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                             I GIOVANI E LO SPORT

“Muoversi è libertà”: ogni giorno, in mille luoghi del pianeta, correre, giocare, allenarsi, disputare una partita, significa anche affermare la libertà e il diritto fondamentale al movimento, o utilizzare il gesto sportivo per rivendicarli. Muoversi per sentirsi liberi. In qualche caso è come se il gesto sportivo offrisse ai giovani la possibilità di esprimersi in una lingua “diversa” che consenta di comunicare con il mondo e di realizzarsi.
Lo sport è considerato tra i giovani una delle ruote più importanti per lo sviluppo della vita, svolge un ruolo importantissimo nella formazione, nello sviluppo e nell’educazione, per molti esso è un’opportunità con cui tenere in allenamento il fisico e la mente, per altri ancora una guida educativa molto importante.
Lo sport è legato alle passioni, si sceglie senza mezzi termini chi sostenere fino all’ultimo, chi seguire con il fiato sospeso; ogni disciplina sportiva ha intorno una massa di tifosi che si sentono parte di un mondo speciale dove spesso i toni, il linguaggio e le parole sono comprese solo da chi vi appartiene e non è importante se “gli altri non capiscono”.
L’importante è sapersi riconoscere, anche tra chi non si è mai visto, e sapere, anche solo per un momento, di far parte di un “piccolo cosmo” dove si consumano passioni comuni.
Lo sport è una straordinaria fabbrica di continue emozioni, a volte le proviamo in solitudine, a volte in un piccolo gruppo: l’evento sportivo, sia esso un grande successo o una cocente sconfitta, viene vissuto come in pezzo di storia individuale e collettiva, con tutte le emozioni che ne seguono.
Cosa significa per un giovane avere successo nello sport?
Significa porsi degli obiettivi, raggiungerli grazie al nostro impegno e alla fiducia in noi stessi, significa assaporare una piacevole sensazione di soddisfazione sia durante l’attività  sia quando si è conclusa.
Un ulteriore aspetto su cui soffermarsi è la capacità di vivere in gruppo; sentirsi parte di un determinato contesto sociale è uno dei bisogno primari di ciascun individuo. Infatti una delle principali motivazioni dei giovani allo sport è legata al desiderio di vivere e di raggiungere obiettivi sentendosi parte di un gruppo.
L’evidenza formativa di questa abilità è fuori da ogni dubbio: saper rispettare le regole del gruppo e collaborare anche in un ambiente competitivo sono abilità interpersonali che ciascuno di noi deve avere.
L’attività sportiva rappresenta uno strumento indispensabile all’apertura dell’educazione all’ambiente locale, all’Europa e al resto del mondo; essa è particolarmente adatta agli obiettivi di lotta contro qualsiasi forma di discriminazione, di genere, persone portatrici di handicap e nella lotta contro il razzismo.
Lo sport è stato a lungo, in passato, vissuto come una prerogativa d’élite: a praticarlo erano  giovani, uomini, persone con disponibilità finanziaria. Oggi lo sport è un’attività aperta a tutti, ma il numero dei praticanti è in continuo calo. Secondo il Censis, il 39.6 % degli italiani che hanno più di 18 anni svolge un’attività fisica in modo continuativo: fino a 35 anni questa cifra sale al 5.3%, tra 56 e 70 riesce ad ottenere un lusinghiero 23.1 %.
Le donne si sono avvicinate molto agli uomini come percentuale di praticanti in alcune discipline: su 100 uomini 47 fanno sport; su 100 donne 33.
E i giovani?
Promossi in sedentarietà e bocciati in movimento.Troppa tv, poco sport: in movimento per meno di 30 minuti al giorno; è questo il profilo dei giovani italiani che emerge da un’indagine Doxa sugli stili di vita dei ragazzi.
E in più lo sport non è più un’isola felice. Tra i ragazzi che praticano sport abbonda quello che in termini tecnici si chiama “disagio giovanile”; piuttosto che campioncini dello sport possono diventare soggetti a rischio: si comincia dagli integratori, poi gli anabolizzanti…il doping neanche per i più giovani è un tabù.
Per essere efficace e produrre risultati duraturi e tangibili all’interno del mondo giovanile, il sistema sportivo dovrà essere in grado di conciliare la sua dimensione economica con quella popolare, educativa, sociale e culturale: solo così riuscirà ad allargare la sua sfera di influenza ai giovani.

Fonte: http://legge383.uisp.it/uploads/public/file3.doc

Sito web e autore : http://legge383.uisp.it/

 

LO SPORT COME PROGETTO EDUCATIVO

 

PREMESSA
Usiamo una parola grande, forte, un po’ invadente:  Educazione
Perché a noi interessa l’educazione e quel particolare itinerario educativo che viene proposto ai ragazzi e ai giovani delle nostre città che frequentano le nostre società. Ragioneremo perciò sul rapporto Società/Dirigenza/allenatori e sport a partire dall’educazione che le nostre Società sono chiamati a rendere; e non a partire dallo sport. Parleremo delle possibilità educative che ha lo sport e poiché lo sport ha grandi possibilità educative, ne parleremo con simpatia e con responsabilità.

1. CHE COSA È EDUCAZIONE?

L’educazione è un’esperienza:
l’esperienza è il “luogo” in cui si educa. Non c’è educazione se non c’è esperienza (se quello che propongo non lo sperimento immediatamente con i miei ragazzi). Se i miei ragazzi non partecipano con tutti gli aspetti più profondi della loro personalità, ciò che io propongo a loro non diventa esperienza; e se non diventa esperienza, non li cambia, non li fa crescere; e se non li cambia, se non li fa crescere, ciò che faccio con loro o dico a loro non è un fatto educativo: non li educa, non li rende più liberi, perciò responsabili. Quando noi pensiamo di fare educazione con i ragazzi e con i giovani perché raccontiamo delle cose, forniamo delle informazioni, noi sbagliamo e li inganniamo. L’educazione presuppone il coinvolgimento totale della persona in tutti i suoi aspetti.
Quindi per fare educazione bisogna fare attività:
bisogna, cioè, che si facciano delle cose, non semplicemente che si raccontino. Del resto noi sappiamo bene che si è visto l’amore di Dio per gli uomini (cfr. 1 Giovanni) quando è diventato un fatto, un “evento” si dice: un corpo, una vita umana che tanti hanno visto, Gesù di Nazareth.

2. LO SPORT NON È FACOLTATIVO

Lo sport è una attività nella quale i ragazzi e i giovani si sentono profondamente e facilmente coinvolti. Diciamo perciò che lo sport è competizione, è esercizio fisico, è divertimento, è gioco, è spettacolo e pensiamo che questi valori totalizzino l’esperienza sportiva: è solo questo. Quando noi pensiamo così, togliamo allo sport la dimensione di coinvolgimento totale della persona, che è caratteristica dello sport. Non possiamo perciò scegliere noi se fare o non fare sport , ma dobbiamo prendere atto che, quando i ragazzi e i giovani fanno sport, lo fanno con un coinvolgimento totale della loro persona. Quindi questo è un terreno buono per l’educazione. Ecco perchè chi fa educazione  non può non fare i conti con l’attività sportiva, perchè lo sport fa parte degli interessi, della vita di un ragazzo/a e tutto ciò che fa parte della vita deve essere assunto in un progetto educativo. Se uno fa educazione, un educatore deve promuovere lo sport. Non dico che dobbiamo metterci tutti a fare sport o che dobbiamo fare solo questo. Dico che lo sport è legittimo in un progetto educativo, di qualsiasi progetto educativo destinato a ragazzi e a giovani: perciò non è facoltativo.

3. LO SPORT È “CIECO”

A mio parere lo sport rivela un lato debole di sè: di solito lo sport è poco abituato a riflettere su quello che fa. Si fanno tante attività, ma si fa fatica a capirne il significato e il valore. Così succede che i ragazzi e i giovani oggi fanno molto sport, ma fanno poche esperienze in questo campo. Le attività da sole non sono esperienza/e. Esperienza significa interiorizzazione. Esperienza significa capacità di cogliere il valore, il significato di quello che si fa. Una esperienza è educativa quando è fatta di attività che sono frutto di riflessione e che generano presa di coscienza, consapevolezza.
Per educare ci vuole un “fare” che trasmetta coscienza di valori. Perché l’attività sportiva sia educazione occorre che questa attività sia oggetto di riflessione da parte di chi la fa e nello stesso tempo produca consapevolezza del senso, del valore per la vita.
E come dire: perché l’attività sportiva educhi, ha bisogno di bravi educatori che sanno accogliere i loro ragazzi intuendone i bisogni e mettendosi subito a servizio di questi loro bisogni (e Dio soltanto lo sa quanto i ragazzi di oggi hanno bisogno di libertà, di aria pura, di gioco, di festa, di amicizie buone...!).

4. PER APRIRE GLI OCCHI ALLO SPORT

Per aprire gli occhi allo sport che è cieco (solo uno sport con gli occhi aperti è educativo) sono necessarie due condizioni;
la prima: che sia guidato da bravi educatori;
la seconda: che non dimentichi che l’educazione è un cammino.
Sono le due condizioni fondamentali che rendono credibile e possibile l’utopia di uno sport in un progetto educativo. Uno sport che educa ha bisogno di bravi educatori che sappiano condividere il cammino di crescita e di maturazione dei ragazzi e dei giovani secondo le linee del progetto educativo che una comunità cristiana affida al C.S.I.

La prima: ci vogliono bravi educatori.
La prima decisione di  chi vuole fare animazione sportiva (animazione sportiva che educhi) è quella di preparare esperti, competenti, generosi, entusiasti educatori. Questo è il grande investimento che la Chiesa diocesana innanzitutto e poi gli Oratori, i loro responsabili e noi tutti che in questa Chiesa ci siamo messi a servizio dei ragazzi e dei giovani quando fanno sport, siamo chiamati a compiere subito: se vogliamo che il discorso fatto fino ad ora sia credibile e che in questo campo si arrivi finalmente a superare contraddizioni e conflitti che ancora ci umiliano.
Solo educatori preparati così possono garantire uno sport che educa perché possono garantire una attività continuativa: impegnata in rapporti stabili, rapporti che evolvono nel tempo.
Non si può stare con i ragazzi quattro volte alI’anno, ma tutti i giorni anche se l’allenamento e la partita ci sono una volta alla settimana e per alcuni mesi. Un educatore non dirà mai: ci sto quando avanzo del tempo, dopo che sono andato a sciare... ma prima sto con i ragazzi e poi vado a sciare, solo se avanzo del tempo.

La seconda condizione: l’educazione è un cammino.
Il secondo aspetto dell’educazione è che l’educazione è un processo graduale, fatto di un passo dopo l’altro. L’educazione non è un episodio, ma è un cambiamento: è un procedere da un punto di partenza a un punto di arrivo. In un cammino di pastorale giovanile, un cammino di educazione viene chiamato  itinerario.
Se questa è educazione, si può farla solo con educatori e si deve farla con tutti. L’educazione infatti si fa con i “non-educati”. Il nostro più frequente comportamento dice che noi cerchiamo di educare o pensiamo di educare gli “educati”. È una grossa contraddizione: educare gli educati!?
Questo succede spesso negli ambiti educativi; succede anche in Oratorio; succede anche nei nostri gruppi sportivi: se ti comporti bene, se vieni a Messa, a catechismo ti faccio giocare! Noi ci dedichiamo comunque di più a quelli che ci danno più soddisfazioni; e cos`è il servizio dell’educare diventa un premio per i più buoni e i più bravi. Spesso noi facciamo così: diamo di più a quelli che hanno già di più. Sei bravo? Puoi stare con noi! Ti comporti bene? Ti faccio giocare! Hai capito le cose? Posso continuare a dedicarmi a te perchè tu sei uno che le cose le capisce!
Questo è proprio il contrario dell’educare. L’educazione è un processo che si fa con i “non-educati”.
Uno sport coraggiosamente diverso: guidato da educatori che sanno andare con gioia verso ogni ragazzo, amandolo, servendolo per quello che è, non cercando se è bravo per farlo giocare perché può diventare un campione, ma cercandolo perché è figlio vivo del Dio vivente, e quindi fatto per diventare “grande” come Gesù. Degno allora di ogni cura da parte nostra.

5. QUALI CONSEGUENZE DA QUESTO PRINCIPIO?

 Se l’educazione è un processo per i “non-educati”, allora l’educazione è per tutti: perchè nessuno è perfetto nè nella piena realizzazione di sè nè nella sequela di Gesù. L’educazione non può selezionare i suoi destinatari perché deve raggiungere tutti. Semmai, se dobbiamo privilegiare qualcuno, dobbiamo (non ideologicamente, ma nell’esperienza quotidiana) privilegiare gli “ultimi”, i ribelli, i pigri, i demotivati, gli “arrabbiati” ...Se dobbiamo privilegiare qualcuno, è nel concetto di educazione il privilegiare gli “ultimi” perché dobbiamo dare di più a chi ha di meno, e non dare di più a chi ha di più o ha già tanto.
Le conseguenze nell’ambito sportivo sono evidenti e fortemente discriminanti: dobbiamo portare lo sport a tutti. Se ne vogliamo fare un’esperienza educativa (perché è un’esperienza dentro la quale i giovani si ritrovano), dobbiamo portarlo a tutti.
Noi sosteniamo che: poiché lo sport è educativo, lo sport è da portare a tutti; meglio: noi educatori dobbiamo portarlo a tutti perché tutti hanno bisogno di fare questa esperienza, perché a tutti serve questa esperienza. A tutti... non “anche” agli handicappati, ma prima di tutto agli handicappati, agli emarginati, a quelli che vivono nelle case dell’abbandono.
Lo sport deve essere per tutti, cioè adeguato alle persone che lo praticano. Non deve essere un modello rigido che si sovrappone o si impone alla storia e alla esperienza delle persone. Uno sport e realmente per tutti se si modella sui bisogni delle persone. Lo sport, come l’educazione, non è un fine, è uno strumento. Il fine non è educare; il fine è la maturità della persona. L’educazione non è al primo posto. Poiché mi interesso di far crescere le persone, mi occupo di educazione. E poiché mi occupo di educazione, promuovo anche lo sport.

7. DENTRO UN PROGETTO

  •  Educare significa partire dalla realtà delle persone e seguire un progetto: quale uomo vogliamo costruire? verso quali valori tendere?

Il problema però è che bisogna averlo questo progetto. Troppe volte chi si mette nell’esperienza sportiva dimentica che c’è un progetto verso cui andare. Troppe volte chi si mette nell’esperienza sportiva pensa che gli obiettivi da raggiungere siano obiettivi sportivi. Chi si mette nell’esperienza sportiva da educatore non può dimenticare che dietro a tutti i suoi sforzi, i suoi sacrifici, c’è un progetto verso il quale tendere: o gli obiettivi sportivi servono questo progetto o diventano miti, ideologie, inganno per i ragazzi...

  • Se si dimenticano queste cose, si rischia di pensare che lo sport comunque fa bene. Al di fuori di un progetto lo

sport fa male: non facciamoci male con lo sport. Non va bene qualsiasi sport. Bisogna scegliere perchè educazione è scelta. Quindi scelgo quello sport che mi aiuta a costruire quel progetto di uomo che io ho scelto. Non esiste un solo modello sportivo, ce ne sono tanti. Il rischio è quello di dire che va bene qualsiasi tipo di sport. No, dobbiamo scegliere, dobbiamo dirci che cosa vogliamo raggiungere. Noi vogliamo costruire uomini e donne che siano liberi, responsabili di se stessi, diversi gli uni dagli altri, capaci di stare in relazione con gli altri, contenti della loro vita e contenti di dedicarsi alla vita dei fratelli, come ha fatto Gesù...
Noi vogliamo fare perciò uno sport che sappia educare uomini e donne così. Se vogliamo costruire uomini e donne che mirano al successo, al risultato, al profitto... non fate lo sport che ho cercato di presentarvi. Se vogliamo costruire uomini e donne incapaci di stare in comunione con gli altri, fate un altro sport.
Se crediamo in un modello di uomo che non è massificato, se vogliamo favorire un’esperienza di diversificazione dei ragazzi in un contesto comunitario, dove la diversità non diventa motivo di separazione, di emarginazione, ma motivo di arricchimento reciproco, sappiate che anche lo sport ha questa capacità educativa. Perché lo sport è fondato su una dimensione comunitaria, perché si fa in gruppo, perché la squadra è esperienza di gruppo; e questa è una esigenza dei ragazzi.
Comunque l’esperienza di gruppo i giovani la fanno: possiamo abbandonarli a se stessi o farcene carico.
Decidiamo! Ancora una volta: non promuoviamo nè spegniamo noi i bisogni; noi siamo semplicemente in ascolto e a servizio dei bisogni della gente. Lo sport giusto è questo: la squadra è un gruppo dove ciascuno può essere accolto, può trovare il suo posto, può svolgere la sua funzione, impara a rapportarsi con gli altri, viene stimolato ad assumersi le proprie responsabilità. Oggi i ragazzi crescono facilmente con la convinzione che “tutto mi è dovuto” e che “devo possedere ciò che mi deve essere dato”.
Se vi interessate di sport, sapete come questo crea frequenti difficoltà. Chi non ha il problema o l’intenzione di costruire uomini liberi e responsabili, favorisce questa mentalità. Noi dobbiamo reagire: se giochi con noi, non è vero che tutto ti è dovuto, anzi qualcosa te lo devi guadagnare e pagare... Su questa strada forse i nostri ragazzi e noi stessi con loro non avremo “successo”. Ma questa è la strada che vogliamo percorrere.

7. I  RAGAZZI CHE COSA CERCANO NELLO SPORT ?

Fermiamoci un momento e chiediamoci: che cosa vogliono da noi i ragazzi, gli adolescenti facendo sport? Che cosa cercano nello sport? Siamo convinti che non basta ascoltarli per rispondere a questa domanda. Spesso non sono capaci di dirci che cosa si aspettano dallo sport.
Cerchiamo di interpretare noi la loro ricerca e il loro desiderio di fare sport: c’è il rischio di proiettare in loro i nostri punti di vista (le nostre ambizioni o le nostre frustrazioni); ma corriamo per un momento questo rischio perché sappiamo che dentro la loro smania di fare sport ci sono molte domande silenziose e inespresse. La ricerca di sport da parte dei ragazzi e degli adolescenti è contraddittoria, attraversata da rischi. Al punto che lo sport ci sembra un osservatorio prezioso da dove leggere la situazione giovanile e il rischio “di disagio”.

  • La ricerca di se stessi (della propria “misura”)

I ragazzi e gli adolescenti cercano se stessi: con lo sport avanzano la domanda “chi sono io?”. È ricerca di un protagonismo di basso profilo.
È ricerca di una conferma della loro persona in un ambito dove non è dovuta: quindi è più gradita. È una ricerca ambigua, che porta a una esasperata attenzione a se stessi. Questo li rende ansiosi (troppo) verso la propria immagine, verso le proprie prestazioni anche sportive.
Per lo stesso motivo lo sport non è visto da alcuni come un impegno che può chiedere sacrifici personali. Dove chiede fatica, rischia di essere abbandonato. Ed è quello che sta succedendo e che voi stessi lamentate.

  • La ricerca di amicizia

I ragazzi cercano amicizia: fanno sport per stare insieme, in gruppo. La ricerca di gruppo e di amicizia è ricerca positiva di sicurezza, di appartenenza. Ma anche qui le cose sono ambigue. Gli adolescenti vivono la ricerca di gruppo con una duplice paura: la paura di essere abbandonati e la paura che gli altri li soffochino... La ricerca di amicizia in certi casi pone quasi in secondo piano l’interesse per lo sport.
Fanno sport per stare insieme, come occasione per stare insieme. Difficile trovare equilibrio tra stare insieme e dedicarsi a uno sport. Lo sport è così molto influenzato dalle vicende emotive e dalle tensioni personali.
Il bisogno di amicizia sembra infine accentuare la ricerca di lucidità a scapito della seria competenza sportiva. Lo sport diventa un’occasione di gioco e basta.

  • La ricerca del movimento fisico

Fare movimento fisico per la ricerca di uno sviluppo armonico del corpo, per la voglia di misurarsi, soprattutto se qualcuno è a disagio negli ambiti quotidiani della sua vita. Il successo sportivo spesso serve a controbilanciare il fallimento in altri ambiti. Purtroppo gli adolescenti non riescono a sottrarsi all’eccesso di agonismo scatenato dai miti dello sport-spettacolo e del primato a tutti i costi. La ricerca di partecipazione sociale
Gli adolescenti nello sport entrano in contatto con il mondo delle istituzioni: I’adolescente che si rivolge allo sport accetta di far parte di una istituzione sociale di ampio respiro. Forse l’appartenenza a una squadra è oggi uno dei pochi “riti” di iniziazione sociale a cui certi giovani possono partecipare. Non mancano gli aspetti ambigui: spesso la loro appartenenza rischia di farsi formale, legata al ruolo come giocatore più che alla partecipazione come persona.

  • La ricerca di un senso per la vita

È una domanda all’interno di tutte le precedenti o forse è “una domanda sulle domande”. Lo sport aiuta a sognare. Lo può fare in modo narcisistico, allontanando dal reale. Ma lo può fare alimentando la domanda di vita, fino a credere che è possibile cambiare qualcosa nel mondo attorno a noi.

 

Fonte: http://www.sportsigrazie.it/doc/lo%20sport%20come%20progetto%20educativo.doc
Sito web da visitare: : http://www.sportsigrazie.it/

 

 

 

 

 

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