunque sia il paese cui appartengono il loro scopo è identico: penetrare nel mistero della conoscenza di Dio, partecipare della natura dlvina. Due vie conducono a questo fine: il misticismo (come lo intenderanno ad esempio San Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila), che è un immenso sforzo di conoscenza diretta di Dio, oppure l'uso di uno strumento nel cammino che conduce alla scoperta della Verità Assoluta. Il Graal è precisamente uno di questi strumenti.
In definitiva il Graal pone proprio il problema della conoscenza, ed è questo il motivo per cui poeti e filosofi ne hanno fatto un oggetto sacro. Sembra che questa consacrazione sia antica come il mondo. La si ritrova alle origini stesse dell'umanità. E' così che le popolazioni che adoravano il fuoco avevano stabilito un intimo rapporto, quasi religioso, fra il recipiente che contiene i cibi, il fuoco che permette di cuocerli, il grasso che si getta sulla fiamma per ravvivarla o, più esattamente, per farla rinascere. Così è nato, in questo campo particolare, il concetto di sacro. Il fuoco diventa il simbolo. principale: dapprima si tratta del fuoco materiale, indispensabile alla vita quotidiana poi per estensione, della fiamma interiore che è il simbolo della vita dello Spirito alla ricerca della Verità.
Egualmente a poco a poco il recipiente che contiene i cibi non è più considerato semplicemente un oggetto, ma esso partecipa delle virtù di ciò che contiene, cioè di tutto ciò che è necessario alla vita umana. Il cristianesimo assimila e trasforma questi sensi fondamentali alla luce di una dottrina che, potente e splendida qual è, ha facilmente la meglio su alcuni miti mal legati l'uno all'altro. Il Graal diventa il piatto di cui Cristo si serve la sera del Giovedì Santo, o ancora il vaso dove è raccolto il sangue del Crocifisso del Golgota. In entrambi i casl il contenente partecipa del carattere sacro del contenuto.
Il dogma della Transustanziazione infatti, fissato nel 1215 dal Concilio Laterano, al di là della sua natura religiosa, esprime il desiderio di fornire un'immagine semplice e precisa del mistero. Si tratta di esprimere sul piano sentimentale l'ascesa dell'uomo verso Dio (ascesa che gli é permessa dall'Eucarestia) e di suggerire il grandissimo potere di Dio, che puo incarnarsi sotto la specie del pane e del vino. E' una vera e propria iniziazione al mistero fondamentale del cristianesimo, non più riservata a qualche privilegiato come in alcune sette, ma offerta a tutti, per poco che siano mondi dai loro peccati.
Nella prospettiva cristiana l'ostia, in definitiva, è il Graal, perchè rappresenta il corpo insanguinato di Cristo morto sulla croce per riscattare gli uomini, perchè è il nutrimento che dà la vita eterna, è il segno tangibile dell'amore divino, è l'incarnazione della spirito, è, finalmente, l'incarnazione della storia del mondo, una storia contenuta tutta intera nei limiti rappresentati dall'Incarnazione, dalla Redenzione e dalla Comunione. Infine, la cristianizzazione del mito del Graal fornisce un'altra risposta all'interrogativo dell'uomo: come salvarsi? I primi racconti del Graal, provenienti dai Celti, non risolvono affatto questo problema; tutt'al più indicano, e in modo confuso, quali sono le chiavi per sfuggire alle miserie della condizione carnale. E anche in questo caso le chiavi appartengono solo a qualche iniziato. Inoltre sia la sottomissione della carne all'anima che la devozione alla Donna rappresentano degli strumenti, non dei fini.
Il cristianesimo offre per la prima volta un'altra chiave, l'unica valida d'altra parte: è la sottomissione dell'anima allo Spirito divino. Perchè questo Graal, che ne è un effetto, permette all'uomo, che dopo la caduta è dilaniato tra le aspirazioni spirituali e gli appetiti materiali, di ritrovare se stesso tutto intero nella luce divina. Per coronare questa costruzione, il Graal si identifica con la Grazia, che permette di salvare anche chi non lo merita. Che cos'è l'ingenuità di Perceval di cui parla Chrètien de Troyes, se non il terreno sul quale potrà agire la Provvidenza? Perchè anche l'ignoranza deriva da Dio, ma l'Onnipotente fa scorrere la sua infinita bontà su coloro che vagano nelle tenebre dell'errore e del disconoscimento. L'amore discende da Dio e a Lui risale. In questo modo il ciclo si chiude, con l'avvento del cristianesimo, una dottrina solidamente costruita ha preso il posto, nella ricerca dell'Assoluto, dei desideri e dei sogni del Graal pagano.

Questo trionfo del cristianesimo tuttavia non resiste in modo irrevocabile all'usura del tempo, nè agli assalti delle nuove idee. Il primo attacco si verifica fra il XIV e il XVII secolo, ossia nel periodo in cui, con l'alchimia, la scienza moderna muove i primi passi. Non si tratta più di cavalieri che percorrono le foreste popolate da mostri, raggiungendo i castelli non si sa dove. Ai cavalieri si sostituiscono medici e maghi. Il castello del Graal è diventato un laboratorio. Ma ciò che si cerca non cambia: si tratta di trovare il modo per giungere alla saggezza suprema. Questo modo ormai si chiama pietra filosofale o elisir. Esso non deve nulla a Dio, tutto alla scienza degli uomini. Gli alchimisti si spingono anche più lontano: riabilitano Lucifero quest'angelo decaduto che, secondo l'esempio del vecchio Faust, essi invocano più volentieri del nome di Dio. La provetta, luogo dove i metalli si trasformano magicamente, ha preso il posto dell'antico vaso sacro contenente il sangue di Cristo. Perceval vagava per degli anni alla ricerca della verità. Gli alchimisti affermano che per scoprire la pietra filosofale occorrono tre, cinque o sette anni. E uno di questi ricercatori dice: Chi è in grado di sublimare filosoficamente la pietra, a giusto, titolo si merit il nome di filosofo, perchè conosce il fuoco dei saggi che è l'unico strumento che possa operare questa sublimazione. Insomma l'avventura spirituale della cavalleria cristiana si è laicizzata.

 

Il Graal degli alchimisti
Il nuovo Graal, quello degli alchimisti, si chiama Aludel, ed è posto su un fornello di nome Athenor. L'Aludel è detto anche l'occhio filosofico e deve essere fatto, affermano coloro che lo usano, di un buon vetro di Lorena, lavorato in ovale o in tondo, chiaro e spesso. Bisogna che sia ermeticamente chiuso. Attraverso la complicata combinazione di nuove sostanze si tenta di ottenere l'oro, simbolo di un potere che non ha nulla a che fare con quello annunciato dai monaci medievali.
Su queste operazioni strettamente materiali, sui minuziosi dosaggi di elementi diversi si innesta tutta una filosofia, si sarebbe tentati di dire una filosofia dell'orgoglio umano.
Nell'Aludel si svolge l'azione dell'alchimia, la separazione cioè della materia grezza dal principio attivo che è il simbolo dello spirito. Si tratta poi di fonderli di nuovo con il procedimento che ha il nome di nozze chimiche. Da questa fusione nasce il mercurio, considerato un materiale ermafrodita perchè è completo, autosufficiente. Quale ebbrezza manipolare un simile materiale solido e liquido nello stesso tempo! E gli alchimisti, identificando gli esperimenti che svolgono nei loro laboratori con una vera e propria messa, si avviano sulla strada del sacrilegio.
Non è più Dio il signore dell'universo, nè Cristo che si incarica della salvezza degli uomini, bensì coloro che padroneggiano la materia, la scindono e ottengono nuovi corpi: lo spirito dell'uomo può tutto. Le mille avventure, belliche o amorose, di Perceval e Lancelot, sono ormai morte. Lo spirito umano, in primo piano, è invitato a un'avventura affascinante: cogliere le forze misteriose celate nella materia e metterle al servizio del potere dell'individuo umano. Ma come tracciare un limite tra la tecnica e la magia, dal momento che queste forze misteriose altro non sono se non una manifestazione, al livello più basso, dello Spirito che compenetra tutto l'universo? E come farebbe lo spirito umano a non sognare formule misteriose, note ai soli iniziati, che gli permettano, partendo da certi elementi, di combinare la materia secondo la sua volontà fino a creare quei nuovi corpi che garantiranno all'uomo un infinito dominio? Non è più il Verbo di Dio a creare le cose, poichè le parole zampillano da sole dalla bocca dei mortali.
Questa presenza universale dello Spirito sbocca naturalmente in una specie di panteismo di cui, nel Rinascimento, Rabelais sarà il cantore geniale. L'autore del Gargantua ha scritto in realtà una specie di Graal, la cui ricerca è un misto di serio e di buffo. Rabelais evoca il Pantagruelione, una strana sostanza che ha la capacità di guarire i mali dello spirito così come le infermità fisiche. E' il simbolo del nutrimento universale, quello stesso contenuto nel vaso sacro dei cavalieri.
Che cos'è la Divina Bottiglia se non il Graal di Rabelais, poichè da essa si può bere il vino della verità? Illuminati dalla nobile lanterna, Pantagruel e i suoi compagni giunggno all'isola tanto desiderata, un'isola che ricorda moltissimo quella di cui si tratta nei racconti del Graal, quando parlano della dimora perfetta circondata dalle correnti dell'oceano. Qui Pantagruel e i suoi amici scoprono l'Abbondanza, che assomiglia ai paesi della gioventù delle leggende celte.
Un tempio sotterraneo riporta sul frontone questa formula: Nel vino la verità. E non è sacrilego vedervi un richiamo, forse un po' irrispettoso, alla parola di Cristo: Questo è il mio sangue. Io sono la Verità e la Vita. In questo tempio si trova anche la Lampada Meravigliosa: Su di esso era poggiato un vaso di cristallo; aveva la forma di un cocomero o di un vaso da notte, da cui usciva una gran quantità di liquido infuocato.
Come non si può fissare il sole, così era difficile guardare a lungo e con fermezza questa lampada. Al centro della fantastica Fontana si erge un calice trasparente a forma di fiore, da cui emerge un rubino grosso come un uovo di struzzo. Come Pantagruel, i suoi compagni vogliono fissare il calice, ma il suo splendore è tale che per poco non perdono la vista.
Come non sottolineare l'analogia tra questa storia e quella di re Mordain, uno degli eroi dei racconti celti, rimasto cieco per aver guardato all'interno del Graal con l'anima in stato di peccato? Il modo con cui la fontana fantastica lascia scorrere la sua acqua è particolarmente strano: l'acqua scorre attraverso tre tubi posti ai vertici di un triangolo equilatero e formanti una specie di spirale, in modo tale che gli zampilli si dividono in cinque strati mobili luminosissimi, da cui nasce un'armonia che si diffonde fino al mare di questo mondo.
Questa fonte è complicata come un labirinto, labirinto caro agli alchimisti (come è evidente dal complicato sistema di tubi che congiunge i loro alambicchi) che rappresenta per loro il vagabondaggio, la difficile ricerca della verità delle cose. Pantagruel e coloro che lo accompagnano assaggiano l'acqua della fontana, e ogni bevitore le attribuisce il sapore del vino che ha sempre sognato. Lo stesso accadeva nelle celtiche leggende del Graal: al passaggio del corteo che accompagnava il vaso sacro, la tavola del castello dell'avventura, quella del re ferito, si copriva immediatamente dei cibi più svariati, e ogni convitato, purchè fosse degno di partecipare al mistero che si stava svolgendo, trovava a portata di mano tutti i cibi che desiderava.
Non era questa la natura della manna, mandata da Jehovah agli Ebrei nel deserto, la quale a detta delle Scritture mutava sapore secondo la volontà di chi la mangiava? Infine, secondo il racconto di Rabelais, ecco la Divina Bottiglia molto larga nella parte superiore (proprio come un calice). Questo Graal pagano emette una parola: trinc (bevi). Pantagruel e i suoi amici bevono: ed eccoli immersi in una specie di estasi, perchè questo vino è forza e potenza. Riempie l'anima di luce, di saggezza e di filosofia. E' dunque la fonte della Verità. Una specie di delirio si impossessa di coloro che hanno obbedito all'invito della Divina Bottiglia. Diventano folli e incantati e, spiega Rabelais, là ci sono eternità di bevute e bevute di eternità.
Parla allora la sacerdotessa: Non è in mio potere di soddisfarvi qui. Laggiù, nelle regioni circoncentrali, noi poniamo il Bene sovrano, non da prendere e da ricevere, ma da distribuire e da donare; andate amici, sotto la protezione di questa sfera intellettuale che noi chiamiamo Dio: il centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Quando sarete tornati nel vostro mondo siate testimoni che sotto la terra esistono grandi tesori e meraviglie. I vostri filosofi si lamentano che gli antichi abbiano già scritto tutto, senza lasciare loro nulla di nuovo da inventare. Ma Dio, l'Ascoso, il Nascosto, elargirà loro la conoscenza di sè e delle sue creature; così in tutta sicurezza e piacevolmente è percorso il cammino della conoscenza divina e la ricerca della saggezza.
Il Graal di Don Chisciotte
Meno d'un secolo più tardi la dolce e sorridente filosofia di Rabelais avrebbe reso patetica l'opera di Cervantes. Perchè Don Chisciotte è il diretto discendente e il più sconvolgente dei romanzi della Tavola Rotonda e del Graal. Certo Cervantes si è in gran parte ispirato all'Ariosto e al Tasso, ma molto più a Perceval, a Re Arthur e a Lancelot. Lo scrittore spagnolo vive in un'epoca in cui fiorisce una letteratura che si burla della cavalleria con il suo codice d'onore e le sue cerimonie, poichè lo scetticismo mina sordamente l'Occidente cristiano.
Don Chisciotte è essenzialmente una reazione di scetticismo ed una riabilitazione del cavaliere. Al di là del suo ridicolo, che tuttavia è insieme e pungente, Don Chiscotte incarna le virtù prime del coraggio, il senso dell'onore, la castità, l'idale religioso. Non diversamente dal Galaad Eschenbach, il cavaliere spagnolo non è fatto per un mondo di albergatori avidi, di gran signori scellerati, villani un po' sciocchi. E' fatto per la Foresta di Perceval e per il castello dell'avventura.
Alla fine delle sue pietose tribolazioni Don Chisciotte tuttavia riceve la suprema consacrazione: porterà il vaso di Mambrino, ossia un catino da barba. E' un attrezzo buffo; ma fatto per muovere al riso? No, perchè il catino è molto simile al Graal ed incorona, più di quanto non calzi, non una povera testa ammalata, ma uomo colmo di bontà. Sotto la grande luce di Don Chiscotte è la verità in cammino, che, al di sotto degli scherni, sa che alla fine dai tempi Dio riconoscerà le sue sventure. La conclusione del romanzo di Cervantes evoca una specie di Golgota verso questa Croce che, per il cristiano è l'eterna verità promessa dal Graal.
La musica del Graal
Nell'Austria moderna non uno scrittore, ma un musicista in epoca recente decise di cavalcare i colori del sogno, conducendo i cavalieri alla somma ricerca: questo musicista è Franz Schubert.
La musica del compositore viennese è un cammino ardente ininterrotto. Quando si pensa all'ottetto per corde, bassi, coro e clarinetti, compare il castello dalle luci irreali, la dolce dimora dove danzano le compagne di Rosamunda. Il pezzo per due violoncelli, evoca una processione di pretesse, il Duetto dà voce alla fanciulla e alla ricerca del Graal, adatta a un temperamento forte ma minata dall'ossessione della morte e della salvezza, come tutte le leggende costruite intorno al vaso sacro.
Bisognerà attendere Richard Wagner per ritrovare i solenni sortilegi del Graal in tutta la loro autenticità.
Figlio di Parsifal, Lohengrin è l'immagine stessa del perfetto eroe, uscito contemporaneamente dalle leggende celte e dall'immaginazione popolare tedesca.
La sua vocazione è di adorare e servire il Graal e di diffondere nel mondo la divina carità. Parsifal cavalca su un cigno; egli stesso del resto è un cigno celeste che vaga sulla strada; questa, agli occhi di Wagner, ha una forma a spirale, simbolo della lenta ascesa verso Dio. Il Graal è stato portato sulla terra da una schiera di angeli che, terminato il loro compito, sono tornati nella patria celeste, lasciando dietro di loro il bianco sigillo della speranza. La Redenzione, per l'autore del Parsifal, si compie essenzialmente attraverso l'amore, perchè l'amore rappresenta la più umana e fervida ricerca di Dio.
Cavalieri erranti, pellegrini, semplici viaggiatori, avventurieri, tutti gli eroi wagneriani perseguono il medesimo fine: la ricerca del Graal, simbolo della Redenzione. Per l'eterno femminino, rappresentato nel Medio Evo sotto gli amabili tratti della Dama, Richard Wagner si ispira a Goethe. Senta, Elsa, Brunehilde, Elisabeth, Kundry, la bella peccatrice che alla fine verrà salvata, sono tutte il simbolo dell'amore umano, tappa indispensabile da cui gli uomini non possono prescindere per accostarsi alle rive della salvezza.
Wagner ha ricavato i temi principali della Tetralogia da Wolfram von Eschenbach, ma cristianizzando la leggenda del Graal. Eschenbach ne ha fatto una pietra preziosa, sull'esempio dei poeti orientali e iraniani, mentre per Wagner il Graal è nuovamente il vaso sacro che contiene il sangue di Cristo.
Per questo più che un poema drammatico, in realtà Parsifal è una messa. Tuttavia l'autore della Tetralogia ha dato alla leggende celtiche una forte impronta germanica; alle scene liturgiche che si svolgono nel castello dell'avventura di Montsalvat, si accompagnano gli incanti di Klingsor delle sue figlie-fiori. I cavalieri alla ricerca del Graal sono sottoposti ai sortilegi della maga buona e della malvagia Viviana e Morgana. Kundry, la peccatrice salvata, distribuisce di volta in volta malefici e incanti. Quanto all'eremita Gurnemanz, questo è il suo insegnamento al casto folle che è Parsifal: Nessun sentiero si apre verso i Graal, e nessuno può trovare la strada che non abbia egli stesso tracciato; vedi figlio mio, qui il tempo diventa spazio. Così il tempo, se impiegato con fervore, apre l'accesso a quel sacro spazio al centro del quale si trova il Graal.
Wagner è venuto a conoscenza de Il Sangue Prezioso, un'opera scritta da un mistico teologo inglese, Padre Faber. Qui, il sangue di Cristo contenuto nel Vaso sacro è il vero strumento di Redenzione, perciò dispensa coraggio, amore e volontà. E' il fluido universale in cui si immerge l'umverso Intero. Wagner traduce esattamente questa concezione quando, sulle labbra di Parsifal chino sul Graal, pone questa frase: Ho visto l'origine e la causa delle cose. Nell'incanto del Venerdì santo, una delle pagine più commoventi del Parsifal, Wagner attribuisce al Graal e al suo sacro contenuto il potere di trasformare il mondo: Hanno i fiori sete della tua grazia? I tuoi pianti sono la rugiada benedetta. Tu piangi, vedi, e tutta la pianura sorride! Al termine della loro ricerca i cuori puri conoscerann l'estasi suprema, ossia l'identificazione con Dio.
Il Graal oggi
Friedrich Nietzsche, che da solo si battezza l'Argonauta dell'Ideale, rifiuta questa pace che è la conclusione dell'opera wagneriana. Ciò che lo affascina non è i raggiungimento del fine, ma il cammino che bisogna percorrere per glungervi. Originariamente l'autore di Al di là del Bene e del Male non rifiuta la via regale che conduce alla conoscenza. Ciò che lo affascina sono le contraddizioni dell'uomo alla ricerca del Graal. Non cerca la Pace suprema, ma la lotta. Ci sono sempre, egli scrlve del glardini di Armida, e di conseguenza di sempre nuova e sempre nuove armi del cuore. Bisogna che io sollevi il piede il mio ideale ferito e poichè sono costretto a guardare con tristezza le cose più belle, esse sono rlusclte a trattenermi.
E' quì la sua genialità, ove tutto il simbolismo passato si tramuta nella pietra, l'acqua, la Donna. E' una delle opere fondamentali del poeta, uno del poemi pagani più stupefacenti che convergono verso il sacro, il Graal, e rappresenta tutto ciò nel corpo della Donna, simbolo di tutti i mutamenti e di tutti i segreti dell'Universo. Attraverso la Donna si raggiunge l'Assoluto.
Che si tratti dell'affascinante Clarice o di Annalena, fanciulla di poco conto, entrambe sono un atomo di azzurro nello spazio, una goccia d'acqua scura nell'oceano luminoso dell'amore. Grazie a loro l'uomo combatte e vince la sua fondamentale solitudine, perchè al termine dell'esperienza amorosa Milosz può esclamare: Nel mondo intero non esiste solitudine, l'aria che tu respiri è il soffio di un Padre.
Compiuta così la prima tappa della ricerca del Graal, come Perceval o Lancelot, il poeta giunge al castello avventuroso: Non sono forse tutte le cose più vicine a te di te stesso? Non senti salire dal tuo cuore l'effervescenza della sorgente dei mondi? Mentre la montagna mi trasportava nel suo volo, all'improvviso io vidi aprirsi dinanzi a me, nell'altro emisfero, la porta d'oro della Memoria, lo sbocco del labirinto.
Questo sbocco è l'Amore, è il Graal che concede la sapienza assoluta a chi vi si disseta. Questa magica bevanda è, anch'essa, il Sangue universale, il Sangue di Dio, che con un'unica espressione Milosz chiama l'acqua primordiale. Si instaura così una corrente vivificante fra Dio e l'uomo, e poi fra l'uomo e Dio.
Il Sangue è anche l'insieme delle forze spirituali che si trovano nell'universo, quelle forze che, in qualche modo, plasmano la Creazione. Nel cuore del Graal si compie la fusione del Sangue e della Luce, da questa fusione ha origine l'oro incorruttibile e medicamentoso della divina carità, il metallo più prezioso, secrezione della api angeliche.
Giunto alla conoscenza suprema, il poeta estasiato può esclamare: O Movimento, o Sangue sgorgato dal Fiat divino! Svegliati Cosmo, diffonditi attraverso i miliardi di Vie Lattee che sono le tue vene! O Magico Sangue sgorgato dal cuore del signore, O Vita, O santa Vita, tu apparivi, immensa e splendida, nella profondità delle Tenebre. Io sono libero, libero! E' come se fossi morto. Salve, Universo, amore mio! Léon Bloy, dal canto suo, vuole insistere sull'aspetto doloroso della ricerca del Graal; egli vuol essere il Pellegrino del Santo Sepolcro. Dura fu la sua vita trascorsa camminando, solo, in una grande colonna di silenzio, nel bel mezzo di questa foresta piena di malefici che è il mondo moderno, popolato di villani, di porci, di ladri, di donne di malaffare. Ma il Graal è promesso a colui che sa chiudere gli occhi su ciò che lo circonda e che, guidato dal Dolore, giunge alla contemplazione di Dio.
Se il dolore è il compagno più fedele di Léon Bloy, quello di Charles Peguy si chiama Speranza. Poichè il cammino che conduce al Graal di Péguy, questo Graal che contiene il Sangue e il Sacrificio, è difficile pieno di imboscate e di tradimenti. Ma al fondo di tutta l'opera di Péguy, che è una lunga ricerca della Luce e della Verità, c'è la Speranza che Dio ci ha dato per aiutarci nella ricerca della Vita eterna.
Pochi autori, nella letteratura contemporanea, hanno affrontato apertamente i misteri del Graal, ma due ci sono. Innanzitutto il poeta Patrice de La Tour du Pin. La sua Sonntne de poesie, poetica che è una ricerca che si svolge nella dolcezza incantata della foresta celta. Per tentare di giungere alle viole luminose dei mondi, il cuore dell'uomo naviga continuamente in mezzo a sogni e fantasmagorie. Questo viaggio è quello che il poeta chiama la contemplazione errante. Dove ci conduce? A Dio.
Ma all'avventura, nel senso secondo cui l'intendevano i cavalieri delle leggende celte, se ne sostituisce un'altra, di natura puramente spirituale. In Patrice de La Tour du Pin gli ostacoli che ci si oppongono sono dentro di noi, non provengono dal mondo esterno, e solo la luce della Grazia ci permette di spezzarli di dissipare le nebbie che incombono sulla nostra anima e di raggiungere così il Graal, che è Dio nella sua gloria e nella sua potenza.
Julien Gracq è colui che si awicina di più alle leggende celte. Il suo Bel Tenebroso in effetti è un diretto discendente del Mago Merlino. Il castello di Argol corrisponde al castello dell'avventura, dove ogni oggetto possiede un potere magico, dove si respira un profumo di cupa foresta e di alte volte. Mondo sottomesso al sortilegio, presagi innumerevoli per chi sa interpretarli, universo d'amore e di morte: l'opera di Julien Gracq discende direttamente dalla tradizione della ricerca del Graal. La differenza è che, per l'autore della Riva delle Sirti, questa ricerca non si compie mai, non c'è nessuna suprema illuminazione, l'uomo è condannato a vagare senza fine.
Strano destino quello della Leggenda del Graal: non solo ha ispirato poeti e musicisti, ma è servita anche a giustificare l'evoluzione storica dell'Inghilterra del XIX secolo.
Nel 1845 il cardinale anglicano Newman si convertì al cattolicesimo, trascinando dietro di sè un gran numero di fedeli. La cosa si ripercosse clamorosamente in un paese dove, più o meno, si diffida dei papisti.
Tennyson, un poeta allora in voga, stava lavorando a un lunghissimo poema: Idylls of the Kigs (Idilli dei Re), che si avvicina abbastanza alla Leggenda di Re Arthur e alla ricerca del Graal. Ma di fronte all'emozione causata dalla conversione del cardinale Newman, il poeta modifica la sua opera tanto da farla apparire una lezione di tolleranza e una dimostrazione di morale vittoriana.
Per Tennyson nella ricerca del Graal l'essenziale è la lotta dei Sensi contro l'Anima; i cavalieri partono alla ricerca del vaso sacro che li guarirà dei loro mali li libererà dai vizi ed esaudirà le loro aspirazioni. Ma non tutti giungeranno alla conclusione, perchè ciascuno sarà ricompensato secondo il grado della sua purezza. Cio‚ a dire che ciascuno è libero di credere a seconda di ciò che gli detta il cuore, e anche secondo le sue possibilità. In questo modo Tennyson pensa di poter riconciliare papisti e antipapisti.
Per questo ognuno degli eroi immaginati dal poeta ha delle attitudini particolari. Galaad, il più puro dei cavalieri, riesce a vedere il Graal sfolgorante: Ho visto il Santo Graal scendere sull'altare; ho visto come il viso di un bambino comparire nel pane e scomparire. Così Tennyson evoca con un po' di rimpianto coloro che credono nella Transustanziazione, cioè i cattolici.
Vi è anche Perceval, abbastanza puro, ma troppo attaccato ai beni materiali; tuttavia, toccato dalla Grazia, terminerà la sua vita in un monastero.
Quanto a Lancelot, cavaliere perfetto, egli è colpevole di vivere nell'adulterio, perchè ama la moglie di Arthur. Soltanto la fede gli consentirà di spezzare questo legame carnale e di finire in santità.
E Tristano ha abbandonato, invece, la ricerca del Graal, ritenendola una prova al di sopra delle sue forze. Disgustato, egli afferma: Noi non siamo degli angeli, che è un modo di far intendere che vive come un pagano. Il monaco Ambrogio non si pone problemi: non ha mai sentito parlare del Graal. La sua filosofia è racchiusa in una formula: Io godo, da uomo semplice, nel mio piccolo Mondo.
Tennyson non esprime preferenze fra questi personaggi così diversi; vuol dare una lezione di tolleranza. Che ciascuno pratichi secondo i dettami del cuore, agisca secondo coscienza, non pretenda più di quel che può: ecco l'estrema saggezza. Il poeta accosta così Ambrogio, simbolo di un'Inghilterra empirista che non vuole essere agitata dai grandi problemi religiosi, a Galaad, incarnazione del mistico cardinale Newman.
La conversione del cardinale non è il solo colpo che minacci l'Inghilterra in questo periodo. L'evoluzionismo di Lamarck e di Darwin, il positivismo del francese Auguste Comte, le dottrine utilitariste (vero è ciò che è utile), la comparsa del socialismo cristiano: altrettante novità che sembrano assicurare il trionfo della scienza sulla religione.
Ancora una volta Tennyson, che si considera un po' il cantore ufficiale della Gran Bretagna, si mette all'opera. Si tratta per lui di dimostrare che solo il cristianesimo, anche se con le dovute modifiche, può salvare l'umanità, e rafforzare una fede due volte necessaria, sia perchè è la salvaguardia dell'uomo sia perchè, alla fine, l'autorità regale poggia su di essa.
La ricerca del Graal ha provocato il naufragio del regno di Re Arthur, spiega il poeta, proprio perchè i cavalieri hanno preferito la conquista di un vago ideale al servizio esemplare del loro re e del suo regno. Poichè il buon cristiano non deve mirare all'impossibile, non deve peccare di orgoglio, ma accontentarsi delle facoltà che Dio gli ha dato e servire il Bene con umiltà e rassegnazlone.
Dal canto suo la scienza non deve svilupparsi più rapidamente della morale, a rischio di sfociare in un disastro come quello toccato al mago Merlino, simbolo della creatura orgogliosa del proprio potere.
La lezione di Tennyson ha un effetto rassicurante. La borghesia che allora guida l'Inghilterra affronta con occhio nuovo l'epoca che ha dinanzi. Sarà filantropica, come lo erano i cavalieri puri, perchè la natura umana è identica in tutti gli uomini; e accetterà con prudenza che la vita dell'universo sia retta da leggi scientifiche e non più solamente divine. Scienza e religione andranno abbastanza d'accordo, restando inteso però che la morale deve fondarsi sulla religione.
Leggenda mai compiuta, che ora sgorga al richiamo dei poeti, ora rimane come assopita, quasi dovesse riprender forza prima di una nuova fuga. Qual è infine il significato del Graal? Innanzitutto il patetico sforzo dell'uomo per essere uno nel corpo e nell'anima.
Poco importano le prove che bisogna affrontare per giungere alla Verità, ma non sono sufficienti nè il semplice godimento dei beni terreni, nè la pura ascesa spirituale. La redenzione, nel cristianesimo o in altre religioni, passa necessariamente attraverso il corpo, perchè anch'esso deve essere salvato. Che un asceta ferisca volontariamente il proprio corpo, che i cavalieri affrontino mille prove, che altro significa tutto ciò se non che nessuno ha il diritto di disprezzare o di ignorare l'involucro carnale? In secondo luogo l'unità dell'uomo deve tener conto della presenza di tutti gli altri uomini: finchè Parsifal non si cura della sofferenza altrui egli non esiste; è condannato a vagare in un mondo completamente muto. La scoperta della Verità passa dunque attraverso la solidarietà universale che così verrà espressa da Paul Claudel: Siamo tutti montoni della stessa lana.
Infine, la conquista della Verità, o di Dio, è una questione personale. Nella misura in cui l'uomo si sente in pace con se stesso, nella misura anche in cui condivide le prove dei suoi simili, egli può aspirare al sommo Bene. Un dono, il Graal? Sì, ma concesso soltanto a coloro che lo vogliono e che si piegano alle leggi morali. Ideale di vita e di perfezione, il Graal non è altro, in definitiva, che lo scopo che ciascuno, a modo suo, assegna al proprio destino.


Padre Pio possedeva il Graal?

Tratto da "La Gazzetta del Mezzogiorno" del 26 Novembre 2003

Il vasetto greco, recuperato da Festa e appartenuto a Padre Pio, sarebbe passato prima per le mani di San Pietro, poi per quelle di San Francesco. Si evincerebbe da una lettera inedita, resa nota oggi dal nipote del medico Giorgio Festa che nel 1919 fu inviato dalla Santa Sede ad indagare sulle stimmate del Santo.
ROMA - Padre Pio possedeva il sacro Graal, la coppa dell’ultima cena di Gesù con i discepoli, dove dopo la crocifissione sarebbe stato raccolto il sangue di Gesù. Non ci sono dubbi per Alberto Festa, nipote del medico del frate, lo nega padre Florio Tessari, postulatore della causa di canonizzazione di padre Pio, secondo il quale anche il vicepostulatore di padre Pio, padre Gerardo Di Flumeri, non condividerebbe l’autenticità della lettera ed il significato del vaso. In una lettera inedita di Padre Pio, resa nota oggi dal nipote del medico Giorgio Festa che nel 1919 fu inviato dalla Santa Sede ad indagare sulle stimmate del santo di Pietralcina, il frate con le stimmate scrive che il vasetto greco, recuperato da Festa e appartenuto a Padre Pio, sarebbe passato prima per le mani di san Pietro, poi per quelle di San Francesco. Un passaggio decisivo, che induce Festa a non escludere che si possa trattare del Sacro Graal. Ma padre Tessari invita alla cautela e nega all’oggetto un «significato reale». Il «segreto» di Padre Pio, presentato stamani a Palazzo Cherubini, sarebbe contenuto in una lettera, scritta dal santo poco prima di morire, a frate Cristoforo da Vico del Gargano. In essa, la cui autenticità è stata confermata dal perito grafologo Antonio Bravo, si legge: «A Padre Cristoforo da Vico del Gargano affido i resti di umili segreti a me donati da cristiani fedeli(...). Ti lascio il piccolo Vaso greco dell’Apostolo Pietro in me Segreto perchè Dono di Dio a mio padre e testimone della immensa luce. Custodiscilo per i poveri di fede». Il «padre», a cui si accenna, sarebbe, anche secondo il postulatore, San Francesco a cui Padre Pio era legato da grande devozione. Nella lettera, che è una sorta di testamento, si parla anche di altri due oggetti, una ciotola e una lucerna, che Padre Pio affida ad altre persone care e attualmente starebbero uno in America e l’altro in Giappone. Secondo padre Tessari «non c’è alcun dubbio sull’autenticità degli oggetti, che sono stati periziati, ma non hanno un significato reale e materiale. Sono un simbolo di spiritualità». In particolare, spiega, «il vaso risale ai tempi di Gesù e Pietro potrebbe averlo toccato. Fu probabilmente prelevato da alcuni scavi in Terra Santa e portato in dono a Padre Pio da fedeli cristiani. Ma è sempre un piccolo vasetto che non deve diventare un feticcio». Il postulatore mette in guardia da «inopportuni ritorni al medioevo» e, benchè precisi che «potrebbe esserci un rapporto particolare con l’ultima Cena», aggiunge che «gli oggetti sono comunque da interpretare come un rimando alle scene del Vangelo vissute nel cuore da Padre Pio». In sintesi si tratterebbe di «simboli spirituali» privi di «valore materiale», o meglio «frammenti di umanità e spiritualità» di Padre Pio. Meno incerto Alberto Festa, da anni impegnato nella ricostruzione del lavoro svolto dal prozio divenuto amico e confidente del santo. «Conosco solo un oggetto che possa essere definito testimone della immensa luce, come scritto nella lettera, ed è il sacro Graal», conclude.


Dove si trova il Graal?

 

Glastonbury Tor (INGHILTERRA)
Nel 63 d.C. Giuseppe d’Arimatea, discepolo di Gesù, lasciò la Terra Santa per una missione segreta. Dopo un lungo e pericoloso viaggio per mare l’imbarcazione di Giuseppe raggiunse uno stretto estuario a est dell’Inghilterra. Innanzi a lui, si ergeva la sua destinazione ultima: Glastonbury Tor, l’isola di vetro. Una volta sbarcato, Giuseppe alzò il suo bastone al cielo in segno di ringraziamento e lo affondò poi nel terreno. Con sé, aveva portato un prezioso tesoro: si trattava di una coppa contenente il sangue di Gesù Cristo, il Sacro Graal. In Inghilterra il Graal restò a lungo. Per secoli la sua custodia venne tramandata ad una discendenza di guardiani. In un anno imprecisato del primo millennio i monaci di Glastonbury annunciarono la scoperta di due ampolle che sarebbero state sepolte con Giuseppe d'Arimatea. Erano state menzionate in precedenza (verso il 540) da Maelgwyn di Gwynedd, zio di san Davide, che scrisse:
Giuseppe aveva con sé nel suo sarcofago due ampolle bianche e argento piene di sangue e sudore del profeta, Gesù.
Le ampolle sono raffigurate nelle vetrate colorate della chiesa di St. John a Glastonburv, nella chiesa di Langport in Somerset e sulla parete divisoria fra la navata e il coro a Plymtree nel Devon. Non furono mai esposte al pubblico e questa mancanza di una conferma visibile della loro esistenza diede origine alcuni secoli dopo a una nuova tradizione di Glastonbury: il roveto incantato. Nel 1520, la letteratura locale parlava di un cespuglio a Wearyall Hill che si copriva di foglie e di fiori a Natale oltre che a maggio. Il cespuglio venne distrutto durante la Guerra Civile britannica (1642-1651), ma alcuni germogli furono ripiantati lì intorno e ogni pianta fiorì di nuovo nella stessa maniera. Gli esperti botanici stabilirono che il cespuglio non era originario dell'Inghilterra, ma sembrava di origine levantina. E così ebbe inizio una nuova mitologia del Somerset.
Nel 1716 un locandiere locale affermò che l'insolita pianta di rovi nasceva dal bastone che Giuseppe di Arimatea aveva piantato perché fiorisse a Natale. L'idea che la "verga" di Giuseppe dovesse fiorire in quel modo derivava originariamente da un versetto profetico del libro di Isaia 11, 1 che dice: «E uscirà un rampollo del tronco di Iesse [il padre di Davide] e una pianterella spunterà dalle sue radici». In alcune opere d'arte e scritti apocrifi della Chiesa, il bastone fiorito della stirpe reale è raffigurato in mano del padre di Gesù, Giuseppe.
Fu soltanto nel XIX secolo, grazie agli Idylls of the King di Alfred Tennyson che Glastonbury venne specificamente collegata al Santo Graal. L'insolita acqua rossastra del Chalice Well di Glastonbury venne associata al sangue di Gesù. Il pozzo fu debitamente ribattezzato Chalice Well e si disse che il colore dell'acqua derivava dal contenuto del calice del Graal che Giuseppe aveva seppellito lì vicino. Il famoso coperchio del pozzo, completo di griglia di ferro battuto in stile celtico, fu disegnato dall'architetto Frederick Bligh Bond dopo la Grande Guerra. Nonostante l'assortimento di elementi sacri e arturiani a Glastonbury (alcuni veri e altri falsi), l'associazione personale di Giuseppe di Arimatea alla Britannia ricevette attestazioni storiche molto più valide. Fu oggetto di dibattito in vari Concili ecclesiastici europei, dove gli inglesi poterono vantare un collegamento con il cristianesimo molto precedente a quello di Roma. Al Concilio di Pisa nel 1409 si discusse persino se fosse venuto in Occidente prima Giuseppe o Maria Maddalena. Negli Annales Ecclesiasticae del 1601, il bibliotecario vaticano cardinale Baronio annotò che Giuseppe di Arimatea giunse per la prima volta a Marsiglia nel 35 d.C. Da lì, andò in Britannia con i suoi compagni a predicare il Vangelo. Questo veniva confermato molto prima dal cronista Gildas III (516-570) nel De Excidio Britanniae, dove egli affermava che i precetti del cristianesimo furono portati in Britannia negli ultimi giorni dell'imperatore Tiberio Cesare che morì nel 37 d.C. Ancora prima di Gildas, eminenti uomini di chiesa come Eusebio, vescovo di Cesarea (260-340) e sant'Ilario di Poitiers (300-367) scrissero di antiche visite apostoliche in Britannia. Gli anni 35-37 d.C. sono quindi fra le prime date indicate come inizio dell'evangelismo cristiano. Corrispondono a un periodo di poco successivo alla Crocifissione e precedente al tempo in cui Pietro e Paolo erano a Roma e ai Vangeli del Nuovo Testamento.
Un personaggio importante nella Gallia del secolo era san Filippo. Gildas e William di Malmesbury lo descrissero come l'ispiratore della missione di Giuseppe in Inghilterra. Il De Sancto Joseph ab Anmathea afferma: «Quindici anni dopo l'Assunzione [vale a dire nel 63 d.C.], lui [Giuseppe] venne da Filippo apostolo fra i Galli». Nel IX secolo, Freculfo, vescovo di Lisieux, scrisse che san Filippo inviò poi la missione dalla Gallia in Inghilterra «per recare colà la buona novella del verbo di vita e predicare l'incarnazione di Gesù».
Al loro arrivo nell'Inghilterra sud-occidentale, Giuseppe e i suoi dodici missionari furono guardati con un certo scetticismo dagli abitanti del luogo, ma vennero accolti abbastanza cordialmente dal re Arvirago di Siluria, fratello di Caractaco il Pendragone. Dopo essersi consu1tato con altri capi, concesse a Giuseppe dodici hides di terra a Glastonbury, pari a circa seicento ettari (un hide è un pezzo di terreno agricolo considerato sufficiente per mantenere una famiglia per un anno con un aratro, che nel Somerset [la zona di Glastonbury] equivale a 120 acri, circa 48,5 ettari). Qui costruirono la loro chiesetta, unica del genere, sul modello dell'antico Tabernacolo ebraico. E fu forse in questa piccola chiesa che nascosero il Graal. Ancora oggi, tra la popolazione locale di Glastonbury, aleggia la convinzione che in qualche luogo si celi un magico segreto. Secondo la storia, però, i monaci di Glastonbury - come la maggior parte degli ordini religiosi dell’epoca - erano tutt’altro che benestanti, e avrebbero potuto inventare questa leggenda per attirare numerosi pellegrini ingenui a un’abbazia che aveva bisogno di urgenti restauri. Nel corso del XVI secolo il re Enrico VIII separò l’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Di conseguenza, i grandi monasteri cattolici della Britannia subirono gli attacchi della corona. Fu un’epoca di terrore e di persecuzione. L'ultimo Abate di Glastonbury, Richard Whiting, affidò ai suoi monaci una coppa di legno da portare via in un luogo sicuro. La coppa era descritta come "il più prezioso tesoro della nostra abbazia".
I monaci di Glastonbury fuggirono con il calice alla volta del feudo di Nanteos Manor, nel Galles. Qui, fu loro offerto un rifugio. Il priore divenne il cappellano della famiglia, mentre i monaci lavoravano nella tenuta. Secondo una leggenda, quando morì l’ultimo monaco, il Graal fu affidato al signore del feudo e lì rimase per 400 anni.
Adrian Wagner, pronipote del più celebre Richard (pochi sanno che Richard Wagner visitò la Nanteos Mansion appena prima della realizzazione del suo 'Parsifal'), riporta un ulteriore tappa della reliquia, nell'Abbazia Cistercense di Strata Florida: "La coppa è la stessa usata durante l’ultima cena, fatta di legno d’ulivo. Giuseppe d’Arimatea portò la coppa a Glastonbury dove rimase fino al XVI secolo quando i sette Monaci di Glastonbury fuggirono, portandola con sé e lasciandola al sicuro nelle mani dei Monaci Cistercensi di Strata Florida."
Il Graal - si diceva - era una coppa di scuro legno d’ulivo dal diametro di una quindicina di centimetri, e per tutto quel tempo, pare facesse bella mostra di sé nell’abitazione della famiglia. Molti ritengono che alla morte dell’ultimo signore del feudo, nel 1952, la coppa fu affidata ad altri e sia ora conservata nel caveau di una banca.
La Nanteos Cup si era nei secoli guadagnata la reputazione di possedere poteri rigenerativi, e molte cure miracolose furono dispensate, facendo bere i malati dalla Coppa. Ma ciò che rimane della Coppa di Nanteos è davvero un frammento dell’originale coppa utilizzata da Cristo per il Sacramento dell’Ultima Cena? Davvero possiede poteri curativi?
Gli attuali proprietari della Coppa raccontano un evento miracoloso accaduto alla loro figlia Jean. Ella si trovava a letto in ospedale con un grave trauma cranico provocato dalla caduta di un mattone sulla sua testa. Il padre prese la Coppa e pregò che la figlia guarisse. Dopo alcuni minuti ricevette una telefonata dall’ospedale, nella quale i medici annunciarono che l’emorragia si era arrestata e la bambina sarebbe sopravvissuta. E non soltanto Jean sopravvisse, ma si riprese completamente, ed ora vive una vita normale.
Castello di Gisors (FRANCIA)
Un Cavaliere Templare, Jean de Chalon, interrogato dall'Inquisizione rivelò che, poco prima che la furia papale e del re di Francia si scatenasse sull'ordine, un convoglio composto da tre carri partì verso la Manica. In mare li aspettava una flotta di diciotto navi. Ma il convoglio non raggiunse mai la costa: probabilmente si era fermato a Gisors. Un celebre occultista francese, Gerard de Sede, in base a certe informazioni avute da un suo giardiniere, era convinto che sotto il castello di Gisors esistessero dei sotterranei misteriosi. Così De Sede insistette perché fossero svolte delle ricerche. Si scontrò con un muro di diffidenza e di omertà, finché nel 1970 vennero eseguiti alcuni scavi. Vennero alla luce undicimila monete del XII secolo. Più tardi, nel 1976, fu rintracciata una cripta rettangolare di 125 metri quadrati che non figurava in nessuna planimetria del castello. Dopo quella scoperta gli scavi furono interrotti per ordine del governo, e della cosa non si parlò più. Il giardiniere che raccontò del castello a Gerard de Sede aveva scavato una galleria sotto la torre denominata "del prigioniero": dopo uno scavo di 21 metri aveva trovato una grande cappella che, secondo lui, conteneva 13 statue (forse Cristo e gli apostoli), diciannove sarcofagi in pietra e trenta cofani di metallo in tre file da dieci. La galleria fu fatta interrare, e nessuno gli credette. Soltanto dopo molte fatiche ed ostacoli egli riuscì a trovare le prove dell'esistenza storica della cappella: in un manoscritto del '600 rinvenne la descrizione della "cappella di Santa Caterina", con tredici sarcofagi e diciannove sarcofagi. Forse i Cavalieri Templari (che secondo Wolfram von Eschenbach sarebbero stati custodi del Graal) avrebbero nascosto il loro tesoro nei sotterranei del castello di Gisors, e il ricercatissimo "tesoro dei Templari" comprenderebbe anche il Santo Graal, che i Cavalieri avrebbero ritrovato in Terrasanta. Secondo alcuni si tratterebbe del Baphomet, idolo della Setta degli Assassini, affidato, dopo la scomparsa della setta, ai Templari.
Fortezza catara di Montségur (FRANCIA)
I Catari erano membri di una setta che aveva ereditato le sue dottrine dal culto di Zoroastro e dai Manichei. Nati in Medio Oriente, si trasferirono in Europa attraversando Turchia e Balcani, insediandosi in Francia nel XII secolo. Furono sterminati nel 1244 dai francesi. Essi avrebbero potuto portare con sè il Graal durante le loro peregrinazioni. In questo caso esso si troverebbe nascosto nei sotterranei della loro fortezza. Secondo Wolfram von Eschenbach, il Graal si troverebbe nel castello di Munsalvaesche, che significa "Monte Salvato" o "Monte Sicuro" (Montségur). Si sa per certo che negli anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS, e il filosofo Alfred Rosemberg, amico di Hitler, intrapresero ricerche a Montségur e in altre fortezze catare, alla ricerca del Calice. Otto Rahn scomparve misteriosamente. Secondo alcuni fu rinchiuso in un campo di concentramento perché "sapeva troppo".
Abbazia di Fécamp (FRANCIA)
Secondo una storia franco-normanna, Giuseppe d'Arimatea avrebbe raccolto il sangue coagulato di Gesù nel suo guanto di ferro. Giunto a casa, depose il sangue in uno scrigno prezioso (forse si riferisce al Graal). Affidò la reliquia a suo nipote Isacco, il quale lasciò Gerusalemme per Sidone. Qui, fu avvertito in sogno di un pericolo imminente, e decise di proteggere il sangue del Salvatore. Si trovò davanti ad una pianta di fico che aveva le dimensioni adatte. Scavò una nicchia, e vi nascose il Preziosissimo Sangue. Perché l'umidità non lo rovinasse, preparò un tubo di piombo che lo proteggesse. Appena ebbe completato l'opera di occultamento, improvvisamente la corteccia dell'albero si riaccostò, e sanò il taglio che lui aveva praticato. L'albero, però, si trovava vicino al mare. Rischiava, dunque, di essere travolto dalle onde. Alla fine concluse che forse era proprio quella la volontà di Dio, e si decise a tagliare l'albero all'altezza delle radici. Lo spinse in mare, e questo scomparve presto dalla sua vista. Il fico giunse in Gallia, l'attuale Francia. Fu dunque inviato un messaggero a Isacco per avvisarlo che il tronco era intatto. Il territorio della Normandia ove l'albero si era arenato venne chiamato Fici Campus, attualmente Fécamp. Venne ritrovato dopo alcuni secoli, e il Preziosissimo Sangue fu sigillato in un'ampolla di cristallo e conservato nel sacrario dell'abbazia della Santa Trinità di Fécamp. Secondo Jessie Weston, l'ampolla sarebbe il vero Graal, che influenzò tutta la letteratura graaliana. La tesi è espressa in Quest of the Holy Grail, (1913)

Provenza (FRANCIA)
Secondo Alfred Weisen il termine Graal deriverebbe dalla contrazione di Gross Aal, ovvero "Grande tempio" in una lingua dimenticata. Il tempio cui si riferisce sarebbe costituito da una zona delle Gorges du Verdon, in Provenza, delimitata dal disegno di uno zodiaco di 15 chilometri di diametro tracciato sul terreno da fiumi e sentieri, e visibile solo da alta quota.
Roslin Chapel, Lothian (SCOZIA)
Il celebre ricercatore del Graal Trevor Ravenscroft annunciò nel 1962 di aver concluso una ricerca che durava ormai da 20 anni. Disse d'aver trovato il Graal nel cosiddetto Pilastro dell'Apprendista, all'interno della Cappella. La cappella è a tutt'oggi visitata da moltissimi ricercatori del Graal, e non è difficile ritrovarvi moltissimi riferimenti al Graal nelle sue incisioni e sulle vetrate. Metal-detectors sono stati utilizzati sul pilastro, ed è stato localizzato un oggetto nel centro del pilastro. Lord Roslin, il proprietario, ha assolutamente vietato di utilizzare i raggi X sulla colonna. Questa ipotesi è trattata in "The Sword and The Grail" di Andrew Sinclair, su cui si legge tra l'altro: "Sulla pietra tombale di Sir William de St. Clair a Rosslyn, compare un calice in cui è inscritto una rosa-croce ottagonale con un fiore nel centro che sta ad indicare il Sangue di Cristo. Si tratta di una delle più antiche rappresentazioni del Sangue di Cristo, che deriverebbe dalla scoperta di rivelazioni Gnostiche contenute in segreti Vangeli ritrovati dai Templari e in seguito trasmessi alla Confraternita della Rosa+Croce, che considerava il cuore di Gesù come il tempio ove la vita del mondo veniva generata, come la rosa e la coppa. Ciò suggerisce anche una connessione tra i Templari e i Catari, prima della Crociata contro gli Albigesi. I Catari erano anch'essi Gnostici, e furono molto influenzati dal trovatore Courst che scrisse in lingua d'Oc, in particolare nell'epico e cavalleresco "Roman de la Rose", e nel successivo romanzo sul Graal. In questi scritti i Templari, avvolti nelle loro tuniche rosso-crociate, sono i custodi del segreto della "rosa dentro il calice". Il Graal sulla pietra tombale di St. Clair spiega anche il motivo per cui attualmente esso venga custodito nel pilastro dell'apprendista nella Rosslyn Chapel, un pilastro costruito proprio per custodirlo. Se le reliquie Templari raggiunsero Rosslyn, potrebbero esser state affidate ai St. Clairs per sicurezza. Gli odierni templari di Scozia possiedono una coppa ingioiellata risalente al Medio Evo, che potrebbe essere appartenuta al tesoro dei Templari. E come sono esistiti i guardiani della Santa Croce, così i St. Clairs potrebbero essersi sentiti investiti del compito di custodire il Santo Graal nella loro cappella."
Oak Island, New Scotland (USA)
William Crooker, in una pubblicazione, sostiene che i Templari si sarebbero messi in salvo dallo sterminio perpetrato ai loro danni da Filippo il Bello, e il loro mitico tesoro sarebbe stato portato, da Henry Sinclair, in Nova Scotia nel 1398. Nascosto nel money pit, un profondissimo pozzo ancora inviolato, è oggetto della ricerca di moltissimi storici ed archeologici.
Takht-I-Sulaiman (IRAN)
La fortezza di Takht-I-Sulaiman, centro principale del culto di Zoroastro, è straordinariamente simile al castello del Graal descritto da Wolfram von Eschenbach. Alcuni identificano Takht-I-Sulaiman con la mitica "Sarraz" in cui il Santo Graal sarebbe da secoli custodito.
Valencia (SPAGNA)
In Spagna, nella cattedrale di Valencia, è conservato un calice per secoli venerato come quello che Gesù avrebbe utilizzato nel corso dell'Ultima Cena per la transustanziazione del vino. Accuratamente studiato, si è rivelato composto di tre parti: una base, costituita da una tazza capovolta; uno stelo, decorato con pietre preziose e perle; una coppa, in cornalina (varietà di calcedonio, di colore rosso). Anche la base è dello stesso materiale. La base reca su un lato un'iscrizione araba, che è stata variamente interpretata: 'larga piana', 'rosso incarnato', 'per colui che splende', 'per colui che dà luce', significati dei quali i primi due costituiscono una descrizione pertinente dell'oggetto; gli altri si riferirebbero invece alla sua destinazione. Altri significati proposti dagli studiosi sono 'gloria a Maria', 'gloria al Figlio di Maria', 'il Misericordioso', appello quest'ultimo tipico di Allah. C'è anche chi propone di leggere ALZAHIRA, il nome di una cittadina residenziale fatta costruire dagli Omaiadi di Cordova (dominanti su gran parte della Penisola Iberica tra la fine del I e l'inizio del II millennio d.C.) e andata distrutta con il crollo della dinastia. In questo caso la base del calice potrebbe provenire dall'assedio di Alzahira in cui vennero sconfitti gli Omaiadi. Lo stelo è il frutto di un raffinato lavoro di oreficeria databile tra il XII e il XIV secolo. La coppa è sicuramente la parte più antica del calice e quindi quella che riveste maggiore interesse.
Secondo la Confraternita del Santo Calice di Valencia, il Vaso utilizzato da Gesù durante l'ultima cena, "non può esser stato perso di vista dopo la morte del Redentore, poiché molte volte i discepoli si riunirono nel Cenacolo. Il Santo Calice potrebbe esser stato portato a Roma da San Pietro, capo della Chiesa. Trascorsero, poi, due secoli e mezzo, durante i quali il fervore dei cristiani non aveva bisogno di una reliquia così singolare; in seguito, esistono chiari indizi per affermare che i vari papi celebrarono nei primi secoli la Messa nello stesso calice usato da Cristo durante l'Ultima Cena. In seguito l'imperatore Valeriano scatenò una sanguinosa persecuzione contro il cristianesmo, durante la quale morì martire Papa Sisto II. Il Pontífice, prima di morire, prese la reliquia e la affidò al diacono Lorenzo, originario di Huesca. Fu martirizzato anche questi, ma non prima di esser riuscito ad inviare alla sua città natale il Calice dell'Eucarestia, accompagnato da una lettera. Era l'anno 258 o, secondo altri, il 261." Le cronache raccontano effettivamente che Lorenzo si rifiutò di consegnare ai persecutori i tesori della Chiesa romana. "Si ritiene che Lorenzo, al fine di salvare il patrimonio della Chiesa e in particolare il preclaro calice, l'abbia inviato in Spagna e proprio nella sua città, Osca, dove ancora vivevano i suoi genitori Oronzio e Pazienza, anch'essi successivamente martirizzati." (P.Baima Bollone, L'impronta di dio, Milano, 1985) Prosegue la Confraternita: "Insigni storici dell'Aragona registrarono la permanenza della preziosissima coppa a Huesca durante i secoli seguenti, finché, nell'anno 713 la Spagna fu invasa dai Musulmani, e il vescovo di Huesca, chiamato Audeberto, decise di lasciare la città per rifugiarsi, con i beni che era riscito a salvare (tra cui il Santo Calice), sulla cima del monte Pano, su cui viveva l'eremita Juan de Atarés; qui fu fondato il monastero di San Juan de la Peña; e da qui nacque un gruppo di uomini che intrapresero la dura lotta per la riconquista contro i Musulmani. E' possibile che questi eventi epici costituiscano l'origine o la fonte dei celebri poemi di Chretièn de Troyes e Wolfram von Eschenbach, che ebbero per protaginista Perceval o Parzival, che in seguito fu ripreso da Richard Wagner nel suo Parsifal. In tutti questi poemi c'è un Vaso meraviglioso, chiamato Graal o Grial, la cui relazione con il Santo Calice è facilmente comprensibile. Dal punto di vista esclusivamente storico, si deve citare un documento del 14 dicembre 1134, in cui si elencano gli oggetti custoditi nel cenobio di San Juan de la Peña, e viene nominato "el Cáliz en que Cristo consagró su sangre", il calice in cui Cristo consacrò il suo sangue. La notizia della presenza in Spagna della portentosa reliquia, il cui prestigio aveva attraversato i secoli, giunse alle orecchie del re d'Aragona don Martín el Humano, il quale, trovandosi a Zaragoza, mandò a San Juan de la Peña degli emissari influenti per ottenere il Vaso del'Ultima Cena. Il documento della donazione, conservato a Barcellona, fu vergato il 26 settembre 1399. Su esso si constata il fatto che il Santo Calice fu mandato da Roma con una lettera da San Lorenzo. La reliquia fu inizialmente custodita nel palazzo reale di Zaragoza, chiamato della Aljafería. Da qui, passò durante il regno di don Alfonso el Magnánimo, al Palacio del Real, situato presso il fiume Turia, nella città di Valencia, dove si trova a tutt'oggi. Essendo morto Antonio Sanz, cappellano maggiore della cappella regia, il re di Navarra, don Juan, decretò nel 1424, che la reliquia fosse spostata - per maggior sicurezza - nella sacrestia della Cattedrale. Per questo si stilò un documento datato 18 marzo 1437, autografato da dignitari e funzionari, su cui si descriveva "el Cáliz en que Jesucristo consagró la sangre el jueves de la Cena" (il Calice in cui Gesù Cristo consacrò il sangue durante l'ultima Cena). In seguito a questo ultimo trasferimento aumentò molto la devozione al prodigioso Vaso.
Attualmente la cappella attigua alla Aula Capitolare dove viene conservato il Calice è chiamata Capilla del Santo Cáliz: si tratta di una stanza dalla nobile architettura gotica." I dati sono tratti dal sito ufficiale della Confraternita del Santo Calice dell'Utima Cena.
La sede della confraternita si trova al seguente indirizzo:

S.I. Catedral Basílica de Valencia
Plaza del Arzobispo s/n.
46003 - Valencia

Il Presidente è Don Ignacio Carrau Leonarte, e può essere contattato all'indirizzo:

C/O Gregorio Mayans, 3 -11ª
46005 Valencia

Maggiori notizie possono essere trovate su queste pubblicazioni, in lingua spagnola:
M. Sánchez Navarrete, 1994. El Santo Cáliz de la Cena. Ed. Cofradía del Santo Cáliz.
J.A. Oñate, 1990. El Santo Grial. Ed. S.I. Catedral de Valencia.
A.Beltrán, 1984. Estudio sobre el Santo Cáliz de la Catedral de Valencia. Ed. I.D.V. "Roque Chabás".
I. Carrau, 1996. El Santo Grial y el Tercer Milenio de la Era Cristiana. Ed. Cofradía del Santo Cáliz.
J. Zahonero, 1961. XVII Centenario de la llegada a España del Santo Cáliz. Ed. I.D.V. "Roque Chabás".
Narta Monga (RUSSIA)
Sulle montagne del Caucaso in Russia, si trova un piccolo gruppo di persone che dicono di possedere una magica coppa chiamata Amonga. Questo calice ha caratteristiche comuni al Graal: può produrre cibo, dare poteri di conoscenza e sa chiamare a sé colui che è degno di berne.
Chiesa Gran Madre di Dio, a Torino
La Chiesa Gran Madre di Dio venne deliberata nel 1814, in occasione del ritorno dei Savoia a Torino, dopo l'occupazione napoleonica, e costruita nel 1831 da Ferdinando Bonsignore in forme neoclassiche, su modello del Pantheon di Roma. La cripta è adibita a Ossario dei Caduti della guerra 1915-18, e accoglie i resti di molte delle cinquemila vittime torinesi della prima guerra mondiale. La chiesa è preceduta da una scenografica scalinata, con ai lati le statue della Religione a destra e della Fede a sinistra, dovute a Carlo Chelli.
Queste statue raffigurano donne prosperose e sono piuttosto strane nei loro dettagli. La donna di destra, dallo sguardo fiero, ha in fronte il triangolo con l'occhio divino, e ai piedi la tiara papale; un angelo inginocchiato le porge le Tavole della Legge. toccandole con i lembi della veste. La mano destra, oggi mancante, sorreggeva in origine una croce.
L'altra donna (la Fede), anch'essa assistita da un angelo, tiene nella mano destra un libro aperto, e nella sinistra un calice levato verso il cielo. Secondo alcune interpretazioni, questo calice rappresenterebbe il Graal, mentre la direzione in cui guarda la statua e altri particolari fornirebbero segrete indicazioni per scoprirne il mistero. Lo stesso nome della chiesa è piuttosto curioso; certamente insolito fra titoli mariani; esiste in Italia un solo santuario con il medesimo titolo, a Fidenza (PR). Sembrerebbe davvero ricordare la vicinanza sapienziale fra gli antichissimi culti pagani della Grande Madre e la venerazione cristiana della Madonna. Un'altra scultura di personaggio femminile che reca un calice simile a quello della Gran Madre si trova nella facciata della chiesa dei Ss. Martiri (sulla centrale via Garibaldi), dedicata ai patroni della città.
Secondo una letteratura forse fin troppo abbondante, l'intera città di Torino avrebbe una spiccata natura "magica". Per sostenere questa tesi, vengono portati alcuni argomenti: particolari riti di fondazione all'origine del centro abitato, l'esistenza di luoghi carismatici e monumenti simbolici, insoliti episodi di storia cittadina e l'attuale abbondanza di associazioni esoteriche e personaggi bizzarri (più o meno raccomandabili). Tutto questo sarebbe dovuto alla presenza di potenti correnti telluriche modulate dall'unione di un fiume maschile (il Po) con uno femminile (la Dora). Si apprende inoltre che Torino avrebbe una doppia "polarità": quella positiva, con centro in piazza Castello, sarebbe in sintonia con le altre città magiche di Lione e Praga; quella negativa, con centro in piazza Statuto, si troverebbe in accordo con Londra e San Francisco.
Questa leggenda è nata nel 1978 in seguito alla pubblicazione di un libro intitolato "Torino Città Magica", scritto da Giuditta Dembech.
Chiesa di San Nicola a Bari
Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. L'impresa fu condotta da 62 marinai reclutati tra quelli tradizionalmente attivi nei porti intorno a Bari (esiste anche una piazzetta nel centro storico, a loro dedicata "Piazzetta 62 marinai") e presumibilmente fu una vera e propria spedizione composta da più barche, finanziata dal clero o dal Papa Gregorio VII direttamente. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l'eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano. I marinai sbarcarono presumibilmente a Mola di Bari, a sud del capoluogo ed arrivarono in citta' accompagnati dalla popolazione festante, su un carro. Al papa premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni (in questo caso i Turchi Selgiuchidi) nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino, e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini. Non è dato di sapere dove si trovava la coppa (che, forse, era passata per le mani di San Nicola nel VI secolo, e che gli avrebbe conferito la fama di dispensatore d'abbondanza) e chi comandò la spedizione; sta di fatto che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i cavalieri prelevarono anche alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle del Santo. Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal in quella città anziché a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti. A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale (edificata parecchi anni prima della divulgazione della "Materia di Bretagna") si trova l'immagine di Re Artù e un'indicazione stilizzata del nascondiglio. Una testimonianza della probabile presenza del Graal a Bari e' anche la periodica apparizione di "manna" ristoratrice e taumaturgica che appare nella cripta sotterranea di S. Nicola (venerato anche dai cristiani ortodossi). La storia è narrata in "Il segreto di San Nicola". Un grazie particolare a Sandro Menegatti per alcune preziose informazioni.
Cattedrale di San Lorenzo, a Genova
Nel 1101 a Cesarea fu rinvenuto un piatto di vetro verde di circa 40 centimetri di diametro. I crociati ritenevano che il contenitore fosse ricavato da uno smeraldo e che si trattasse di un dono della regina di Saba a Salomone. Nel XIII secolo l'arcivescovo Jacopo da Varagine scrisse che "si raccontava [...] che in quel piatto Cristo avesse mangiato durante l'Ultima Cena. [...] Che questo sia vero non possiamo saperlo [...], ma non possiamo però passare sotto silenzio il fatto che, in certi libri degli inglesi, si dice che quando Nicodemo tolse il corpo di Cristo dalla croce, egli raccolse il suo sangue in una stoviglia di smeraldo." Fu portato in Italia da Guglielmo Embriaco come trofeo delle Crociate. La Tradizione lo identificava con il Santo Graal, il quale - secondo una leggenda - venne intagliato in un verde smeraldo. Portato dai Francesi a Parigi nel 1806, ritornò a Genova nel 1816 ridotto in pezzi. Fu restaurato nel 1950. Secondo alcuni autori, il Sacro Catino è databile al I secolo. E' custodito nel Museo del tesoro di S.Lorenzo. Sul volumetto "Genova e la sua provincia" della cassa di risparmio di Genova ed Imperia si legge: "Nel 1095 Genova prese parte alla prima crociata. Inviò in Terra Santa le sue armate navali, occupando Antiochia e Cesarea, e fu là che si impossessarono della famosa tazza di smeraldo detta Sacro Catino, che ancora oggi fa parte del tesoro di S.Lorenzo". (Per la segnalazione di questa ultima citazione e per l'immagine ringrazio Roberto Vassallo)
Castel del Monte, ad Andria (BA)
I Cavalieri Teutonici, fondati nel 1190, erano in contatto sia con i mistici Sufi (una setta islamica) sia con l'imperatore Federico II Hohenstaufen, seguace della stessa dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all'imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato apposta per custodirlo. A proposito di questa teoria, è possibile leggere l'interessante saggio di Michele Palumbo, intitolato Il Graal a Castel del Monte. Sono disponibili due immagini di Castel del Monte: [ #1 | #2 ]
Torre Canavese (TO)
I Conti di Monferrato e Canavese Corrado e Bonifacio furono signori di Gerusalemme per decenni, durante le Crociate. Ebbero contatti con i Templari, dai quali potrebbero aver ricevuto il Graal, che fu probabilmente portato in Italia da Guglielmo di Monferrato. Wolfram von Eschenbach, infatti, parla di un Guillem che avrebbe custodito il calice. Da Ivrea, il Graal fu portato in un luogo più sicuro dal vescovo Bonifacio della Torre. Da allora, il Graal è nascosto sulle colline intorno al paese, o forse nella torre che gli dà il nome. Un indizio é nascosto in mezzo alle campagne intorno a Torre Canavese: un pilone ormai corroso dal tempo mostra il Graal in mano a San Giovanni Evangelista. Sul fianco del pilone, l'immagine di San Guglielmo, dipinto probabilmente in onore di Guglielmo di Monferrato che avrebbe portato il Graal in Europa. La storia del Graal dalla Palestina a Torre è contenuta nel libro "Il Santo Graal a Torre Canavese".
Santa Maria Giacobbe, a Pale di Foligno (PG)

Nella piccola frazione di Foligno si erge un piccolo santuario, dedicato a Santa Maria Giacobbe, fondato su un sito pagano. Risulta menzionato per la prima volta in un documento del 1295. Sulle origini esistono alcune leggende; la Santa titolare - raffigurata con un vaso di aromi - è una delle pie donne che si reca al sepolcro di Gesù per ungerne il corpo. Un tempo il luogo era assai frequentato, e vi dimorava stabilmente un eremita; oggi viene aperto in due sole occasioni, durante la festività del 25 maggio e dell'Ascensione. Particolarmente interessante è rara è la raffigurazione - nei dipinti murali all'interno del Santuario - del Santo Graal. Un affresco trecentesco rappresenta il Cristo a braccia aperte (forse il Volto Santo di Lucca) tunicato, ai cui piedi sono due calici, fra cui il Graal. Un altro affresco, quattrocentesco, è ancora più singolare: nel mistero del Natale, una donna genuflessa di fronte alla Vergine, depone il Bambino nella culla a foggia di Calice, con il cartiglio Ecce Christus.
Siena

Il Duomo di Siena è il massimo monumento cittadino e una delle più splendide creazioni dell'architettura gotica in Italia. Si tratta anche di uno dei monumenti più "magici" della penisola, non solo per la suggestiva bellezza dell'impianto cittadino, non solo per l'eccezionale ricchezza artistica, non solo per la straordinaria profondità dei contenuti simbolici, ma anche per un "qualcosa" di indefinibile, eppure ben percepibile che si può avvertire al suo interno. E' una sottile esaltazione dell'animo, un'illuminazione dello spirito. C'è chi narra esperienze estatiche, c'è chi dice di aver sentito la presenza di Dio. Questa arcana sensazione è così intensa e particolare che indusse Richard Wagner a chiedere ad un suo amico pittore di inviargli dei bozzetti dell'interno del Duomo senese perché servissero da modello per il tempio del Santo Graal nel suo Parsifal.
Abbazia di San Galgano, a Chiusdino (SI)
L'Abbazia di Sal Galgano è un monumento fra i più insigni dello stile gotico-cistercense in Italia; fondata alla fine del sec. XII, divenne un importante centro religioso. Il fascino dell'edificio è davvero notevole, con il cielo aperto per tetto e la terra di un prato per pavimento: fiori e stelle. Poco più in alto sorge la primitiva chiesetta di S. Galgano, di forma circolare, dall'originalissima architettura romanica; al centro di essa si vede un masso con una spada confitta, dall'occulto significato simbolico. Secondo la tradizione, infatti, in questo luogo il nobile cavaliere Galgano Guidotti (1148-1181), di Chiusdino, confisse la sua spada nella roccia per adorarne l'elsa in forma di croce; in quel momento fu convertito alla santità da una sfolgorante apparizione dell'arcangelo Michele. Galgano visse da eremita gli ultimi anni della sua vita, erigendo attorno al masso una cappella, poi destinata a divenire l'attuale chiesetta. I Cistercensi di Casamari ottennero di costruire in onore di Galgano, canonizzato nel 1185, un oratorio e un edificio, nucleo dell'Abbazia, che rapidamente crebbe in splendore e potenza. La spada attuale sostituisce la precedente, spezzata nel tentativo di estrarla; il masso è stato protetto da uno spesso cristallo. Un prezioso reliquiario della testa di san Galgano, proveniente dall'Abbazia, si trova oggi nella Sala del Tesoro del Museo dell'Opera Metropolitana di Siena. Questa tradizione della spada di san Galgano richiama quella notissima della "spada nella roccia" del leggendario re Artù. Narra il mito che alla morte di Uther, sovrano inglese senza eredi, si trovò nella città di Londra una prodigiosa spada profondamente infissa nella roccia: chiunque fosse riuscito ad estrarla sarebbe diventato di diritto re d'Inghilterra. Ma per far questo era necessaria purezza di cuore e non forza fisica: la magica spada cedette solo alla nobiltà d'animo e alla saggezza di Artù, che divenne poi il fondatore di un'eletta cerchia di cavalieri (la Tavola Rotonda). È interessante notare che a opera di alcuni narratori le gesta esoteriche di Artù e dei suoi cavalieri - compresa la "cerca" del Graal - divennero assai note in Europa durante il secolo XII, proprio all'epoca della leggenda di san Galgano. Infine, il nome stesso di Galgano è assai simile a quello di uno dei cavalieri arturiani, Galvano.

 

Chiesa di Sant'Andrea Apostolo, a Mantova
La Chiesa di Sant'Andrea di Mantova è uno dei massimi edifici religiosi del Rinascimento, capolavoro dì Leon Battista Alberti (1470), venne iniziata da Luca Fancelli nel 1472, e terminata in due riprese nel Seicento Al centro della chiesa, sotto la cupola, un genuflessorio ottagonale copre la pane di cripta dove è custodita, in due vasi d'oro collocati in un altare neoclassico, la reliquia in onore della quale fu eretta la basilica: alcune gocce rapprese del sangue di Gesù Cristo. Tradizionalmente, la sacra reliquia venne portata a Mantova da san Longino, il soldato romano che secondo i Vangeli (Giovanni 19,34) trapassò con una lancia il costato di Gesù sulla croce: si narra infatti che sconvolto dal proprio gesto e convertito alla fede, Longino abbia raccolto il sangue del Redentore; quindi si mise in viaggio predicando, e poco prima del martirio, avvenuto a Mantova, la interrò.
Dopo l'interramento della reliquia, di essa non si parlò più per secoli, fino cioè all'anno 804, quando Sant'Andrea, apparso ad un suo fedele, indicò con precisione nell'orto dell'ospedale di Santa Maddalena, il luogo ove si trovava interrata la cassetta portata da Longino con il prezioso cimelio. Vicino alla reliquia vennero trovate anche le ossa del Martire ossa conservate tuttora nella Basilica di Sant'Andrea, in un'urna sita nella terza cappella a destra entrando. A conferma della sacra presenza del Martire, una iscrizione reca in latino Ossa di Longino, colui che colpi il Costato di Gesù.
La sensazionale scoperta venne rapidamente conosciuta ovunque, tanto che Carlo Magno, impressionato del fatto, invitò subito Papa Leone III a recarsi a Mantova per raccogliere maggiori notizie sul fatto miracoloso. I1 pontefice eseguì l'incarico, fece gli opportuni accertamenti in loco e poi rilasciò una dichiarazione attestante l'autenticità della reliquia, ricevendo anche in dono una piccola porzione di essa da consegnare a Carlo Magno.
Grato per tale insperato regalo, l'Imperatore lo fece deporre nella "Cappella Reale" di Parigi. Di questo ritrovamento é testimonianza anche una lapide, posta all'ingresso della Basilica di Sant'Andrea, dalla parte della Piazza Leon Battista Alberti, che così dichiara

Sacri Cuoris
hic inventione facta
sub Leone PP III
et Carulo Magno

Nell'anno 923 l'invasione degli Ungari, che già aveva recato gravissimi danni dov'erano passati, metteva in pericolo la Reliquia mantovana ed in quella occasione si provvide a metterla nuovamente al sicuro temendo profanazioni. Ed infatti si provvide a dividere il terriccio misto a sangue, raccolto da Longino in due porzioni: la prima venne nascosta nella chiesa di San Paolo (che era contigua alla cattedrale mantovana) e la seconda, suddivisa a sua volta in due vasi di cristallo, nell'orto dell'oratorio dedicato al Sangue di Cristo.
Una seconda volta dal momento che 1'occultamento della reliquia, per evidenti ragioni, era stato segreto, venne dimenticato il luogo ove era stato nascosto il più prezioso ricordo della Passione e Morte di Nostro Signore. Si dovette attendere l'anno 1048 quando ancora una volta l'Apostolo Andrea, apparendo per tre volte ad un mendicante cieco tedesco, indicò il luogo ove le sacre reliquie erano nascoste, permettendo così il secondo ritrovamento. La data di questa seconda inventio, nella quale la Chiesa ricorda tale fausto evento, è quella del 12 marzo di ogni anno. Isabella d'Este decretò la festività di tal giorno, anche agli effetti dell'esenzione dal lavoro. Per le sacre reliquie ritrovate vennero costruiti una chiesa ed un monastero benedettino. Da quel momento incominciò l'afflusso in città di molti pellegrini accorsi per venerare la scoperta ed insieme ai pellegrini incominciarono a giungere Pontefici ed Imperatori. Nel 1053 papa Leone IX, nel 1055 l'imperatore Enrico III, il quale ricevette una minuscola porzione della reliquia, che poi - dopo diversi passaggi - giunse alla cittadina di Weingarten ove oggi è conservata e venerata.
Il sangue di Cristo, come simbolo, rimanda evidentemente al Graal, che ne fu bagnato; il sangue raccolto da Longino richiama anche il concetto mistico - misterioso e potente - del Sacro Cuore, perché la lancia fatale trafisse il costato di Gesù. Il culto ha dato origine, nel 1608, all'ordine militare del Sacro Sangue di Cristo. Un'altra importante analoga reliquia si conserva a Sarzana (SP), nella cattedrale di S.Maria Assunta. Secondo la tradizione, il venerdì santo dell'anno 782 un misterioso navicello comparve nel porto dell'antica Luni (oggi presso Ortonovo, SP): conteneva un crocifisso, in una cavità del quale vi era un'ampolla del sangue di Cristo. Il crocifisso, noto come Volto Santo, citato da Dante Alighieri (Inferno XXI, 48), fu portato a Lucca, nel Duomo di S.Martino, dove ancora oggi si trova; l'ampolla, dapprima custodita nella stessa Luni, venne poi trasferita con la sede episcopale a Sarzana (1204).
(Per alcune informazioni ringrazio Luigi Pescasio)
Aosta
Ogni anno nella città di Aosta si tiene la "Foire de Saint Ours", fiera patronale dedicata a Sant'Orso che risale ad oltre mille anni fa. In quell'occasione, artigiani in grande numero espongono gli utensili e oggetti più disparati, molti dei quali di rara produzione e notevole livello artistico e tecnico. Non manca la "grolla", la famosa coppa da vino lavorata in legno, usata per fraterne bevute collettive, e che la tradizione vuole derivata dal Graal, il sacro calice dei mitici cavalieri di Re Artù.
Cannobio (VB)
Ascona e la vicina Locarno sono legate alla nascita di un sorprendente movimento ideale spontaneo - naturista e pacifista - che si alimentò grazie all'influenza di numerosi personaggi assai diversi fra loro ma animati da grandi sogni di rinnovamento dell'umanità. Tutto iniziò con l'esule russo Bakunin, teorizzatore di un’utopia sociale di ispirazione anarchica, che vi soggiornò tra il 1869 e il 1874. Dai 1885- e fino al 1928 - la baronessa russa Antonietta di Saint-Léger trasformò le isole di Brissago in un meraviglioso paradiso botanico. Nel 1889 il teosofo locarnese Alfredo Pioda fondò sul colle Monescia alle spalle di Ascona una comunità utopistica che in seguito altri (Ida Hofmann, Henri Oedenkoven, i fratelli Karl e Gusto Graser) trasformarono nella cooperativa dl "Monte Verità", che diede il nome all'altura stessa. Nel 1905, l’anarchico tedesco Erich Muhsam propose che questo luogo divenisse una sorta di repubblica per tutti i perseguitati del mondo. Ma saranno soprattutto scrittori, artisti e filosofi d'ogni sorta a frequentare Monte Verità. Uno degli ospiti più illustri di Monte Verità fu Cari Gustav Jung, ideatore della psicologia analitica. Ne rimane traccia nell’importante e attiva fondazione junghiana Centro Eranos - che è tuttora esistente - creata nel 1928 nella vicina frazione Moscla da Olga Frobe-Kapteyn, spirito poliedrico di intellettuale. La donna era anche un'artista, e innalzò un'interessante pietra scolpita con l’immagine del Graal e dedicata all'ignoto genius loci (il principio spirituale del luogo).


Il Graal e la Chiesa Cattolica

A cura di Robert Moynihan

La causa principale dei problemi della Chiesa Cattolica è la perdita del senso del sacro e della presenza di Dio; devono essere ritrovati.
Ci sono stati, durante questa estate [1995 NdT], discordanti teorie riguardo la ricerca del Santo Graal - la coppa o il calice che Gesù utilizzò durante l'Ultima Cena, quando istituì il mistero centrale della fede Cristiana: l'Eucarestia. Una di queste sostiene che il Graal si troverebbe in una normale casa, in possesso di una signora dell'Inghilterra meridionale. Un'altra dice che si troverebbe a Roma, ma non nel Vaticano, bensì in possesso dell'ultimo dei Cavalieri Templari, il quale, nonostante non sia una persona "ordinaria" (dopotutto è un Templare!), vive in un appartamento ordinario nel quartiere di Monteverde Nuovo. Noi non facciamo troppo affidamento a queste teorie, di certo. Ma, cosa ancora più importante, non saremmo più sorpresi se anche queste teorie fossero verificate. Perché? Non si può negare che la storia della ricerca del Santo Graal sia uno dei temi più grandi e longevi della cultura occidentale, abbia fatto sì che emergessero figure come Artù, Lancillotto, Galahad e Parsifal e sia emersa anche in un recente film di Steven Spielberg. Anche noi abbiamo passato molto del nostro tempo per cercare, e trovare, il Graal. Nonostante ciò, il Graal di per se stesso non ha alcuna conseguenza su di noi.
Che cosa significa ciò? Non ha alcuna conseguenza perché tutto ciò che rappresenta, il suo mistero, la divina aura che lo circonda, il potere curativo che si dice possegga, è infinitamente sorpassato dal mistero celebrato durante ogni Santa Messa, utilizzando un qualsiasi calice ordinario per l'Eucarestia. Ogni calice è un Santo Graal. Quando un sacerdote solleva nelle sue mani il pane consacrato e, in un calice, il vino consacrato, egli fa delle sue mani e del calice degli strumenti divini. Questi calici portano in sé la divinità come se fossero lo stesso Santo Graal sul quale Gesù, durante l'Ultima Cena, pronunciò le parole "Questo è il mio sangue della Nuova Alleanza".
Chiunque mangi quel pane e beva dal calice può diventare uno strumento nelle mani di Dio, portare in sé la stessa vita divina, e vivere per l'eternità. Per questo motivo i primi Cristiani si riunivano a celebrare la cena Eucaristica: essi volevano trascendere il tempo e rinnovare quel momento della storia in cui una nuova ed eterna alleanza era stata siglata attraverso il sacrificio di un solo uomo.
Questo è ciò che abbiamo perso: la fede nel fatto che siamo alla presenza del Santo Graal durante ogni Messa, non importa chi la celebri, se un prete anziano o uno giovane, uno colto o un ignorante, un santo o un peccatore. Abbiamo perso il senso della Reale Presenza, della presenza di Dio tra noi: Emmanuele.
Ma se ciò che accade durante la Santa Messa viene considerato soltanto come un memoriale e non un rinnovamento di un unico sacrificio in una mistica comunione con Cristo, allora nessun calice è il Santo Graal


Scienza e religione

 

A cura di Stefano Bartezzaghi
Tratto da "lessico&nuvole" del 27 maggio 2004

Tutti a chiedere: ma hai letto il Codice da Vinci? cosa ne pensi dei giochi e dei crittogrammi che propone? Il libro è abbastanza insopportabile, e non allaccia le ghette al Pendolo di Foucault di Umberto Eco. Personalmente ho riscontrato che, almeno nelle opere del secondo Novecento (escludendo dunque la Terra Desolata di Eliot) quando si incomincia a parlare del Santo Graal il latte scende al ginocchio, e la calza scende dal ginocchio alla caviglia.
Però alcuni giochi sono interessanti, soprattutto l'idea di un gioco che vale tre volte (il gioco che c'è all'inizio sul numero di Fibonacci: non dico altro per non rovinare la suspense a quelli che stanno leggendo). I lettori dello strombazzato tomazzo si possono consolare con questa gentile e-mail di Giusi Pitari, che in qualche modo mi pare in tema:
Gentile dottor Bartezzaghi,
mi è successa una cosa molto curiosa. Sono un professore universitario e stavo scrivendo alcuni quesiti per una prova scritta di laboratorio. Uno dei quesiti era: Spiegare i principi di estrazione del DNA eucariotico.
Il programma word mi ha corretto la parola eucariotico (che evidentemente non è stata inserita nel vocabolario), Così il quesito è divenuto: Spiegare i principi di estrazione del DNA eucaristico.
Naturalmente se l'esperienza di laboratorio avesse successe molti misteri troverebbero risposta.
La ringrazio
Giusi Pitari


Il mistero del Graal

Il Mistero del Graal, la sua tradizione, la sua leggenda, possono essere visti come l'incarnazione di un sogno, di un'idea così diffusa da apparire in cento luoghi diversi del passato e del presente.
I racconti che nel loro insieme costituiscono la tradizione del Graal, fanno parte di una più ampia tradizione, che si manifesta nella leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, e contengono gli insegnamenti fondamentali di una dottrina, le cui prove e i cui riti iniziatici, sono nascosti da un complesso simbolismo. Secondo la leggenda, il Graal, dispensatore d'ogni benessere, è il calice usato da Gesù per la consacrazione dell'Ultima Cena, in cui Giuseppe di Arimatea raccolse il sangue che uscì dal costato del Cristo ferito dalla lancia di un centurione romano, identificata come la lancia di Longino. Del Graal si perdono le tracce fino all'epoca medievale. Sarà Merlino a fondare la Tavola Rotonda, quale Tavola del Graal, ma la coppa ancora vi manca. Dodici cavalieri - i Cavalieri della Tavola Rotonda - si riuniscono attorno ad essa, a Camelot, il regno d'Artù, e s'impegnano a porsi alla ricerca della Sacra Coppa, percorrendo una serie straordinaria di avventure iniziatiche, finché uno solo di essi, Parsifal, la trova, comprendendone il mistero.
E' stato giustamente scritto che "le leggende cavalleresche esprimono, sotto il velo del mito, l'eterna ricerca della verità. Come i miti dell'antichità classica, questi racconti eroici sono rituali sacri, propri di fraternità segrete, che perpetuano dottrine esoteriche antichissime" (M.P. Hall). Lo stesso Julius Evola, dopo aver decisamente definito erronea l'interpretazione del tema del Graal quale mistero cristiano, indicava come sua fondamentale chiave di lettura "i temi e i ricordi conservatisi nelle tradizioni celtiche e nordiche in stretta relazione con il ciclo di Artù", e ne identificava l'essenza "nel principio di una forza trascendente e immortale, connessa con lo stato primordiale, definendone al tempo stesso il carattere non vagamente mistico, bensì più propriamente iniziatico".
In quest'ottica i simboli della Coppa e del Centro Primordiale confluiti nei racconti del Graal, sono da considerarsi universali, come universale è il motivo della regalità che discende dall'alto, come universale è il tema della via dell'azione, propedeutica alla via della realizzazione spirituale. E' noto che del Graal si sono tentate varie interpretazioni (quella celtico-pagana, quella orientale o più propriamente arabo-persiana, quella, ben presto affermatasi come la più diffusa, eucaristico-cristiana): il nucleo centrale del suo mistero permane tuttavia solidamente insondabile. Perché? Perché parlare di mistero a proposito del Graal?
Perché dietro a questo simbolo illustre si cela una via iniziatica riservata ad una aristocrazia guerriera. Questa via considera azione e valore propedeutici al combattimento interiore, ed indica nella cavalleria terrestre il veicolo che apre l'accesso alla "Cavalleria Celeste". La mistica graalica indica una realtà spirituale vivente, espressa dal valore simbolico della Santa Coppa, che finisce per identificarsi con il cuore dell'iniziato che, divenuto "vuoto" e puro, si è reso disponibile ad essere riempito dal sangue del Cristo, simbolo della Verità. Va da sé che "aristocrazia" è da intendersi, da questa prospettiva, in senso eminentemente spirituale. Tutti i simboli usati dagli autori medievali appartengono ad un contesto esoterico proprio della via iniziatica.
Il Graal è collegato espressamente al simbolo della sede Iperborea, o Isola Bianca, o Avallon, o Thule, secondo i dati della tradizione celtica. Che si tratti di una "contrada eminentemente spirituale", inaccessibile a chi non sia prode e non abbia la necessaria purezza di cuore per tentare l'impresa, lo prova un'espressione araba secondo cui all'Isola Verde (analoga all'Isola Bianca), non si giunge "né per terra, né per mare".Solo Parsifal, infatti, tra i cavalieri partiti da Camelot, raggiungerà il Graal, perché il più puro, l'unico degno di coglierne il mistero.
Esiste, poi, una connessione profonda fra la via mistico-guerriera della Cavalleria medievale, il mistero del Graal, il Centro Spirituale del mondo e l'Impero. Si allude alla misteriosa presenza di una fonte arcana del potere, personificata a volte nella figura di un Re dei Re, dal quale discende il potere che crea l'Imperatore, richiamando il concetto di regalità sacra, propria della Tradizione romana, celtica, germanica, e che riappare come motivo pregnante nei racconti del Graal.
Questa continua relazione, inoltre, è presente nel tema della Terra Desolata, che allude alle conseguenze derivanti dall'occultamento del potere regale, e nel tema della Ricerca della Santa Coppa, che si conclude con il risanamento del Re ferito e della terra che torna di nuovo a fiorire in seguito alla restaurazione del Sovrano.
Negli scritti di parecchi autori, questa restaurazione non è soltanto simbolica, non avviene soltanto nel cuore dell'iniziato, ma è reale, e riguarda il governo degli uomini; usando le parole di Dante: "riguarda l'unione della Croce e dell'Aquila per l'instaurazione in terra del Regno di Giustizia".
Fonte d'inesauribile ricchezza spirituale, il mistero del Graal fornisce ancora oggi infiniti motivi di riflessione e infinite interpretazioni, che possono anche essere in sé tutte legittime.
Come ben sapevano i cavalieri del Medioevo, o coloro che ne hanno interpretato i sentimenti, la Ricerca del Graal è inesauribile: non è mai finita, perché non può mai finire. Come i Cavalieri di Camelot, il Graal lo continuiamo a cercare tutti, ma esso resta irraggiungibile: solo chi parte da questa consapevolezza può sperare di riuscire a possederne il mistero.


Il Sacro Cuore e il Graal

René Guénon - Adelphi Edizioni

Saggio di René Guenon
Tratto da "Simboli della Scienza sacra" (Adelphi, 1975)

Nel suo articolo Iconographie ancienne du Coeur de Jésus, Charbonneau-Lassay segnala molto giustamente, in collegamento con quella che si potrebbe chiamare la "preistoria del Cuore eucaristico di Gesù", la leggenda del Santo Graal, scritta nel secolo XII, ma assai anteriore per le sue origini, poiché essa è in realtà un adattamento cristiano di antichissime tradizioni celtiche. L’idea di questo accostamento ci era già venuta in occasione dell’articolo precedente, estremamente interessante dal punto di vista in cui ci poniamo, intitolato Le Coeur humain et la notion du Coeur de Dieu dans la religion de l’ancienne Égypte, di cui richiameremo il brano seguente: "Nei geroglifici, scrittura sacra ove spesso l’immagine della cosa rappresenta la parola stessa che la designa, il cuore fu nondimeno raffigurato con un solo emblema: il vaso. Il cuore dell’uomo non è infatti il vaso in cui la sua vita si elabora continuamente con il suo sangue? ". Appunto il vaso, preso come simbolo del cuore e che si sostituisce a esso nell’ideografia egiziana, ci aveva fatto pensare immediatamente al Santo Graal, tanto più che in quest’ultimo, oltre al senso generale del simbolo (considerato d’altronde nello stesso tempo sotto i suoi due aspetti divino e umano), vediamo ancora una relazione speciale e assai più diretta con il Cuore medesimo di Cristo. Effettivamente, il Santo Graal è la coppa che contiene il prezioso sangue di Cristo, e lo contiene addirittura due volte, poiché essa servì dapprima alla Cena, e in seguito Giuseppe d’Arimatea vi raccolse il sangue e l’acqua che sgorgavano dalla ferita aperta dalla lancia del centurione nel fianco del Redentore. Questa coppa si sostituisce dunque in qualche modo al Cuore di Cristo come ricettacolo del suo sangue, ne prende per così dire il posto e ne diviene come un equivalente simbolico; e non è ancor più notevole, in queste condizioni, che il vaso sia già stato anticamente un emblema del cuore? D’altronde, la coppa, sotto una forma o sotto un’altra, svolge, al pari del cuore stesso, un ruolo assai importante in molte tradizioni antiche: e senza dubbio era così in particolare presso i Celti, giacché da essi è venuto ciò che costituì il fondo stesso o almeno la trama della leggenda del Santo Graal. È increscioso che non si possa sapere con molta precisione qual era la forma di questa tradizione anteriormente al cristianesimo, come succede del resto per tutto ciò che concerne le dottrine celtiche, per le quali l’insegnamento orale fu sempre l’unico modo di trasmissione usato; ma vi è d’altra parte una sufficiente concordanza perché si possa almeno essere informati sul senso dei principali simboli che vi figuravano, e questo è in fondo quel che c'è di più essenziale. Ma torniamo alla leggenda sotto la forma in cui ci è pervenuta; quel che dice dell’origine stessa del Graal è assai degno di attenzione: questa coppa sarebbe stata intagliata dagli angeli in uno smeraldo staccatosi dalla fronte di Lucifero al momento della sua caduta. Tale smeraldo richiama in modo sorprendente l’urnâ, la perla frontale che, nell’iconografia indù, occupa spesso il pasto del terzo occhio di Shiva, rappresentando quel che si può chiamare il "senso dell’eternità". Questo accostamento ci sembra più adatto di qualsiasi altro a illuminare perfettamente il simbolismo del Graal; e si può persino cogliervi una relazione di più con il cuore, che è per la tradizione indù come per molte altre, ma forse più chiaramente ancora, il centro dell’essere integrale, e al quale, di conseguenza, tale "senso dell’eternità" dev’essere direttamente ricollegato. È detto poi che il Graal fu affidato ad Adamo nel Paradiso terrestre, ma che, alla sua caduta, Adamo lo perse a sua volta, dal momento che non poté portarlo con sé quando fu cacciato dall’Eden; e anche questo diventa assai chiaro con il senso che abbiamo appena indicato. L’uomo, allontanato dal suo centro originale dalla propria colpa, si trovava ormai rinchiuso nella sfera temporale; non poteva più raggiungere il punto unico da cui tutte le cose sono contemplate sotto l’aspetto del l’eternità. Il Paradiso terrestre, infatti, era veramente il "Centro del Mondo", dovunque assimilato simbolicamente al Cuore divino; e non si può dire che Adamo, finché fu nell’Eden, viveva realmente nel Cuore di Dio? Quanto segue è più enigmatico: Seth ottenne di rientrare nel Paradiso terrestre e poté così recuperare il prezioso vaso; ora, Seth è una delle figure del Redentore, tanto più che il suo stesso nome esprime le idee di fondamento, di stabilità, e annuncia in qualche modo la restaurazione dell’ordine primordiale distrutto dalla caduta dell’uomo. C’era dunque fin da allora almeno una restaurazione parziale, nel senso che Seth e quelli che dopo di lui possedettero il Graal potevano per ciò stesso istituire, da qualche parte sulla terra, un centro spirituale che era come un’immagine del Paradiso perduto. La leggenda, d’altronde, non dice dove né da chi il Graal fu conservato fino all’epoca di Cristo, né come fu assicurata la sua trasmissione, ma l’origine celtica che le si riconosce deve probabilmente lasciar intendere che i druidi vi ebbero parte e devono essere annoverati fra i conservatori regolari della tradizione primordiale. In ogni caso, non sembra che si possa mettere in dubbio l’esistenza di un tale centro spirituale, o anche di parecchi, simultaneamente o successivamente, qualunque cosa si debba pensare della loro localizzazione; quel ch’è da notare è che si applicò sempre e dappertutto a questi centri, tra le altre designazioni, quella di "Cuore del Mondo", e che, in tutte le tradizioni, le descrizioni che a essi si riferiscono sono basate su un identico simbolismo, che è possibile seguire fin nei particolari più precisi. Questo non mostra forse a sufficienza che il Graal, o ciò che viene così rappresentato, aveva già, anteriormente al cristianesimo, anzi in ogni tempo, un legame fra i più stretti con il Cuore divino e con l’Emmanuel, vogliamo dire con la manifestazione, virtuale o reale a seconda delle epoche, ma sempre presente, del Verbo eterno nel seno dell’umanità terrestre? Dopo la morte di Cristo, il Santo Graal fu, secondo la leggenda, trasportato in Gran Bretagna da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo: comincia allora a svolgersi la storia dei Cavalieri della Tavola rotonda e delle loro imprese, che non intendiamo seguire qui. La Tavola rotonda era destinata a ricevere il Graal quando uno dei cavalieri fosse riuscito a conquistarlo e l’avesse portato dalla Gran Bretagna in Armorica; e questa tavola è anch’essa un simbolo verisimilmente antichissimo, uno di quelli che furono associati all’idea dei centri spirituali a cui abbiamo appena alluso. La forma circolare della tavola è d’altronde legata al "ciclo zodiacale" (ancora un simbolo che meriterebbe di essere studiato più specificamente) per la presenza attorno a essa di dodici personaggi principali, particolarità che si ritrova nella costituzione di tutti i centri in questione. Stando così le cose, non si può forse vedere nel numero dei dodici Apostoli una traccia, fra moltissime altre, della perfetta conformità del cri-stianesimo alla tradizione primordiale, alla quale il nome di "precristianesimo" converrebbe tanto esattamente? E, d’altra parte, a proposito della Tavola rotonda, abbiamo osservato una strana concordanza nelle rivelazioni simboliche fatte a Marie de Vallées, ove è menzionata "una tavola rotonda di diaspro, che rappresenta il Cuore di Nostro Signore" nello stesso tempo in cui si tratta di " un giardino che è il Santo Sacramento dell’altare ", e che, con le sue " quattro fontane d’acqua viva ", si identifica misteriosamente al Paradiso terrestre; non è ancora una conferma abbastanza sorprendente e inattesa dei rapporti che segnalavamo sopra? Naturalmente, queste note troppo rapide non potrebbero avere la pretesa di costituire uno studio completo su una questione così poco conosciuta: dobbiamo limitarci per il momento a fornire delle semplici indicazioni, e ci rendiamo ben conto che vi si trovano delle considerazioni suscettibili, sulle prime, di sorprendere un poco coloro che non sono familiarizzati con le tradizioni antiche e con i loro consueti modi d’espressione simbolica; ma ci riserviamo di svilupparli e giustificarli più ampiamente in seguito, in articoli in cui pensiamo di poter affrontare anche molti altri punti non meno degni d’interesse. Intanto menzioneremo ancora, per quel che concerne la leggenda del Santo Graal, una strana complicazione di cui non abbiamo tenuto conto fin qui: per una di quelle assimilazioni verbali che svolgono spesso nel simbolismo un ruolo non trascurabile, e che d’altronde hanno forse ragioni più profonde di quanto ci s’immaginerebbe a prima vista, il Graal è a un tempo un vaso (grasale) e un libro (gradale o graduale). In alcune versioni, i due sensi si trovano anche strettamente collegati, poiché il libro diviene allora un’iscrizione tracciata da Cristo o da un angelo sulla coppa stessa. Non intendiamo attualmente trarre da ciò alcuna conclusione, benché vi siano dei collegamenti facili a stabilirsi con il "Libro della Vita" e con certi elementi del simbolismo apocalittico. Aggiungiamo che la leggenda associa al Graal altri oggetti, e in particolare una lancia, che, nell’adattamento cristiano, non è altro che la lancia del centurione Longino; ma quel che è assai curioso è la preesistenza di questa lancia o di qualche suo equivalente come simbolo in qualche modo complementare alla coppa nelle tradizioni antiche. D’altra parte, presso i Greci, si riteneva che la lancia d’Achille guarisse le ferite che causava; la leggenda medioevale attribuisce precisamente la stessa virtù alla lancia della Passione. E questo ci richiama un’altra somiglianza dello stesso genere: nel mito di Adone (il cui nome, del resto, significa " il Signore "), allorché l’eroe viene colpito mortalmente dal grifo di un cinghiale (che sostituisce qui la lancia), il suo sangue, spandendosi a terra, fa nascere un fiore: ora, Charbonneau in "Regnabit" ha segnalato "un ferro da ostie, del secolo XII, dove si vede il sangue delle piaghe del Crocifisso cadere in goccioline che si trasformano in rose, e la vetrata del secolo XIII della cattedrale d’Angers in cui il sangue divino; che cola in ruscelli, sboccia pure sotto forma di rose". Avremo fra poco da riparlare del simbolismo floreale, considerato sotto un profilo un poco differente: ma, quale che sia la molteplicità di sensi che presentano quasi tutti i simboli, tutto ciò si completa e si armonizza perfettamente, e questa stessa molteplicità, lungi dall’essere un inconveniente o un difetto, è, al contrario, per chi sa comprenderla, uno dei vantaggi principali di un linguaggio assai meno strettamente limitato del linguaggio ordinario. Per concludere queste note, indicheremo alcuni simboli che, in varie tradizioni, si sostituiscono talora a quello della coppa, e gli sono identici nel fondo: ciò non significa uscire dal nostro tema, dal momento che il Graal stesso, come si può facilmente rendersi conto da tutto quanto abbiamo detto, non ha all’origine altro significato se non quello che ha il vaso sacro dovunque lo si incontri, e che ha in particolare, in Oriente, la coppa sacrificale contenente il Soma vedico (o lo Haoma mazdeo), straordinaria "prefigurazione" eucaristica sulla quale torneremo forse in altra occasione. Ciò che il Soma raffigura propriamente, è la "bevanda d’immortalità" (l’Amritâ degli Indù, l’Ambrosia dei Greci, due parole etimologicamente simili), che conferisce o restituisce, a coloro che la accolgono con le disposizioni richieste, quel "senso dell’eternità" di cui s’è trattato precedentemente. Uno dei simboli di cui vogliamo parlare è il triangolo con la punta diretta verso il basso; è una specie di rappresentazione schematica della coppa sacrificale, e lo si trova a questo titolo in certi yantra o simboli geometrici dell’India. D’altra parte, è assai degno di nota dal nostro punto di vista il fatto che la medesima figura sia anche un simbolo del cuore, di cui riproduce d’altronde la forma semplificandola; il "triangolo del cuore" è un’espressione corrente nelle tradizioni orientali. Questo ci porta a un’osservazione che ha anch’essa il suo interesse: e cioè che la raffigurazione del cuore inscritto in un triangolo così disposto non ha in sé nulla che non sia assolutamente legittimo, si tratti del cuore umano o del Cuore divino, e che essa è pure abbastanza significativa quando la si riferisce agli emblemi usati da certo ermetismo cristiano del Medioevo, le cui intenzioni furono sempre pienamente ortodosse. Se si è voluto talvolta, nei tempi moderni, attribuire a una tale rappresentazione un senso blasfemo, ciò si deve al fatto che è stato alterato, coscientemente o no, il significato originario dei simboli, fino a capovolgere il loro valore normale: è un fenomeno questo di cui si potrebbero citare numerosi esempi, e che trova d’altronde la sua spiegazione nel fatto che certi simboli sono effettivamente suscettibili di una doppia interpretazione e hanno quasi due facce opposte. Il serpente, per esempio, e anche il leone, non significano ugualmente, secondo i casi, il Cristo e Satana? Non possiamo pensare di esporre qui a questo proposito una teoria generale che ci condurrebbe assai lontano: ma si comprenderà che vi è in ciò qualcosa che rende molto delicato l’uso dei simboli, e anche che questo punto richiede un’attenzione tutta speciale allorché si tratta di scoprire il senso reale di certi emblemi e di tradurli correttamente. Un altro simbolo che equivale frequentemente a quello della coppa, è un simbolo floreale: il fiore, infatti, non evoca forse con la sua forma l’idea di un "ricettacolo", e non si parla del "calice" di un fiore? In Oriente, il fiore simbolico per eccellenza è il loto: in Occidente, è più spesso la rosa a svolgere l’identico ruolo. Non vogliamo dire, beninteso, che tale sia l’uniti significato di quest’ultima, come pure del loto, dato che, al contrario, ne indicavamo noi stessi un altro in precedenza; ma lo vedremmo volentieri nel disegno ricamato su quella cartagloria dell’abbazia di Fontevrault dove la rosa è collocata ai piedi d’una lancia lungo la quale piovono gocce di sangue. Questa rosa vi appare associata alla lancia esattamente come lo è altrove la coppa, e sembra proprio raccogliere le gocce di sangue piuttosto che provenire dalla trasformazione di una di esse; ma, del resto, i due significati si completano molto più di quanto non si oppongano, dal momento che le gocce, cadendo sulla rosa, la vivificano e la fanno sbocciare. È la "rugiada celeste", secondo la figura così spesso impiegata in relazione all’idea della Redenzione, o alle idee connesse di rigenerazione e di resurrezione: ma pure questo richiederebbe lunghe spiegazioni, quand’anche ci limitassimo a mettere in rilievo la concordanza delle diverse tradizioni riguardo a quest’altro simbolo. D’altra parte, poiché è stato fatto riferimento alla Rosa-Croce a proposito del sigillo di Lutero, diremo che quest’emblema ermetico fu dapprima specificamente cristiano, quali che siano le false interpretazioni più o meno "naturalistiche" che ne sono state date a partire dal secolo XVIII; e non è forse degno di nota che la rosa vi occupi, al centro della croce, proprio il posto del Sacro Cuore? Al di fuori delle rappresentazioni in cui le cinque piaghe del Crocifisso sono raffigurate da altrettante rose, la rosa centrale, quand’è sola, può benissimo identificarsi con il Cuore stesso, con il vaso che contiene il sangue, che è il centro della vita e anche il centro dell’essere intero. C’è ancora almeno un altro equivalente simbolico della coppa: è la falce lunare; ma questa, per essere convenientemente spiegata, esigerebbe degli sviluppi del tutto estranei al tema del presente studio; la menzioneremo soltanto per non trascurare totalmente nessun lato della questione. Da tutti i collegamenti che abbiamo appena segnalato, trarremo già una conseguenza che speriamo di poter rendere ancora più manifesta in seguito: quando si trovano dappertutto concordanze tali, non vi è forse più che un semplice indizio dell’esistenza di una tradizione primordiale? E come spiegare che, la maggior parte delle volte, coloro stessi che si credono obbligati ad ammettere in teoria questa tradizione primordiale non vi pensano più in seguito e ragionano di fatto esattamente come se essa non fosse mai esistita, o almeno come se nulla se ne fosse conservato nel corso dei secoli? Se si vuol riflettere bene a quei che c’è di anormale in un simile atteggiamento, si sarà forse meno disposti a meravigliarsi di certe considerazioni che, in verità sembrano strane solo in virtù delle abitudini mentali proprie alla nostra epoca. D’altronde, basta cercare un po', a condizione di non avere in ciò alcun partito preso, per scoprire da ogni parte le tracce di questa unità dottrinale essenziale, la cui coscienza ha potuto talora oscurarsi nell’umanità, ma che non è mai scomparsa interamente; e, mano a mano che si procede in questa ricerca, i punti di confronto si moltiplicano quasi da soli e nuove prove appaiono a ogni istante; certo, il Quaerite et invenietis del Vangelo non è parola vana.

 

Appendice

Ci teniamo a spendere qualche parola circa un’obiezione che ci è stata rivolta a proposito dei rapporti da noi esaminati fra il Santo Graal e il Sacro Cuore, per quanto, a dire il vero, la risposta che a essa è stata già data ci sembri pienamente soddisfacente. Poco importa, infatti, che Chrétien de Troyes e Robert de Boron non abbiano visto, nell’antica leggenda di cui non sono stati che gli adattatori, tutto il significato che vi era contenuto; tale significato vi si trovava nondimeno realmente, e noi pretendiamo di non aver fatto altro che renderlo esplicito, senza introdurre alcunché di "moderno" nella nostra interpretazione. Del resto, è assai difficile dire con esattezza che cosa gli scrittori del secolo XII vedessero o non vedessero nella leggenda; e, dato che essi non svolgevano in definitiva che un semplice ruolo di "trasmettitori", riconosciamo molto volentieri che non dovevano probabilmente vedervi tutto ciò, che vi vedevano i loro ispiratori, vogliamo dire i veri e propri detentori della dottrina tradizionale. D’altra parte, per ciò che riguarda i Celti, abbiamo procurato di ricordare quali precauzioni s’impongano allorché si vuol parlarne, in assenza di ogni documento scritto; ma perché si dovrebbe supporre, a dispetto degli indizi contrari che malgrado tutto abbiamo, che essi siano stati meno favoriti degli altri popoli antichi? Ora, vediamo dappertutto, e non soltanto in Egitto, l’assimilazione simbolica stabilita fra il cuore e la coppa o il vaso;.dappertutto il cuore è considerato come il centro dell’essere, centro a un tempo divino e umano nelle molteplici applicazioni alle quali dà luogo; dappertutto la coppa sacrificale rappresenta il Centro o il Cuore del Mondo, la "dimora dell’immortalità"; cosa occorre di più? Sappiamo bene che la coppa e la lancia, o i loro equivalenti, hanno avuto anche altri significati oltre a quelli da noi indicati, ma, senza attardarvisi, possiamo dire che tutti questi significati, per quanto strani possano apparirne alcuni agli occhi dei moderni, sono perfettamente concordanti fra di loro, ed e sprimono in realtà le applicazioni di uno stesso principio a ordini diversi, secondo una legge di corrispondenza sulla quale si fonda l’armoniosa molteplicità dei sensi inclusi in ogni simbolismo. Ora, che non solo il Centro del Mondo s’identifichi effettivamente con il Cuore di Cristo, ma che questa identità sia stata chiaramente indicata nelle dottrine antiche, è quel che speriamo di poter mostrare in altri studi. Evidentemente, l’espressione "Cuore di Cristo", in questo caso, dev’essere presa in un senso che non è precisamente quello che potremmo chiamare il senso "storico"; ma bisogna dire ancora. che i fatti storici medesimi, come tutto il resto, traducono secondo il loro modo proprio le realtà superiori e si conformano a quella legge di corrispondenza alla quale abbiamo appena alluso, legge che sola permette di spiegarsi certe "prefigurazioni". Si tratta, se si vuole, del Cristo-principio, cioè del Verbo manifestato nel punto centrale dell’universo; ma chi oserebbe pretendere che il Verbo eterno e la sua manifestazione storica, terrestre e umana, non sono realmente e sostanzialmente un solo e medesimo Cristo sotto due aspetti diversi? Tocchiamo qui ancora i rapporti del temporale con l’intemporale; forse non conviene insistervi oltre, poiché queste cose sono proprio di quelle che solo il simbolismo consente di esprimere nella misura in cui sono esprimibili. In ogni caso, basta saper leggere i simboli per trovarvi tutto ciò che vi troviamo noi; ma disgraziatamente, soprattutto nell’epoca nostra, non tutti sanno leggerli.


Le tre Lastre del Santo Graal
di A.A.I.C.
La tradizione vuole che il Santo Graal sia stato retto da tre lastre .
Il Charpentier individua queste lastre con tre possibili vie di mutazione dell'individuo: quella dell'intuizione, quella dell'intelligenza e quella della mistica.
Sono le tre lastre che nella navata centrale della Cattedrale di Chartres si susseguono, dal portale di ingresso all'abside, da quella circolare a quella quadrata, a quella rettangolare. Esse rappresentano per il fedele la via verso la conoscenza del Santo Graal.
Il Santo Graal è la coppa che servì all'ultima Cena, è il vassoio dove Gesù e i Discepoli mangiarono l'agnello il giorno di Pasqua, è il vaso in cui Giuseppe di Arimatea, dopo la crocifissione, raccolse il sangue del Cristo.
Esso è dunque un contenitore che allo stesso tempo è anche pietra; sia esso il vaso di pietra o il vaso che contiene la pietra (GAR - AL), oppure la pietra di Dio (GAR - EL).
Fu intagliato dagli angeli in uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero durante la sua caduta, occupa il posto del terzo occhio di Siva e rappresenta quindi ciò che si può chiamare il senso dell'eternità.
Senso posseduto da Adamo nel Paradiso Terrestre che ha dovuto lasciare a causa della sua caduta.
Seth ottenne di ritornare nel Paradiso terrestre per ripossedere il Santo Vaso che rappresenta il raggiungimento di uno stato adamitico, la restaurazione, cioè, di quell'ordine iniziale la cui esistenza è venuta meno con la caduta dell'uomo.
Il possesso del Graal è perciò da considerarsi intimamente connesso con la coscienza di quel "senso dell'eternità" che costituisce l'elemento base per il raggiungimento di uno stato reale di iniziazione.
Esso è la condizione indispensabile per raggiungere quelli che Guenon chiama stati sovra-umani.
Il Santo Graal è quindi una coppa di resurrezione a nuova vita spirituale e non già recipiente materiale dove viene raccolto il sangue di Cristo.
Prova ne è la grande considerazione in cui presso i Catari era tenuto il Vangelo di Nicodemo che altro non può essere se non un preciso simbolismo per il raggiungimento di un particolare stato di realizzazione dell'individuo.
Infatti, non poteva esistere nella dottrina Catara alcuna possibilità di venerazione verso una reliquia che aveva contenuto il sangue di Cristo essendo, per essi, la morte stessa del Cristo una manifestazione satanica.
Essi negavano la possibilità di una morte ignominiosa sulla croce del Dio incarnato e quindi, se i Catari hanno parlato del Santo Graal questo non può che avere avuto un significato simbolico e quindi non può essere stato una coppa, ricettacolo del sangue del Figlio di Dio, ma una coppa di resurrezione e di vita spirituale.
E' proprio questo termine, "resurrezione", che è forse il più adatto a definirlo, sottolineando esso un preciso momento di rinascita spirituale e quindi di una morte della materialità dell'individuo. Se vogliamo dare credito alle molte leggende che vogliono vedere nel Santo Graal il tesoro che i "Perfetti" lasciarono in custodia ai Catari prima di essere arsi vivi sui roghi di Montségur, non possiamo assolutamente considerarlo come un qualche cosa di materiale.
Esso deve perciò essere cercato e trovato nella propria anima; è un tesoro divino, una completa coscienza della propria spiritualità. E questa completa rinascita dello spirito che ha permesso ai perfetti di affrontare i roghi della crociata cattolica romana ed è essa stessa il vero tesoro lasciato ai Catari.
Il possesso del Graal comporta l'esistenza di un centro spirituale dove è conservata la tradizione primordiale.
Questo si identifica con il Paradiso Terrestre, dove l'individuo si estrania dalla temporalità e può contemplare tutte le cose in relazione all'eternità.
Il possesso della tradizione primordiale è dunque intimamente connesso con quel senso dell'eternità di cui abbiamo parlato in precedenza, e sono queste le due qualità peculiari che derivano dal possesso del Santo Graal.
Dell'essere, cioè, nel punto dove è possibile la comunicazione diretta e continua fra la Terra e i Cieli.
La tradizione, proprio grazie a questa continuità, non può mai essere smarrita, potrà essere solo nascosta.
I centri spirituali secondari perdono la capacità di comunicare con il centro spirituale primo che diventa, in quel momento, inaccessibile ma non per questo inesistente e non raggiungibile in futuro come lo fu per Seth.
Il Guenon considerando i due aspetti peculiari del Graal, e cioè quelli già nominati dello stato primordiale e della tradizione primordiale, fa notare che questi si riferiscono al duplice senso della parola Graal.
Essa significa, al tempo stesso, vaso (grasale) e libro (gradale).
Il primo di questi aspetti, esprime esplicitamente l'idea dello stato, mentre il secondo è intimamente connesso con il concetto di tradizione.
Qui viene da pensare ad altri simbolismi dove la pietra ed il libro si fondono in uno stesso simbolo.
Il libro diventa allora una scrittura tracciata dal Cristo stesso sulla coppa, oppure le Tavole della Legge di Mosè, o l'enorme pietra preziosa con scolpite alcune figure rappresentanti i simboli del dualismo Cataro.
Quest'ultimo, per inciso, è, secondo Fernand Lequeme, il Tesoro che i Perfetti lasciarono ai Catari.
0 ancora, la Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto che contiene il simbolismo della tradizione e dello stato e indica le tre vie per il suo raggiungimento.
La Tavola di smeraldo, dice Papus, comincia con una Trinità, ed il suo autore precisa, in questo modo, fin dall'inizio, la legge che regge tutta la natura.
Se il ternario si riduce ad una precisa gerarchia che va sotto il nome dei "tre mondi", quella della Tavola smeraldina è la verità nella sua triplice manifestazione nei tre mondi stessi.
E' vero: "verità sensibile corrispondente al mondo fisico".
La verità della tavola rotonda.
Senza menzogna: "Opposizione dell'aspetto precedente - Verità filosofica, certezza, corrispondente al mondo metafisico o morale".
La verità della Tavola quadrata.
Molto vero: "Unione dei due aspetti precedenti, la Tesi e l'Antitesi per costruire la Sintesi-Verità intellegibile, corrispondente al mondo divino.
La verità della Tavola rettangolare.
Visto che siamo ritornati alle nostre tre lastre, esaminiamo ora, una per una, quelle della Cattedrale di Chartres.
La prima, dopo l'ingresso nella Chiesa, è la lastra rotonda. Essa conferisce una iniziazione intuitiva ed è per questo che acquista molta importanza il movimento sottolineato dal labirinto, dal percorso obbligato che dalla periferia porta successivamente l'Uomo al centro, ponendolo in uno stato particolare di equilibrio con ciò che lo circonda.
Egli ha così raggiunto, non una conoscenza delle leggi armoniche della natura, ma una esatta posizione all'interno di esse; il suo è quindi uno stato e non una coscienza.
E' questo un rito che tende alla purificazione istintiva dell'essere; i neofiti, mano a mano che si avvicinano al centro, si liberano del peso di una personalità legata al quotidiano, per rinascere, una volta arrivati alla fine del loro percorso, completamente immersi nei ritmi naturali.
Charpentier critica quelli che hanno visto in queste lastre la rappresentazione del movimento degli astri, essendo questa, a suo avviso, una spiegazione troppo intellettuale per quella che è essenzialmente una attività fisica.
Ma è una attività fisica di tipo tutto particolare, ed egli stesso, poco più avanti, parlando del risultato di questa attività, la definisce come una condizione che si avvicina allo stato medianico e che permette una incorporazione dei "ritmi naturali".
E che cos'è questa incorporazione nel ritmi naturali, se non partecipare armonicamente al movimento del cosmo?
E' porsi al centro della ruota dello zodiaco non più soggetti alle influenze degli astri ma partecipi delle loro influenze in un centro equilibrato.
A questo punto non si può non parlare della Tavola rotonda istituita da Merlino, prima condizione per poter partecipare alla cerca. Merlino è un Mago e quindi certamente adatto ad instaurare un rapporto armonico fra l'uomo e il cosmo.
L'essere cavaliere della Tavola rotonda non costituisce quindi il risultato di una prova, ma è un fatto magico che diventa l'elemento indispensabile per partecipare a prove future.
Lo stato di passività che è caratteristico della Tavola rotonda è messo in assoluta evidenza nel racconti della Cerca del Santo Graal. Anche se il cavaliere fallisce, non gli è per questo interdetto il ritorno a Camaalot, e questo gli succede per non essersi comportato conformemente a quei principi che gli devono essere propri in quanto cavaliere; della sua appartenenza alla Tavola rotonda nulla viene menzionato né, ancor meno, messo in dubbio.
Quanto detto definisce ulteriormente la lastra rotonda come tavola di iniziazione passiva, nella quale l'uomo è guidato, e ad un tempo ci fa intravedere il significato della seconda Tavola. La seconda è la Tavola quadrata, ed è una lastra di iniziazione di carattere squisitamente intellettuale.
Essa ha permesso il passaggio dallo stato di conoscenza intuitiva, proprio della Tavola rotonda, ad una precisa coscienza di quelle stesse conoscenze.
Essa è, insomma, la quadratura del cerchio.
Con il Guenon possiamo dire che la quadratura del cerchio altro non è che la manifestazione di quelle qualità che erano contenute nello stato circolare.
li cerchio rappresenta lo stato radiale, e il quadrato la sua fissazione quando, cioè, il movimento cessa per permettere la concretizzazione del ciclo stesso.
Cioè, analogamente la sfera, che è la rappresentazione dell'espansione del punto centrale primordiale, si trasforma in cubo quando lo sviluppo di questa espansione è compiuto ed è così raggiunto l'equilibrio, che è quello finale del ciclo considerato.
La rappresentazione di questa Tavola è una scacchiera, una scacchiera di lavoro che il gioco ci insegna a leggere con maggiore acutezza.
L'unico pezzo della scacchiera che può muoversi in ogni direzione e senza ostacoli è il cavallo.
E' quella cavalla, "cabala", conoscenza della tradizione, che montata dal cavaliere lo fa muovere nella scacchiera quadrata utilizzando il cerchio.
L' importante, ora, porre in evidenza che questa, che è una tavola intellettuale, non può per questo fare a meno della precedente iniziazione per non cadere nell'aridità di quel numeri che si possono usare con la sola facoltà del cervello ma che nulla significano se non si è stati istruiti alla loro lettura.
"Disgraziato colui che prende il vestito per la legge stessa, dice lo Zohar".
Il cavaliere è quindi l'iniziato alla tavola quadrata, è colui che entra nella Cattedrale montando il cavallo.
Ogni operazione che si compie sulla Tavola quadrata è essenzialmente razionale, al limite, di organizzazione, ma, contemporaneamente, le leggi che presiedono a queste operazioni non sono assolutamente il frutto del puro intelletto umano.
Sempre, ogni operazione dell'uomo deve essere guidata da Dio. t questa, più delle altre, la Tavola delle incertezze e perciò molto difficile; simile alla prima strada che si presenta di fronte a Christian Rosenkreuz nelle sue Nozze Chimiche:
"La prima è breve ma pericolosa e passa attraverso vari scogli che tu potresti superare solo a grande fatica".
Sono questi gli scogli del materialismo, generatori dell'inganno che fanno si che quel ricercatore spirituale che vuole percorrerla senza pericolo e incertezze debba essere molto maturo.
Cabala, o meglio, Quabala che significa tradizione; quelle tradizioni ebraiche che si vogliono risalenti ai primi uomini.
A quei primi uomini che non avendo ancora commesso il peccato d'orgoglio, ed essendo quindi in uno stato di contatto diretto con Dio, possedevano la conoscenza di quella dottrina che è esposta nei Sacri Libri.
La rivelazione della chiave per l'esatta comprensione delle Sacre Scritture è stata fatta, perciò, all'Adamo Terrestre: l'uomo e gli uomini ad un tempo.
Questa è perciò una tavola di illuminazione, che tende a recuperáfd la Parola, la conoscenza globale del mondo.
Tramite essa si ha il raggiungimento di quello stato adamitico verso il quale tende Christian Rosenkreuz dopo la prova dei pesi. Dopo aver dimostrato di possedere la conoscenza delle sette arti liberali gli vengono date dal re le insegne del Toson d'Oro e del leone rampante.
Il primo rappresenta la trasfigurazione della vita nel sentimento ed il secondo che questo sentimento si innalza verso lo spirito. Charpentier dice che è il luogo dove la Cattedrale parla al cervello delle misure e dei paragoni e tre sono le vie che conducono a questo luogo.
La prima è la via normale, quella della Tavola circolare; l'uomo, dopo averla percorsa ed essersi così inserito nell'equilibrio universale, può ora intravederne le leggi e comprenderle.
E' questa la strada più lunga ma più sicura per la partecipazione all'ultima tavola, quella rettangolare.
E' la strada che Christian Rosenkreuz sceglie per giungere al palazzo dove verranno celebrate le Nozze Chimiche.
La scelta di questa piuttosto che di un'altra via risulta essere pressoché inconscia, condizionata da fatti esterni quali il corvo e la colomba, come lo è il percorso della tavola circolare; seguito dal neofita, senza una precisa coscienza di ciò che sta per accadergli, ma non per questo meno soggetto a quegli influssi che alla fine del suo percorso lo avranno profondamente mutato.
La seconda via è quella rappresentata dal portale del transetto di Sud-Est.
Esso è custodito da due cavalieri protetti dallo scudo del Carbonchio ed è quindi simbolicamente riservato a quelli che conoscono la Cabala.
A quelli, cioè, che sono già istruiti alla comprensione delle leggi della armonia del cosmo.
E' dunque una conoscenza vera del mondo fisico quella che dà la Cabala ed è la stessa che, sotto un altro simbolismo, possiedono gli Alchimisti.
Infatti, la terza via alla Tavola quadrata è costituita dal portale dei transetto di Nord-Ovest, detto degli "Iniziati".
Gli adepti, quindi, iniziati alla Grande Opera, hanno accesso alla comprensione della Tavola quadrata ma non a quella rettangolare poiché per arrivare ad essa bisogna che, come per Christian Rosenkreuz, l'Alchimia lasci il posto alla Teologia.
La prima è infatti rivolta alla penetrazione dei segreti della terra mentre la seconda è rivolta verso i segreti dei Cielo.
"Lancillotto, se non state attento nell'astenervi dal commettere peccato mortale e non abbandonerete i pensieri terreni e le delizie del mondo, invano andrete in questa Cerca. Sappiate che la vostra cavalleria non vi sarà di nessun aiuto se lo Spirito Santo non vi mostrerà la via da seguire in tutte le avventure che incontrerete". Questo disse l'eremita a Lancillotto e questo è l'ammonimento che deve sempre tener presente ogni iniziato alla Tavola quadrata. Ma non basta, l'eremita prosegue ancora dicendo che chiunque avesse una fede cosi misera e debole da credere che il proprio coraggio possa servire più della Grazia di Nostro Signore, allora per costoro non esisterebbe altro che vergogna e non potrebbe ottenere assolutamente alcun risultato.
In tutta la Cerca è costantemente ribadito questo concetto della pericolosità della cavalleria, che dà forza e potenza a chi vi appartiene e che quindi dà la possibilità, a questo, di fare, ad un tempo, molto bene ma anche molto male.
L'Eremita dice a Lancillotto che entrò a far parte del grande ordine della cavalleria provvisto di tutte le bontà e virtù terrene ma, quando rinnegò il Cristo per diventare il servo del Diavolo, in lui "entrarono tante virtù del nemico quante prima erano state quelle di Nostro Signore".
"Appena i tuoi occhi furono riscaldati dall'ardore della lussuria, cacciasti l'umiltà per accogliere l'orgoglio, cominciasti ad andare a testa alta, fiero come un leone: segretamente pensasti che non avresti più badato a nulla finché non fosti riuscito ad ottenere ciò che volevi da colei che ti sembrava così bella".
E questo ci mostra come gli strumenti di lavoro per l'edificazione dell'uomo possono diventare strumenti di offesa e di morte quando l'orgoglio prende il posto dell'umiltà.
La cavalleria diventa solo cavalleria terrena e ai suoi appartenenti viene interdetta ogni possibilità di elevazione intenti, come sono, alla ricerca di gioie mondane.
"Infatti la Cerca non è di cose terrene ma Celesti" e perciò la vista del Santo Graal sarà preclusa a tutti coloro che non si lasceranno guidare da Dio nell'arida razionalità di questa Tavola. ~ necessario perciò lasciare la cavalleria terrena per appartenere a quella celeste.
Solo così si potrà passare dalla Tavola quadrata a quella rettangolare; dalla scacchiera alla Tavola dell'Ultima Cena.
Fino ad ora abbiamo parlato di purificazione, per la prima Tavola, e di illuminazione, per la seconda, ora, giunti alla terza, parliamo di reintegrazione, di comprensione totale e quindi non solo intellettuale di ogni tradizione.
L'individuo muore una seconda volta, per poter rinascere ad un nuovo stato.
Le lastre sono tre e tre quindi sono le iniziazioni, ma solo due comportano un cambiamento di stato mentre una, quella quadrata, è solo, come abbiamo già notato, una acquisizione di coscienza.
Nella Tavola circolare il neofita entra dal portale della Cattedrale e si immette in quel percorso che lo porterà ad uno stato nuovo lasciando dietro di se quello che, con parole tanto sintetiche quanto approssimate, è d'uso chiamare il mondo profano.
Esso muore per quest'ultimo e rinasce ad uno stato dove è elemento equilibrato partecipe di un tutto armonico.
Nel passaggio dalla prima alla seconda Tavola non vi è cambiamento, non vi è né morte né rinascita, vi è soltanto maturazione.
E per questo che il lavoro che si compie in essa è solo intellettuale; è una lenta maturazione dell'individuo che era iniziata dal rifiuto dei conflitti del mondo alla soglia della Tavola rettangolare.
Ora, per questo passaggio, vi è vera morte e vera rinascita.
Lo stato di armonia con il tutto, la conoscenza più completa della tradizione, lasciano il posto alla rivelazione.
Charpentier dice che la Tavola mistica, inclusa nel coro, era chiusa. Le vie di accesso erano due, una riservata ai cappellani, mentre l'altra, "porta stretta, conduceva nell'arcata centrale della tribuna e si situava alla punta della Tavola quadrata nello incrocio dei transetti".
Una via angusta, che sottolinea la difficoltà dell'attraversamento, passaggio quasi traumatico come fu in passato quello dal grembo materno alla vita del mondo.
Ora, il passaggio avviene dal mondo della intelligenza a quello della fede mistica.
Il contatto continuo fra il cielo e la terra, nella Tavola rettangolare, è ripristinato.
In essa, ogni cerimoniale diventa segreto agli estranei, il suo perimetro è rigorosamente delimitato dal resto della chiesa e neppure lo sguardo, in origine, era libero di spaziare al suo interno.
Il "Signore disse a Mosè: "Scendi e avverti il popolo che non irrompano verso il Signore per guardare e non cadano molti di loro. Anche i sacerdoti che sogliono avvicinarsi al Signore si santifichino, affinché il Signore non si avventi contro di loro". Mosè rispose al Signore: "Il popolo non può salire sul Monte Sinai, perché tu stesso ci hai avvertiti dicendo: Poni dei limiti attorno al monte e dichiaralo Santo". Allora il Signore disse: "Va, scendi, poi salirai, tu ed Aronne con te, ma i sacerdoti e il popolo non irrompano per salire verso il Signore, perché egli non si avventi contro di loro". Mosè scese verso il popolo e lo disse loro".
Il Sinai è dunque una Tavola rettangolare, è la ricostituzione del Paradiso Terrestre, è decisamente il punto nel quale è possibile la comunicazione fra il cielo e la terra e l'essere in questo punto palesa il possesso del Santo Graal.
Se fino ad ora, per comprendere il significato della Tavola quadrata nella Cerca, ci siamo soffermati sulle avventure di Lancillotto ora, per avvicinarci a quella rettangolare, non possiamo che riferirci a quelle di Galaad.
E lui che assieme ad altri veri Cavalieri partecipa, come un tempo i dodici Apostoli, alla Mensa dei Santo Graal.
"Coloro che non devono sedersi alla Mensa di Gesù Cristo se ne vadano, perché è arrivato il tempo in cui i veri cavalieri saranno nutriti con il cibo celeste".
E' estremamente importante quanto dice questa voce nel castello di Corbenje perché essa ribadisce due precisi concetti.
Il primo è che per partecipare alla mensa di Cristo è necessario essere cavalieri.
Per poter entrare nella Tavola rettangolare bisogna cioè essere passati per la Tavola quadrata.
La lastra rettangolare è una Tavola mistica, ma non ammette l'ignoranza, e proprio per questo, nella Cattedrale di Chartres, anche all'ingresso al presbiterio riservato ai chierici e sacerdoti, sul pavimento vi è una Tavola quadrata; certo più piccola di quella della navata centrale ma non per questo svuotata dei suoi significati.
Il secondo è che la partecipazione a questa mensa è un qualche cosa di segreto, di non visibile ad occhi profani.
La comunicazione diretta fra il cielo e la terra non è un qualche cosa che cade sotto i sensi, essa è interiore, come il possesso stesso del Santo Graal.
I sacerdoti stessi debbono santificarsi prima di entrare nel luogo dichiarato Santo che è, come il Monte Sinai, ben limitato e nascosto agli sguardi di chi non può salirlo.
Questo stato di inviolabilità del luogo sacro non può che fare pensare alla città di Luz, nella quale è interdetto l'accesso all'angolo della morte.
Essa è, ad un tempo, la città sotterranea e la città celeste; è situata nel "cavo", sia essa considerata come caverna o cielo.
Non a caso Dante, per raggiungere il Purgatorio e salire infine sulla vetta del monte dove è situato il Paradiso Terrestre, deve compiere un lungo viaggio sotterraneo.
Ad un altro livello, la parola ebraica Luz, come dice il Guenon, assume il significato di mandorla o nocciolo.
Essa rappresenta dunque un qualche cosa di nascosto, interamente chiuso all'esterno, evidenziando in questo modo l'idea dell'inviolabilità.
Conseguentemente, Luz è il nome di una particella indistruttibile del corpo, alla quale l'anima rimane legata dopo la morte, fino al giorno della resurrezione.
Allora Luz, che contiene gli elementi necessari alla totale restaurazione, quando sarà giunto il momento, sotto l'azione della rugiada celeste, porterà l'essere alla sua rinascita gloriosa.
Ed è questa rugiada celeste che troviamo, sotto altro simbolo, nella Cerca del Santo Graal.
Le gocce di sangue, che Galaad raccoglie dalla lancia posta sopra il Santo Vasello e che ridanno vita ed energia alle membra di Re Vulnerato, sono questa rugiada, che agendo sulla potenzialità restauratrice dell'essere, "il Luz", le porta alla salute.
E questa è certamente specchio di una salute interiore, non già fisica.
Le simbologie dell'albero e della lancia sono dunque da ritenersi simili, sottendendo entrambe medesimi significati che vanno ben oltre quello appena menzionato.
Infatti, sia l'albero che la lancia rappresentano l'asse del mondo, e sono perciò da mettere in stretta relazione alla montagna polare. Conseguentemente, la loro presenza rende possibile la identificazione del centro spirituale, del Paradiso Terrestre, ed è perciò non a caso che nella Cerca la lancia fa la sua apparizione assieme al Santo Vaso.
E' in questa situazione che si ha lo stadio massimo di elevazione spirituale, la mondanità dell'individuo lascia il posto al rapporto diretto con Dio ed è il raggiungimento di questo stato sovraumano che fa si che Galaad possa dire: "L'altro giorno quando vedemmo una parte delle meraviglie del Santo Graal che Nostro Signore ci mostrò per compassione, io contemplavo le cose segrete che non sono svelate a tutti ma soltanto ai ministri di Gesù Cristo; e, mentre vedevo ciò che nessun cuore di uomo terreno potrebbe immaginare, né lingua descrivere, il mio cuore fu colmato da una tale gioia e soavità che, se fossi morto in quell'istante, sono certo che nessun mortale avrebbe conosciuto un trapasso migliore del mio". Analogamente in Matteo si legge : "Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte sopra un alto monte.
E si trasfigurò alla loro presenza e il suo volto risplendette come il sole, e le sue vesti divennero bianche come la luce.
Ed ecco che apparvero loro Mosè ed Elia a colloquio con lui.
Pietro allora, prendendo a parlare, disse a Gesù: "Signore è bello per noi stare qui, se vuoi farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia."
Concludendo il suo parlare intorno alle tre lastre di iniziazione Charpentier dice che non è affatto strano che si presentino nell'ordine in cui le abbiamo situate a partire dal portale reale, quello che custodisce re e regine che non hanno più nome.
"La loro nascita corrisponde proprio alle nascite realizzate nella navata coperta."
Ogni volta che un individuo percorre con pieno profitto la via iniziatica delle tre lastre, persi i "pensieri e i sentimenti personali", egli genera il proprio lo superiore.
Quell'io superiore che nelle Nozze Chimiche è rappresentato dal Re e dalla Regina generati dalla iniziazione.
E per questo che il Re dice a Christian Rosenkreuz che egli è suo padre.
Essi sono senza nome, in quanto esistenti allo stato di potenzialità; chi dà loro il nome e, ad un tempo, li genera (in questo caso possiamo considerare le due cose coincidenti) è l'oggetto di ogni iniziazione: chi porta a termine la conoscenza di tutte e tre le lastre.
(tratto da "Hiram" - giugno 1983 - Ed. Erasmo)


Dell'attualità anistorica del Graal
di A.A. I. C.
Quando i nazisti incominciarono a sventolare la croce uncinata nelle Lande di Germania, si disse che Sir Baden Powel abbia protestato, non contro i crimini che sotto quella bandiera venivano commessi e di cui nulla ancora si sapeva, ma avverso l'impiego, per scopi profani, di un simbolo la cui forza non poteva venir provocata impunemente. Trarre da ciò gli auspici nefasti sulla fine immonda del nazismo ci sembra per lo meno azzardato anche perché pochi allora fecero delle previsioni in tal senso.
E' comunque probabile che sia nata anche da ciò la fama, che non manca fra l'altro di qualche testimonianza apparentemente attendibile, di un nazismo facente capo ad una associazione segreta di carattere iniziatico. L'impiego dello Swastika, sia pure rotante a sinistra, l'appartenenza di qualche nazista alla fantomatica accademia di Thule, le capacità medianiche di altri e la procedura quasi iniziatica per l'ammissione dei primi adepti hanno certo fornito attendibilità alla leggenda.
Non è qui il caso di un esame profondo sul valore dello Swastika sinistroso che alcuni vogliono difforme a quello destroso, ed altri contrario e femminile mentre, per altri ancora, non sarebbe che una interpretazione della verga magica in mano all'apprendista stregone e quindi incontrollabilc apportatore di danni e lutti anche contro la volontà di chi tenta di farlo girare.
Vi è d'altronde popolare credenza che l'impiego di simboli sacri o magici per opere profane provochi comunque male, ma è certo che le cause vengono sempre analizzate ad effetto acquisíto. Si può invece affermare, senza tema di venir contraddetti, che ogni volta che un uomo (o più uomini) ha cercato di imporre se stesso od il suo volere al popolo od alle nazioni si è sempre servito di simboli il cui significato era magari al di fuori delle sue capacità ma che riteneva avesse il pregio di affascinare gli altri senza preoccuparsi delle ragioni per cui veniva pregiato. Così è stato per la Croce di Lorena più volte in Francia, per la Luna nascente nel bacino del Mediterraneo e per la Bipenne in Italia; ovvio che l'elenco potrebbe continuare per intere pagine.
Tutto questo proemio sullo Swastika non avrebbe ragione di essere nel nostro discorso se non vi fosse stato chi, nell'entusiasmo di cercare lombi più o meno sacri ad un movimento di cui non si riusciva a comprendere l'essenza e di gíustificarne atteggiamenti ingiustificabili, non avesse tentato, forse per fare quella confusione che ne avrebbe celata la vacuità, di suonare assieme pifferi e campane.
Sicché lo Swastika che Goering aveva una volta casualmente visto inciso su di un caminetto di una casa svedese, ha avuto, sia pur rovesciato, il suo ruolo essenziale quale simbolo della tradizione ariana accanto alle esse runiche. Ovvio quindi che si facesse mescolanza fra le leggende germaniche che il romanticismo aveva riesumate e la tradizione celtica senza tener in alcun conto gli influssi che su questa avevano avuto la Gnosi, il cristianesimo e gli altri movimenti di pensiero che, coperti dalle nebbie medioevali, avevano circolato vorticosamente nel bacino mediterraneo ed avevano investito l'Europa fino all'estremo Nord.
Sicché ancor oggi si trova qualche magazziniere di idee tradizionali che, come al solito, sa tutto ed il significato di tutto, che quando si parla di Graal, non manca di rifarsi agli influssi nefasti che la sua interpretazione avrebbe avuto nella storia ad opera di chi lo aveva inteso in modo erroneo ed al pericolo che altri ancor oggi in tal modo lo intenda e finisce con il richiamarsi a Julius Evola che, a torto od a ragione, è pur sempre un personaggio di rilievo negli studi tradizionali se viene citato da autori di ogni paese.

 

Egli infatti, dopo il solito tentativo di collegare, sfruttando argomenti marginali - secondo la sua tecnica - la leggenda all'idea del "Re del Mondo concepito come cakravartì, accosta con una disinvoltura che, a dir il vero, non gli è nemmeno solita, Re Artù al solare Vishnù cbe gira lo swastika e conclude: " Il regno del Graal, che avrebbe dovuto assurgere a nuovo splendore, era lo stesso Sacro Romano Impero. L'eroe del Graal che avrebbe dovuto divenire il dominatore di tutte le creature e colui al quale è stata affidata la potenza suprema è l'Imperatore storico Federicus se egli fosse stato il realizzato del Mistero del Graal, del mistero iperboreo ".
A suffragio della sua tesi mette in rilievo il fatto che "nessun testo sul Graal sembra essere anteriore all'ultimo quarto del XII secolo e nessuno posteriore al primo quarto del XIII secolo ".
Poi " come sparse arterie, organizzazioni segrete sembrano aver custodito gli antichi simboli e tradizioni sul Graal... Fedeli d'Amore, trovatori, ermetisti. Così arriviamo fino ai Rosacroce... " che si sarebbero auto-annullati nell'illuminismo e nelle vicende politiche della rivoluzione francese.
Nonostante gli accostamentí a Shambala e alla conclusione che la via settentrionale, la devayâna, risiede nel cuore degli asceti tibetani, il Graal di Evola altri non è che una interpretazione parziale della cakravartì strumentalizzata prima dai ghibellini e poi dagli illuministi rivoluzionari.
Considerata la personalità dello autore, non fa meraviglia che altri abbia pensato di rinnovare tale strumentalizzazione trovandovi una certa quantità di elementi che si prestavano all'uopo.
Ma ciò che è più assurdo è il fatto che alcuni di coloro che non erano e non sono certamente da annoverare fra i seguaci di Evola, abbiano visto, e magari vedano ancora, in tale interpretazione, se non addirittura nella stessa concezione del romanzo graalico, un germe dello sviluppo dell'idea nazista.
Noi non vogliamo dissentire dalla quasi totalità degli altri che trovano per sicuro assurda tutta la nostra premessa e con loro conveniamo che non è certo dimostrazione di buon gusto l'averla fatta. A nostra giustificazione possiamo solo dire che era nostro intento cercar di dimostrare -se ve ne fosse stato bisogno - a quali aberrazioni può portare la ricerca di un significato storico a fatti e leggende che possono averlo solo su un piano rituale.
D'altronde la stessa idea del re del mondo e quella giudeo-cristiana del regno di dio, se attuate su un piano storico, non hanno mancato di produrre le stesse confusioni catastrofiche che, come abbiamo altrove osservato, produrrebbero in un campo più limitato e però più facilmente accessibile alla constatazione, l'impiego dei precetti dei metallurgísti nell'industria siderurgica o di un catechismo massonico in un cantiere per grandi strutture.
Nella prefazione alle " Dimore filosofali " del Fulcanelli, Eugène Canseliet così recita: " Esprimiamo qualche riflessione sul sale a cui la fusione dà una consistenza vetrosa, particolarmente adatta ad impregnarsi di colore ed a trattenerlo saldamente, foss'anche il colore più prezioso ed evanescente. Poiché il colore è la manifestazione specifica e visibile dello zolfo segreto, l'artista conosce per tramite suo l'origine delle sue tinture. Tra queste occupa un posto importante lo spirito universale: è proprio alla base della gamma policroma della Grande Opera. Questo spiritus mundi, disciolto nel cristallo dei Filosofi, produce quello smeraldo che si staccò dalla fronte di Lucifero,, quand'egli precipitò negli abissi, smeraldo nel quale fu tagliato il santo Graal. E' la gemma ermetica che orna l'anello di Pelle d'Asino, ed è la stessa del papa alchimista Giovanni XXII nella sua tomba, e che ritroviamo sulla volta dipinta della cappella di Cimiez; essa èposta nel costone di un anello e magnificata dall'apprezzamento giustapposto in lingua italiana: "NE LA TERRA NE IL CIELO VIST HA PIU' BELLA ".
Tutto questo discorso - o la parte essenziale di esso - potrà, dopo quanto abbiamo premesso, sembrare anche ermetico per quel tanto che può far sorridere i mistici della ragione.
E la cosa più importante a nostro avviso, è quella di non mettere in dubbio il loro diritto a sorridere perché, nella costruzione del Tempio, non v'è differenza, fra le pie
tre cubiche ottenute col lavoro meccanico del tagliatore e quelle fuse nella fornace alchemica, purché vi sia intenzione unanime di realizzare l'Opera.
E ciò abbiamo, in varie altre occasioni, affermato circa l'affrancamento di ciascuno sul piano di livello che meglio egli crede.
Se ci è concesso mutuare da discipline differenti - per quanto il paragone non calzi altro che come metodo - vorremmo dire che consideriamo questi piani di affrancamento infiniti e mobili e che ognuno di essi si colloca simultaneamente in tutto lo spazio, similmente a quanto si dimostra per certe entità che, a velocità della luce, ruotano occupando in ogni istante l'íntiera orbita e tutte le orbite possibili.
Non consideriamo pertanto che un piano sia inferiore o superiore ad un altro né che il sottile sia, in assoluto, più valido di ciò che è tattile o che tattile possa sembrare né, parimenti, nella acquisízione dei simboli, che il processo analogico possa essere più nobile della semplice similitudine ma, soprattutto, ciò che íntendiamo è escludere che vi sia separazione netta fra questi e quelli e cercar anzi di non mancare occasione per notare che vi è continua interferenza e, per quanto non sempre apparente, collimazione.
Il ché può anche essere essenziale per evitare fraintendimenti. Pur non avendo la pretesa, con le nostre sommarie note (vedi: Dei tesori nascosti e dei valori sostituiti) di liberare il romanzo del Graal da ogni riferimento storico o razionale, abbiamo cercato solo di individuare alcune delle cause di inquinamento senza curarci di quella ritenuta di origine giudeo-cristiana in quanto ci sembra, se rettamente intesa, che non si presenti sostanzialmente difforme dal concetto originario.
Il giudeo-cristianesimo, a differenza dell'idealismo storico, o se meglio dir si voglia dello storicismo, sia esso idealista o materialista, in tutti i tentativi fatti, da Sant'Agostino in poi, per storicizzare gli accadimenti anche considerando la storia come un grande ciclo escatologico, non manca di ripetere i piccoli cicli come delle vere e proprie jerofanie. L'anno giudeo-cristiano non è costituito da anniversari ma da ripetizione di fatti con relative prescrizioni e divieti e la nascita, passione e morte del Cristo si ripetono, anche sul piano tattile, non come celebrazioni ma come autentici trasporti " in illo tempore ".
In attesa che i secoli siano consumati, gli accadimenti si susseguono nell'anno solare e nella vita degli individui secondo una logica tradizionale.
E vi è chi ha trovato nel romanzo del Graal, in certo qual modo, anche il superamento di questa doppia concezione ciclica, oltre al comune denominatore fra la tradizione occidentale e quella giudeo-cristiana.
" Il Graal ", dice Pierre Dujols - cito sempre dalle Dimore filosofali - " è il mistero più alto della Cavalleria Mistica e della Massoneria che è la degenerazione di quella; esso è ilvelo del Fuoco creatore, il Deus absconditus della parola INRI, incisa sopra la testa di Gesù sulla Croce ".
Per il nostro discorso è proprio quella parola " degenerazione " che alcuni potranno magari trovar appropriata senza luogo a discutere -che importa interesse. Bisogna, in primis, specificare che cosa si intende per " cavalleria mistica "; se cioè lo spirito che la informava - sempre che sia esistita secondo quanto ci è stato tramandato - o tutte quelle pratiche propedeutiche e di comportamento che avevano valore solo in quel contesto storico,.
Nel secondo caso, non troviamo per nulla fuori luogo la parola degenerazione per quanto ci sembri più appropriato il termine evoluzione o, almeno, adattamento se non addirittura - ci si perdoni la brutta espressione - aggiornamento.
Se invece è allo spirito che si riferisce Pierre Dujols, allora bisogna vedere a quale massoneria egli si riferisce.
Non intendiamo, sia chiaro, mancar di rispetto ad alcuno ed abbiamo anzi appena precisato che non ci consideriamo in grado di emettere giudizi sui metodi che uno sceglie per costruire il proprio Tempio; ma per una società che si proclama iniziatica e che si definisce massoneria ci sembra per lo meno contraddittorio certo atteggiamento quale quello assunto da qualche obbedienza in determinati periodi storici o nelle vicende profane di qualche paese.
Se è a tale massoneria che Dujols si riferisce non possiamo che trovare benevolo il termine " degenerazione " pur senza attribuire ad esso senso dispregiativo.
Ora noi non ce la sentiamo di rimproverare coloro che in nome della Massoneria hanno lottato, fino all'estrema sofferenza, per la libertà del proprio paese, né quelli che hanno propugnato il credo libertario fino alle estreme conseguenze utopistiche dell'anarchia. Ed ancor meno intendiamo criticare chi ha deformata la concezione di eguaglianza, ritenendola, sul piano profano come egualitarismo e livellamento, nel nobile tentativo di distribuire più equamente le ricchezze del mondo. E conserviamo rispetto ed ammirazione anche per l'interpretazione sentimentalistica della fraternità profanamente intesa come pietismo, o meno lacrimevole, per i bisognosi siano essi amici o nemici.
Questi sono i massoni; e possiamo trovare positivo tutto ciò, ma non chiamarlo Massoneria. Il comportamento del massone in campo profano può essere benissimo conseguenza degli apprendimentí morali acquisiti in Massoneria, ma se tale comportamento viene confuso con la Massoneria allora non è facile essere in disaccordo con Dujols anche se non è convincente il semplicismo con cui egli, che alcuni dicono Fratello di Heliopolis, emette un si drastico ed assoluto giudizio verso la unica istituzione che egli stesso definisce l'erede della Cavalleria Mistica.
E' pur vero anche che ciò che amiamo lo vorremmo migliore e quindi, come uomini più vicino a quelle che consideriamo le nostre attese. Ma come si può genericamente affermare che ciò che attendiamo non sia più vicino di quanto pensiamo?
I massoni del mondo si riconoscono nei loro simboli, ma il lavoro che compiono lo compiono nel più profondo del loro essere. Il risultato del loro lavoro non possono certo comunícarlo ad altri, né informare i Fratelli dello stato di avanzamento dell'Opera.
Nessuno è in condizione di affermare nemmeno quale delle vie scelte, o verso la quale si è indirizzato, sia migliore o più sicura di un'altra né se si possa magari intersecare con quella abbandonata o congiungersi definitívamente.
Secondo Fulcanelli il Graal è il Baphomet dei Templari: " Nella pura espressione ermetica, corrispondente al lavoro dell'Opera, Baphomet deriva dalle radici greche mès, tintore e baphéùs usato per mèn, la luna; a meno che non si voglia prendere il termine mètèr, genitivo métròs, madre o matrice, che ha lo stesso significato lunare, perché la luna è la vera madre e matrice mercuriale che riceve la tintura o sperma dello zolfo, che rappresenta il maschio, il tintore della generazione metallica... cosa che ci riconduce al battesimo simbolico di Meti... La parola latina Bapheus, tintore, e il verbo meto, indicano in egual maniera quella speciale virtù... capace di captare la tintura... che la madre conserverà nel suo seno il tempo richiesto. Si tratta del Graal... ".
Tutto ciò ci porta indietro nel tempo: Meti è divinità androgina venerata dagli Ofiti e il battesimo di Meti, secondo il barone von Hammer, corrisponde al battesimo della luce dei Frammassoni.
Ed è anche chiaro, a meno che non si pretenda di riassumere ogni cosa per addivenire a delle conclusioni; il ché abbiamo escluso dai nostri intendimenti. Abbiamo anzi tenute le nostre osservazioni malignamente slegate.
Il fatto che alcuni ritengano che Graal sia parola di derivazione greca non comporta necessariamente che il Graal sia un vaso od una coppa. Che sia stato usato come contenitore nell'Eucarestia o per raccogliere il Sangue di Cristo non implica ancora che sia un vaso o che abbia una qualunque forma. E questo lo possiamo comprendere anche noi che non siamo particolarmente versati - ci perdoni l'estensione chi ritiene di esserlo - negli studi ermetici.
Graal, per altri, non è che la deformazione linguistica di Gradal. Ed anche ciò non fa differenza.
Abbiamo visto come, per tutti, il Graal non sia altro che la pietra nella sua essenza più nobile come le Tavole della Legge, le Tavole di Smeraldo, il mercurio verde e forse anche, per le menti più versatili, il Sundial di Edimburgo.
(tratto sa "Rivista Massonica" n. 8 ottobre 1974, vol.LXV, pp. 467-473 - Ed. Erasmo)


L'ARTU' STORICO

REALTA’ O FANTASIA?
Le narrazioni definite "del Ciclo Bretone" cominciarono a diffondersi in Galles in un periodo imprecisato tra il VI e l'VIII secolo d.C.; il loro protagonista, Re Artù, vi veniva descritto come un invincibile guerriero "barbaro" impegnato in epiche avventure che oggi definiremmo "di spada e magia" o "di fantasy". La saga - diffusa oralmente - cominciò a essere messa per iscritto intorno al X secolo; le sue caratteristiche e quelle dei suoi protagonisti furono gradualmente modificate e adattate alle nuove situazioni storiche, finché, nel 1450, la leggenda assunse la veste definitiva con cui è ancor nota ai giorni nostri.

Dal punto di vista tematico, non c'è dubbio che le prime narrazioni arturiane si siano ispirate alla letteratura epica di Erin (l’Irlanda): le più antiche avventure del re guerriero sono infatti una versione "gallesizzata" di quelle del semidio Cu Chulainn, l'invincibile "Mastino dell'Ulaid" (Ulster). Ciò non toglie tuttavia che alla loro origine possa esservi un personaggio reale - un re o un capotribù britannico particolarmente popolare - anche se gli accenni dell’epoca a proposito di un Artù "storico" sono di fatto molto scarsi.


NEL NOME DEL RE
Il nome Artù (in inglese "Arthur") potrebbe derivare dai termini celtici Art ("roccia"), o Artos Viros ("Uomo Orso", in gaelico Arth Gwyr), o ancora dal latino Artorius. In tal caso Artù era forse un Comes Britanniarum, ovveroun rappresentante locale dell'impero Romano

 

 

DUX BELLORUM ARTORIUS
Artù fu citato espressamente come personaggio storico solo nel X secolo, quando la sua fama letteraria era ormai consolidata da centinaia di anni. Nella Historia Brittonum ("Storiadei Britanni") il cronachista Nennio narrò che il dux bellorum Artorius aveva ucciso personalmente novecentosessanta Sassoni durante la battaglia del non meglio identificato "Mons Badonis" (l’attuale città di Bath?), avvenuta intorno al 516.
Gli Annales Cambriae, una cronaca di autore anonimo scritta attorno al 950, citano nuovamente la battaglia di Badon, "nella quale Artù portò la Croce di Nostro Signore", e quella di Camlann (circa 539 d.C.), "in cui Artù e Medraut (Mordred) morirono, e scoppiò la peste in Britannia e in Irlanda".
Il nome del sovrano compariva inoltre in alcune agiografie gallesi, come la Vita Gildae e la Vita di San Carannog.

Manoscritto del XIII sec. con alcuni versi del poema Gododdin

 

Artù sarebbe dunque vissuto tra il V e il VI secolo, durante l'ultimo e più che mai traballante periodo dell’occupazione romana, quando Angli, Sassoni e Juti - popoli provenienti dalla zona dell'attuale Danimarca - diedero inizio all'invasione di Prydein (la Britannia); dell'importante vittoria britannica di Badon, dopo la quale trascorse un periodo di pace di circa mezzo secolo, si occupò uno scrittore coevo, San Gilda, in una sorta di pamphlet religioso intitolato De Excidio Britanniae ("Dellarovina della Britannia", 545). Gilda non citò tuttavia alcun Artù, come sarebbe stato logico se questi fosse stato davvero l'artefice della sconfitta sassone. La presenza del re a Badon ha dunque tutta l'aria di essere un'invenzione dei cronachisti dei secoli successivi, che forse avevano cercato di unificare leggende e verità storica; sta però di fatto che, subito dopo la battaglia, molti nobili britanni (tra cui un certo Aedàn AMacGabrain re di Dalriada) cominciarono a battezzare i neonati con l'insolito appellativo di "Arthur", quasi a rendere omaggio a qualche personaggio che portava quel nome.
Nell'anno 600, inoltre, venne composto il poema Gododdin; il suo autore - forse un bardo di nome Aneirin - cita un coraggioso guerriero che "fornì cibo copioso ai corvi sui bastioni della fortezza, pur senza essere unArtù". Non si sa, però, se il riferimento fa parte della prima versione dell'opera, o vi è stato inserito in una delle stesure successive.

UN ARTU’ PER TUTTE LE STAGIONI
Dopo ben quindici secoli dalla "nascita" di Re Artù, le ricerche sulla sua figura storica continuano ad appassionare schiere di studiosi.
In The Discovery of King Arthur ("La scoperta di Re Artù", 1985), il ricercatore Geoffrey Ashe identifica il sovrano con Riothamus, re britannico deL V secolo, che, a nome dell’ormai morente Impero Romano, si recò sul continente, combattè i Visigoti, e, sconfitto, nel 470 d.C. si ritirò in un paese della Burgundia chiamato Avallon. L'"Avallon" di Burgundia e un condottiero chiamato Riothamus sono storicamente esistiti; "Riothamus", per di più, non è un nome proprio, bensì la latinizzazione del termine britannico "Rigotamos", che significa "grande re", quindi - secondo Ashe - nulla vieta che il suo nome di battesimo fosse Artù; in questo caso, però, egli sarebbe vissuto cinquant'anni prima della battaglia di Badon.
Per Alan Wilson e Baram Blackett, autori di Artorius Rex Discovered("Artorius Rex scoperto", 1985), Artù si chiamava Arthwyr ap Meurig, era il sessantunesimo re di Giamorgan e Gwent ed era vissuto tra il 503 e il 579.
In The Quest for Merlin ("La ricerca di Merlino", 1985) Nikolai Tolstoy sostiene che Artù era lo scozzese Gwenddollau ap Cedio (m. 573), re di Selgovia.
L'ipotesi dello studioso Le Poer Trench taglia la testa al toro e accontenta un po' tutti: il primo Artù era il ribelle Arviragus, che combattè contro i Romani nel I secolo; questi avrebbe dato inizio a una stirpe di differenti Artù, sacerdoti del culto della "Grande Madre".

MAGHI E GUERRIERI
Anche la realtà storica dei molti personaggi che si alternarono alla corte dei re ha costituito oggetto di speculazione. Tra i cavalieri della Tavola Rotonda soltanto Drystan (Tristano) è probabilmente esistito; era figlio di Re Cynfawr, e i resti di quello che potrebbe essere stato il suo castello si possono ancora ammirare sulla collina di Castle Dore, in Cornovaglia.
Il mago Merlino, secondo la leggenda tutore e consigliere di Artù, visse forse nel VI secolo. Il suo nome, Myrddyn, derivava da quello di Caermyrddyn, la città in cui era nato; nella latinizzazione "Merlinus" la 'd' fu sostituita con una 'l' per non creare un appellativo irriguardoso; alcuni lo hanno identificato con un altro famoso filid ("bardo") chiamato Taliesin e vissuto (forse) in quell'epoca.


Secondo gli scarsi dati che ci sono pervenuti sulla sua figura, Myrddyn fu consigliere del re gallese Vortirgern (V secolo d.C.) e combattè a fianco di Re Gwenddolau (cioè Re Artù, secondo il già citato Nikolai Tolstoy) contro Rhydderch il Generoso. La sua vita sarebbe dunque stata incredibilmente lunga, tanto che alcuni commentatori ritengono che siano esistiti due Merlini diversi.
Vuole la tradizione che, dopo la sconfitta inflittagli da Rhydderch ad Arfderydd (573), il mago, impazzito dal dolore, si fosse ritirato in eremitaggio in una foresta, identificata da alcuni come Broceliande. Della sua produzione letteraria ci è pervenuto un frammento dell'opera Afallenau. La strofa recita: Saith ugein haelion e aethant ygwyllon / yng koed Kelydon y daruyant: / kanys mi vyrdin wedy Tatiessin / Byathad kyffredin vyn darogan. Sta a voi cercare di dedurre cosa significano queste arcane parole: finora nessuno è infatti ancora riuscito a tradurle.
ARTHUR" FITZGERALD KENNEDY
Negli anni '60 i cronisti americani solevano definire "Camelot" il tranquillo (apparentemente) periodo di presidenza di John Fitzgerald Kennedy. Nel 1986, nel volume King Arthur (Il mito della Tavola Rotonda) la ricercatrice Norma Lorre Goodrich identificò Camelot con l'attuale castello di Greenan, a nord di Glasgow. L'edificio era appartenuto per un certo periodo alla famiglia del defunto presidente, cosicché la stampa collegò le due vicende e diffuse la notizia che il defunto presidente John Kennedy era davvero un discendente di Re Artù.
LA TOMBA DEL RE
I luoghi delle imprese di Artù variano di narrazione in narrazione e spaziano dal Galles alla Cornovaglia e all'estremo nord dell'Inghilterra, rendendo le indagini particolarmente complesse. Il volume The Quest for Arthur's Britain ("La ricerca della Britannia di Artù") di Geoffrey Ashe è propenso a identificare Camelot - la mitica sede "dei cavalieri della Tavola Rotonda" con la fortezza neolitica di Cadbury, ai confini tra il Somerset e il Dorset.
Camlann, il sito in cui - nel 539, o nel 541, o nel 542 o addirittura nel 580 a seconda delle fonti - Artù morì in battaglia, è stato localizzato a Camlan, nel Galles, sul fiume Camel in Cornovaglia (Camlann è la contrazione di Cambogianna, che significa "fiume contorto"), nella piana di Salisbury, o anche a Cam, nel Somerset
IL REGNO DELLE FATE
Nel Vi secolo un santo di nome Collen osò varcare la "Tor" di Glastonbury e vi scoprì il palazzo sotterraneo di Gwyn ap Nudd, re delle Fate. Resosi conto che presto il fascino di quel luogo l'avrebbe sopraffatto e, di conseguenza, egli non sarebbe stato più in grado di uscirne, Collen spruzzò attorno a sé dell'acqua santa e il palazzo scomparve.
Il primo "ritrovamento" dell'isola di Avalon, il misterioso luogo ove, secondo la leggenda, il corpo del sovrano era stato trasportato dopo la battaglia, avvenne addirittura nel 1190,quando i monaci dell'abbazia di Glastonbury, in Cornovaglia, dichiararono di aver ritrovato sotto la loro abbazia la tomba con le spoglie del re. Anticamente il sito si chiamava Ynis Witryn, "isola di vetro": era una collina che sorgeva appunto come un'isola da un mare di acquitrini, di canali, di sentieri e terrazzamenti; e, secondo le leggende locali, a Glastonbury si spalancava la porta ("Tor") degli inferi.
La tradizione racconta che, nel 63 d.C., era giunto a Glastonbury dalla Terra Santa il missionario Giuseppe d'Arimatea, un personaggio su cui ritorneremo; questi vi aveva fondato una chiesa e una comunità cristiana. Seicento anni dopo, quando un nuovo gruppo di missionari giunse a Glastonbury, si era ormai perduta ogni traccia fisica di questo insediamento, forse a causa della violentissima persecuzione scatenata da Diocleziano contro i cristiani inglesi nel III secolo; sopravvivevano tuttavia le leggende a proposito della santità del luogo e il re cristiano Ine ordinò che vi fosse immediatamente edificato un monastero.
I "GUARDIANI" DI AVALON
Dopo l'incendio dei monastero di Glastonbury, nel XII secolo, venne edificata sui suoi resti la "cappella della Vergine"; nel XIII secolo fu costruita una grande abbazia gotica, ma meno di tre secoli dopo, nel 1539, l'intero complesso crollò a causa di un terremoto. Ne rimangono in piedi soltanto pochi resti, insieme con il campanile della chiesa medioevale di San Michele edificata sulla vicina "Tor", la collina che prende nome dalla porta degli inferi.
Glastonbury è dunque da tempo immemorabile una meta favorita degli archeologi. Alla fine del secolo scorso partecipò agli scavi un certo Frederick Bligh Bond, bibliotecario e archeologo dilettante della "Somerset Archeological and Natural History Society". Bond asseriva di possedere la facoltà della psicometria, un potere ESP che permette di desumere la storia di un oggetto con il semplice atto del toccarlo, e lavorava in coppia con un certo John Allan Bartiett, più noto come "John Alleyne", il quale a sua volta era in grado di produrre documenti in "scrittura automatica", cioè disegni e testi "dettati" da entità ultraterrene mentre si trovava in stato di trance.
La coppia Bond-Bartiett era guidata da un misterioso gruppo chiamato "I Guardiani", che comunicò dall'aldilà dettagliate mappe della zona e informazioni sul remoto passato del sito.
Seguendo le indicazioni dei "Guardiani", nel 1908 Bond riuscì effettivamente a scoprire alcuni resti del monastero e venne nominato "Diocesan Architect" ("Architetto della Diocesi") dalla "Somerset Archeological and Natural History Society". Nei suoi rapporti alla Società non aveva mai fatto alcun riferimento ai "Guardiani", né ai suoi metodi di ricerca poco canonici; ne parlò solo sette anni dopo nel volume The Gate of Remembrance ("Il cancello della rimembranza", 1915), scritto anche con l'intento di uscire da una grave situazione finanziaria. L'uscita dei libro scatenò l'immediata reazione degli archeologi "ufficiali", con cui Bond aveva già avuto numerosi scontri a causa del suo carattere piuttosto difficile. Benché le sue ricerche avessero portato dei risultati, fu accusato di frode e radiato dalla "Society". Morì in povertà nel 1945, dopo aver scritto una vasta serie di opere e poemi dedicati al paranormale e soprattutto a Glastonbury, la sua indimenticata passione.
Successive ricerche archeologiche hanno confermato almeno in parte la veridicità di alcune affermazioni pubblicate da Bligh Bond nei suoi libri. Gli scavi condotti da Ralegh Radford nel 1958, per esempio, hanno dimostrato che nel punto in cui i Benedettini avevano "trovato" la tomba di Re Artù esistevano davvero due sepolcri, e che sulla "Tor" sorgeva un vasto insediamento di capanne di tronchi, risalente (forse) al I secolo.
Nel 1184, dopo che un incendio aveva distrutto la costruzione, i Benedettini iniziarono l'opera di restauro e, come riporta la Chronica sive Antiquitates Glastoniensis Ecclesiae, nel 1190 essi scoprirono a molti metri sotto il suolo le tombe con i resti di un uomo e di una donna, e una croce incisa nella pietra con la dicitura "Hic iacet Arturius Rex in Insula Avalonia" (Qui giace Re Artù nell’isola di Avalon"). Con ogni probabilità, il ritrovamento fu soltanto un'invenzione dei monaci, che intendevano così creare interesse attorno al monastero allo scopo di ottenere finanziamenti per il restauro. Sta di fatto che, nella fantasia popolare, Glastonbury venne sin da allora associata ai miti arturiani.



L'Abbazia di Glastonbury prima della distruzione nel 1539

 

 


I resti dell'Abbazia di Glastonbury da una stampa del 1817


Giastonbury non è comunque l'unica collocazione attribuita al sepolcro di Artù: Sir John Rhis elenca numerose possibili Avalon (Glastonbury, Gower, Aberistwyth, Gresholm, Shilly, Bardsey, Puffin, Man, Tory, Angiesey); per Norma Lorre Goodrich, Avalon è il castello di Peel nell'isola di Man; ma il leggendario luogo è stato identificato anche con Avallon in Burgundia e persino con la Sicilia. Gli Otta Imperialia dell'inglese Gervase di Tilbury (XII secolo) riportano infatti una leggenda - che l'autore sosteneva di aver appreso sul luogo intorno al 1190 -secondo la quale nelle viscere dell'Etna si trovava il meraviglioso palazzo ove Artù giaceva ferito; il re bretone vi si era recato per guarire le piaghe riportate nella battaglia di Camlann.
La leggenda, ripresa anche dall'anonimo autore dei romanzo Floriant et Florete (1250), ebbe in Italia una certa popolarità, tanto che un autore duecentesco che si firmava "Gatto Lupesco" scrisse un breve componimento sui cavalieri di Bretagna: "Ke vegnamo de la montagna / ke l'omo appella Mongibello. / Assai vi semo stati ad ostello / per apparare ed invenire / la veritade di nostro sire / lo Re Artù, k'avemo perduto".
I GIGANTI DEL SOMERSET
Chi avesse osservato dall'alto la zona di Glastonbury ai tempi in cui essa fu raggiunta da Giuseppe di Arimatea avrebbe potuto ammirare qualcosa di meraviglioso. Tutto intorno all’"isola", i fiumi, i canali, i confini tra gli appezzamenti di terreno disegnavano i contorni dei Giganti del Somerset: dodici gigantesche immagini che rappresentavano i simboli zodiacali; al loro centro si trovava il simbolo solare di Re Artù. L'intero complesso, realizzato durante il neolitico, si estendeva per qualche miglio e costituiva un immenso tempio dedicato al culto solare, la Tavola Rotonda "originale".
Questo, per lo meno, è quanto sostiene la pittrice-scrittrice Katherine Maitwood nel volume Glastonbury Temple of Stars ("il tempio stellare di Glastonbury", 1935), da lei realizzato dopo una ricerca durata sei anni. Il libro causò molta sensazione, e ancor oggi il terreno intorno alla "Tor" continua a essere cartografato da schiere di studiosi alla ricerca di nuove figure e nuovi simboli nascosti nel paesaggio. Un compito - secondo gli scettici - non particolarmente difficile: con un po' di fantasia, qualsiasi elemento naturale può assomigliare a ciò che si desidera



La morte di re Artù - dipinto di James G. Archer

 

 

L'ARTU' LETTERARIO
IL BARBARO
I lai ("cantate") diffusi dagli antichi bardi gallesi narravano vicende ambientate in un'epoca storicamente assai improbabile: una specie di "età dell'oro" in cui convivono elementi della leggendaria antichità, della preistoria, dell'occupazione romana, dei primi scontri con i Sassoni. In quell'epoca i Britanni erano comunque i Signori incontrastati dell'attuale Inghilterra. Di queste composizioni ci è pervenuto un parziale elenco, Tryved Ynis Prydein ("Triadi dell'isola di Britannia"), redatto in una peculiare forma letteraria. Le "Triadi" sono infatti brevi componimenti di quattro versi che citano tre differenti personaggi o temi di altrettanti lai ("Tre gelosi abitanti di isole: / Otello a Cipro, e Posthumus in Britannia, e Leonte in Sicilia"); con ogni probabilità esse servivano ai bardi come chiave mnemonica per tenere a mente tre vicende diverse.
A un certo momento nel già vasto repertorio dei bardi si inserirono nuovi lai aventi Artù come protagonista. Lo studio comparato dei testi ha permesso agli studiosi di appurare che ciò avvenne, probabilmente, a partire dal VII secolo. Probabilmente, perché i lai erano diffusi oralmente e le prime raccolte scritte cominciarono a essere redatte solo a partire dal X secolo.
Le più vaste raccolte di narrazioni gallesi sono intitolate Llyfr Gwayn Rhydderch ("illibro bianco di Rhydderch") e Llyfr Coch Hergest ("illibro rosso di Hergest") e ci sono giunte in manoscritti datati dal X al XIII secolo. La prima traduttrice in inglese, Lady Charlotte Guest, li accomunò nel secolo scorso con il nome Mabinogion, untermine ricorrente nel finali dei racconti che, secondo lei, significava "storie per fanciulli". Il Mabinogion raccoglie undici "rami" (racconti); Artù è presente in cinque di essi: "Culhwch e 0lwen", "Il sogno di Ronabwy", "La Dama della Fontana", "Peredur, figlio di Evrawc", "Gereint e Enid".
La figura di Re Artù presenta caratteristiche addirittura sovrumane: Lludd, lo Zeus dll’antico pantheon celtico, è uno dei suoi tre capi guerrieri, e Arawn, re dell'Ade, uno dei suoi tre consiglieri. Artù è il "prìncipe sovrano dell’isola di Britannia"; sotto il suo comando, si riuniscono i guerrieri di Francia, di Scandinavia, di Bretagna, ed egli riceve tributi dalle lontane isole della Grecia. Le famiglie divine gli sono vassalle; Amaethon e Govannon, figli della dea Danu, arano per lui e gli puliscono l'aratro, mentre Nynnyaw e Peibaw, figli del re Beli il Grande, gli si sottomettono. L'immenso regno di Artù non è dissimile da quello fantastico del "Signore degli Anelli" creato da John Ronald R. Toikien: è un territorio incantato in cui, con l'aiuto di guerrieri dotati di meravigliose virtù magiche, Artù sconfigge mostri, streghe e giganti e intraprende viaggi nell'Oltretomba. Il sovrano è circondato da una corte composta da Gwenhwyfar (Ginevra), Myrddyn (Merlino), Keu (Kay), Bedwyr (Bedivere o Beduero), Gwalchmai (Gawain), Owein (Ivano), Medrawt (Mordred), Peredur (Percival).
In alcuni racconti del Mabinogion Re Artù non viene citato, ma compaiono personaggi e si svolgono avvenimenti che, in seguito, entreranno a far parte della sua saga. Il protagonista di "Branwen, figlia di Llyr", Bran il Benedetto (nel ciclo arturiano il re Ban de Benoic), per esempio, possiede un magico calderone in grado di resuscitare i morti e riceve un colpo di lancia che gli provoca una grave ferita. La ferita e, soprattutto, il calderone il quale compare anche in "Culhwch e Oiwen" - sono due elementi che diventeranno addirittura portanti nelle successive narrazioni. Nel Preiddu Anwnn ("Il sacco dell'inferno"), inserito nel cosiddetto Libro di Taliesin, un manoscritto del 1275 che raccoglie i poemi attribuiti al bardo Taliesin (VI secolo), per recuperare un calderone magico che contiene una spada e "non cuoce il cibo dei codardi", Re Artù discende nel regno dell'Anwnn (gliinferi della tradizione gallese), descritto come una fortezza di vetro.
Il poema Cad Goddeu ("Labattaglia degli alberi"), appartenente alla stessa raccolta, importa nella saga due personaggi di un racconto non arturiano del Mabinogion, i maghi Gwydion e Math. Il Pa Gur, ventunesimo poemetto di The Black Book of Carmanthren (Illibro nero di Carmanthren"), raccolta redatta intorno al 1250 e tradotta solo nel 1901, è scritto in forma di dialogo tra Artù e Glewlwyd Gafaelfawr ("Glewlwyd dalla forte stretta") e costituisce un prezioso catalogo delle gesta e dei seguaci dell'Artù "celtico". Oltre ai cavalieri Kay e Bedivere, vi compaiono moltissime divinità, tra cui un misterioso "Anwas l'alato" mai citato in altre fonti. Sempre in The Black Book of Carmanthren, nella "Stanza delle sepolture", si afferma per la prima volta che nessuno conosce l'ubicazione della tomba di Artù, perché essa si sposta continuamente.
Tradizioni (orali) a proposito dell'Artù "celtico" si sono sviluppate in un'epoca imprecisata (e, probabilmente, posteriore a quella dei miti gallesi) anche in Bretagna, dove i cavalieri giungevano dall'Inghilterra "camminando su un ponte di isole" (?). Un famoso "luogo arturiano", la foresta di Broceliande, è stato localizzato con una certa sicurezza presso Paimpont, nel Pays de Rennes; qui si trova anche una chiesa nota popolarmente come l'Eglise du Saint Graal. I cavalieri della tradizione bretone sono Ban de Benoic, Bonhor de Gannes, Hector des Mares e Guivret de Lamballe.
IL RAFFINATO SOVRANO
L'Artù celtico-britannico era un personaggio che i Romani avrebbero definito "un barbaro": un re indubbiamente robusto e coraggioso, ma rozzo e incolto. Nell'XI secolo le sue imprese, diffuse oralmente, erano note in tutta Europa, e questa notorietà internazionale impose - come diremmo oggi - un'operazione di "rinnovamento dell'immagine" allo scopo di nobilitare la sua figura.
Il processo che avrebbe trasformato Re Artù da monarca "barbaro" a simbolo di re-sacerdote e unificatore globale fu avviato da uno scrittore gallese, Geoffrey di Monmouth.
Tra il 1130 e il 1150, nell'Historia Regum Britanniae ("Storia dei re di Britannia"), nelle Prophetiae Merlini ("Profeziedi Merlino") e nella Vita Merlini ("Vita di Merlino"), Geoffrey di Monmouth - ispirandosi alla tradizione gallese e all’Historia Brittonum di Nennio - tracciò una precisa quanto fantasiosa genealogia del sovrano, elaborò le figure dei comprimari e pose alcuni capisaldi del futuro ciclo, battezzando, per esempio, "Avalon" il sepolcro da cui Artù sarebbe risorto "quando l'Inghilterra avrebbe avuto ancora bisogno di lui".
Lo scrittore recuperò e interpretò in chiave cristiana il personaggio di Myrddyn/Merlino (fu lui a latinizzare il suo nome): il vescovo Alessandro di Lincoln gli aveva chiesto infatti di "prophetias Merlini de britannico in latinum transferre", ovvero di tradurre le profezie di Merlino dal gallese al latino; infatti le Prophetiae Merlini (che,molto probabilmente, Geoffrey aveva reinventato) sono precedute da una dedica all'alto prelato. Forse proprio grazie all'autorità del committente, la Chiesa cattolica considerò Merlino un profeta "cristiano" e degno di rispetto.
Come si può scoprire scorrendo la bibliografia, solo poche opere provengono dal Paese natale del mito, l'Inghilterra: la cosiddetta "Materia di Bretagna" conobbe il massimo sviluppo oltre Manica, presso la corte anglonormanna dei Plantageneti, forse in concorrenza con la popolarissima "Materia di Francia", che narrava le imprese di Carlo Magno e Orlando.
Nel 1155 Robert Wace terminò il primo poema del ciclo, Le Roman de Brut (" Il romanzo di Bruto"). Secondo la tradizione, Bruto era un discendente di Enea, aveva colonizzato la Britannia e dato origine alla stirpe di Artù. L'opera era una libera traduzione in normanno dell'Historia Regum Britanniae, ripulitadai particolari più crudi (non racconta, per esempio, che durante la guerra contro gli Scoti e i Pitti, Artù "li assediò per quindici giorni facendoli morire di fame a migliaia" e poi "si abbandonò a indicibili violenze senza risparmiare quelli che cadevano nelle sue mani" e integrata con nuovi elementi: fu Wace a menzionare per la prima volta la famosa "Tavola Rotonda".
Il vero padre dei "ciclo di Bretagna" fu Chrétien de Troyes (c. 1130-1190), poeta francese protetto da Luigi VII autore di tre poemi: Lancelot ou le Chevalier à la charrette, Ywain ou le Chevalier au lion, Perceval le Gallois ou le Conte du Graal. In quest'ultima opera, incompiuta, Chrétien introdusse nella "materia" il tema della "cerca del Graal", mistico oggetto, probabilmente ispirato ai calderoni delle saghe celtiche, cui abbiamo dedicato una parte di questo Dizionario dei Misteri.
Chrétien battezzò "Camelot" la reggia di Artù e presentò alcuni grandi protagonisti del ciclo, tra cui Lancillotto e Ivano; soprattutto introdusse nella sua opera il tema dell’"amor cortese", che avrebbe caratterizzato tutte le narrazioni successive.
Robert de Boron aggiunse nuovi particolari alla vicenda del Graal nel Joseph d'Arimathie ou Le Roman de l'Estoire dou Sant Graal e nel Perceval en prose., e sviluppò la personalità di Merlino nell'Estoire de Merlin.
Di questi due ultimi poemi non ci sono pervenuti gli originali, bensì alcune versioni in prosa realizzate dagli anonimi autori dei cosiddetto "ciclo della Vulgata", una vasta serie di narrazioni redatta tra il 1215 e il 1235 e nota anche come Lancelot Graal ou Lancelot en prose, che comprende, tra l'altro, l'Estoire del Saint Graal, la Queste del Saint Graal e la Mort d'Arthur attribuita a Walter Map.
Il poema al quale si fa riferimento nell'albo cui è allegato questo Dizionario dei Misteri, Gawain and the Green Knight ("Gawain e il Cavaliere Verde"), fu composto da un'autore anonimo nel 1350 ed è uno dei. più interessanti testi della letteratura medioevale inglese.

Un'antica riproduzione della Tavola Rotonda
A partire dal XIII secolo, avventure inedite di Re Artù e dei suoi cavalieri cominciarono a essere prodotte al di fuori della Francia, dove incontrarono particolare favore le vicende di Lancillotto, e al di fuori dell'Inghilterra, in cui furono invece più apprezzate le avventure di Gawain.
La storia di Tristano e Isotta, diffusa nel XII secolo da Thomas di Britannia e dalla poetessa inglese Marie de France, ma di origine ancor precedente ai miti arturiani, fu rielaborata in Germania da Gottfried von Strassburg (morto nel 1220). Sempre un poema tedesco - il Parzival, scritto intorno al 1210 dal tedesco Wolfram von Eschenbach - privilegiò gli elementi esoterici e simbolici del ciclo nei confronti di quelli avventurosi.

LA STORIA DI ARTU’ E DEI SUOI NOBILI CAVALIERI
Le Morte d'Arthur di Thomas Malory combina in un'unica opera i capisaldi dell'epopea arturiana. E’ diviso in otto libri, ognuno dei quali è dedicato a un particolare personaggio o a un particolare episodio della vita di Artù.
The Tale ofKing Arthur e The Noble Tale ofKing Arthur and Emperor Lucius sono incentrati sulla figura del re. Merlino (che, secondo la Vita Merlini è figlio di un demone, da cui ha ereditato i poteri, e di una donna, da cui ha ereditato la bontà) è il consigliere dei coraggioso e prepotente Re Uther Pendragon. Questi si innamora della virtuosa Ygerne, moglie del duca di Tintagel, la quale non ricambia le sue attenzioni. Il mago fa allora in modo che il suo protetto assuma magicamente l'aspetto del duca: così, grazie a questo inganno, Uther genera Artù, che Merlino prende sotto la sua tutela. Secondo una profezia, chi riuscirà a estrarre una spada profondamente infitta in una roccia diventerà re dei Britanni; Artù riesce dove molti nobili cavalieri hanno fallito, e la profezia si compie. Da una donna misteriosa, la "Signora dei Lago", Artù riceve l'Excalibur, un'invincibile spada che diventerà il simbolo stesso del suo potere. Il re governa saggiamente e riesce a unificare la Britannia; accanto a lui, alla Tavola Rotonda del castello di Camelot, siedono valenti cavalieri, tra cui Lancillotto, Gawain e Kay.
The Noble Tale ofLauncelot du Lake, The Tale ofSir Gareth, The Tale ofSir Trystam del Lyones, terzo, quarto e quinto libro di Le Morte, si occupano di avventure "a solo" di Lancillotto, Gareth e Tristano; nel sesto libro, The Tale ofthe Sankreal, Merlino rivela al sovrano la sua missione più importante, la ricerca del Graal. The Book of Sir Launcelot and Queen Guinivereracconta la famosa storia d'amore tra il cavaliere e la regina Ginevra. L'ultimo libro, The Most Piteous Tale ofthe Morte Arthur, racconta appunto la morte del re, ucciso dal nipote Mordred nella battaglia di Camlann. Mordred è il figlio di un importante personaggio della saga, la Fata Morgana, sorellastra di re Artù; la sua figura deriva dalle divinità Morrighan, Macha e Modron (la "Grande Madre" celtica).
Morgana compare per la prima volta nella Vita Merlini diGeoff Rey; fa parte di un gruppo di nove fate (a loro volta di tradizione celtica) che vivono ad Avalon.
Il corpo di Artù viene trasportato ad Avalon, da cui risorgerà nel momento in cui l'Inghilterra avrà ancora bisogno di lui. Merlino viene imprigionato in una tomba di cristallo (o d'aria) dalla "Signora del Lago" (da alcuni "unificata" con Morgana); ma continua a vivere "su un altro piano" in attesa della risurrezione del suo re.
In Italia tracce arturiane originali si riscontrano in testimonianze di carattere architettonico (tutte curiosamente precedenti alle opere di Geoffrey e di Chrétien). Il bassorilievo dell'archivolto del duomo di Modena racconta una vera e propria avventura di Artù: mostra Ginevra trascinata via da Carados della Torre Dolorosa, e "Artus de Britania", "Calvagin" (Gawain), "Galvarium" (Galeron) e "Isdernus" (Yder) che tentano di liberarla da "Mardoc" (Mordred?). Un'immagine di Artù compare anche sul portale della cattedrale di Bari e nel mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto. In quest'opera, realizzata dal sacerdote Pantaleone nel 1165, "Rex Arturius" cavalca un animale simile a una capra e affronta un gatto gigantesco. La presenza di questo animale è particolarmente interessante, in quanto prova come i miti celtici si fossero diffusi anche nell'estremo sud dell'Europa: la creatura, infatti, è descritta nel Pa Gur, dove è battezzata "Cath Palug", "Gatto artigliante"; la storia del combattimento tra la belva e Re Artù è nota anche in Francia, dove il felino si chiama Capalu e sarebbe stato ucciso presso il lago Bourget, sulle Alpi.
L'abbondante letteratura arturiana della nostra Penisola - sia in traduzione, sia di produzione originale - si ispirò ai "canoni" francese e inglese, con una predilezione per le vicende romantiche di Lancillotto e Ginevra, citate anche da Dante ("Noi leggiavamo un giorno per diletto /di Lancialotto e come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto", Inferno, V, vv.127-129), e soprattutto di Tristano e Isotta. Tristano fu citato per la prima volta da Enrico di Settimello nella sua Elegia de diversitate fortunae (XIIsecolo), poi divenne protagonista di romanzi e "cantari" come il Tristano Riccardiano, La morte di Tristano, Quando Tristano e Lancellotto combatterono al pietrone di Merlino, La vendetta che fe' Miser Lanzelloto de la morte de Miser Tristano. Il Meliades (XIII secolo) di Rusticiano (o Rustichello) da Pisa e La Tavola Ritonda (XIVsecolo) combinarono organicamente spunti provenienti da numerose fonti, anticipando, in un certo senso, Le Morte d'Arthur, l'opera in cui, attorno al 1450, l'epopea arturiana venne definitivamente messa a punto. Dell'identità del suo autore, Sir Thomas Malory, si conosce ben poco; gli storici sono propensi a ritenere che fosse un cavaliere di Newbold Revell, nel Warwickshire, il quale, diversamente dai romantici eroi descritti nella sua opera, trascorse in carcere gli ultimi vent'anni della sua vita, con l'accusa di furto, omicidio e stupro. In Le Morte d'Arthur - unodei primi libri stampati in Inghilterra - si trovano finalmente tutti gli ingredienti alla base di centinaia di opere successive.

 

SPADE INCANTATE
Nelle varie versioni dei miti arturiani compaiono molte spade incantate: la "spada di Davide" (o "spada dagli strani pendagli"), utilizzata dal re Varian per uccidere il re Lambor; le due spade di Balin il Selvaggio (forse lo stesso Varian), con cui venne inferto il "colpo doloroso" al "Re Pescatore"; la spada Drnwyn, appartenuta al re Rhydderch il Generoso. Le spade più famose sono comunque quella estratta da Artù dalla roccia e, soprattutto, l'invincibile Excalibur.
La prima - sovente confusa con l'Excalibur - rimase distrutta in battaglia; la seconda, nota anche come Caliburnus o Caladvwich, Caladboig, letteralmente "Fulmine solido", fu fabbricata da Wieland, il fabbro degli dei, e donata ad Artù dalla "Signora del Lago". Chi possedeva l'Excalibur non poteva essere sconfitto; ma la Fata Morgana si impadronì dei suo fodero, che preservava dalla perdita di sangue, e il sovrano rimase mortalmente ferito. Dopo il suo trasporto ad Avalon, Sir Bedivere gettò l'Excalibur nelle acque ove dimorava la "Signora dei Lago": l'arma venne afferrata da una mano femminile e trascinata sotto le acque
IL GRANDE INIZIATO
Quando Federico Il Hohenstaufen edificò Castel dei Monte, un palazzo ottagonale ricco di simboli ermetici, aveva in mente un preciso modello: Camelot, la reggia di Artù, re, sacerdote e "iniziato", esperta guida politico-militare ma anche tramite tra il suo popolo e la divinità, perfetto esempio di reggitore di popoli.
Fin dagli inizi della diffusione della "Materia di Bretagna", alla figura di Artù erano stati attribuiti significati simbolici; nel suo Parzival (1210) Wolfram von Eschenbach aveva introdotto, come si è già detto, numerosi spunti esoterici. A partire dal secolo scorso - grazie alla fondazione della Società Teosofica e del Golden Dawn - scoppiò un vero proprio boom dell'occultismo e delle religioni orientali: in quell'epoca si diffusero le teorie sulle origini "magiche" di Atlantide, si moltiplicarono i saggi sull'origine dei tarocchi e si cominciò a parlare del "centro occulto" di Agarthi. L'opera di Wolfram venne perciò "riletta" in senso totalmente iniziatico, tanto che il musicista Richard Wagner dedicò a Parzival un'opera "In chiave massonica" (Parsifal, 1882), definita dall'autore stesso "una rappresentazione sacra".
Vi rimandiamo alle pagine successive per quanto riguarda le concezioni "esoteriche" del Graal; per ciò che concerne strettamente Re Artù, l'americana Jesse Weston, autrice di From Ritual to Romance ("Dalrito all'amor cortese", 1920), scoprì una serie di curiose coincidenze. Il castello del Graal descritto da Wolfram era sorprendentemente simile al complesso di Takht-i-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro, edificato in Iran nel VI secolo a.C.
I "Parsi", ovvero i seguaci della religione zoroastriana, adoravano il dio solare Ahura Mazda, il cui principale sacerdote era denominato "Athur Gushnasp" e custodiva il sacro "Fuoco Reale". Athur-Arthur era dunque il sacerdote di un culto segreto importato in Inghilterra da alcuni soldati romani seguaci del culto di Mitra, strettamente legato allo zoroastrismo. Una riprova? Nella tradizione celtica la "pietra della conoscenza" - un oggetto sacro analogo al Graal e al "Fuoco Reale" - era stata donata agli uomini dal dio Fal; "Parsifal", il cavaliere incaricato di trovare il Graal, ha un nome simbolico che unisce la tradizione zoroastriana ("Parsi") a quella celtica ("Fal"). La triade Artù-Graal-Parsifal simbolizzerebbe la Trinità della "religione primordiale" che ricorre in varie religioni, compresa quella cristiana.
Altre dottrine esoteriche hanno preso in esame la figura di Merlino: per alcuni proveniva dalla mitica Agarthi ed era uno dei "superiori sconosciuti" sparpagliati sulla Terra dal "re dei mondo" con il compito di portare avanti l'antica tradizione magico-religiosa del "regno di sotterra", Secondo l'occultista Dion Fortune, Myrddyn era un sacerdote di Lyonesse, una delle città di Atlantide affondata al largo della Cornovaglia; dal "continente perduto" aveva importato culti esoterici diffusi poi tra i Celti dal discepolo Artù e dai suoi successori. Per George Hunt Williamson, autore di The Secret Places of the Lion ("Iluoghi segreti del leone"), Merlino si è reincarnato in Joseph Smith, fondatore della Chiesa Mormonica.



Il grande complesso di Takht-I-Sulaiman, in Iran

IL RITORNO DI ARTU’
Nel periodo di transizione tra il Medioevo e il Rinascimento, i gusti letterari mutarono e la produzione di nuove vicende di Re Artù subì un rallentamento: tra le poche opere uscite tra il XV e il XVII secolo si annoverano i racconti Tom a Lincoine, scrittoda Richard Johnson tra il 1599 e il 1607, e History of Tom Thumb the Liffle ("La storia di Pollicino"), del 1621; i poemi The Faerie Queene ("La regina delle Fate") di John Milton (1599), Loves Martyr ("Martire d'amore") di Robert Chester (1601), Prince Arthur e King Arthur(11 695) di Richard Blackmore; i drammi The Misfortunes of Arthur, di Thomas Hughes (1588), The Speeches at Prince Henry's Barriers ("I discorsi alle barriere dei principe Heriry") di Ben Johnson (1610).
Nel XIX secolo vennero ristampati alcuni classici arturiani, tra cui Le Morte d'Arthur di Thomas Maiory. Il movimento dei preraffaelliti scoprì così quelle vicende che rispondevano alle caratteristiche dell'allora nascente letteratura romantica: Lord Alfred Tennyson diede inizio, nel 1832, al cosiddetto "revival arturiano", con un poemetto intitolato The Lady of Shalott ("La signora di Shalot").
Da quel momento la produzione riprese con un'intensità ancor superiore a quella delle origini; le opere a tema arturiano percorrono tutti i campi della letteratura, dal romanzo storico a quello di fantasy, dalla fantascienza al poliziesco (per i titoli più rappresentativi vi rimandiamo alla bibliografia).
La saga di Re Artù e dei suoi cavalieri è stata trasferita nel mondo moderno (come in La terra desolata di Thomas Stearns Eliot) o in quello futuribile (da Poul Anderson e Roger Zelasny); è stata interpretata in chiave esoterica, religiosa, psicanalitica, politica, satirica.
Insomma, Re Artù è al centro di un vastissimo e variegato universo e, millequattrocento anni dopo la sua "nascita", continua a essere - come è scritto su una lapide ad Avalon - Rex Quondam, Rexque Futurus, ("Re una volta, e re per il futuro").


IL SANTO GRAAL

IL GREMBO FECONDO
"In Caer Pedryvan, dopo averlo percorso per quattro volte / Raggiungemmo il Calderone dell'Anwnnl che portava intorno al bordo una fila di perle / Dal fiato di nove muse esso era riscaldato / ed esso non può cuocere il cibo di un codardo". I versi sono tratti dal Preiddu Anwnn, attribuito al bardo Taliesin, e descrivono il "Calderone dell'Anwnn" o "Calderone di Dagda", portato nel mondo materiale dai Tuatha dè Danaan, rappresentanti ultraterreni dei "Piccolo Popolo", e recuperato da Artù nel castello ("Caer") di Pedryvan.
Come molti altri modesti oggetti a esso affini - tazze, catini, vasi, calici - il calderone, ovvero il contenitore, riveste nella mitologia un nobile ruolo: è infatti il simbolo dei grembo fecondo della "Grande Madre", la Terra, e, al pari dell'inesauribile Cornucopia dei Greci e dei Romani, porta vita e abbondanza. La tradizione cristiana annovera almeno due sacri contenitori: il calice dell'Eucarestia e - sorprendentemente - la Vergine Maria. Nella Litania lauretana essa è descritta come "Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis", ovvero "vaso spirituale, vaso dell'onore, vaso pregiato di devozione": nel grembo ("vaso") della Madonna, infatti, si era incarnata la divinità.

IL GRAAL DI RE ARTU’
"Un graal entre ses deus mains / une damoisele tenoit / ( .. ) / De fin or esmereè estoit / prescieuses pierres avoit / el graal de maintes manieres, / de plus riches et de plus chieres / qui en mer ne en terre soient. (..) Et li vallées les vit passer, / ne n'osa mie demander / Del graal cui l'en eri servoit".
("Una damigella teneva un graal tra le sue mani. ( ... ) Era fatto di oro puro, e c'erano nel graal molte preziose pietre, le più belle e le più costose che ci siano per terra e per mare. […] E vide passare i valletti, e non osò domandare chi sarebbe stato servito con il graal").
Così Chrétien de Troyes, intorno al 1190, descrisse la prima apparizione dei Graal in Perceval le Gallois ou le Conte du Graal. La scena si svolge nel castello del "Re Pescatore", un personaggio su cui ritorneremo. Qui il cavaliere Parsifal assiste, presso la tavola imbandita, a una processione in cui sfilano alcuni oggetti simbolici: una lancia insanguinata, due candelabri a dieci braccia, un grande piatto e, appunto, un "graal". La parola è scritta in minuscolo e utilizzata con il significato generico di "coppa": il termine deriva infatti dal latino gradalis, con cui si designava una "scutella lata et aliquantulum prutunda" ("una tazzalarga e piuttosto fonda"); tuttavia, curiosamente, ai tempi di Chrétien il termine era già arcaico.
Nessuno può sapere con sicurezza perché l'autore decise di introdurre questo elemento nella materia arturiana. Forse lo fece perché era a conoscenza del Preiddu Anwnn e dei miti celtici dei Calderone e decise di rielaborarli in forma cristiana; forse esisteva già una tradizione orale sul Graal nella forma in cui ora lo conosciamo; forse, come asserisce nell'introduzione del Conte du Graal, si ispirò a un misterioso libro "proveniente dalla Terra Santa" donatogli dal conte Filippo di Blois; o forse, infine, il Graal fu una sua geniale invenzione letteraria.
Chrétien introdusse nel suo Conte uno degli elementi portanti della saga del Graal: quello della "domanda non pronunciata" ("e non osò domandare chi sarebbe stato servito con il Graal"), ma solo nel successivo Joseph d'Arimathie ou le Roman de l'Estoire dou Graal, scritto da Robert de Boron intorno al 1202, venne descritta quella che sarebbe divenuta la caratteristica principale dei contenitore: il fatto che si trattasse del calice dell’Ultima Cena, in cui Giuseppe d'Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. De Boron chiamò la coppa "Graal" una volta sola, in un inciso (in verità un po’ slegato dalla "continuity" del testo) da cui si evince che il contenitore aveva già una storia e un nome particolare prima di essere utilizzato da Gesù: "Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo ( ) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome". In più Robert de Boron si garantisce depositario unico della storia del Graal: scrive infatti che "A ce temps que je la retreis, / 0 mon Seignour Gautier en peis / Qui de Mont Belyal estoit / Unques retreites este n'avait" ("Quando ho raccontato [la storia dei Graal] in tempo di pace al mio signore Gautier che proveniva da Mont Beiyal, non era mai stata raccontata prima").
Prima di dare sepoltura a Cristo - racconta De Boron - Giuseppe aveva raccolto nel calice usato durante l’Ultima Cena alcune gocce del sangue del Redentore. Appena gli ebrei erano venuti a conoscenza del suo pio gesto, lo avevano fatto rinchiudere "nel punto più profondo di una torre circolare, che era an che orrida e buia perché costruita con solida pietra" . Qui a Giuseppe era comparso Gesù, che gli aveva consegnato la coppa e gliene aveva affidato la custodia, Quando, più di quarant’anni dopo, Giuseppefu liberato per intercessione dell'imperatoe Vespasiano, non era invecchiato di un solo giorno e riteneva di essere stato prigioniero soltanto poche ore: grazie a quel miracolo, Vespasiano si converiì al cristianesimo.
Sempre secondo De Boron, nel suo viaggio apostolico in Nord Europa Giuseppe portò con sé il Graal (ma secondo la Chronica sive Antiquitates Glastoniensis Ecclesiae, scritta nel XIV secolo da John of Glastonbury, non si trattava di una coppa bensì "di due ampolle" che contenevano il sangue e il sudore di Cristo). il Joseph d'Arimathie fucontinuato e integrato in La queste del Saint Graal ("La cerca dei Santo Graal") da un anonimo autore dei "ciclo della Vulgata", il quale introdusse nella narrazione una serie di elementi mistico-religiosi che sembrerebbero derivare dalle dottrine di San Bernardo di Chiaravalle: per questo molti commentatori ritengono che l'autore di La queste fosse un monaco cistercense. In Le Grand Graal ("Il Grande Graal", XIII secolo) il Graal è associato a (o "è" tout-court) un libro scritto da Gesù Cristo "alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio".
Le verità di fede che esso contiene "non potranno mai essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli diluvierebbero, l'aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l'acqua cambierebbe colore". Il libro coppa possiede dunque un temibile potere.
Il Grand Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche (viene trasferito in Inghilterra in un contenitore identico all'arca dell'Alleanza) sia a tradizioni islamiche: è infatti in relazione con una terra chiamata "Sarraz", impossibile da situare storicamente o geograficamente (non è in Egitto, ma "vi si vede da lontano il Grande Nilo"; il suo re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse prima di Cristo), ma situata comunque in Medio 0riente. Da essa, infatti – afferma l'autore - "ebbero origine i Saraceni".
Intorno al 1210, nel poema Parzival, lo scrittore tedesco Wolfram von Eschenbach conferì al Graal caratteristiche differenti da quelle delle altre narrazioni.
Non era una coppa, bensì come l'una pietra del genere piùpuro ( .. ) chiamata lapsit exillas. Se un uomo continuasse a guardare la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambiereb be: forse solo i suoi capelli di venterebbero grigi".
Il termine "lapsit exillas" (più esattamente "lapis exilis") è di origine alchemica: "Hic lapis exillis extat precio quoque vilis / Spurnitur a stultis, amatur plus ab aedoctis" ("Questa esile pietra è davvero di poco costo; è disprezzata dagli sciocchi ma ben più apprezzata dai saggi"), scrisse il famoso alchimista Arnoldo di Villanova (XIII secolo) riferendosi alla pietra filosofale. Il Graal corrisponderebbe dunque a questo oggetto, in grado simbolicamente di tramutare i metalli vili in oro, ovvero di permettere all'uomo di passare dallo stadio di bruto a quello di illuminato.
Le parole lapis exilis sono state interpretate anche come "Lapis ex coelis", ovvero "Pietra caduta dal cielo": e, difatti, Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione. La tradizione esoterica delle "pietre celesti", tramiti fisici tra l'uomo e Dio, è tipica della "terra di Sarraz", il Medio 0riente: la pietra nera della Mecca è l'oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci della Qabbalah ebraica utilizzano il termine "Pietra dell'esilio" per designare lo Shekinah, ovverola manifestazione di Dio nel mondo materiale; ancora più a est, l’Urna incastonata nella fronte di Shiva della tradizione induista simboleggia il "Terzo Occhio", organo metafisico che permette la visione interiore. E, del resto, Wolfram scrisse che aveva attinto da un libro di un certo Kyot di Provenza, il quale, a sua volta, era stato ispirato dal suo Maestro, un islamico "esperto della saggezza delle stelle" di nome Flegitanis.

LA "QUESTE" DEL SANTO GRAAL
Giunto in Inghilterra, il Graal subì numerose peripezie, che variano in modo considerevole a seconda delle fonti. Estrapolando dalla "Materia di Bretagna" gli episodi più ricorrenti, è possibile tracciarne schematicamente la storia. Dopo aver fondato la sua chiesa a Glastonbury, Giuseppe d'Arimatea affida la coppa a un guardiano che viene soprannominato "Ricco Pescatore" o "Re Pescatore" perché, come Gesù, ha sfamato un gran numero di persone moltiplicando un solo pesce. A seconda delle versioni il "Re Pescatore" si chiama Pelles, Parian, Pellehan, o ancora Hebron o Bron, cognato di Giuseppe di Arimatea e nonno (o zio, o cugino) di Parsifal; talora è identificato con lo stesso Giuseppe. Nel Parzival di Wolfram von Eschenbach, è un re chiamato Amfortas, la cui figlia Repanse sposa l'eroico fratellastro di Parsifal, il saraceno Feirefiz. E qui il racconto di Wolfram si innesta in un altro famoso mito. Feirefiz e Repanse si recano in India, dove generano Prete Gianni, il misterioso sacerdote cristiano a capo di un potentissimo regno a lungo ricercato dai viaggiatori medioevali.
Secoli dopo, nessuno sa più dove si trovi il "Re Pescatore": il Graal è, di fatto, perduto. Sulla Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland ("La terra desolata"), uno stato di carestia e devastazione. Il Wasteland è stato scatenato dal "Colpo Doloroso", ovvero da un colpo vibrato da Balin il Selvaggio con la lancia di Longino (in altre versioni, da re Varlans con la spada di Davide) nei genitali del "re magagnato".
Il Maimed King si chiama Lambor o, quando è identificato con il "Re pescatore", Parlan, Pellehan, Pelles, Amfortas. Per annullare il Wasteland - spiegaMerlino ad Artù - è necessario intraprendere la "queste" del Graal, simbolo della purezza perduta. Un cavaliere (Parsifal "il puro folle", sostituito nelle narrazioni del tardo XIII secolo, da Galahad, "il cavaiiere vergine") occupa allora lo "scranno periglioso", una sedia tenuta vuota alla Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l'annientamento) solo "il cavaliere più virtuoso dei mondo", colui che è stato predestinato a trovare il Graal.
Ispirato da sogni e presagi e superando una serie di prove "perigliose" (il "cimitero periglioso", il "ponte periglioso", la "foresta perigliosa", il "guado periglioso", eccetera), Parsifal rintraccia Corbenic (0 Carbonek, o Munsalvaesche), il castello del Graal, e giunge al cospetto della Sacra Coppa. Non osa però porre le domande "Che cos'è il Graal?" e "Di chi esso è servitore?", contravvenendo così al suggerimento evangelico "Bussate e vi sarà aperto" Il Graal scompare di nuovo.
Dopo che il cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca riprende. Finalmente Parsifal (o Galahad) pone il quesito, a cui viene risposto: "E ilpiatto nel quale Gesù Cristo mangiò l'agnello con i suoi discepoli il giorno di Pasqua. (..) Eperché questo piatto fu grato a tutti lo si chiama Santo Graal" (la frase, che comprende l'insolita etimologia grato-Graal, è tratta da La queste del Saint Graal). Il "re magagnato" si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d'aria).
Siamo intorno all'anno 540: il Graal viene finalmente riportato a "Sarraz" (o nel "regno di Prete Gianni") da Parsifai o Galahad.

I PREDATORI DELLA COPPA, PERDUTA
Fingiamo per un attimo di credere che la vicenda dei Graal sia avvenuta davvero e che, nel Vi secolo, esso sia ritornato nella nativa "Sarraz". Perché nei secoli successivi non se ne è più sentito parlare ed esso è balzato (o tornato) improvvisamente alla ribalta soltanto nel XII secolo? Che cosa aveva ridestato tanto interesse nei confronti di un mito apparentemente dimenticato?
A partire dal 1095 molti cavalieri cristiani si erano recati in Terra Santa in occasione delle Crociate; là erano entrati per forza di cose in contatto con le tradizioni religiose ed esoteriche del luogo: forse qualcuna di esse magari riferita nel famoso libro cui Chrétien dichiarò di essersi ispirato - parlava del sacro contenitore e delle avventurose vicende di cui era stato protagonista cinquecento anni prima. Può essere che, grazie ai Crociati, la leggenda abbia raggiunto l'Europa e vi si sia diffusa; può persino essere, come ritengono alcuni, che il Graal sia stato materialmente rintracciato dai Crociati e portato nel Vecchio Continente.
Dove? Qui di seguito troverete un elenco dei nascondigli più probabili tratto dal volume L'Enciclopedia dei Misteri di Alfredo Castelli (Oscar Mondadori, 1993) e abbondantemente aggiornato. Nuovi studi sulla possibile collocazione della famosa coppa continuano infatti a essere regolarmente pubblicati; esistono persino volumi (come The Grail Seeker's Companion di John Matthews, una delle massime autorità in materia) dedicati specificamente ai "predatori della coppa perduta".

FRANCIA
Il Graal si trova nel castello di Gisors. I cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la "Setta degli Assassini", un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata "Baphomet". Per alcuni l'idolo altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, i quali lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo. Del resto Wolfram chiamò Templeisen i cavalieri che custodivano il Graal nel castello dei re Amfortas. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei Templari (molto ricercati, ma mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del castello di Gisors.

Il Graal si trova nel castello di Montségur. Dopo che il culto di Zoroastro era stato disperso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai Manichei e, in seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte dei Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montségur; se avessero portato con sé il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi assieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio dei castello. E di nuovo Wolfram a fornire un indizio in proposito: il "castello dei Graal" (quello simile a Takht-I-Sulaiman) si chiama infatti "Munsalvaesche", cioè "Monte Salvato" o "Monte Sicuro".
Negli anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS e autore di Crusade contre le Graal e La Cour de Lucifer, intraprese alcune ricerche a Montségur e in altre fortezze catare con l'appoggio dei filosofo Alfred Rosenberg, amico personale di Hitler. Sul destino di questa specie di Indiana Jones in versione nazista non si hanno dati precisi: secondo Gerard de Sede, autore di Le Trésor Cathare ("il tesoro Cataro"), fu rinchiuso in un campo di concentramento perché "sapeva troppo"; l'episodio fornì comunque al romanziere Pierre Benoit, già autore dei celebre L'Atlantide, lospunto per il romanzo Monsalvat.
il Graal si trova in Provenza. Secondo Alfred Weisen, autore di L'ile des veilleurs ("L’isola dei veglianti"), il termine Graal sarebbe la contrazione di Gross Aal, ovvero "Grande tempio" in una lingua dimenticata. Il tempio in questione sarebbe costituito da una zona delle Gorges du Verdon, delimitata dal disegno di uno zodiaco di 15 chilometri di diametro tracciato sul terreno da fiumi e sentieri, e visibile soltanto da alta quota. Questa zona, "l’isola dei veglianti", sarebbe stata considerata sacra fin dalla più remota antichità, in quanto riproduce l'universo con tutte le sue caratteristiche; qui si sarebbe sviluppato, tra l'altro, l'Aporreta, dottrina segreta di Pitagora simboleggiata dal famoso quadrato magico del "Sator" ritrovato a Pompei. Nel volume di Weisen potrete ritrovare - assieme a Re Artù e Ginevra - un'infinità di altri personaggi, avvenimenti e luoghi "mysteriosi", da Gesù ai Rosa Croce, dall'iperborea al tempio di Salomone e al labirinto di Creta, tutti collegati in qualche modo al mistico tempio.
Il Graal è la Francia. In 762 pagine, fitte di avvenimenti che si estendono dal remotissimo passato fino al 1992 e che comprendono un'enorme quantità di misteri e personaggi apparentemente eterogenei (Rennes-Les-Châteaux e i dischi volanti, Giovanna d'Arco e la Nuova Atlantide, Nostradamus e Vercingetorige), Le Royaume du Graal ("il reame del Graal") di Jean Robin dimostra come il Graal rappresentato fisicamente da oggetti di alto valore simbolico sia in realtà l'intera Francia, ilpaese che Dio ha prescelto per portare avanti la missione intrapresa da Cristo, la salvezza dell'umanità.

INGHILTERRA
Il Graal si trova a Glastonbury. Tra la collina della "Tor" e i resti dell'abbazia di Glastonbury si trova un pozzo denominato attualmente Chalice Well, ovvero "Pozzo del Calice". Secondo l'esoterista e filosofo inglese Tudor Pole, che acquistò il terreno del pozzo con l'intento di renderlo accessibile a tutti i visitatori, Giuseppe d'Arimatea vi aveva nascosto il Graal al suo arrivo in Britannia.
La leggenda del "Graal dentro il pozzo" è in realtà molto recente: fu inventata dal poeta Alfred Tennyson per il suo Idylls of the King (XIX secolo); tuttavia il Chalice Well è legato dalla tradizione ad altre due coppe. Una, di olivo, fu rinvenuta nel pozzo qualche secolo fa; era un oggetto rituale dei Celti e, probabilmente, è ancora conservata in una collezione privata. Un'altra (o forse sempre la stessa) fu ricercata a lungo dall'occultista John Dee. Nel 1582 questi aveva visitato più volte Glastonbury, convinto che nel Chalice Well si celasse un vaso con l'elisir di lunga vita.

IRAN
Il Graal si trova a Takht-I-Sulaiman. Il "castello dei Graal" descritto da Wolfram von Eschenbach è sorprendentemente simile a Takht-I-Sulaiman (Iran), il principale centro del culto di Zoroastro. Qui, prima di venire dispersi e allontanati, i seguaci di Zoroastro adoravano il simbolico "Fuoco Reale", fonte della conoscenza.
Takht-I-Sulaiman potrebbe essere dunque la mitica "Sarraz", da cui il Graal (il "Fuoco Reale"?) giunse, a cui ritornò e dove forse si trova ancora.

 

ITALIA
Il Graal si trova a Torino. Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l'Europa durante il Medioevo o forse dai Savoia assieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio in cui si trova la coppa.
Il Graal si trova a Bari. Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di san Nicola e in loro onore venne edificata una basilica, In realtà la traslazione del Santo era solo la copertura di (in ritrovamento ben più importante, quello del Graal.
I mercanti erano in effetti cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del calice e voleva recuperarlo da "Sarraz", in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini.
Non è dato di sapere dove si trovava la coppa e chi comandò la spedizione; sta di fatto che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i cavalieri prelevarono anche alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle di san Nicola. Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal in quella città, anziché a Roma, fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, re normanno di Puglia, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale (edificata parecchi anni prima della divulgazione della "Materia di Bretagna") si trova l'immagine di Re Artù e un'indicazione stilizzata del nascondiglio. La tomba di san Nicola continua a emanare un liquido chiamato "manna" che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male.
Il Graal si trova a Castel del Monte. I cavalieri Teutonici, fondati nel 1190, erano in contatto sia con i mistici Sufi - una setta islamica che adorava "Il Dio delle tre religioni", ebraica, islamica e cristiana - sia con l'illuminato imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua volta seguace di quella dottrina.
Tramite i cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all'imperatore, affinchè lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato apposta per custodirlo (secondo alcuni, lo stesso edificio di Castel del Monte è il Graal). Wolfram sembra fornire un appoggio anche a questa tesi: nel suo Parzival ha infatti evidenziato il legame tra le religioni cristiana, ebraica e islamica.
Il Graal si trova a Genova. Nella cattedrale di Genova si trova tuttora il Sacro Catino, un piatto di vetro verde di circa quaranta centimetri di diametro rinvenuto durante il sacco di Cesarea nel 1101. I crociati ritenevano che il contenitore fosse ricavato da uno smeraldo e che si trattasse di un dono della regina di Saba a Salomone. Nel XIII secolo l'arcivescovo Jacopo da Varagine scrisse che "si raccontava (…) che in quel piatto Cristo avesse mangiato durante l'ultima cena. (...) Che questo sia vero non possiamo saperlo (…), ma non possiamo però passare sotto silenzio il fatto che, in certi libri degli inglesi, si dice che quando Nicodemo tolse il corpo di Cristo dalla croce, egli raccolse il suo sangue in una stoviglia di smeraldo"
Il Graal si trova in Val d'Aosta. 0, per lo meno, in Val d'Aosta si trova l'ultimo contenitore il cui nome è imparentato etimologicamente con "Graal": la grolla, una coppa dotata di vari beccucci da cui bere a turno una bevanda ottenuta miscelando caffè e liquore, in una sorta di rituale atto a stimolare l'amicizia.

SPAGNA
il Graal si trova a Valencla. Giunto misteriosamente (forse portato dai Catari) a San Juan de la Peña nel 1060, il Santo Graal "spagnolo" ha conosciuto varie traversie ed è stato trasferito a Saragozza nel 1399, a Barcellona nel 1409, a Valencia nel 1437, quindi ad Alicante (1809), poi a Eivissa (1812), poi a Palma di Maiorca (1812), infine di nuovo a Valencia (1813).
Questo Graal -viaggiatore - possiede una caratteristica assolutamente unica rispetto agli altri descritti in questo capitolo: vero o falso che sia, esiste materialmente ed è conservato ed esposto al pubblico in una cappella della cattedrale di Valencia.
STIMOLATORE DELLA FANTASIA
Da quanto abbiamo visto finora, il Graal (o "Grail", o "Sankreal", o "Sanguinalia") è un oggetto materiale e simbolico insieme; è appartenuto a Gesù ma, probabilmente, esisteva prima dei suo avvento; è di provenienza ultraterrena e, fisicamente, si è manifestato in Oriente o in Medio Oriente.
Solitamente è rappresentato come un contenitore, ma può essere anche una pietra; è spesso associato con altri oggetti sacri; forse è un libro o una dottrina "in divenire", in quanto dal Graal ci si può abbeverare (come ricorda l'episodio dell'Ultima Cena), ma vi si può anche "versare" qualcosa (il sangue di Cristo crocifisso). Sul piano materiale può nutrire, guarire le ferite e garantire la giovinezza eterna, ma è anche dotato di temibili poteri; sul piano spirituale trasmette la conoscenza e avvicina l'uomo a Dio.
Molte tradizioni, molte leggende e molte discipline esoteriche di tutto il mondo parlano di oggetti con le caratteristiche appena descritte. Essi sono stati identificati con nomi diversi: la "lampada di Aladino", il "vello d'oro", "l’Arca dell'Alleanza", il "Baphomet", la "pietra filosofale".
Qual è dunque la "vera" natura dei Graal? Nell'interpretazione più realistica, è una favolosa invenzione letteraria stimolata da miti antecedenti, attecchita su un terreno particolarmente fertile e arricchita di nuovi particolari da successive generazioni di autori. Nell'interpretazione più materialistica è "semplicemente" la coppa dell'Ultima Cena, preziosissimo oggetto di antiquariato. Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli ("vi ci si può abbeverare e vi ci si può versare"), forse supportato fisicamente da un testo scritto: secondo T.H. White, l'autore di La spada nella roccia, esiste addirittura una Secret School of the Grail. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l'evangelizzazione del mondo barbaro, operata dai missionari, stroncata dalle persecuzioni e riconquistata da uomini di buona volontà grazie all'opera di un sacerdote (Merlino), oppure la cacciata dall’Eden (il Wasteland) e la successiva redenzione grazie all'intervento di Gesù.
Per il (discusso) filosofo Julius Evola rappresenta la Tradizione occidentale, "nordica", "ghibellina", contrapposta a quella "giudaico-cristiana". Per l'esoterista René Guenon il Graal è il "cuore di Cristo", potente simbolo della religione primordiale praticata ad Agarthi, di cui Gesù sarebbe stato un esponente. Per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della pietra filosofale o dell'elisir di lunga vita.
Per Carl Gustav Jung è un archetipo dell'inconscio; per Jesse Weston è un simbolo sessuale e di fertilità; per Walter Stein, autore di The Ninth Century and the Holy Grail ("Il nono secolo e il Santo Graal"), il Graal è connaturato con l'intero pianeta: un generatore di energia spirituale, ma anche politica e socioeconomica. Per Rudolf Steiner è "il simbolo degli eventi dell'epoca primitiva percepiti dalla sensibilità dell'animo"; quando, nel 1913, progettò l'edificio chiamato Gotheanum, ilfilosofo tedesco intese realizzare un nuovo "castello del Graal". Per Adolf Hitler è uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto; per gli autori di romanzi di fantascienza e per i fautori dell'ipotesi Extraterrestre è un'apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare. Per Martin Mystère, i Graal non sono uno, ma addirittura sette, il che giustifica certe apparenti contraddizioni sulle loro caratteristiche e la loro natura.
Secondo una scuola di pensiero inaugurata dall'occultista Dion Fortune, il termine "San Graal" è l'errata trascrizione di "Sang Real", ovvero "Sangue Reale", e designa una dinastia; per Dion Fortune quella dei sacerdoti di Atlantide, per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoin, autori di The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal), addirittura quella di Gesù. Salvatosi dalla crocifissione, il Redentore avrebbe generato dei figli, da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi; questi ultimi, liungi dall'essersi estinti nel 751, sarebbero ancora tra noi, accuratamente protetti da una società segretissima, "il Priorato di Sion", che attende il momento opportuno per ripristinare la monarchia universale.
Una sola cosa è sicura: il fatto che da otto secoli il Santo Graal continui a stimolare l'immaginazione di tante generazioni di lettori - diversi per cultura ed estrazione sociale - costituisce, in un certo senso, la prova tangibile del suo magico potere.
LA "VIA DELLO STAGNO"
Giuseppe d'Arimatea viene presentato dai Vangeli come ricco commerciante, membro distinto del Sinedrio e discepolo di Gesù, che si oppone all'esecuzione di quest'ultimo (Matteo 27,57,- Marco 15,43,-Luca 23,50-51) e, dopo la crocifissione, ne richiede il corpo a Ponzio Pilato per seppellirlo con l'aiuto di un altro discepolo, Nicodemo (Giovanni 19,38-42,Matteo 25,57-60).
Fino al VII secolo non si conobbero altri particolari della vita di Giuseppe d'Arimatea; ma tra il VII e il XII secolo Isidoro di Siviglia, San Dunstano e William di Malmesbury posero i primi tasselli di che sarebbe poi divenuta una ben articolata narrazione. San Filippo -uno dei primi apostoli - aveva inviato dodici uomini a convertire i Galli; questi, dopo varie peripezie, avevano raggiunto l'Inghilterra e vi avevano edificato una chiesa per volere dell'arcangelo Gabriele. Il capo dei missionari era Giuseppe d'Arimatea, e in effetti tracce del suo viaggio apostolico si riscontrano in leggende della Provenza, dell'Aquitania, della Bretagna e dell'Inghilterra meridionale.
Giuseppe era stato scelto per la missione in Britannia forse anche perché conosceva bene la zona: infatti - raccontano le leggende della Cornovaglia - era già stato più volte in quella regione, dove si trovavano molte ricche miniere.
La "via dello stagno", che partiva da vari Paesi del Vicino 0riente e raggiungeva la Cornovaglia passando, tra l'altro, per Marsiglia, Arles, Limoges e l'isola inglese di Mount Saint Michael (gemella della francese Mont-Saint-Michel), era già percorsa molti secoli prima di Cristo ed è stata descritta -tra gli altri - da Diodoro Siculo (90-20 a.C.); la frequentazione di mercanti ebrei sarebbe testimoniata da una serie di toponimi locali, come "Penzance" e "Mariazon".
In uno o più dei suoi viaggi lungo la "via dello stagno" - racconta sempre la leggenda - Giuseppe aveva portato con sé un compagno davvero d'eccezione: il giovane Gesù, che era poi suo nipote. Molte tradizioni e molti toponimi della Cornovaglia ricordano quando Gesù vi giunse accompagnato dallo zio, che lo portò a visitare il luogo sacro di Glastonbury.
Fu proprio Cristo a insegnare ai minatori come ripulire lo stagno dagli altri minerali; quando il metallo luccicava, i minatori cantavano "Joseph is a tin-man"("Giuseppeè nel commercio dello stagno"), una canzoncina ancora popolare in Cornovaglia. Quando, nel 63 d.C., con i dodici missionari, Giuseppe d'Arimatea raggiunse la Britannia, volle forse tornare sul luogo che aveva visitato con il nipote: Giastonbury. Qui si appoggiò sul suo bastone per pregare ed esso si trasformò in un biancospino. E qui, su richiesta dell'arcangelo Gabriele, edificò la prima chiesa cattolica dell'Inghilterra. A Glastonbury iniziarono così le vicissitudini del Graal e l'opera di evangelizzazione di Giuseppe; i discendenti dei dodici missionari divennero, secoli dopo, i famosi cavalieri di Re Artù. Quandò morì, Giuseppe d'Arimatea fu sepolto a Glastonbury, dove "dorme il suo eterno sonno, e giace in ‘inea bifurcat’ presso l'angolo a sud dell'oratorio".


IL GRAAL COME OGGETTO QUADRIDIMENSIONALE
di Vito Foschi
Durante il mistero della Consacrazione, il Graal apparve sotto cinque forme diverse che non si possono rivelare, perché i segreti del Sacramento non devono essere comunicati se non da coloro cui Dio concede la grazia. Re Artù vide tutte le trasformazioni del Graal, e l’ultima fu sotto forma di calice.
Perlesvaus, Anonimo
Prefazione
Il breve passo del Perlesvaus citato sopra, mette bene in evidenza le molteplici forme che ha assunto e che continua ad assumere il simbolo del Graal. Nel mio scritto ne descriverò un’ulteriore.
Introduzione 
La mia idea è che il Graal possa essere un oggetto a quattro o più dimensioni. Nel titolo ho indicato il numero quattro per una migliore leggibilità, e perché sono già sufficienti quattro dimensioni per spiegare le miracolose proprietà del Graal.
L’idea è venuta leggendo Martin Mistère, in cui spesso si parla dell’ipercubo a quattro dimensioni chiamato "tesseratto" da un racconto di R. Heinlein.(1) Nei vari albi di Mystère questo oggetto ha proprietà straordinarie permettendo fra l’altro (nel numero di novembre) di viaggiare nel tempo e nello spazio. La conclusione è stata semplice, e se il Graal fosse un oggetto a quattro o più dimensioni?
Questo spiegherebbe le sue innumerevoli forme e le sue prodigiose caratteristiche. Se l’idea vi sembra folle, sappiate che esistono teorie matematiche che parlano di più dimensioni e che ipotizzando l’esistenza di un oggetto quadridimensionale in uno spazio tridimensionale come il nostro, risulta che l’oggetto ha caratteristiche "miracolose".
Un universo con infinite dimensioni?
In molte teorie fisiche avanzate si fa uso dell’artificio di descrivere lo spazio con più di tre dimensioni. In alcuni casi le dimensioni sono infinite e si parla di spazio di Hilbert. Il problema è quanto reale è questa rappresentazione? È solo un artificio matematico o lo spazio ha veramente infinite dimensioni? Il normale buon senso propenderebbe per la prima ipotesi, ma come ci ha insegnato Einstein molte volte il buon senso non è in grado di spiegare la complessità del mondo che ci circonda. Nella teoria della relatività ristretta si afferma che la velocità della luce misurata da qualsiasi osservatore in moto rettilineo uniforme è la stessa. Il buon senso dice il contrario. L’osservatore che si muove verso la fonte di luce dovrebbe misurare una velocità maggiore rispetto ad un osservatore fermo, o ad uno in movimento nello stesso verso dell’onda luminosa. La realtà dei fatti ha dato ragione ad Einstein. Questo impone cautela nello scartare a priori l’ipotesi che lo spazio che ci circonda sia uno spazio di Hilbert.
È un dato di fatto che noi percepiamo solo tre dimensioni. Dove sono le altre? Potrebbero essere arrotolate. L’Universo potrebbe avere infinite dimensioni ma solo tre compiutamente sviluppate, mentre le altre in un certo senso sono arrotolate su se stesse in punti a zero dimensioni. Queste dimensioni sono reali come le altre, e come tali hanno i loro effetti fisici. Nella vita di tutti giorni gli effetti di queste dimensioni arrotolate sono minimi, quindi non ce ne accorgiamo e ci sembra di vivere in un universo tridimensionale. In particolari condizioni fisiche, come alcuni esperimenti sulle particelle elementari, questi effetti diventano più evidenti e allora bisogna ricorrere ad uno spazio di Hilbert per spiegarne i risultati. A questo punto sorge la domanda se queste dimensioni sono vere. Io propendo peri il si e per l’arrotolamento.
Se quest’ipotesi fosse vera, succederebbe quello che succede con la relatività. A velocità umane, notevolmente inferiori a quella della luce, il vecchio buon senso con le sue leggi della fisica classica funziona, ma a velocità confrontabili con quella della luce questo non funziona più e bisogna ricorrere alla teoria della relatività di Einstein. Le leggi della relatività valgono sempre e contemplano come caso particolare il caso di basse velocità.(2)
Visione del Graal e vista di Dio
L’occhio umano è in grado di percepire la tridimensionalità, ma chiaramente non è in grado di vedere un oggetto a quattro o più dimensioni. Il cervello allora cercherà di condurre l’immagine percepita a qualcosa di conosciuto. Questo spiegherebbe le molteplici forme assunte dal Graal. Da alcuni sarà visto come un calice, da altri come una pietra, altri ancora vedranno un vassoio e così via. L’oggetto è lo stesso, la differenza è nell’interpretazione inconscia di chi lo guarda. Questo si addice bene ad una interpretazione iniziatica della cerca del Sacro Graal. Chi ha una adeguata preparazione vedrà la vera forma dell’oggetto e non lo potrà descrivere compiutamente, mentre chi arriverà alla meta non preparato avrà una visione parziale e incompleta. Vedrà un calice o uno smeraldo o qualche altra forma, ma non vedrà veramente il Graal.
Un occhio di una creatura a quattro o più dimensioni è in grado di vedere ogni singolo punto di un oggetto tridimensionale sia interno che esterno, contemporaneamente. Un dottore quadridimensionale non avrebbe bisogno di complesse apparecchiature tipo raggi X, TAC per vedere l’interno del nostro organismo. Vedrebbe automaticamente ogni singolo punto interno ed esterno del nostro organismo. Non sembra che si stia parlando della vista di Dio? E forse un simile occhio sarebbe in grado di leggere anche nelle nostre menti. Onniscienza divina? Naturalmente un occhio divino avrebbe infinite dimensioni e avrebbe una visione simultanea di ogni singolo punto dell’Universo e sarebbe capace di vedere anche nelle nostre menti.
Se vi sembra difficile immaginare una simile vista ricorrerò ad un esempio. Immaginiamo un mondo bidimensionale, un piano (un foglio di carta per esempio). Questo mondo lo immaginiamo abitato da esseri bidimensionali: triangoli, quadrati, rettangoli, cerchi, pentagoni ed ogni altro tipo di figura piana. Questi crederanno che l’universo sia dotato di solo due dimensioni e avranno una vista che gli permetterà di vedere oggetti bidimensionali. Questo mondo lo chiameremo Flatlandia dal racconto di Abbott, che per primo immagino un tale mondo.(3) Ora immaginiamo di guardare su questo ipotetico mondo dall’alto della nostra terza dimensione e di focalizzarci su una di questa creature, un quadrato per esempio. Noi riusciremmo a vedere ogni suo punto simultaneamente comprese le parti interne. Un disegno può risultare più chiaro.


Inoltre saremmo in grado di vedere all’interno delle abitazioni sigillate di queste creature. Un miracolo? No, semplicemente il nostro occhio è in grado di vedere qualsiasi forma disegnata su un foglio di carta. Un altro disegno renderà meglio l’idea.



Altre proprietà "miracolose" di un oggetto quadridimensionale
Dopo esserci occupati della visione del Graal come oggetto a più di tre dimensioni ci apprestiamo a spiegare alcune delle miracolose proprietà di un oggetto quadridimensionale.

Comparire e scomparire. Entrare e uscire da luoghi sigillati.
Un oggetto o un essere quadridimensionale possono comparire dal nulla e scomparire nel nulla. Non si tratta di miracoli. L’oggetto o l’essere semplicemente si spostano nella quarta dimensione a noi non visibile. In realtà non compaiono dal nulla, ma bensì si trovavano celati nella quarta dimensione. Per chiarire il concetto ricorriamo al nostro immaginario mondo bidimensionale. Immaginiamo il quadrato e sua moglie, una retta, chiusi in casa. In un certo momento una sfera tridimensionale entra nella loro casa. Il quadrato e sua moglie vedranno comparire dal nulla un circolo dalle dimensioni variabili. Questo circolo scomparirà, quando la sfera avrà deciso di spostarsi nella terza dimensione, al di sopra o al di sotto del piano di Flatlandia. Non c’è nessun miracolo, ma un semplice spostamento in una dimensione superiore. Un disegno chiarirà il tutto.

Naturalmente un essere a quattro o più dimensioni potrebbe entrare in qualsiasi luogo chiuso e sigillato senza forzare serrature o altro, ma semplicemente spostandosi in una dimensione superiore, come quando, andando con una bicicletta incontriamo un ramo caduto che ci ostacola il passaggio: ci fermiamo, scendiamo, prendiamo la bici, la alziamo nella terza dimensione (l’altezza) e la appoggiamo sulla superficie al di là dell’ostacolo. Così avverrebbe per un ipotetico ladro quadridimensionale che vorrebbe entrare in una cassaforte tridimensionale. Semplicemente si sposterebbe nella quarta dimensione supererebbe l’ostacolo e rientrerebbe nelle spazio tridimensionale all’interno della cassaforte. Con la stessa procedura ne uscirebbe. Praticamente avrebbe commesso il delitto perfetto. Un simpatico disegno di un ladro di una dimensione superiore.


Ubiquità e onnipresenza.
Abbiamo appurato che un oggetto a quattro dimensioni può "comparire" in ogni luogo. Potrebbe comparire in più luoghi simultaneamente? Si. Un oggetto quadridimensionale non può essere contenuto integralmente in uno spazio a tre dimensioni. Lo spieghiamo con una semplice analogia. Un cubo, una figura tridimensionale, non può essere contenuto in un foglio, che è uno spazio a due dimensioni. Solo una sezione del cubo può essere contenuta in un foglio. Ricordate l’esempio della sfera che compariva in casa del quadrato, a cui appariva come un circolo dalle dimensioni variabili.
Un oggetto a quattro o più dimensioni non può essere contenuto integralmente in uno spazio di dimensioni inferiori, e parti di esso potrebbero comparire in più luoghi contemporaneamente. L’oggetto rimarrebbe unico, non si duplicherebbe, ma semplicemente in luoghi diversi si vedrebbero parti diverse e in alcuni casi si potrebbero vedere le stesse parti in luoghi distinti. Un esempio chiarirà il tutto. Immaginiamo una bacinella d’acqua con un leggero strato di olio che ricopra la superficie dell’acqua. Immaginiamo che questo strato sia Flatlandia. Immergiamoci le dita. Cosa vedranno gli abitanti di questo mondo bidimensionali? Vedranno comparire dal nulla quattro circoli (supponiamo che le dita siano approssimativamente tonde e che non immergiamo il pollice). Gli sembreranno quattro oggetti distinti, quando in realtà si tratta di unico oggetto, la nostra mano. Un unico in un universo a tre dimensioni, diventa una molteplicità in universo a due dimensioni. La stessa cosa può accadere per un oggetto a quattro o più dimensioni in uno spazio tridimensionale. Un essere di una dimensione superiore potrebbe agire simultaneamente in due o più luoghi lontani. Se avesse infinite dimensioni forse potrebbe agire in ogni luogo dell’universo e quindi essere onnipresente. Onnipresenza divina?
Onniscienza.
È stata in parte spiegata nel paragrafo precedente in cui si parlava della vista divina. Un essere ad infinite dimensioni potrebbe vedere tutti i punti dell’universo simultaneamente e riuscire a leggere tutti i pensieri degli esseri pensanti. È un’onniscienza limitata al presente. E il futuro? E il passato? Un essere eterno potrebbe conoscere il passato ma rimarrebbe fuori il futuro. Il Graal per possedere tutte le conoscenze del passato dovrebbe essere stato creato al momento della creazione, e da allora avrebbe dovuto accumulare ricordi. In tal modo è Dio che torna ad agire. In questo caso la descrizione del Graal come oggetto quadridimensionale fallisce.

 

Vita e morte.
Altre caratteristiche del Graal sono quelle di dare la vita o di provocare la morte degli indegni. Quest’ambivalenza è meglio espressa nella Lancia Sacra, che porta la vittoria e la distruzione dei nemici, ma guarisce anche la ferita del Re Pescatore. Un oggetto di una dimensione superiore potrebbe in linea di massima guarire alcune malattie e distruggere i nemici. È facile immaginare un’arma quadridimensionale capace di sterminare qualsiasi esercito e rendere invincibile. Basta pensare alle nostre armi più potenti e aggiungerci tutte le caratteristiche che comporta avere una dimensione in più e capirete subito la potenza di tale arma. Sarebbe veramente come aver la Lancia di S. Longino. Inoltre potrebbe proteggere da qualsiasi attacco, permettendo di fuggire momentaneamente nella dimensione superiore.
Spiegare le proprietà di guarigione è più difficile. Certo un medico quadridimensionale sarebbe immensamente più bravo di qualsiasi normale dottore. Ad esempio avrebbe un occhio a quattro dimensioni che gli permetterebbe di vedere qualsiasi punto esterno ed interno del nostro corpo e avendo, così, una visione d’insieme che nessun medico normale può avere. Un chirurgo quadridimensionale potrebbe operare senza aprire per raggiungere la zona da curare ed evitare traumi al nostro organismo. Ma per quanto grande può essere il potere di guarire di un essere a più di tre dimensioni è comunque un potere limitato. Un uomo morto non può tornare in vita. Il potere di vita del Graal è incommensurabile ed è paragonabile a quello di Dio. Il Graal contiene una scintilla di Dio.
Spiegare il potere di morte del Graal come oggetto quadridimensionale è stato facile, mentre per i poteri di vita si è ottenuto una spiegazione incompleta. Trattando il Graal come oggetto quadridimensionale ha permesso di spiegare gran parte dei suoi misteri, ma altri restano da scoprire. Una scintilla di Dio è infinita come Dio.
Nel prossimo paragrafo ci occupiamo della possibile esistenza di più Graal.

Graal e teoria degli insiemi 
Un sottoinsieme di un insieme infinito può essere infinito. L’ordine di grandezza dell’infinito del sottoinsieme può essere delle stesse dimensioni dell’insieme originario. Per analogia una parte del Graal può avere le stesse infinite proprietà del tutto, o per meglio dire una parte può rappresentare il tutto. Una parte del Graal è il Graal stesso. Questo può significare che possono esistere più Graal disseminati sulla Terra.(4)
Un sottinsieme di un insieme infinito può essere infinito, ma può anche essere un insieme finito e quindi contenere solo un certo numero di elementi, così una parte del Graal può possedere solo alcune delle caratteristiche del tutto iniziale. Nella letteratura graaliana è frequente associare al Sacro Calice altri oggetti quali la Lancia di S. Longino, il vassoio dell’Ultima Cena o quello su cui fu posta la testa di S. Giovanni (ambedue gli oggetti rappresentano lo scudo del dio celtico Lug nonché lo scudo della Fede e in alcuni casi coincidono)(5), che potrebbero essere parti finite e limitate dell’insieme infinito del Graal.
In conclusione potrebbero esistere più Graal equivalenti o più parti con caratteristiche limitate del Sacro Oggetto. Beninteso, potrebbero esistere più Graal, non affermo che esistono.

Conclusioni

Trattando il Graal prima come oggetto quadridimensionale e poi come un insieme infinito siamo riusciti a spiegarne gran parte delle sue proprietà. Le proprietà di vita sono rimaste inspiegabili. Inoltre il Graal è un catalizzatore per la visione di Dio. Un oggetto quadridimensionale ha questo potere? E se ce l’ha, è dovuto alle sue intrinseche caratteristiche o alla volontà divina?
Molte cose rimangono da spiegare e che non è possibile spiegare trattando il Graal come oggetto a quattro dimensioni, perché riguardano la dimensione del divino che non è possibile indagare con le nostre facoltà razionali e quindi matematiche, ma ognuno di noi, possiede una scintilla divina derivante dal soffio vitale che Dio alitò al momento della creazione e che può condurre ad averne una visione con o senza il catalizzatore del Graal.
Concludo con una citazione di Helen Adolf, da Visio Pacis:
"Che cos’altro vediamo nel Graal, se non un mucchio di paradossi? È visibile e invisibile; un oggetto – coppa, vaso o pietra – e un non oggetto; una persona e una non persona, né uomo né donna; dispensa nutrimento terreno e celeste; ispira amore, ispira terrore; incarna la predestinazione ma richiede, ciò nonostante, uno sforzo individuale. Questi, naturalmente, sono i paradossi del Divino, che hanno trovato nel simbolo del Graal una perfetta rappresentazione…così perfetta che il Graal, come il Divino, sfugge a qualsiasi descrizione, restando un’immagine senza immagine."

 

NOTE
1) Robert Anson Heinlein (7/7/1907-1988) scrittore di classici come "Straniero in terra straniera", "Starship troopers", "Il terrore dalla sesta luna", per citare i più noti. In un racconto intitolato "La casa nuova" descrive una casa avente la forma di un ipercubo a quattro dimensioni steso in tre dimensioni. Praticamente otto cubi posti a formare una doppia croce. La storia prosegue con un terremoto che ripiega la casa in un ipercubo. Nel disegno un ipercubo steso nelle tre dimensioni e il suo aspetto ripiegato nella quattro dimensioni.

 

Se vi risulta poco chiaro il concetto, pensate a come ottenere un semplice cubo ripiegando un foglio di carta adeguatamente tagliato. Avrete le sei facce del cubo stese su un foglio di carta, cioè avrete steso un oggetto a tre dimensioni nelle due dimensioni. Lo stesso è per il cubo a quattro dimensioni. Si distende un oggetto a quattro dimensioni nelle tre dimensioni.
2) Vorrei precisare che la relatività è una teoria generale che vale sempre e che comprende il caso di basse velocità. Non è, che esistono due teorie, una per le basse velocità e l’altra per velocità prossime a quella della luce. Le leggi della relatività comprendono ambedue i casi. Per semplicità continuiamo a usare le leggi della fisica classica, perché per basse velocità danno risultati corretti. Le leggi del moto della fisica classica possono essere considerate delle approssimazioni della teoria di Einstein per le basse velocità. L’errore commesso in questi casi è così basso, che per le normali misurazioni (tipo velocità auto) queste leggi vanno bene.
3) Nel secolo scorso il pastore Edwin Abbott Abbott scrisse un racconto fantastico Flatlandia, letteralmente terra piatta. In questo racconto si immagina l’esistenza di un mondo bidimensionale, abitata da esseri a forma di poligono. Si hanno dei segmenti, la figura più semplice che rappresentano le donne poi i triangoli, la classe più bassa, i quadrati, e cosi via, fino al cerchio che costituisce la casta egemone. Il racconto è anche una parodia della rigida società vittoriana. Il protagonista è un quadrato, che riceve la rivelazione dell’esistenza della terza dimensione da una sfera tridimensionale.
4) Un esempio di un insieme infinito è quello dei numeri naturali: 1,2,3,4,…. Un sottoinsieme infinito è l’insieme dei numeri dispari: 1,3,5,7,…. È infinito anche se parte di un insieme.
5) "Abbiate sempre in mano lo scudo della fede, con il quale possiate estinguere le frecce infuocate del maligno". Efesini, 6,16

I disegni sono presi dal libro "La quarta dimensione". Il più brutto è opera mia.

Bibliografia
 

  • L’avventura del Graal di Andrew Sinclair – Da qui ho preso le due citazioni.
  • Martin Mistère di Alfredo Castelli
  • La quarta dimensione di Rudy Rucker
  • Bibbia - Per la citazione della lettera agli Efesini di S. Paolo, anche se in realtà l’ho letta su un fumetto americano, Shi n. 3, ma per evitare la doppia traduzione dal latino all’inglese, e dall’inglese all’italiano ho preferito attingere direttamente da una Bibbia italiana. Giusto per dire che anche i fumetti possono essere un buon veicolo culturale.
  • Almanacco della fantascienza 1999 di Nathan Never – Potete trovarci qualche informazione su R. A. Heinlein.

Brevi cenni sulla simbologia femminile del Graal

di Vito Foschi 

Il Graal è un simbolo molteplice che racchiude vari significati. È un tramite per la divinità e rappresenta la molteplicità della potenza di Dio. Fra i suoi vari attributi c’è quello di rappresentare il principio creatore e in genere tutto quello che è legato alla vita: guarigione, nascita e rigenerazione. I suoi cantori gli hanno fatto assumere varie forme, calice, pietra, vassoio, ma le sue proprietà di rigenerazione sono costanti. La forma principale con cui è conosciuto il Graal è quello di un calice o in genere un contenitore. Ci soffermeremo su questa forma.

Se esaminiamo il geroglifico egizio rappresentante la donna vedremo la presenza di un pozzo d’acqua. La donna, sorgente di vita, è legata all’acqua, sorgente di vita per eccellenza ma anche liquido amniotico. Il pozzo d’acqua come grembo materno. Nell’antico Egitto l’acqua assumeva un significato particolare. Le sue capacità agricole dipendevano dalla regolarità delle piene del Nilo. Tutto dipendeva dall’acqua. Non a caso tutte le grandi civiltà si sono sviluppate intorno a corsi d’acqua: il Nilo, il Tevere, il fiume Giallo, il Tigre e l’Eufrate, l’Indo. Nell’antica Mesopotamia una divinità dell’oltretomba chiamata Enki, riempiva di acqua le vasche dei primi templi. Poi semidei in forma di pesce la donavano agli uomini. I fedeli persiani la raccoglievano in anfore e versavano libagioni in coppe approntate dinanzi agli altari. In queste antiche cerimonie religiose, la vasca e il bacile, l’anfora e la coppa rappresentavano la creazione della vita.
Il Graal ha memoria di questi antichi miti. Forse un legame diretto non esiste, ma questi simboli sono universali e portano con sé memoria degli antichi significati. La potenza del simbolo è quella di rappresentare significati universali a tutti gli uomini e di passare indenne attraverso le generazioni umane assumendo nuovi significati ma conservando gli antichi.
Questa simbologia connessa all’origine della vita è indubbiamente legata alla donna e alla sua qualità di generatrice di vita. Il Graal contiene questa simbologia femminile, perché è un dispensatore di vita. In alcune leggende il Graal è legato alla Lancia sanguinante. Il sangue cola nel Calice e la lancia è simbolo maschile per eccellenza. Il Calice, la donna, la lancia, l’uomo, generano la vita e rappresentano l’atto creatore di Dio. Quale migliore rappresentazione della potenza creatrice divina del mistero della generazione di una vita dall’unione di un uomo e di una donna? E, di fatto, in passato quale altro simbolo si poteva utilizzare? Più tardi lo sviluppo della ceramica portò l’immagine di un Dio vasaio. Già nell’antico Egitto fu adottato il simbolo del vaso per significare il verbo creare.

Il Graal essendo un contenitore possiede anche quest’immagine del vaso come simbolo della creazione divina. Anche il Dio cristiano che crea l’uomo dal fango riprende quella di un dio vasaio. Più tardi nel Medioevo Dio prende il compasso per creare. Il riferimento è all’architettura che allora sviluppava imponenti opere.
Il Graal rappresenta il tutto, perciò racchiude in sé il principio maschile e femminile. A volte reso più esplicito dalla presenza della Sacra Lancia. Simbolo maschile e quindi della guerra. Crea insieme al Graal-donna la vita, ma distrugge i nemici.
Trattando di generazione, il ricordo di antichi culti legata alla Grande Madre, è evidente. La simbologia femminile del Graal è piuttosto forte a scapito di quella maschile, nonostante il tempo trascorso e l’avvento del cristianesimo e del Dio Padre. Anche per questo il simbolo del Graal, nonostante i tentativi di riportarlo all’ortodossia, rimane fondamentalmente un simbolo eteredosso.

Bibliografia

  • L’avventura del Graal di Andrew Sinclair
  • Il segreto dei geroglifici di Christian Jacq

Fonte: http://www.maella.it/Download/Misteri%20-%20IL%20SANTO%20GRAAL.doc

 

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