Sociologia e antropologia culturale

 


Sociologia e antropologia culturale

 

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Sociologia e antropologia culturale

 

 

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INVITO ALLA SOCIOLOGIA

 

Parto dalla ricostruzione di alcune vicende storiche a mio parere utili per capire meglio cos’è oggi la sociologia, e quali sono i suoi tratti più importanti. Spero che questo modo di affrontare l’argomento di oggi vi trasmetta già una prima e a mio parere essenziale informazione: e cioè l’esistenza dello stretto rapporto che lega tra di loro storia e sociologia, dunque l’importanza di tener conto del grande aiuto che la storia può dare alla comprensione del presente e alla stessa capacità di agire nella società di oggi. Ciò richiede che la domanda iniziale di ogni ricercatore interessato a chiarire la natura di un problema o di un processo sociale debba essere: quale storia abbia alle spalle, e quali eredità e quali segni del passato stia ancora portando con sé.
Le vicende storiche che racconterò sono tre. La prima è una microstoria, e riguarda la Facoltà alla quale vi siete iscritti che, come sapete, si chiama oggi facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”. Ma alla sua nascita, nel 1875, in realtà portava il nome di Scuola di Scienze Sociali. Il nome originario, dunque, non fa riferimento iniziale né alle Scienze Politiche né alla Sociologia, ma a una famiglia più grande e più comprensiva, quella delle Scienze Sociali. Tornerò fra poco, nella seconda storia, sul punto, ma vi prego già ora di annotare questo tratto originario che fin dagli inizi contrassegna il nostro tipo di studi. La Scuola nasce quattro anni dopo che si è completato il processo di unificazione del nostro paese, e nasce su iniziativa di un aristocratico piemontese, Carlo Alfieri di Sostegno, in quella stessa regione che aveva unificato l’Italia con il suo esercito e che si apprestava ad amministrarla con la sua burocrazia. Il suo obiettivo è quello di formare una nuova e moderna classe dirigente, un nucleo di amministratori – quelli che i francesi chiamavano (e chiamano) grand commis – in grado di gestire gli immensi problemi che si presentavano al nuovo Stato italiano.
Già in questa vicenda risalta con chiarezza una delle anime e delle vocazioni tipiche delle scienze sociali e della sociologia fin dalle sue origini: e cioè la convinzione che sia necessaria una competenza specifica, maturata con lo studio delle scienze sociali, per capire e poi per governare la società, i suoi processi, le sue istituzioni. E’ un’idea ricorrente nella storia della sociologia (vedi la proposta di Gaetano Mosca, ma anche di molti altri più vicini a noi) di un governo di “giurisperiti” o di tecnici, una proposta piena di fascino e di attrattiva, che individua un compito e un profilo concreto per chi si dedica a questo tipo di studi – un’idea esposta però a tentazioni pericolose, prima fra tutte, come dirò, a continue compromissioni con il potere, fino al limite estremo che porta a tradire il proprio profilo professionale ed etico in una pratica di servizio acritico e strumentale ai potenti e al potere.
La seconda storia è già una macrostoria, che però lascia i suoi segni fino ad oggi, come dimostra per esempio il fatto che anche il nostro piccolo campus universitario porta il nome di Polo delle Scienze Sociali. Essa riguarda tutta la grande famiglia delle scienze sociali, ed è una storia che può essere capita solo se si colloca nei grandi scenari intellettuali e ideologici del 700 e dell’800, ma soprattutto nel crogiuolo della Grande Trasformazione che investe l’Europa e il mondo a partire dalla Rivoluzione Industriale britannica di fine settecento-metà ottocento, cui segue un enorme e rapidissimo processo di cambiamento in tutte le sfere della vita – nell’economia, nelle istituzioni, nella politica, nei costumi.
Le scienze sociali nascono e si affermano nell’arco relativamente breve di un secolo, tra fine ‘700 e fine ‘800. Nascono sotto l’influenza di due grandi correnti di pensiero, l’illuminismo e il positivismo. Alla prima devono l’indicazione che è possibile e scientificamente produttivo applicare ragione e razionalità allo studio e ai problemi della società. E’ l’affermazione di un principio che oggi può apparire scontato, ma che in realtà ha una enorme carica rivoluzionaria. Fino allora, infatti, il dominio e il controllo assoluto delle chiese e delle religioni sulle università e sui centri di produzione delle idee portava ad escludere che le istituzioni sociali (come la famiglia, la chiesa, lo Stato, ecc.) fossero studiabili criticamente, perché la loro origine era divina e quindi non sottoponibile alla valutazione e alla critica della ragione. Quando Auguste Comte, il fondatore della sociologia, arriva ad affermare che i fatti sociali vanno studiati e conosciuti come i fatti naturali, compie dunque un atto rivoluzionario, rompe con una tradizione secolare, esercita immediatamente una critica sociale.
Nei confronti della seconda influenza ideologica, quella del positivismo, le scienze sociali sono debitrici dell’idea che la società sia un oggetto di studio concreto indagabile con metodo scientifico. Qui si compie un passo ulteriore in avanti, su cui dovremo fermarci a riflettere. Nel momento in cui il pensiero positivista approda nelle scienze sociali, avvalora per ciò stesso un’equivalenza di portata rivoluzionaria. Dicendo che la società è come la natura, fa della società una realtà distinta dagli uomini che la compongono, ne fa un oggetto al pari della natura, delle piante, degli animali, delle stelle… Una realtà alla quale si possono applicare le stesse metodologie e le stesse tecniche che si applicano agli oggetti delle scienze naturali, che può essere sottoposta a tecniche di misurazione e di calcolo. Siamo, come potete capire, alla fondazione della scienza sociale moderna, che in gran parte conserva ancora oggi questi caratteri originari che ne hanno accompagnato la nascita.
Ma come è stata possibile questa scoperta? E’ stata solo la potenza del pensiero positivista a produrre questo risultato? Come sociologi, abituati a valutare la forza dei processi sociali, dobbiamo dubitarne e ne abbiamo dubitato. Nella storia recente della riflessione sociologica, la risposta più convincente a questa domanda l’ha data un grande sociologo contemporaneo, scomparso di recente: Ralf Dahrendorf. In un bellissimo saggio del 1960, Dahrendorf afferma che la sociologia è figlia della società industriale, volendo indicare con questa frase due processi legati a quel passaggio storico, entrambi molto importanti. Il primo, cui si è da poco accennato, riguarda direttamente i tempi della “presa di coscienza”: la società ha potuto essere concettualizzata come oggetto di ricerca nel momento in cui gli uomini sono stati in grado di “vederla”. E sono stati in grado di vederla quando ha cominciato a mutare così velocemente e così radicalmente sotto la spinta del capitalismo nascente da apparire a tutti come una realtà distinta da se stessi, che si osservava con stupore scorrere di fronte a sé, quasi come su uno schermo cinematografico. E’ una condizione nuova, sconosciuta e fino allora estranea all’esperienza della gente, che nasceva e moriva senza che il proprio mondo fosse cambiato, senza vedere famiglia, affetti, lavoro, credenze, valori, mutare e stravolgersi così rapidamente come invece accade con la rivoluzione industriale. Dove tutto cambia, dove nulla è più come prima, e dove quindi l’uomo avverte che c’è una realtà e una forza esterna a lui che cambia continuamente e che cambiando lo travolge, lo trascina qua e là, con una forza costrittiva di cui gli uomini diventano giocoforza consapevoli – come non era mai accaduto fino allora. Così, dice Dahrendorf, è sotto questa influenza genetica del capitalismo industriale, che la società è potuta diventare quella cosa distinta dagli uomini finalmente identificabile come possibile oggetto di ricerca, consentendo dunque la nascita e lo sviluppo della sociologia moderna.
C’è poi una seconda influenza del capitalismo moderno sulla nascita e sui caratteri assunti dalla sociologia e dalla ricerca sociologica. La forza distruttrice e creatrice del capitalismo maturava con chiarezza sul terreno dell’economia, il suo cuore pulsante era costituito dall’industria e dalle macchine, il lavoro diventava la sfera distinta e dominante nell’esperienza di vita delle persone, annullando o marginalizzando tutte le altre sfere, dalla famiglia alla religione al tempo di riposo e di svago. Tutto questo si è andato a riflettere immediatamente sui caratteri assunti dalla disciplina, e sulle tematiche poste al centro dei suoi interessi: il lavoro, l’industria, l’organizzazione, il mercato, la produzione, e a seguire i soggetti sociali protagonisti di queste arene: gli imprenditori, la classe operaia, i tecnici, le relazioni industriali… E’ interessante notare come questi siano ancora oggi tra i campi più coltivati nella ricerca sociologica, a segnalare come i caratteri che assume una disciplina nel suo stato nascente vi rimangano impressi anche quando il tempo e i processi sociali hanno mutato radicalmente la realtà intorno ad essa. Sottolineo questo punto perché indica uno dei rischi sempre presenti nel lavoro sociologico, quello cioè di rimanere inconsapevolmente prigionieri e sudditi dei paradigmi dominanti, di ciò che appare o ci viene fatto apparire come importante, dunque da mettere necessariamente al centro delle nostre riflessioni. E’ una subalternità culturale e ideologica che chiude la strada all’innovazione, alla scoperta, allo svelamento, magari alla semplice curiosità. Con il rischio davvero di fare della sociologia quella “scienza inferma” di cui parlava Benedetto Croce, facendola camminare su una sola stampella quando invece la sua naturale vocazione – come per tutte le scienze – sarebbe quella di percorrere senza limiti e senza sudditanze ideologiche tutti i territori della ricerca e della conoscenza.

Passo alla seconda parte di questa lezione, dove non vi dirò cosa è e di cosa si occupa questa disciplina. Avrete tutto un corso dove Perulli e Landucci vi accompagneranno alla scoperta della sociologia, dove potrete toccare con mano quali siano gli argomenti e le procedure conoscitive di questa materia. Per ora vi dovrete accontentare della risposta ironica che dava un grande sociologo americano (Charles Wright Mills) a chi gli chiedeva cos’era la sociologia. La sociologia – rispondeva – è quello che fanno i sociologi. Sembra una banalità, o una boutade, ma in realtà trasmette un grande insegnamento: che si debba cioè lasciare alla sensibilità, al gusto, alla curiosità e persino ai capricci conoscitivi del sociologo di definire il proprio campo di indagine, in piena libertà ed autonomia, perché solo a queste condizioni la conoscenza scientifica può fare passi avanti.
Purtroppo le situazioni concrete sono ben diverse. I limiti e i condizionamenti al lavoro del sociologo – sia quelli che gli vengono dal suo essere interiore sia quelli che lo assediano o lo condizionano dall’esterno – sono molti e di non poco peso. Per cui dedicherò questa ultima parte della lezione a una messa in guardia contro i pericoli più importanti che stanno di fronte a chi come voi sta per intraprendere questo nuovo e sconosciuto sentiero della conoscenza: aggiungendo, se mi è consentito, anche qualche consiglio, che spero non suoni troppo paternalistico.
La sociologia, come tutte le discipline che tendono ad essere scienze, va incontro sicuramente a dei limiti, ma presenta anche potenzialità conoscitive di grande suggestione. Poiché essa è essenzialmente lo studio del mondo nel quale si è immersi in ogni istante della propria vita, il primo elemento di fascinazione sta proprio in questa quasi impossibile sfida intellettuale, quella di capire e interpretare uomini e situazioni ai quali e alle quali si è così indissolubilmente legati, sul piano materiale come sul piano culturale ed emozionale.
L’unico modo per far fronte a queste difficoltà è conoscerle, e non rinunciare a fare i conti con esse. Un primo punto cruciale, che rende la sociologia – se fatta seriamente – forse la più difficile e impegnativa tra le scienze, è il suo oggetto di studio. La società è fatta di uomini, di uomini che agiscono, di uomini che scelgono. Le loro azioni sembrano combinarsi in mille modi sempre varianti; i loro effetti possono essere voluti, ma anche non voluti, semplicemente accadere, al di là e oltre ogni aspetto intenzionale. Tutto dunque sembra preda del disordine, di un disordine non comprimibile e non calcolabile; e nei processi sociali sembra sempre in agguato il caso. Caos e caso rimettono continuamente in discussione ogni tentativo di stabilire delle regolarità e di avanzare delle predizioni (che è quello che tenta di fare ogni scienza), si pongono – almeno apparentemente –come limiti invalicabili al lavoro sociologico.
In realtà, le ricerche sociologiche dimostrano fin dalle prime esperienze con i loro risultati di saper trovare e identificare regolarità nei processi sociali, di riuscire a produrre prove empiriche a dimostrazione delle proprie ipotesi e, nei casi più fortunati, di poter prevedere con successo una o più delle direzioni che può prendere il mondo. Grandi sociologi, primo fra tutti Max Weber, ci hanno anche spiegato il perché. La sociologia ha i mezzi e la capacità di fare i conti con questa realtà fatta di individui liberi di scegliere e di agire, perché a loro volta azioni e scelte sono orientate dalle idee come dagli interessi che si hanno nel mondo, dalle credenze e dai valori che ci guidano come dai poteri che ci dominano: tutti fattori che a loro volta possono essere oggetto di studio, di interpretazione e di valutazione, consentendo quindi al ricercatore e allo scienziato di ipotizzare credibilmente se non una e una sola direzione del cambiamento, almeno un limitato e definito fascio di possibilità relativamente alle forme che esso può assumere. Come in una novella pirandelliana, il sociologo può cioè individuare con i suoi apparati concettuali e con la sua strumentazione empirica i possibili scenari che in ogni momento gli uomini hanno di fronte e le ragioni sociologiche che rendono uno scenario più probabile dell’altro, anche se di nessuno c’è certezza. Persino l’apparentemente insormontabile difficoltà di fare i conti con quelle azioni che producono conseguenze non intenzionali allarga paradossalmente gli spazi di lavoro e gli orizzonti interpretativi della sociologia: perché se un’azione o un insieme di azioni producono effetti diversi dalle intenzioni di chi agisce, ciò significa che altre condizioni, economiche, culturali, sociali, di contesto, sono intervenute a produrre quell’esito, hanno giocato un ruolo ed hanno esercitato un peso che possono essere colti e valutati da un ricercatore attento e aperto alla complessità dei processi sociali.
Una seconda messa in guardia, già implicita in quello che ho sostenuto finora, avverte che per far bene il mestiere di sociologi – proprio perché si è inevitabilmente immersi nella realtà sociale, politica e culturale che ci circonda – occorre prendere il più possibile coscienza di quali siano e di quanto pesino su di noi i condizionamenti personali, le appartenenze di classe o di ceto, le convinzioni politiche e ideologiche, i pregiudizi e i giudizi di valore: e di quanto essi possano condizionare e distorcere il proprio lavoro, e farlo naufragare in una logica di parte. Non è un’operazione semplice e forse non è neppure un’operazione possibile. Ma qualcosa può essere fatto: primo, non arrendendosi mai alle proprie insufficienze e alle proprie debolezze; secondo – come insegna Max Weber – rendendo per quanto possibile espliciti a se stessi e agli altri, al pubblico grande o piccolo a cui ci si rivolge, i nostri giudizi di valore, perché se non noi almeno gli altri possano valutare il nostro lavoro, e capirlo e giudicarlo potendo disporre di questa chiave di lettura.
Una terza avvertenza riguarda il linguaggio e lo stile espositivo della sociologia. Qui gli aspetti in discussione sono due. Il primo si collega direttamente a una irrinunciabile vocazione critica della sociologia. Come dicevo all’inizio, la conoscenza sociologica si fa inevitabilmente critica sociale, assume di fatto un ruolo demistificatore – ha quindi direttamente a che fare con la vita e il funzionamento della società democratica. Per tener fede a questa vocazione occorre che la sociologia adotti un linguaggio e uno stile espositivo che renda potenzialmente accessibili ai più i risultati delle sue ricerche e delle sue riflessioni. C’è un esempio famoso nella storia del dibattito scientifico, quando due tra i più grandi sociologi americani della seconda metà del Novecento si confrontano e si fronteggiano proprio su questo punto. Da una parte l’aristocratico Parsons, che scrive libri e cose importanti, ma con un linguaggio chiuso, quasi esoterico, incomprensibile alla maggior parte della gente; dall’altra il democratico e progressista Wright Mills che, al contrario, fa della semplicità e della chiarezza espositiva uno degli obiettivi non rinunciabili della produzione sociologica. E così, quasi per gioco ma con una forte carica polemica, Mills traduce in poche e semplici righe, comprensibili a tutti, quei lunghi, oscuri e complessi brani con cui invece Parsons esponeva le sue teorie e le sue interpretazioni del mondo e della società. Con questa beffarda traduzione, Mills raggiunge un duplice scopo: quello di dimostrare come si possono esprimere gli stessi concetti e le stesse valutazioni in modo aperto e comprensibile; ma anche quello non meno importante di svelare cosa c’è dietro la complessità argomentativa e il linguaggio astratto e formalizzato, e cioè l’obiettivo antidemocratico di parlare a pochi e di nascondere la “verità” a molti.
Collegato a questo aspetto del linguaggio c’è un quarto punto – a mio parere di particolare importanza – che riguarda le modalità espositive della sociologia. C’è una pratica, purtroppo sempre più diffusa nelle scienze sociali, di fare nei propri lavori un uso di terminologie complesse, di formule matematiche, di caratteri e simboli astrusi. Si è diffusa prima nelle scienze economiche, ma ora purtroppo sta dilagando anche nella sociologia. E’ un tentativo di imitazione delle cosiddette scienze esatte che ha risultati disastrosi, su più versanti.  Primo, perché nasconde e mimetizza quelle valutazioni e quei pregiudizi impliciti che ogni ricercatore – come dicevo prima – deve invece rendere espliciti e chiari prima di tutto a se stesso ma poi con grande chiarezza al pubblico a cui si rivolge. Secondo, perché la formalizzazione e la matematizzazione del ragionamento sociologico lo impoverisce e lo semplifica al punto da renderlo banale (quando va bene) e ancor peggio da produrre errori sociologicamente clamorosi, perché riduce la carnosa complessità dei processi sociali a scheletri inesistenti e inconsistenti. Come affermava un famoso economista, John Maynard Keynes, fin dagli anni Trenta, in polemica con i suoi colleghi, “è meglio essere approssimativamente nel vero piuttosto che sbagliare con certezza”.

Chiudo con un ultimo ma non meno importante punto di discussione, il rapporto tra sociologia e democrazia. C’è storicamente un parallelismo tra stato della democrazia di un paese e stato di salute della sociologia. Lo dimostra facilmente la costante e diretta relazione storica tra regimi dittatoriali (il fascismo, il nazismo, il comunismo…) e la soppressione o la marginalizzazione degli studi sociologici, come è successo in Italia, in Germania e nell’URSS – ma anche in molti altri paesi – tra le due guerre mondiali. Ma lo dimostra anche, nelle società democratiche di oggi, la denigrazione sistematica a cui sono soggetti gli studi sociologici, i mille metodi attraverso i quali se ne ostacola lo sviluppo o lo si guida in direzioni più convenienti per il potere o più facilmente manipolabili a fini di dominio. Le strategie di asservimento o di marginalizzazione della sociologia sono infinite: ponendo vincoli materiali, finanziari o di carriera alla libertà di scegliere un tema di ricerca, impedendo di raccogliere dati e informazioni su questo o quel problema, ostacolando la pubblicazione dei risultati delle ricerche nelle sedi scientificamente o politicamente più accreditate. Purtroppo, queste strategie hanno conseguenze gravi sugli stessi ricercatori, tra i quali si diffondono pericolosi fenomeni di autocensura e di conformismo scientifico, che finiscono con l’influenzare la scelta dei temi, del linguaggio, dei metodi, degli approcci teorici, nella speranza più o meno consapevolmente perseguita di rimanere o di entrare nella cerchia dei favoriti, dei riconosciuti, dei graditi al potere accademico o scientifico o politico.
Per sfuggire a queste derive morali, a queste pratiche di occultamento della “verità” per tornaconto personale o di gruppo, per convenienza politica o ideologica, professionale o accademica, occorre mantenere un rispetto profondo per la natura e i caratteri della sociologia come scienza moderna, che procede alla dimostrazione o alla confutazione delle idee e delle ipotesi da cui si è partiti applicando logiche e tecniche scientifico-razionali. La sociologia non è retorica, non deve persuadere gli altri di ciò che è giusto e di ciò che è ingiusto, non deve ricorrere alle frasi o alle immagini ad effetto per influenzare le opinioni degli altri, per convincerli della propria verità. Avvertenza valida per tutte le scienze, ma con un valore molto più grande per la sociologia e in genere per le scienze sociali: proprio perché i loro messaggi, travalicando spesso gli stretti confini disciplinari, si fanno sentire su molti fronti, pubblici e privati, politici e civili, e possono così costituire – come ricordato anche poco fa – una oggettiva, continua e pericolosa minaccia ai valori, alle idee, alle credenze dominanti. Abdicare a questa naturale vocazione della sociologia significa piegare il proprio lavoro ma anche la propria intelligenza e la propria anima ai valori e agli interessi dominanti, o comunque ai valori e agli interessi di una parte, che proprio perché parte tradisce inevitabilmente il carattere di universalità a cui deve sempre tendere la conoscenza scientifica. Significa, in una parola, ridursi a servi di un qualche potere, economico, politico o culturale che sia. Significa svendere la propria originalità e il proprio mestiere alle esigenze, agli interessi e magari ai gusti del pubblico, delle masse, della politica, delle istituzioni. Significa infine, anche nel nostro piccolo mondo scientifico o accademico, rinunciare a seguire i propri interessi scientifici o le proprie convinzioni metodologiche per ricercare il consenso e l’accettazione degli altri, dei colleghi o degli accademici di successo o di potere, imboccando così una deriva conformistica o culturalmente subalterna che forse apporterà qualche vantaggio personale o di carriera ma che inevitabilmente contribuirà al dilagare di una scienza conformista e a chiudere ogni spazio di originalità e di invenzione.
Facoltà di Scienze Politiche “C. Alfieri”
Corso di Laurea in Scienze Politiche

lezione inaugurale del corso di sociologia, a.a. 2009-2010

 

INVITO ALLA SOCIOLOGIA
di Paolo Giovannini

Fonte: http://www.unifi.it/offertaformativa/allegati/uploaded_files/2011/200011/B008929/INVITO%20ALLA%20SOCIOLOGIA.doc

Sito web da visitare: http://www.unifi.it

 

 

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