Giovanni Pascoli poesie vita e opere riassunti

 

 


Giovanni Pascoli poesie vita e opere riassunti

 

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Giovanni Pascoli poesie vita e opere riassunti

 

Giovanni Pascoli poesie vita e opere riassunti

 

Giovanni Pascoli

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Giovanni  Pascoli
Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 31 dicembre 1855Bologna, 6 aprile 1912).
Pascoli, insieme a D'Annunzio, rappresenta, malgrado la sua formazione positivistica (individuabile  nella  precisione con cui indica piante e uccelli nei suoi versi), il maggior poeta decadente italiano. Dai principi letterari del poeta, esposti nel suo Fanciullino (1897), emerge una concezione essenzialmente socialista della società, un socialismo umanitario e utopico ( molto diverso dal socialismo scientifico di Marx che voleva la lotta di classe e la rivoluzione proletaria) infatti Pascoli rifiuta  ogni lotta di classe affidando alla poesia la missione di diffondere amore e fratellanza.
Anni giovanili
Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, in una famiglia benestante, quarto dei dieci figli di Ruggero Pascoli (due morti molto piccoli), amministratore di una tenuta della famiglia Torlonia, e di Caterina Allocatelli Vincenzi.
Il 10 agosto 1867, quando Giovanni aveva 12 anni, il padre Ruggero, amministratore di una tenuta dei principi Torlonia, venne assassinato e le ragioni del delitto, forse di natura politica o forse dovute a contrasti di lavoro, e i responsabili rimasero per sempre oscuri.
Il trauma lasciò segni profondi nella vita del poeta. La famiglia cominciò dapprima a perdere gradualmente il proprio status economico e successivamente a subire una serie impressionante di altri lutti, disgregandosi: costretti a lasciare la tenuta, l'anno successivo morirono la madre e la sorella Margherita, nel 1871 il fratello Luigi e nel 1876 il fratello maggiore Giacomo, che aveva tentato inutilmente di ricostituire il nucleo familiare.
Nella biografia lasciata a noi dalla sorella Mariù, Lungo la vita di Giovanni Pascoli, il futuro poeta viene presentato come un ragazzo solido e vivace, il cui carattere non è stato alterato dalle disgrazie; per anni, infatti, le sue reazioni parvero essere volitive e tenaci, nell'impegno a terminare il liceo ed a cercare i mezzi per gli studi universitari, nonché nel puntiglio, sempre frustrato, dimostrato nel ricercare e perseguire l'assassino del padre.
I primi studi
Nel 1871, all'età di 16 anni e dopo la morte del fratello Luigi. Pascoli  si trasferì a Rimini, per frequentare il liceo classico Giulio Cesare; giunse a Rimini assieme ai suoi sei fratelli: Giacomo (19 anni), Luigi (17), Raffaele (14), Giuseppe (cioè Alessandro, 12), Ida (8), Maria (6, chiamata affettuosamente Mariù).
L'università e l'impegno politico
Grazie all'interessamento di un suo ex-professore, che gli fece ottenere una borsa di studio di 600 lire, che poi perse per aver partecipato ad una manifestazione studentesca, Pascoli si iscrisse all'Università di Bologna, dove ebbe come docente il poeta Giosuè Carducci, e diventò amico del poeta e critico Severino Ferrari.
Conosciuto Andrea Costa ed avvicinatosi a un movimento socialista-anarcoide, cominciò, nel 1877, a tenere comizi a Forlì e a Cesena. Durante una manifestazione più violenta del solito contro il governo per la condanna all'esponente anarchico Giovanni Passanante, Pascoli venne arrestato. Dopo poco più di cento giorni, Pascoli esce di galera ed entra in una fase di depressione, nella quale più volte pensa al suicidio, decidendo di non riprendere gli studi. Si sente un fallito e deve essere ospitato dal fratello maggiore. Come poi scriverà in una lirica, in questo periodo sente le voci dei suoi cari defunti che lo incoraggiano e lo incitano a ricomciare gli studi per diventare sostegno per la famiglia.
La docenza
Dopo la laurea, conseguita nel 1882 con una tesi su poeta grecoAlceo, Pascoli intraprese la carriera di insegnante di latino e greco nei licei di Matera e di Massa. Qui volle vicino a sé le due sorelle minori Ida e Maria, con le quali tentò di ricostituire il primitivo nucleo familiare.
Dal 1887 al 1895 insegnò a Livorno al liceo classico Niccolini-Palli. Intanto iniziò la collaborazione con la rivista Vita nuova, su cui uscirono le prime poesie di Myricae, raccolta che continuò a rinnovarsi in cinque edizioni fino al 1900.
Vinse inoltre per ben tredici volte la medaglia d'oro al Concorso di poesia latina di Amsterdam, col poemetto Veianus e coi successivi Carmina.
Nel 1894 fu chiamato a Roma per collaborare con il Ministero della pubblica istruzione. Nella capitale pubblicò la prima versione dei Poemi conviviali.
Il "nido" di Castelvecchio
Costretto dalla sua professione di docente universitario a lavorare in città (Bologna, Firenze e Messina, dove insegnò per alcuni anni all'Università e compose tra le sue più belle poesie, una su tutte: L'Aquilone), egli non si radicò mai in esse, preoccupandosi sempre di garantirsi una "via di fuga" verso il proprio mondo di origine, quello agreste. Tuttavia il punto di arrivo sarebbe stato sul versante appenninico opposto a quello da cui proveniva la sua famiglia.
Nel 1895 infatti si trasferì con la sorella Maria presso Castelvecchio nel comune di Barga, in una casa che divenne la sua residenza stabile quando poté acquistarla col ricavato della vendita di alcune medaglie d'oro vinte nei concorsi. Per preservare quello che pareva essere un "nido familiare", Pascoli addirittura annullò l'imminente matrimonio con la cugina Imelde Morri, e mai accettò il matrimonio della sorella Ida, che considerò come tradimento.
Gli ultimi anni
Le trasformazioni politiche e sociali che agitavano gli anni di fine secolo e preludevano alla catastrofe bellica europea e all'avvento del fascismo gettarono progressivamente Pascoli, già emotivamente provato dall'ulteriore fallimento del suo tentativo di ricostruzione familiare, in una condizione di insicurezza e pessimismo ancora più marcati.
Dal 1897 al 1903 insegna latino all'Università di Messina, ed in seguito a Pisa. In quegli anni pubblicò i volumi di analisi dantesca Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900) e La Mirabile Visione (1902).
Nel 1905 assume la cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna succedendo a Carducci. Nel novembre 1911, durante la campagna di Libia, presso il teatro di Barga pronuncia il celebre discorso a favore dell'imperialismo La grande Proletaria si è mossa.
Il 6 aprile 1912 muore all'età di cinquantasei anni.
Il profilo letterario: la sua rivoluzione poetica
L'esperienza poetica pascoliana si inserisce, con tratti originalissimi, nel panorama del decadentismo europeo e segna in maniera indelebile la poesia italiana: essa affonda le radici in una visione pessimistica della vita in cui si riflette la scomparsa della fiducia, propria del Positivismo, e in una conoscenza in grado di spiegare compiutamente la realtà. Il mondo appare all'autore come un insieme misterioso e indecifrabile tanto che il poeta tende a rappresentare la realtà con una pennellata impressionistica che colga solo un determinato particolare del reale, non essendo possibile per l'autore avere una concreta visione d'insieme. Coerentemente con la visione decadente, il poeta si configura come un "veggente", mediatore di una conoscenza aurorale, in grado di spingere lo sguardo oltre il mondo sensibile: nel Fanciullino Pascoli afferma quanto il poeta fanciullino sappia dare il nome alle cose, scoprendole nella loro freschezza originaria, in maniera immaginosa e alogica.
La poesia come "nido" che protegge dal mondo
Per Pascoli la poesia ha natura irrazionale e con essa si può giungere alla verità di tutte le cose; il poeta deve essere un poeta-fanciullo che arriva a questa verità mediante l'irrazionalità e l'intuizione. Rifiuta quindi la ragione e, di conseguenza, rifiuta il Positivismo (che era l'esaltazione della ragione stessa e del progresso), approdando, come si è detto, al decadentismo. La poesia diventa così analogica, cioè senza apparente connessione tra due o più realtà che vengono rappresentate; ma, appunto, solo apparentemente: in realtà c'è una connessione (a volte anche un po' forzata) tra i concetti ed il poeta spesso e volentieri è costretto a "voli vertiginosi" per mettere "in comunicazione" questi concetti. La poesia irrazionale o analogica è una poesia di svelamento o di scoperta e non di invenzione. I motivi principali di questa poesia devono essere "umili cose": cose della vita quotidiana, cose modeste o familiari. Nella vita dei letterati italiani degli ultimi due secoli ricorre pressoché costantemente la contrapposizione problematica tra mondo cittadino e mondo agreste, intesi come portatori di valori opposti: mentre la campagna appare sempre più come il "paradiso perduto" dei valori morali e culturali, la città diviene simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente materiale. Questa contrapposizione può essere interpretata sia alla luce dell'arretratezza economica e culturale di gran parte dell'Italia rispetto all'evoluzione industriale delle grandi nazioni europee. In questa contrapposizione tra l'esteriorità della vita sociale (e cittadina) e l'interiorità dell'esistenza familiare (e agreste) si racchiude l'idea dominante - accanto a quella della morte - della poesia pascoliana.
Dalla casa di Castelvecchio, dolcemente protetta dai boschi della Media Valle del Serchio vicino al borgo medievale di Barga, Pascoli non "uscì" più (psicologicamente parlando) fino alla morte.
Pur continuando in un intenso lavoro di pubblicazioni poetiche e saggistiche, e accettando nel 1905 di succedere a Carducci sulla cattedra dell'Università di Bologna, egli ci ha lasciato del mondo una visione univocamente ristretta attorno ad un "centro", rappresentato dal mistero della natura e dal rapporto tra amore e morte.
Fu come se, sopraffatto da un'angoscia impossibile a dominarsi, il poeta avesse trovato nello strumento intellettuale del componimento poetico l'unico mezzo per costringere le paure ed i fantasmi dell'esistenza in un recinto ben delimitato, al di fuori del quale egli potesse continuare una vita di normali relazioni umane. A questo "recinto" poetico egli lavorò con straordinario impegno creativo. La ricercatezza quasi sofisticata, e artificiosa nella sua eleganza, delle strutture metriche scelte da Pascoli - mescolanza di novenari, quinari e quaternari nello stesso componimento, e così via - è stata interpretata come un paziente e attento lavoro di organizzazione razionale della forma poetica attorno a contenuti psicologici informi e incontrollabili che premevano dall'inconscio. Insomma, esattamente il contrario di quanto i simbolisti francesi e le altre avanguardie artistiche del primo Novecento proclamavano nei confronti della spontaneità espressiva. Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è ricca di tematiche socio-politiche (Odi e inni del 1911, i Poemi italici e i Poemi del Risorgimento, postumi; nonché il celebre discorso La grande Proletaria si è mossa tenuto nel 1911 in occasione di una manifestazione a favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio che la sua opera più significativa è rappresentata dai volumi poetici che comprendono le raccolte di Myricae e dei Canti di Castelvecchio (1903). Il "mondo" di Pascoli è tutto lì: la natura come luogo dell'anima dal quale contemplare la morte come ricordo dei lutti privati.
Il poeta e il fanciullino
Uno dei tratti salienti per i quali Pascoli è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta poetica del fanciullino. Si tratta di un testo di 20 capitoli, in cui si svolge il dialogo fra il poeta e la sua anima di fanciullino, simbolo:

  • dei margini di purezza e candore, che sopravvivono nell'uomo adulto;
  • della poesia e delle potenzialità latenti di scrittura poetica nel fondo dell'animo umano.

Caratteristiche del fanciullino:

  • "Rimane piccolo anche quando noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce ed egli fa sentire il suo tinnulo squillo come di campanella".
  • "Piange e ride senza un perché di cose, che sfuggono ai nostri sensi ed alla nostra ragione".
  • Guarda tutte le cose con stupore e con meraviglia, non coglie i rapporti logici di causa- effetto, ma INTUISCE.
  • "Scopre nelle cose le relazioni più ingegnose".
  • Riempie ogni oggetto della propria immaginazione e dei propri ricordi (soggettivazione), trasformandolo in simbolo.

Il poeta allora mantiene una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica, ma:

  • Possiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni;
  • Comunica verità latenti agli uomini: è "Adamo", che mette nome a tutto ciò che vede e sente (secondo il proprio personale modo di sentire, che tuttavia ha portata universale).
  • Deve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere), con quello della vecchiaia (saper dire);
  • Coglie l'essenza delle cose e non la loro apparenza fenomenica.

La poesia, quindi, è tale solo quando riesce a parlare con la voce del fanciullo ed è vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. È una realtà ontologica ( tutto ciò che riguarda la conoscenza). Ha scarso rilievo per Pascoli la dimensione storica (egli trova suoi interlocutori in Omero, Virgilio, come se non vi fossero secoli e secoli di mezzo): la poesia vive fuori dal tempo ed esiste in quanto tale. Nel fare il  poeta-microcosmo  si interroga su un'altra realtà il mondo-macrocosmo.
La poesia  è naturalmente buona ed è occasione di consolazione per l'uomo ed il poeta. Pascoli fu anche commentatore e critico dell'opera di Dante e diresse inoltre la collana editoriale "Biblioteca dei Popoli".

 

 

Fonte: http://studio.scuolacarra.org/giolittitesto/tuttopascoli.doc

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Giovanni Pascoli
La vita
Giovanni Pascoli è il maggior poeta italiano appartenente al filone simbolista decadente. Nasce nel 1855 a San Mauro di Romagna; trascorre un infanzia tranquilla fino a quando il 10 agosto del 1867 viene ucciso il padre Ruggero con una fucilata, da autori ancora ignoti. Morti anche due fratelli e la madre, nel ’71 si trasferisce a Rimini, dove conclude gli studi liceali. Nel ’73 si iscrive all’Università di Bologna (dove ha come maestro Carducci) grazie a una borsa di studio, successivamente persa per aver partecipato a una manifestazione contro il ministro della Pubblica Istruzione. Nel 1879 passa alcuni mesi in carcere per aver partecipato a una manifestazione socialista, dopo i quali riprende gli studi, laureandosi nel 1882 in letteratura greca. Nel ’95 viene nominato professore di grammatica latina e greca all’Università di Bologna. Dopo aver insegnato in diversi licei ed essersi trasferito in diverse università, nel 1905 Pascoli diventa titolare della cattedra di letteratura italiana a Bologna, succedendo a Carducci. Poco prima della morte, avvenuta a Bologna nel 1912, Pascoli pronunciò l’importante discorso, La grande Proletaria si è mossa, dedicato all’impresa coloniale italiana in Libia.
Il Fanciullino
Il fanciullino venne pubblicato nel 1897 sulla rivista fiorentina “Il Marzocco”; questa prosa è il più importante saggio poetico di Pascoli; il poeta coincide con il “fanciullino”, ovvero con quella parte infantile dell’uomo che negli adulti tende ad essere normalmente soffocata dalla ragione. Il poeta, invece, vedendo il mondo con gli occhi di un bambino, diventa l’unico interprete. In questo modo viene riaffermata la funzione sociale del poeta come vate e profeta.
Le Opere
Le raccolte poetiche più importanti sono: Myricae, Poemetti e Canti di Castelvecchio. I Canti di Castelvecchio furono pubblicati per la prima volta nel 1903 a Bologna; Castelvecchio è un paese della Garfagnana, dove Pascoli aveva acquistato una villetta e stabilito la propria dimora insieme alla sorella Maria. L’opera è composta da due filoni: quello naturalistico e quello familiare, riguardante la morte del padre. I due filoni si intrecciano: nel filone naturalistico, il ritmo delle stagioni allude all’alternanza della vita e morte, mentre l’uccisione del padre mostra una perdita irreparabile segnata dalla cattiveria umana e quindi estranea al ritmo naturale. Il tema della morte: la morte viene vista come minacciosa, perchè può avvenire in qualsiasi momento; la figura del morto diventa simbolo della morte stessa:Pascoli ricorda i morti con malinconia, ma allo stesso tempo ha paura, poichè avere un contatto con il morto significa morire. Pascoli riprende la denominazione “Canti” e alcuni temi dai canti leopardiani. La lingua è ricca di termini tecnici e popolari (ad esempio i nomi degli strumenti agricoli), ma anche di termini aulici della tradizione lirica e letteraria.
I Poemetti furono pubblicati per la prima volta nel 1897, una seconda nel 1900 e una terza nel 1904, con il titolo mutato in Primi Poemetti. C’è inanzitutto la tendenza alla narrazione, con l’introduzione di testi lunghi e di personaggi, spesso dialoganti. Come tutti gli intellettuali anche Pascoli teme l’innovazione: lui la vede in maniera negativa perchè commercializza l’arte e distrugge la bellezza della natura. Pascoli contrappone alla società di massa, nata dopo la rivoluzione industriale, alla natura e alla poesia; la poesia racchiude i valori cancellati dalla società industriale, mentre la bontà naturale si esprime nella vita umile del mondo contadino. Ma la natura viene vista da Pascoli anche come angosciosa e minacciosa. In quest’opera viene rispolverata la terzina dantesca, impiegata da Pascoli in quasi tutti i testi. Lo sperimentalismo di Pascoli si manifesta soprattutto nella lingua utilizzata, che si rivela nell’uso di termini dialettali, soprattutto garfagnini, e dal ricorso a lingue speciali, come l’italiano dialettale americanizzato parlato dagli emigranti negli Stati Uniti, presente nel poemetto Italy.
I Poemi conviviali e la poesia latina
Pascoli, che fino ad allora aveva scritto una poesia campagnola, capisce che la poesia per diventare un capolavoro deve essere scritta ricorrendo a tradizioni e lingue morte(latino e greco). I poemi conviviali vengono pubblicati nel 1904; il titolo deriva dalla rivista “Il convito”, alla quale Pascoli collaborava in quegli anni. Il motto posto all’apertura della raccolta, ripreso da Virgilio, era: “non a tutti piaciono le piante basse”; con il termine piante basse il poeta si riferiva alle “tamerici” che davano il titolo al primo libro pascoliano e quindi il motto stava a significare le intenzioni di Pascoli di alzare il tono rispetto alle opere precedenti. Pascoli si serve di operazioni di post-modernismo: per essere originale utilizza cose già fatte. L’opera è composta da 17 poemetti, situati soprattutto in ambientazioni greche classiche; il linguaggio è di tipo classico, riprodotto dall’utilizzo di termini tecnici e frequenti nomi propri di origine dotta. La poesia latina di Pascoli, raccolta nei Carmina, è un modo personale di Pascoli per esprimersi, ma in maniera artificiale, cioè non spontanea, ma ricercata.
La critica
I contemporanei di Pascoli lodano e criticano la sua poesia: a Benedetto Croce l’opera pascoliana non piace, mentre fra le posizioni più favorevoli spiccano Renato Serra, Contini e Pasolini. Quest’ultimi due hanno principalmente studiato il linguaggio della sua poesia e il suo ruolo nel’900.

 

 

Fonte: http://riassuntibuse.altervista.org/Giovanni%20Pascoli.doc

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Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nacque nel 1855. All’età di 12 anni il padre fu assassinato, e questo fu un evento che turbò tutta la sua vita. Questo fu per lui l’inizio di un periodo di lutti familiari infatti in pochi anni morirono la sorella, la madre e un fratello del poeta. Fu per lui una vera tragedia che lasciò tracce in tutta la sua poetica. Nel 1873 vinse una borsa di studio per l’università di Bologna, dove ebbe come insegnante Giosuè Carducci. Nel 1876 muore il fratello Giacomo e il disagio economico della famiglia aumentò. Questo fatto lo portò a partecipare alle lotte di rivendicazione sociale a fianco dei socialisti e degli anarchici, ma pochi mesi dopo fu arrestato, così abbandonò la politica e si dedicò unicamente agli studi. Si laureò nel 1882 e iniziò a insegnare a Livorno, dove riuscì a ricostruire il nido familiare con le sorelle Maria e Ida. La sua prima raccolta si intitola Myricae che è il nome scientifico delle tamerici, pianticelle che ricordano una poesia ispirata alle piccole cose. La prima edizione venne pubblicata nel 1891, l’ultima nel 1911. Inoltre Pascoli aveva una buona conoscenza della lingua latina e greca, tanto che vinse per 12 volte il concorso di poesia latina che si teneva ad Amsterdam. Nel 1895 insegnò nell’università di Bologna, dove si trasferì e visse fino alla morte, nel 1912. Da questo periodo in poi scrisse le sue opere più suggestive, tra le quali Primi poemetti, Canti di Castelvecchio, Nuovi poemetti. In essi Pascoli si rivela sensibile poeta dei campi e dell’intimità familiare, ma anche del mistero, della morte e del cosmo. Queste opere rappresentano una innovazione nella poesia italiana per originali onomatopee di cui la poesia pascoliana abbonda. Tra i vari saggi che scrisse ricordiamo Il fanciullino, opera fondamentale per capire il pensiero e il carattere dell’ispirazione pascoliana. Altre opere sono Poemi conviviali (1904), che trae ispirazione dal mondo classico latino e greco, Odi e inni (1906), nel quale il poeta canta l’eroismo e la patria, e alcuni saggi di critica letteraria su Leopardi, Manzoni e Dante.

Pascoli ha come una sfiducia nella scienza, perché non la vede come strumento di conoscenza; per il poeta infatti l’unico mezzo per conoscere il mondo è la poesia, perché essa va al di la della conoscenza scientifica del reale e scopre gli aspetti sconosciuti delle cose, e quindi il mistero e l’ignoto, elementi che affascinano l’animo dell’uomo. Il poeta quindi diventa come un «veggente» che vede ciò che gli altri non vedono. Di fronte al male e al dolore che dominano nella terra Pascoli aveva maturato un pessimismo che si può definire “umanitario”, che portava cioè un richiamo a migliorare la realtà e le condizioni degli uomini. Una realtà di quel periodo, che Pascoli considerava un dramma, è l’immigrazione dei contadini verso le grandi e sempre crescenti metropoli. Il poeta era contrario all’immigrazione perché rappresenta l’abbandono del «nido» di cui tutti sono giustamente gelosi; da qui parte il suo nazionalismo e le sue idee di acceso interventista, che era a favore della guerra per l’espansione coloniale. Su questo argomento possiamo citare il suo famoso discorso la grande proletaria si è mossa. I principi della sua poetica sono espressi nel saggio Il fanciullino. Secondo Pascoli il poeta è colui che sa ascoltare e dare voce al fanciullino che è dentro se, che osserva la vita in maniera irrazionale, a cui non interessano i grandi avvenimenti bensì le piccole cose che colpiscono l’immaginazione e la fantasia. Proprio per questa sua teoria del fanciullino Pascoli utilizza un linguaggio particolare, molto spesso caratterizzato da espressioni melodiche e ricche di onomatopee (parole che riproducono dei suoni), metafore, sinestesie (consiste nel attribuire ad un oggetto delle qualità che sono percepibili con sensi diversi es. «l’odore di fragole rosse»). Nonostante la poetica del fanciullino Pascoli utilizza a volte parole dotte e scientifiche per definire gli elementi della natura come uccelli e piante.

I temi della poesia pascoliana sono:

  • il dolore per l’assassinio del padre e la morte della madre e di alcuni fratelli che richiama il tema del nido familiare a cui si congiunge anche quello della malvagità degli uomini (X agosto);
  • la contemplazione della natura. Sono spesso presenti scene di vita campestre quotidiana (lavandare) ovvero elementi di paesaggio che il poeta osserva con gli occhi del fanciullino.
  • Cosmo avvertito come mistero, anche a causa del fatto che la scienza non offre possibilità di conoscere tutti gli aspetti (il lampo, il tuono, il temporale).

 
Gli elementi che evidenziano la tendenza di Pascoli al simbolismo e al decadentismo sono

  • l’evasione dalla realtà è uno degli aspetti che gli fa emergere la sua tendenza,
  • l’attrazione verso il mistero della vita e del cosmo,
  • il concetto di poesia rivelatrice del mistero del mondo,
  • la tendenza a caricare le cose di significati simbolici, fortemente allusivi,
  • il linguaggio ricco di suggestioni musicali e simboliche.

 

Fonte: http://arenablu.altervista.org/slink/scuola/letteratura/pascoli.doc

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Giovanni Pascoli  

 

 

1855

Nasce, quarto figlio, da Ruggero e da Caterina Allocatelli Vincenzi.

1861–1871

Studia nel collegio dei padri Scolopi a Urbino.

1867

Il padre viene assassinato mentre torna a casa in calesse.

1868

Muore la madre

1871–1873

Frequenta il liceo a Rimini.

1873

Vince una borsa di studio – lo esamina Carducci – e si iscrive alla facoltà di lettere dell'Università di Bologna.

1876-1877

Anni di miseria perché ha perso la borsa di studio; trascura gli studi, frequenta l'anarchico Andrea Costa, si impegna in riunioni e attività politiche. Si iscrive all'Internazionale Socialista di Bologna

1879

Nel settembre viene arrestato per aver partecipato ad una dimostrazione di anarchici ma viene prosciolto in dicembre.

1882

Si laurea in greco e con l'interessamento di Carducci ottiene un posto al liceo di Matera.

1884

È trasferito al liceo di Massa, dove qualche anno dopo chiama a vivere presso di sé le sorelle Ida e Maria.

1891

Prima edizione di Myricæ.

1892

Vince la prima medaglia d'oro al concorso di poesia latina ad Amsterdam.

1895

Il matrimonio della sorella Ida lo sconvolge. Scrive alla sorella Maria da Roma, dove è "comandato" al Ministero della pubblica istruzione: "Questo è l'anno terribile, dell'anno terribile questo è il mese più terribile. Non sono sereno: sono disperato. Io amo disperatamente angosciosamente la mia famigliola che da tredici anni, virtualmente, mi sono fatta e che ora si disfà, per sempre. Io resto attaccato a voi, a voi due, a tutte e due: a volte sono preso da accesi furori d'ira, nel pensare che l'una freddamente se ne va strappandomi il cuore, se ne va lasciandomi mezzo morto in mezzo alla distruzione de' miei interessi, della mia gloria, del mio avvenire, di tutto!"

1897-1903

Insegna letteratura latina all'Università di Messina, dove vive, ma ritorna spesso a Castelvecchio, presso Barga, dove ha affittato una casa di campagna che nel 1902 compra col ricavato dalla vendita di cinque medaglie d'oro conquistate al concorso di Amsterdam.

1904

Pubblica i Poemi conviviali e l'edizione definitiva dei Primi poemetti.

1905

Succede a Carducci nella cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna.

1906

Pubblica Odi ed Inni.

1909

Pubblica i Nuovi poemetti e le Canzoni di Re Enzio.

1912

Muore di cancro a Bologna il 6 aprile, viene sepolto a Castelvecchio (LU)

 

OPERE PRINCIPALI


1891

Myricae (la fondamentale raccolta di versi esce nella 1a edizione)

1907

Canti di Castelvecchio (edizione definitiva)
Pensieri e discorsi

1897

Poemetti

1909

Nuovi poemetti
Poemi italici

1898

Minerva oscura (studi danteschi)

1911/12

Poemi del Risorgimento

1903

Canti di Castelvecchio (dedicati alla madre)
Myricae (edizione definitiva accresciuta)
Miei scritti di varia umanità (di essi fa parte « Il Fanciullino »)

 

 

1904

Primi poemetti
Poemi conviviali

 

 

1906

Odi e Inni

 

 

 

Fonte: http://digilander.libero.it/leo.eli/classe%20V_MATERIALI/MATERIALI_ITALIANO/AUTORI/02_Pascoli/0_GiovanniPascoli%20_vita-opere-pensiero.doc

Autore del testo:  tratto da Enrico Galavotti , Luigi Tripodaro, antologia della critica ecc. )

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GIOVANNI PASCOLI

Pascoli nacque a San Mauro di Romagna, Forlì il 31/12/1855. Il padre era un amministratore romagnolo che, mentre tornava a casa da un viaggio a Cesena fu ucciso, per ragioni ancora oggi ignote. Questo fatto lasciò dei segni profondi nella vita di Pascoli. In poco tempo la famiglia Pascoli perse il loro status economico e in pochi anni si susseguirono molti lutti (madre e sorella nel 1868, fratello nel 1871, fratello nel 1876). Pascoli decise di proseguire gli studi a Firenze, aiutato da un suo professore. Le sorelle diventano un'ossessione per Pascoli che prova un'attrazione verso il gentil sesso che lui però sopprime. È un grande intellettuale e vince una borsa di studio che lo porta all'università di Bologna dove studia lettere, però siccome ha un'ideologia socialista perde la borsa di studio. In seguito si trasferì a Massa ed inizia a fare il giro d'Italia lavorando come professore. Carducci riconosce in pascoli un vero e proprio "genio". Il 6 aprile 1912 Pascoli muore a Bologna in seguito ad un cancro.
Metrica formale con endecasillabi, sonetti e terzine.
Pascoli era un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società. Conservò un senso profondo di umanità e di fratellanza. Recupera il valore etico della sofferenza, che riscatta gli umili e gli infelici, capaci di perdonare i propri persecutori.
Nel 1955 Pier Paolo Pasolini disse di lui che è un poeta sperimentale, quasi per controbilanciare la sua ossessione psicologia; è immobile, monotono e a volte stucchevole; è un poeta fanciullesco, della casa; i critici vedono in Pascoli un uomo; in lui c'è una forza irrazionale /stile ripetitivo) e una forza intenzionale (stile formale).
Aveva un atteggiamento positivista "romanticheggiante" che tendeva a vedere nella natura l'aspetto pre-cosciente del mondo umano. Aveva un'attrazione verso il "mondo piccolo" dei fenomeni naturali e psicologicamente elementari; era soprannominato il poeta fanciullesco.
Analisi poesie: 1- in ogni persona c'è il fanciullo musico, Pascoli rifiuta la realtà per tornare infantile (alcuni vedono questo gesto come segno di regresso perchè il fanciullo è colui che vive non a contatto con il mondo,                   ma ricerca il nido, la casa, la siepe, la nebbia, la culla)
2- guarda la realtà come il fanciullo; secondo Pascoli il fanciullo: "guarda tutto con meraviglia, tutto come                   se fosse la prima volta, il fanciullo scopre la poesia nelle cose stesse, grandi e piccole, la realtà però                     diventa solo il palcoscenico nel quale si addensano i simboli delle angosce del poeta"                                                     3- caratteristiche del fanciullo:"il fanciullo sogna la luce, o sembra di sognare cose non vedute mai, parla                          alla luce, alle stelle, ai sassi, ai fiumi..."; "piange e ride senza perchè per cose che sfuggono ai nostri                    sensi e alla nostra ragione"; poesia intuitiva, che usa analogie, si accostano immagini apparentemente                                lontane me che hanno un legame non immediatamente percepibile, queste analogie ci forniscono il                               senso della vita
4- a cosa serva la poesia:" la poesia ha una suprema utilità morale e sociale, valore consolatori, la poesia                  deve portare all'amore reciproco, ad abolire la guerra, la poesia serve a rendere meno sgradevole la                             vita e il poeta è umano, socialista, non è oratore, predicatore, filosofo, maestro: il poeta è poeta"
Lato oscuro di Pascoli: carattere morboso e tormentato; realtà ondeggiante tra l'eros e la morte, incapacità, le immagini simboliche sono dei valori positivi, esiste un positività.
Lingua:   -è innovatore
-lessico nuovo: linguaggio tecnico misto a parole umili, quotidiane, dialettali
-effetti fonici: poesia di ritmo e suoni
-alliterazioni: ripresi suoni analoghi all'interno del verso
-onomatopee: riprodurre suoni naturali con parole
-figure retoriche: analogie (due parole apparentemente non simili, ma simili sul piano del significato) e sinestesie (melodia blu)
-preferisce la paratassi (frasi coordinate)
-pause, numerosi segni di punteggiatura, enjambement.
Poesie: - Temporale (Myricae, ballata di settenari, temi: morte e natura, tanti dettagli con significati simbolici, linguaggio diversificato: colto, accademico e dialettale, grande spazio all'onomatopea, quadro sintattico senza collegamenti logici, obiettivo: creare emozioni e opere di immagini e suoni)
-Novembre (Myricae, poetica del fanciullino che guarda il segreto delle cose, strofe: 1°=dominata da luci e atmosfera di primavera, 2°=sensazione di disagio, tristezza, mancanza di vita,3°=compare la morte, strofe saffiche=metrica contradditoria)
-X Agosto (prima di parlare della morte del padre parla dell'assurdità della morte, paragona il suo dolore a quello di una rondine che viene uccisa tornando a casa dai piccoli, il dolore personale diventa collettivo, la notte di San Lorenzo indica le fine dell'estate, un cielo infinito piange sull'assurdità della terra, della morte)
-Canti di Castelvecchio (temi: campagna, infanzia, memoria, mistero, morte, consolidano l'esperienza del Myricae per cui c'è la ricerca del linguaggio quotidiano, dell'onomatopea, ma la parola diventa il mezzo con cui il poeta comunica e da il suo universo psichico ai lettori, al centro del suo interesse c'è il mistero che si ha nel rapporto indissolubile tra la vita e la morte)
-Nebbia (torna il nido, la nebbia, il ricordo, l'ignoto, la nebbia è invocata per nascondere le cose lontane, per capire il passato della memoria, assurdo, tristezza, dolore ma anche per capire il futuro e il poeta, invita a vivere giorno per giorno, poesia in cui si perdono spazi, dimensioni, spazi della psiche).

 

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Giovanni Pascoli (1855-1912)
Giovanni Pascoli nacque a S. Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855; la sua infanzia trascorse serena e il ricordo di questo periodo, anteriore alle tragedie che colpiranno la sua famiglia, sarà uno dei punti centrali della sua opera. Il 10 agosto  1867 infatti il padre venne assassinato e, in un breve arco di tempo, anche la madre, la sorella maggiore e i fratelli Luigi e Giacomo lo seguirono nella tomba.  Con il resto della famiglia Pascoli si trasferì a Rimini e l’anno seguente a Firenze per proseguire i suoi studi liceali. Ottenne una borsa di studio per l’Università di Bologna, dove fu allievo di Carducci.Gli anni bolognesi furono caratterizzati dai primi tentativi di poesia e dall’adesione alle tendenze socialiste (a causa delle quali fu arrestato nel 1879). I due mesi di carcere segnarono la fine della sua attività politica e lo spinsero a tradurre il suo socialismo in una vaga aspirazione alla pace, alla fratellanza concorde tra tutti gli uomini (ritornerà sull’argomento nel saggio La grande proletaria si è mossa, in favore dell’intervento armato italiano in Libia, 1911). Laureatosi nel 1882 insegnò prima a Matera e poi a Massa, infine a Livorno dove si trasferì con le sorelle Ida e Mariù. Pascoli non creò mai una nuova famiglia, ma la vita con le sorelle significò per lui una ricostruzione dell’antico “nido” distrutto dalle sciagure. Nel 1891 pubblicò un primo volumetto di poesie Myricae, accolto con interesse dagli ambienti letterari e recensito favorevolmente  da D’Annunzio, con il quale iniziò una sorta di amicizia a distanza. Nel 1892 vinse ad Amsterdam la prima delle dodici medaglie per la poesia latina e nel 1895 ottenne la cattedra di grammatica greca e latina all’Università di Bologna. Uscivano in quegli anni i Poemetti, i Canti di Castelvecchio e i Poemi conviviali (rispettivamente 1897, 1903 e 1904).
La poesia di Pascoli nasce dall’esperienza personale e da un profondo bisogno di evocazione, dall’esigenza di cogliere l’immediatezza delle cose per instaurare con esse un intenso rapporto. Egli non elabora una vera e propria teoria, né puntualizza la propria ideologia; tuttavia è chiara la sua sfiducia nella scienza e nella religione: l’uomo brancola nel buio in preda a impulsi insondabili, avvolto dalla vertigine del mistero e dall’angoscia dell’insolubile problema del male e della morte. Da qui l’incitamento ad unirsi nel comune dolore, dal quale è esclusa ogni responsabilità individuale. Se la poesia esprime un senso di mistero, arcana presenza nella vita, poeta è colui che sa cogliere la voce dei sensi e dell’anima e esprimerla in immagini intense e balenanti. L’infanzia richiama in modo quasi ossessivo presenze ormai irraggiungibili, i genitori, i fratelli, che si presentano con forza alla memoria, quasi cercando una comunicazione che non può più esistere. Il ricordo per ciò che non è più si unisce al rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato, tracce di vite interrotte o mai vissute. I morti non sono un ricordo nostalgico, ma una continua – seppur esile – presenza, segno di un’angoscia non ancora consumata.
La grandezza della poesia pascoliana è da ricercare nel continuo confondersi del sogno e del disinganno, della speranza e del dolore, della dolcezza dei ricordi e della cruda realtà. Ma merita attenzione anche l’apporto che egli ha dato alla poesia italiana, aprendo la strada alle forme poetiche del Novecento. Nel complesso rapporto di vecchio e di nuovo che caratterizza gli ultimi decenni dell'Ottocento (non solo italiano), la funzione di Pascoli nell'ambito della produzione poetica è di un'importanza fondamentale: Pascoli è da considerare per così dire uno spartiacque che segna l'inizio del Novecento. I suoi rapporti col decadentismo, meno vistosi di quelli di D'Annunzio, sono in compenso più profondi e la sua influenza sulla posteriore poesia italiana - sul piano del linguaggio e dei moduli espressivi - sarà determinante. È essenziale distinguere in Pascoli la novità che - specie nella prima produzione - si cela e si confonde, apparentemente, con il rispetto o la prosecuzione di temi e di forme di quella produzione veristica ché per i primi due-tre decenni del secondo Ottocento era stata egemone: i "quadretti di genere", le rappresentazioni di scene della vita dei campi che troviamo in Myricae  e che paiono rimandare a tanta produzione letteraria e figurativa di quei decenni in realtà sono per Pascoli lo scenario sul quale proiettare inquietudini, smarrimenti, un senso del vivere fatto di ansiose perplessità. E di conseguenza i dati "realistici" presenti nelle sue liriche si caricano, di significati e di simboli, diventano quasi dei "correlativi oggettivi', per significare altro che ne trascende l'apparenza. Con questa prima fondamentale novità Pascoli per un verso si inseriva in un orientamento presente a livello europeo in quegli anni (il simbolismo) per un altro trovava le modalità più adatte e suggestive per esprimere un senso della vita sotteso da turbamenti adolescenziali, da incertezze e da paure di fronte alla realtà storica contemporanea, e, di conseguenza, tutto proiettato verso il vagheggiamento del proprio nido familiare, verso la contemplazione della campagna come idilliaco "rifugio", verso l'ossessivo ricordo dei morti.  Una tematica, questa, che è collegata alla dolorosa esperienza biografica del poeta. Ma a parte ciò, il processo di rinnovamento realizzato da Pascoli si manifesta, oltre che nella dimensione simbolica della sua poesia, in parecchi altri modi. Anzitutto, sul piano linguistico egli adotta frequentemente un lessico nel quale o entrano termini tecnici, gergali, relativi al mondo della campagna, o c'è posto per termini che sono al di qua della comunicazione, privi di senso, "pregrammaticali" ma carichi di valenze fonosimboliche, di suggestioni evocative (le onomatopee ad esempio). Inoltre, Pascoli apparentemente rispetta la prosodia e le forme metriche tradizionali, ma in realtà il singolo verso o la struttura strofica sono dissolti e disarticolati: al posto della loro compattezza armonica tradizionale, subentrano e si insinuano una versificazione e una musicalità frantumate dalle cesure, dilatate dagli enjambements, o rotte da pause, da attoniti spazi di silenzio.
Si prenda per esempio la sua raccolta più importante, ossia Myricae: ispirate alla vita di campagna le poesie di questa raccolta furono pubblicate per la prima volta nel 1891: si tratta di brevi componimenti che fissano un momento particolare, un fenomeno naturale, i colori di una stagione, sensazioni, emozioni, ricordi e che trasmettono immagini e squarci di vita, utilizzando una grande varietà di metri e rompendo gli schemi della tradizione. I suoi versi sono definiti nell’introduzione “frulli d’uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane” per indicare una poesia nuova, impressionistica, racchiusa in quadri di vita campestre, in rapidi immagini della natura. Una poesia quindi libera da pesanti costruzioni ideologiche o di pensiero. Le forme adottate sono di necessità brevi e frammentarie, adatte non ad un racconto compiuto, ma ad una serie di lampi e squarci di vita. Anche il linguaggio, definito “fono-simbolico” appare nuovissimo: quotidiano, realistico, tratto dal mondo della vita familiare e della natura, ma al contempo, fortemente evocativo, richiamante i suoni della natura (onomatopee e allitterazioni), dai forti salti logici e numerose associazioni di immagini slegate tra di loro (poesia analogica). La scelta del tema è sottolineata dallo stesso titolo (“myricae” = “umili tamerici, cespugli”), derivato da un verso delle Bucoliche di Virgilio. Ma la rappresentazione del mondo campestre di Pascoli non è fine a sé stessa, ma diviene lo scenario su cui il poeta proietta la sua inquietudine, il suo smarrimento. Gli aspetti quotidiani della vita agreste, i particolari modesti, le piccole cose, si caricano di un significato simbolico per cui dal dato oggettivo della descrizione e dalla rappresentazione, si passa al dato soggettivo, all’interpretazione del messaggio misterioso. È questa una tecnica detta “degli oggetti”, tecnica che ritroveremo anche nei Poemetti e nei Canti di Castelvecchio e che anticipa di molto un procedimento tipico della poesia moderna  e, particolarmente, di Montale: il correlativo oggettivo.
L'interesse pascoliano per la prosa fu sempre sostanzialmente secondario rispetto all'attività poetica. In Pensieri e discorsi (1907) e in Patria e umanità (post. 1914) sono adunati scritti di argomento letterario, sociale, patriottico, commemorativo, prevalentemente in forma di discorsi, mentre Antico sempre nuovo (post. 1925) raccoglie gli interventi di Pascoli in tema di filologia classica e di didattica delle lingue classiche. Fra le prose, universalmente celebre è Il fanciullino (1897; in veste definitiva 1907), sorta di dialogo in venti brevi capitoli fra il poeta e il «fanciullino», in cui si suole giustamente individuare la principale enunciazione della poetica pascoliana. Il «fanciullino» è la parte che secondo il Pascoli deve trovarsi in ogni uomo, disposta a creare o ad accostarsi alla poesia, è l'idea stessa della poesia innata in ogni persona, anche in quella apparentemente più lontana e indifferente alle cose dello spirito, ai valori estetici ed etici. Da queste premesse si giunge a precise determinazioni di che cosa è (o deve essere) per il Pascoli la poesia:
a) poesia come discesa della percezione sotto la soglia della coscienza comune (Contini), in grado di privilegiare una vasta gamma di contenuti emotivi e psicologici riposti nelle pieghe più intime dell'io;
b) conseguente ribaltamento dell'ottica attraverso cui osservare la realtà: ai tradizionali strumenti di conoscenza razionali, logici, scientifici (riferibili a una concezione «adulta»), si sostituiscono intuizioni o processi psicologici di natura prerazionale o arazionale rispetto all'ambito scientifico e alla ragione;
c) un concetto di poesia implicante la prevalenza della creatività e dell'invenzione nei confronti dell'approccio e della rappresentazione realistica o naturalistica; del sogno, del fantasticato, dell'immaginato rispetto alla «realtà»; del sembrare rispetto all'essere;
d) un'immagine della poesia come fase aurorale dell'umanità, connessa quindi con sentimenti ed espressioni immediati e spontanei e fondata su cadenze archetipiche ed eterne;
e) il carattere «puro» della poesia, non contaminata da intrusioni di indole moralistica od oratoria.
Sul piano strettamente tecnico e stilistico Pascoli ricorrerà, coerentemente con i presupposti accennati, al plurilinguismo, vale a dire all'impiego degli strumenti linguistici più vari — dialetti, lingue straniere, lingue morte, onomatopee ecc. —, e a un repertorio prosodico e metrico di assoluta innovazione pur nell'apparente rispetto delle istituzioni tradizionali. L'attività strettamente critica del Pascoli, in campo italianistico, fu assai limitata. Gli apporti più rilevanti del Pascoli circa scrittori moderni sono il breve saggio Eco d'una notte mitica (1896), in margine alla manzoniana «notte degli imbrogli», e i discorsi leopardiani Il sabato (1896) e La ginestra (1898). Insieme con Dante, fu certamente Leopardi il poeta italiano che maggiormente polarizzò la simpatia del Pascoli e più potentemente ne agì sull'animo e sull'orizzonte culturale e morale. L'importanza del Sabato sta poi nel fatto che è la più pregnante testimonianza della poetica del Pascoli: lo scrittore accusa di genericità, di «indeterminatezza», non tanto Leopardi, quanto tutto il linguaggio della tradizione poetica italiana quando si tratti di assumere come materia di rappresentazione oggetti e dati della natura o della campagna, sempre ricondotti a tipi canonici e consacrati sin da epoca petrarchesca e non mai nominati nella loro singolare peculiarità. La poesia del Pascoli è proprio la tangibile riprova di tali assiomi. Le fatiche più cospicue di studioso di letteratura il Pascoli le riservò a Dante, e si concretarono, oltre che in alcuni saggi, in tre grossi volumi, Minerva oscura (1898), Sotto il velame (1900) e La mirabile visione (1902). Osteggiato con durezza da filologi come l'Ascoli e dagli appartenenti alla positivistica «scuola storica», e per opposte ragioni dal Croce e dai suoi seguaci, il Pascoli dantista fu praticamente rimosso dalla critica fino al recupero nel secondo Novecento (Getto, Battaglia, Barberi Squarotti, Perugi). La lettura dantesca di Pascoli è in stretta coerenza con la visione simbolistica del mondo propria del critico-poeta: la Divina Commedia è considerata preminentemente dal punto di vista di un'intuizione allegorica e visionaria.
Oltre alle grandi e più note raccolte, Pascoli scrisse altre e importanti opere, anche in latino, che confermano la sua intensa vena creativa. I Poemi conviviali propongono una poesia classicista ispirata al mondo greco ed orientale, rivissuto però con una sensibilità moderna e tormentata, tanto che è possibile ritrovare nelle figure classiche la stessa perplessità esistenziale, espressa nelle altre raccolte e lo stesso senso di mistero. I Poemi vogliono infatti essere una storia ideale del mondo classico, dai tempi di Omero fino ad Alessandro Magno, dalla gloria al declino di Roma, dalle invasioni barbariche alla rivelazione cristiana. Sul mito e sulla storia, anche nella presentazione di figure eroiche, si proietta il senso di inquietudine nato dal sentimento del destino effimero dell’uomo, come in Alexandros.

 

Fonte: http://digilander.libero.it/Parsifal74/Giovanni%20Pascoli.doc

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GIOVANNI PASCOLI

LA VITA E LE IDEE
C’è un ritratto di Pascoli che ha trionfato per decenni nelle scuole: è quello di un uomo che dalla sua sventura e dalla capacità di perdonare ha ricavato l’alta lezione morale di fratellanza, e l’ha tradotto in una poesia predicatoria di buoni sentimenti.
Questo ritratto riflette però solo uno dei lati della personalità complessa e inquietante.
Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna, primo degli otto figli di un amministratore dei principi di Torlonia. A undici anni suo padre fu assassinato in circostanze misteriose, e seguirono poi la morte dei tre fratelli e della madre stroncata dal dolore.
Successivamente cominciò a studiare in collegio dove trasformò la sua cultura classica che gli consentì di comporre poesie in latino.
Nel 1873, si iscrisse alla facoltà di lettere all’università di Bologna,ma dopo 3 anni, interruppe gli studi e di conseguenza perse i sussidi di cui godeva e si ridusse in miseria.
Dopo pochi mesi la sua adesione all’Internazionale dei lavoratori e la militanza in gruppi anarchici, lo portarono a 3 mesi di carcere.
Uscito di prigione iniziò la carriera di professore di ginnasio, e raggiunto un minimo di tranquillità economica, chiamò a vivere con se le sorelle Ida e Maria.
Il suo attaccamento per le sorelle fu profondo e quasi ossessivo.
Sono di questi anni le prime poesie personali e i primi successi con la prima edizione di Myricae. Mentre completa le principali raccolte di poesie, pubblica le principali antologie scolastiche e i tre grossi volumi di critica dantesca, in cui si manifesta la sua crescente ambizione di poeta-vate, maestro civile e morale. Riuscì a diventare professore universitario per meriti speciali. Nel 1905 fu chiamato alla cattedra di Letteratura italiana di Bologna al posto di Carducci.
Gli ultimi anni trascorsero tra la composizione dei Poemi italici, i Poemi del Risorgimento e i discorsi celebrativi.
Morì a Castelvecchio di cancro nel 1912. 

LA POETICA
L'autoritratto che Pascoli si è costruito lo raffigura come un eroe del dolore, un uomo che è riuscito a vincere la sventura. Ma dalle testimonianze traspare un risvolto fragile e nevrotico, basta leggere lo sfogo di una lettera del Pascoli mandata ad un amico nel 1897.
La tendenza a ingigantire ogni difficoltà e a percepire il mondo intero come ostile è un motivo ricorrente della poesia pascoliana. Traspare in questi atteggiamenti un fondo di infantilismo che forse non è estraneo all’indicazione che Pascoli diede del “fanciullino” come simbolo dell’ispirazione poetica. Questa personalità era stata segnata dal trauma della tragedia familiare, sulla quale il poeta ritornò con insistenza crescente col passare degli anni. Per tutta la vita Pascoli si sentì un orfano, attanagliato dalla nostalgia per la famiglia perduta; la sua poesia simboleggia, nell’immagine ricorrente del “nido”, il luogo dove ci si tiene stretti e caldi, ci si protegge reciprocamente dal mondo esterno. Fuori dal nido la realtà gli appare oscura e minacciosa sia negli aspetti sociali che in quelli naturali.
Pascoli accetta la visione materialistica dell’universo divulgata dalla scienza positivista, ma di fronte ad essa il suo atteggiamento è di smarrimento angoscioso. La gelida infinità degli spazi cosmici, in cui la terra non è che “ uno sperduto atomo opaco”, l’opprime quasi fisicamente; l’intera realtà gli appare un mistero. Nell’espressione del mistero compare poi un elemento che si intreccia contraddicendola alla visione scientifica: la natura appare animata da presenze inquietanti, gli animali e le cose mandano oscuri messaggi. Così il pensiero dei morti si intreccia a quello della propria morte, sentita con terrore come annientamento totale, un rifugio al mondo, un ricongiungersi ai propri cari, un ritorno al “nido”.
Pascoli ha esposto le due idee sulla poesia in un saggio intitolato Il Fanciullino. Egli afferma che in tutti noi c’è un fanciullo che durante l’infanzia fa sentire la sua voce, che si confonde con la nostra, mentre in età adulta la lotta per la vita impedisce di sentire la voce del fanciullo, per cui il momento veramente poetico è in definitiva quello dell’infanzia. Di fatti il fanciullo vede tutto per la prima volta, quindi con meraviglia; scopre la poesia che c’è nelle cose, queste stesse gli rivelano il loro sorriso, le loro lacrime, per cui il poeta non ha bisogno di creare nulla di nuovo, ma scopre quello che già c'è in natura. Il fanciullino è quello che parla alle bestie, agli alberi, alle nuvole e scopre le relazioni più ingegnose che vi sono tra le cose, ride e piange per ciò che sfugge ai nostri sensi, al nostro intelletto. Spesso, però, questa parte che non è cresciuta non viene più ascoltata dall’adulto. Il poeta invece è colui che è capace di ascoltare e dare voce al fanciullino che è in lui e di provare di fronte alla natura le stesse sensazioni di stupore e di meraviglia proprie del bambino o dello stato primigenio dell’umanità.
L’atteggiamento del fanciullo gli permette di penetrare nel mistero della realtà, mistero colto non attraverso la logica, ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio fondato sul simbolo. La funzione del simbolo è proprio quella di far comprendere il senso riposto nella realtà, per mezzo di collegamenti apparentemente logici fra oggetti diversi, attraverso l’associazione di colori, profumi, suoni di cui si può percepire la misteriosa affinità.
La poesia quindi può avere una grande utilità morale e sociale; il sentimento poetico che è in tutti gli uomini li fa sentire fratelli nel comune dolore, pronti a deporre gli odi e le guerre, a corrersi incontro ed abbracciarsi. Da un lato egli concepisce la poesia come ispiratrice di amore umano, le assegna il compito di rendere gli uomini più buoni, ma il poeta non deve proporselo come fine, perché non è un oratore o un predicatore, ma ha unicamente il dono di pronunciare la parola nella quale tutti gli altri uomini si riconoscono. In definitiva il poeta è l’individuo abbastanza eccezionale che, pur essendo cresciuto, riesce ancora a dare voce al quel fanciullo che c’è in ogni uomo.
L’utilità sociale della poesia consiste nell’insegnare ad accettare la propria condizione, a preferire la conciliazione alla lotta.
Pascoli è ritornato in diversi momenti sul significato morale e sociale, politico della sua opera. La militanza giovanile nell’Internazionale, fu solo una parentesi; ma più tardi il poeta continuò a lungo a dirsi “socialista”, anche se in un senso assai vago. Si trattava di una sorte di religione umanitaria, di un appello alla pacificazione universale, di un invito alla pietà che accomunava oppressori e oppressi. Tutto questo convive con la convinta esaltazione della piccola proprietà privata. Simbolo ne è la siepe che cinge il campo e l’aia e vieta l’accesso agli estranei, immagine ricorrente nelle sue poesie.
Egli ha una percezione acuta delle trasformazioni economiche e politiche in atto: la piccola proprietà è minacciata da un lato dal grande capitale finanziario, dall’altro dalle  rivendicazioni collettiviste del socialismo. È un’immagine pregnante di ciò che noi chiamiamo capitalismo monopolistico e imperialismo, accompagnata dal presagio di uno sbocco catastrofico. Così Pascoli, interpretando lo smarrimento di una piccola borghesia tradizionale schiacciata dai nuovi conflitti di classe e avviata al declino, giunge ad una visione storica più lucida di qualunque ottimismo progressista, e quasi profetica. Pascoli professò sempre un nazionalismo convinto e aggressivo. Il nazionalismo è un prolungamento naturale del suo “socialismo” contadino: il sacro egoismo della piccola proprietà si trasferisce sul piano della collettività nazionale. In questi il nazionalismo pascoliano coopera con altre correnti politico-culturali assai vive all’epoca; ma se ne distingue per l’attenzione al problema dell’emigrazione, un fenomeno di portata enorme di cui altri letterati si curavano ben poco. L’Italia è la nazione proletaria perché esporta il suo proletariato nel mondo, le sue rivendicazioni equivalgono ad una sorta di lotta di classe contro le nazioni ricche che sfruttano il suo lavoro e si sono impadronite del bottino coloniale. 

LE RACCOLTE DI POESIE
Nel raccogliere le proprie poesie in volume Pascoli non seguì un ordine cronologico: il poeta costruì i suoi libri in versi con criteri di affinità tematiche e formali.
MYRICAE è il titolo della prima raccolta, è tratto da un’espressione di Virgilio e allude al carattere umile dei temi. La prima edizione comparve nel 1891, seguita da altre quattro via via ampliate. Insieme con i Canti di Castelvecchio sono opere che la critica ha definito "del Pascoli migliore", poeta dell’impressionismo e del frammento: "Son frulli di uccelli, stormire di cipressi, lontano cantare di campane", scrisse il poeta nella Prefazione del 1894.
E' dunque una poesia fatta di piccole cose, inerenti per lo più alla vita della campagna, di quadretti rapidissimi, conclusi nel giro di pochi versi "impressionistici", dove le "cose" sono definite con esattezza, col loro nome proprio. Vi compaiono anche poesie (Novembre, Arano) in cui le "cose" si caricano di una responsabilità simbolica e già si affaccia il tema dei morti (X Agosto), sottolineando una visione della vita che tende a corrodere i confini del reale – avvertito come paura e mistero - per una evasione nella fiaba e nel simbolo.
Nella raccolta, cresciuta nel tempo dalle 22 poesie della prima edizione alle 155 dell'ultima, tolti pochi componimenti rimasti a sé, le poesie si ordinano per temi, corrispondenti ai cicli annuali della vita in campagna. La raccolta si apre con Il giorno dei morti, il giorno in cui il poeta si reca al camposanto che "oggi ti vedo / tutto sempiterni / e crisantemi. A ogni croce roggia / pende come abbracciata una ghirlanda /donde gocciano lagrime di pioggia." In questa giornata "Sazio ogni morto, di memorie, riposa." Non tutti però. "Non i miei morti."
I CANTI DI CASTELVECCHIO , il titolo si riferisce alla località in cui il poeta aveva una villa. Nella raccolta sono compresi e approfonditi i temi di Myricæ ma ha particolare incidenza il tema del nido familiare e delle memorie autobiografiche e compaiono parecchi componimenti di impianto narrativo; finito il vagabondaggio per la campagna di Myricæ se ne inizia uno nuovo: ma ora è un viaggio attorno al suo giardino, entro i cancelli e entro il suo orto.
Il senso del mistero, connesso al dolore della vita e all’angoscia della morte, si traduce ora in una sorta di allucinazioni, nel ricordo dei morti  Si può dire che nei Canti sta il punto del massimo compenetrarsi tra i due aspetti della poesia pascoliana: il simbolo e la realtà.
POEMETTI: I Primi e I Nuovi Poemetti sono le due parti in cui il poeta divise la raccolta. Sono componimenti in terzine, parte dei quali forma una narrazione continua sulle occupazioni quotidiane di una famiglia contadina. A questi si affiancano i poemetti di argomento cosmico, umanitario e sociale. In Italy, infatti,  affronta il tema dell’emigrazione dove il contrasto campagna-città, infanzia-maturità, spogliato delle sue connotazioni autobiografiche, si oggettiva nel contrasto tra la vita patriarcale che si svolge nella campagna nativa e quella febbrile della metropoli americana, tutta tesa ai "bisini" ("business" gli affari) e al successo.
POEMI CONVIVIALI furono così intitolati perché cominciarono a uscire nel 1895 su “Il convito”, lussuosa rivista romana banditrice dell’estetismo decadente. Essi richiamano miti e figure del mondo classico, greco e romano: ma la sensibilità decadente di Pascoli stravolge questi miti, fino a farne simboli della infelicità e del mistero, annullando -secondo un procedimento tipico che sottintende la fuga dalla realtà – i confini della storia, per assorbirla in una visione esistenziale: così Alessandro Magno, arrivato ai confini della terra, piange, perché non può più "guardare oltre, sognare"; e "l’odissea" di Ulisse conduce l’eroe non verso le fascinose plaghe del mito (Polifemo e le sirene sono illusorie costruzioni della fantasia), ma verso l’orrenda morte.
ODI E INNI comparvero per la prima volta nel 1906,sono componimenti di terzine a strutture più nuove e ardite, che imitano la metrica greca, cantano temi civili e umanitari, prendono spunto dalla cronaca. Pascoli qui assume il ruolo di poeta–vate e celebra gli eroi nazionali, le realizzazioni del lavoro e della tecnica, le grandi esplorazioni.
Dopo il 1905 circa, la poesia pascoliana svolta verso ambizioni epiche, che caratterizzano le ultime raccolte: Canzoni di Re Ezio, Poemi italici e i Poemi del Risorgimento. Basta questo elemento a intuire quanto vasta sia stata la produzione poetica di Pascoli.
Più sorprendente è la varietà dei temi che sono affrontati: l’universo poetico pascoliano comprende e accosta ogni aspetto della natura, esplora la storia, dall’antichità classica, al Medioevo,al Risorgimento, fino all’attualità. La predicazione di pace e fratellanza si alterna a momenti di celebrazione dell’egoismo nazionale e della guerra.

 

 

Fonte: http://classe4ba.altervista.org/PASCOLI.doc

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Giovanni Pascoli poesie vita e opere riassunti

 

GIOVANNI PASCOLI    (1855-1912)

Vita

G.P. nasce il 31 dicembre del 1855 a San Mauro di Romagna, in provincia di Forlì. È figlio di Ruggero Pascoli, amministratore di un importante tenuta, La Torre, e Caterina Vincenzi Alloccatelli. Grazie alle agiate condizioni economiche trascorre un’infanzia felice e serena. A 7 anni entra come allievo al collegio Raffaello ad Urbino, dove ottiene una robusta educazione classica. Nel 1867 il padre viene ucciso a colpi di fucile, forse per motivi legati al suo lavoro, ma gli esecutori rimangono sconosciuti. Questo evento diviene un’ossessione per il poeta. La sua vita è caratterizzata da numerose disgrazie, quali la morte della sorella maggiore, della madre, dei fratelli Luigi e Giacomo. A causa dei problemi economici si ritira dal collegio, tuttavia porta a termine gli studi liceali conseguendo una borsa di studio che gli permette di frequentare la facoltà di lettere dell’Università di Bologna. In questo periodo, grazie all’incontro del socialista anarchico Andrea Costa, partecipa ad una manifestazione contro il ministro della pubblica istruzione. Nel 1879, in seguito ad una retata poliziesca, viene arrestato e rinchiuso nel carcere di Bologna, con l’accusa di “grida sovversive” e oltraggio alla forza pubblica. Pascoli esce mutato dalla vicenda e decide di porre fine alla sua attività politica. Nel 1882 si laurea in letteratura greca. Gli viene assegnata la prima cattedra liceale a Matera, poi viene trasferito a Massa e successivamente a Livorno. A Massa riesce a ricostruire il nido famigliare, invitando a vivere con lui le due sorelle minori. Nel 1895 la sorella Ida decide di sposarsi: egli vive questo fatto in modo drammatico in quanto aveva assunto un ruolo paterno e, infatti, rifiuta di partecipare al matrimonio. In seguito si trasferisce a Castelvecchio, in provincia di Lucca, in una casa isolata, con la sorella Maria, dove trascorrono una vita immersa nella pace della campagna. Dopo numerosi trionfi al concorso internazionale di Amsterdam, il poeta intraprende una brillante carriera universitari che gli permette di ottenere, nel 1905, la cattedra di letteratura italiana all’Università di Bologna, lasciata dal suo maestro Carducci. In seguito ad un lungo periodo caratterizzato da problemi di salute, il 6 aprile 1912 muore. Viene sepolto in una cappella nella casa di Castelvecchio.

 

La poetica del “Fanciullino”

Un ruolo centrale nell’elaborazione di Pascoli è dal saggio “Il Fanciullino”, pubblicato nel 1897. In questi venti brevi capitoli il poeta enuncia la propria idea di poesia, interpretata come capacità di creare miti. Tipicamente pascoliano è il vagheggiamento dell’infanzia come momento intatto, non toccato dal male e immune dalla sofferenza, come età della perfetta innocenza, cui si ritorna nella memoria o nel desiderio come a un paradiso irrimediabilmente perduto. Il poeta coincide con il fanciullo che è in ognuno di noi, tuttavia quando “noi cresciamo egli resta piccolo”: se la voce tenera dell’infanzia si confonde con la nostra, quando “noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce”, essa è sovrastata dalla nostra. Quindi il poeta è solo chi sa ascoltare il fanciullo che è in lui. Affermare ciò equivale a porre con forza il carattere alogico della poesia. Ma il poeta è anche “l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente” e che “scopre nelle cose le somiglianze e le relazioni più ingegnose”. Per Pascoli la poesia non si inventa ma si scopre nelle cose, nelle quali bisogna saper cogliere il particolare poetico, e questo lo può fare solo chi le guarda con occhi ingenui, come se vedesse per la prima volta. Il poeta è perciò chiamato a liberarsi da ogni sovrastruttura culturale per riportarsi alla condizione di semplicità e immediatezza tipica del fanciullo. Proprio come fanno i bambini, la poesia è in grado di scoprire nelle cose rapporti che non sono quelli logici e razionali dell’adulto: è spontanea e induttiva come il fanciullo che scopre il mondo e attribuisce ad ogni cosa il suo nome.

“È dentro noi un fanciullino[…]. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; [..]; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. Il quale tintinnio segreto noi non udiamo distinto nell'età giovanile forse così come nella più matura, perché in quella occupati a litigare e perorare la causa della nostra vita, meno badiamo a quell'angolo d'anima d'onde esso risuona. […]”

In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa. […] Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. […].

E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. […]

[…]Siano gli operai, i contadini, i banchieri, i professori in una chiesa a una funzione di festa; si trovino poveri e ricchi, gli esasperati e gli annoiati, in un teatro a una bella musica: ecco tutti i loro fanciullini alla finestra dell'anima, illuminati da un sorriso o aspersi d'una lagrima che brillano negli occhi de' loro ospiti inconsapevoli; eccoli i fanciullini che si riconoscono, dall'impannata al balcone dei loro tuguri e palazzi, contemplando un ricordo e un sogno comune.

Pascoli attua “un allargamento del poetabile”, cioè introduce temi ed oggetti mai comparsi nella tradizione lirica italiana, come la campagna con le sue umili fatiche o gli attrezzi di lavoro. La poetica pascoliana ripudia la tradizionale alleanza con la retorica: il poeta deve essere “ingenuo” e non “retore”. Il poeta non seleziona finemente le parole, ma umilmente, è capace di dire la parola che tutti, senza saperlo, hanno nel cuore e in cui tutti si riconoscono. Il poeta fanciullo, portatore di una poesia alogica, intuitiva e antiretorica, deve limitarsi a registrare le impressioni visive e uditive che la natura suscita nella sua sensibilità, percependo la realtà proprio attraverso di esse: tramite il “vedere e l’udire” il poeta scopre la poesia che è nelle cose e negli oggetti, di cui ascolta i messaggi simbolici. Il motivo dell’infanzia caratterizza tutta la visione della realtà di Pascoli

L’ideologia Pascoliana

La crisi culturale e sociale di fine Ottocento e del primo Novecento ed in particolare il fallir della scienza positivistica, rivelatasi incapace di svelare il reale e di garantire un controllo sulla natura, contribuirono a formare in Pascoli una visione del mondo come realtà inconoscibile e della storia come insieme di orrori e oppressioni. Da queste concezioni nascono le sue tematiche racchiuse in una poesia di evasione condannata dalla critica ad essere superficiale e poco impegnata.

Pascoli non si ribella di fronte alla concezione umana, ma preferisce chiudersi nelle sue “nebbie” e ascoltare i messaggi simbolici delle cose, dando vita ad una poesia incapace di cogliere i rapporti di causa-effetto, i quali vengono indagati attraverso l’intuizione tipica del fanciullino, in grado di scoprire le zone più intime dell’io. Nella sua concezione dell’infanzia si incontrano elementi storici reali ed elementi ideologici e sentimentali. Quanto più questi elementi sono confusi, tanto più la scoperta delle cose e dell’io umano è astratta e superficiale.

Il mito dell’infanzia di Pascoli non può essere quindi confuso con quello di Leopardi (contrapposizione disperata dell’illusione con la realtà) in quanto rappresenta l’evasione dai problemi del mondo ancora oggi intrisa di grande attualità.

 

La prima raccolta: MYRICAE (1891)

In quest’ opera il poeta lavora non linearmente, ma a spirale, tornando continuamente su ciò che scrive e sperimentando, nello stesso tempo, modalità poetiche differenti sotto diverse ispirazioni che agiscono contemporaneamente. Non a caso nel suo studio vi erano tre scrivanie: una per la poesia italiana, una per la poesia latina e una per l’ermeneutica dantesca. Nel titolo latino Myricae, ossia tamerici, confluiscono due importanti componenti della cultura pascoliana: la conoscenza della campagna, nella quale il poeta ha trascorso l’infanzia, e la sua approfondita formazione classica. Dal titolo ricaviamo dunque l’idea di una poesia agreste, che tratta temi modesti e quotidiani, legati ai ritmi delle stagioni e del lavoro dei campi, al succedersi di gesti immutabili e rituali. La produzione pascoliana è caratterizzata da una sostanziale staticità, basata su temi che costituiscono un nucleo immutato, mentre evolvono le forme e le strutture che lo esprimono. Nella poesia si pone in primo luogo un atteggiamento di lutto, di memorie e di dolore, ma anche una poesia della campagna, dei suoi suoni, delle sue voci segrete. L’universo poetico di Pascoli è povero di concrete figure umane per lasciar spazio all’Io del poeta o ad una sorta di umanitarismo senza uomini. Un altro tema importante è quello del nido, ovvero la famiglia, intesa come nucleo originario, caldo, protettivo, basato sui vincoli di sangue e sulla memoria. In contrapposizione interviene il rifiuto della realtà sociale moderna avvertita come minacciosa e inquietante. Le città appaiono al poeta tentacolari e mostruose, da cui fuggire rifugiandosi in campagna. Di qui l’insistenza sulle umili figure campestri: sugli oggetti, sulle stagioni, sulle ore del giorno, sugli eventi atmosferici. La poesia di Myricae si propone perciò in una veste modesta, circoscritta alla quotidianità, ricca di oggetti d’uso, di uccelli, fiori, campane, temporali, bimbi che ne hanno paura e madri che li consolano. A nessun lettore può sfuggire l’intreccio complesso di forme e motivi dissimulato dietro l’accessibilità e la semplicità: è richiesta da parte del lettore un’opera di decodificazione su più piani e un lavoro di scavo critico sul significato e sul significante. La descrizione della natura e della vita campestre non è fine a se stesse: essa è piuttosto lo scenario su cui il poeta proietta le proprie emozioni. L’elemento di divisione nella storia del nostro linguaggio lirico è da identificare in una nuova rappresentazione della realtà che ha perduto sia il valore dell’età romantica sia le certezze razionali del positivismo. La struttura della descrizione o della narrazione procede per accostamenti, in una sintassi in cui prevale la coordinazione sulla subordinazione. Prevale quindi il ritmo, la musicalità, la trama fonica, in un fitto intreccio di suoni affidati all’onomatopea. Il linguaggio si basa su due livelli espressivi. Quello grammaticale è proprio della lingua come istituto, la lingua fondata su un codice che utilizziamo per la comunicazione. Il livello agrammaticale è costituito da onomatopee, ed è chiamato fonosimbolico, perché riproduce suoni. Il linguaggio è formato da termini tecnici, attinti alle lingue speciali, ai gerghi, che fanno della poesia pascoliana un aspetto locale. Il poeta non si pone sulla strada di un radicale rifiuto della metrica, ma ne rispetta e ne utilizza tutti gli istituti. Attraverso cesure, enjambements, puntini di sospensione, parentesi, assonanze, allitterazioni, Pascoli svuota e frantuma il verso tradizionale. Frequente è anche il ricorso all’ipermetro, un verso sdrucciolo che, per la sua rima con un verso piano, trabocca oltre la fine del verso.

 

 


X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l'aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell'ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

Parafrasi

È il 10 agosto, il giorno di San Lorenzo, ed io so perchè così tante stelle in cielo ardono e sembrano cadere; perchè così tante stelle che sembrano lacrime, brillano in cielo. Una rondine ritornava al suo nido, sotto un tetto: venne uccisa: cadde tra i rovi: aveva nel becco un insetto: doveva essere la cena dei suoi piccoli. Ora lei è là, come se fosse morta in croce, che tende verso il cielo il verme cattuato, cielo indifferente al dolore; e nel nido ombroso, il pigolio dei piccoli si fa sempre più tenue. Anche un uomo, mio padre, tornava a casa: venne ucciso: disse:Perdono; e morì con gli occhi spalancati come se volessero gridare per lo stupore: ed aveva con sè due bambole da regalare alle figlie...Ora là, nella casa isolata, lo aspettano, ma aspettano inutilmente: egli immobile, stupito, protende le bambole al cielo lontano ed indifferente. E tu, Cielo, dall'alto dei mondi senza il male, infinito, immobile, è come se inondassi di stelle questo piccolissimo pianeta dominato dal male.


Caratteristiche dominanti della poesia

La poesia è composta da sei quartine in cui si alternano decasillabi e novenari piani in rime alternata. (ABAB CDCD). Le figure retoriche presenti sono: metonimia (il suo nido che pigola) e (al suo nido), similitudine (come in croce) personificazione del Cielo; parallelismo tra la rondine e il padre; anafora ( ora è la, ora è là; aspettano aspettano). Ritornava una rondine al tetto = iperbato.

Nella prima strofa : troviamo nei primi due versi una consonanza della lettera L e un’assonanza tra le parole “arde e cade”. Nel primo verso invece troviamo un enjambement.

Nella seconda strofa : contrariamente troviamo in tutta la strofa una consonanza della lettera "R" e nel secondo verso si ha una cesura ad " uccisero".

Nella terza strofa: Nel primo verso si ha un enjambement.

Nella quarta strofa: nel secondo verso ci sono due cesure e una rima interna (mondi/inondi). In tutta la poesia si ha un climax ascendente ed è circolare.

Dall’analisi delle poesie pascoliane, per quanto riguarda la funzione del titolo, c’e una forte prevalenza di titoli con fine informativo attraverso i quali il poeta fornisce informazioni riguardanti il tema della poesia stessa. Si può notare anche l’uso non raro di titoli a scopo interpretativo, mediante i quali il Pascoli agevola al lettore la comprensione di ciò che la poesia vuole comunicare. In questo caso il titolo è informativo e indica il tema. L’ambientazione è il passato con particolare riferimento alla morte del padre. Questa poesia rievoca uno degli eventi più dolorosi della vita di Pascoli. Infatti il giorno di San Lorenzo, ovvero il 10 agosto Pascoli ricorda la morte del padre assassinato mentre tornava a casa. Attraverso essa il poeta, infatti, vuole comunicare al lettore la sua tristezza per la mancanza del padre assassinato e la accentua mettendo a confronto una rondine abbattuta col cibo nel becco per i suoi rondinini e il padre che ritornava a casa portando due bambole alle figlie, in modo tale da sottolineare l’ingiustizia e il male che prevalgono su questa terra. Il nido e la casa, per di più, svolgono il ruolo di metafora degli unici rapporti d'amore possibili in un mondo d'insidie e di contrasti. A partecipare a questa tragica situazione vi è, non solo Pascoli in persona, ma anche il Cielo che con, appunto, la notte di San Lorenzo famosa per il fenomeno delle stelle cadenti, raffigura il pianto. Successivamente la figura del cielo si contrappone a quella della terra. Il cielo è infinito, immortale, immenso, mentre la terra non è altro che un piccolo atomo di dolore. In conclusione, secondo Pascoli, il cielo di fronte a questo triste fatto invade la terra con un pianto di stelle. Il nido che intendeva Pascoli era il nucleo familiare, la protezione dei conoscenti più stretti dove ogni uomo può rifugiarsi.

 

I poemetti (1897)

La pubblicazione dei Poemetti risale al 1897. Ciò che li discosta maggiormente dalla raccolta Myricae  è la più ampia estensione dei componimenti, che sono caratterizzati da terzine a rima incatenata (ABABCB). A livello tematico restano centrali la campagna e la vita agreste, ma al paesaggio della Romagna subentra quello della Garfagnana. Dal punto di vista stilistico, a livello ritmico, metrico e sintattico, ritroviamo gli stessi elementi di Myricae. Tuttavia il linguaggio è ricco di elementi raffinati e preziosi. Tra i poemetti non mancano quelli che esulano dal mando campestre per affrontare, in una trama fitta di simboli, temi importanti come il senso di mistero nel cosmo, i presagi di morte, l’infanzia come età di innocenza.

Canti di Castelvecchio (1903)

Questa raccolta è dedicata alla madre con la seguente formula: “E sulla tomba di mia madre rimangono questi altri canti!”. I temi non differiscono: nei versi sono presenti immagini della vita di campagna, elementi della natura, il suono delle campane: sono oggetto di poesia in quanto si caricano di significati simbolici. In questa raccolta, il simbolismo già presente in Myricae si intensifica, arricchendosi di fonosimbolismi.

Nella poesia La mia sera, Giovanni Pascoli descrive la tranquillità di una sera d’estate dopo un temporale. L'immagine proposta è ricca di un significato metaforico di carattere personale: il temporale rappresenta infatti la vita travagliata del poeta, segnata dalla perdita dei sui cari genitori; la sera rappresenta, al contrario, il raggiungimento di un momento di tranquillità.

Risentendo il canto della madre mentre culla i figlioletti, Giovanni Pascoli riesce a raggiungere la serenità. E si sente anche fortemente appagato dall'incontro con la mamma ed i suoi fratellini.

 

La mia sera

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera! 
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano, 
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.

Parafrasi

Il giorno, caratterizzato dal temporale, fu pieni di lampi;
ma ora appariranno finalmente le stelle,
le stelle silenziose. Nei campi
si può ascolta un breve gracidio di rane.
Le foglie dei pioppi vibrano per un vento leggero
come fosse un brivido di gioia.
Ma durante il giorno, che lampi! Che tuoni!
Ed ora, che pace la sera!
Le stelle si vedono aprire come corolle di fiori
in un cielo così dolce e vitale.
Là, dove si trovano le allegre rane,
si sente il suono monotono di un ruscello che scorre.
Di tutto il rumore fragoroso,
di tutta quella cupa bufera 
non rimane che un dolce singhiozzo
in questa umida sera.
Quella che sembrave un bufera eterna, è
terminata nel sonore canto di un ruscello.
Dei fulmini che si infrangevano, restano ora solamente
piccole nuvolette color porpora e d'oro per i riflessi del sole al tramonto.
Oh mia stanchezza, riposa adesso!
La nuvola che durante il giorno fu la più nera,
è quella che vedo come la più rosa
ora la sera sta per terminare.
Che bello il volo delle rondini per l’aria!
Che bel cinguettare nell'aria serena!
La fame accresciuta nel giorno,
rende ancor più lunga la festosa cena.
La porzione di cibo così piccola, i nidi degli uccellini
non poterono averla neanche intera durante il giorno.
Neanche io potei averla... che voli, che cinguettare,
mia limpida sera!
I rintocchi delle campane (Don...Don..), mi dicono: Dormi!
mi cantano: Dormi! mi sussurrano:
Dormi! mi bisbigliano: Dormi!
Sento provenire voci nella notte azzurra...
Mi sembrano canti di madri di fronte ad una culla,
che mi fanno ricordare della mia infanzia...
ascoltavo mia madre sul punto di addormentarmi... poi più nulla...
mentre scendeva la sera.


Commento

Pascoli immagina una sera di un’estate dopo un temporale e parla delle silenziose stelle e i campi, nei quali si sentono le rane, mentre arriva la pace della sera. Le stelle si fanno vedere come fiori fra le nuvole e nel campo si sente il singhiozzo d’un fiume (è quella infinita tempesta, finita in un rivo canoro) e, dopo la pioggia, si presenta la sera piena di umidità. La furia della tempesta é placata, i fulmini lasciano il passo alle nuvole rosse e dorate per i riflessi del sole cadente Le campane si fanno sentire, è un suono che assomiglia ad una ninna-nanna, che la madre gli cantava prima di addormentarsi, sul finir della sera.

Pascoli paragona il temporale alla vita travagliata (perdita dei cari genitori) e la sera ad un momento di tranquillità della sua vita. Il Poeta, nell’età adulta, raggiunge la serenità solo risentendo il canto della madre mentre culla i figlioletti. Incontrare la mamma, i propri fratellini, significa per il Poeta, appagare una esigenza fortemente sentita e risvegliare in sé il fanciullino.

Figure

Nella poesia l’autore tende ad umanizzare la natura “singhiozza monotono un rivo”, trasmettendo sensazioni al lettore. Importante è l’uso di Onomatopee (dolci) come “breve gre gre di ranelle”oppure “singhiozza monotono un rivo”o “Don...Don. E mi dicono dormi! Mi cantano Dormi! Sussurrano Dormi! Bisbigliano Dormi” e infine “voci di tenebra azzurra” ch’è un’onomatopea (voci) unita con sinestesia (l’insieme di due sensi; vista e udito) ossimoro(tenebra azzurra) e metafora(indicano le voci della morte). Altre figure retoriche presenti nella poesia sono: metafore (“... tacite stelle...”), la sineddoche (“...i nidi...”), ossimori (“..fulmini fragili...”) e la metonimia (“..stanco dolore...”).

“La mia sera” (Pascoli) / “Quiete dopo la tempesta” (Leopardi)

Il componimento del Pascoli svolge lo stesso motivo della Quiete dopo la tempesta del Leopardi, ma, mentre questa termina con la meditazione del poeta sulla natura del piacere che è "figlio d'affanno”, si prova cioè solo quando è cessato il dolore. La mia sera del Pascoli, invece, termina con una notazione autobiografica, con la rievocazione, cioè, dell'infanzia e della madre che cullava dolcemente il poeta: è una conclusione, quindi, tutta individuale e personale.

Poemi Conviviali (1904)

È una raccolta di 19 poemetti di endecasillabi sciolti, di argomento classico e mitologico. Il titolo deriva da una rivista periodica di carattere artistico letterario, Il Convito, fondata a Roma nel 1895 da De Bosis, D’Annunzio e Conti. Gli spunti tematici sono offerti dalla letteratura greca e latina, soprattutto Pascoli trae ispirazione da Omero e Platone. I poemi conviviali sono indirizzati ad un tipo di pubblico più elevato rispetto alle raccolte precedenti. Infatti il lettore, se legge con attenzione, può accorgersi che il mito antico viene rivisitato con spirito moderno: quello di un uomo entrato nel Novecento, che si serve del passato per parlare di sé e del rapporto con la realtà e con il proprio tempo.

 

Fonte: http://www.webalice.it/quomodo/2012/5C-italiano/pascoli.doc

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Giovanni Pascoli


Giovanni Pascoli nasce nel 1855 in una famiglia numerosa. In un ambiente rurale. L'infanzia fu interrotta da una serie di lutti, a 12 anni perse il padre (assassinato), l'anno successivo la madre e la sorella maggiore e l'anno dopo due fratelli. Nel 1873 inizia a frequentare l'università di Bologna avvicinandosi a idee socialiste. Dopo essere stato incarcerato per alcuni mesi (manifestazioni socialiste) prende le distanze dal movimento socialista. Si laurea in lettere. Carducci lo aveva designato come suo successore. Nel 1891 scrive Myricae. Nel 1897 pubblica la prosa al fanciullino. E sempre nello stesso anno scrive i poemetti. Nel 1903 pubblica i canti di castel vecchio. Dopo essere tornato in toscana, ed essersi riunito con le due sorelle, vive come un tradimento il matrimonio della sorella. Nel 1906 prende la cattedra di letteratura italiana a Bologna (era stata di Carducci) questo segna una svolta perche le tematiche che affronta non sono più private ma civili e patriottiche. Muore nel 1912.


La poetica

Le caratteristiche portanti della produzione pascoliana sono: la fuga della realtà e la concezione di una poesia come strumento di conoscenza privilegiato. La poetica del fanciullini si articola i 4 punti:

  • In tutti gli individui è presente un fanciullino musico ovvero il sentimento che fa sentire la sua voce nell'età infantile per poi attenuarsi nell'età adulta. Il poeta è colui che riesce a mantenere viva dentro di se la voce del fanciullino. La fuga dalla realtà, cardine della poetica simbolista, si manifesta in Pascoli in una regressione al mondo infantile. I temi e i simboli ricorrenti nella produzione di Pascoli sono: il nido o la casa, la culla, la siepe e la nebbia;

  • Altro aspetto fondamentale è il modo di vedere le cose del fanciullino. Tipico del fanciullino è vedere tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta. Scoprire cioè la poesia nelle cose stesse, nelle più grandi come nelle più piccole (poesia delle piccole cose). Attenzione è data agli elementi del mondo agreste, specie i più minuti;

  • Attraverso il ricorso alle analogie si creano relazioni nuove e inaspettate, che hanno un valore conoscitivo, in quanto servono a esprimere quelle realtà di carattere generale sul senso dell'esistenza umana, che non la scienza ma solo lo sguardo disinteressato del fanciullino può raggiungere;

  • Riguarda la funzione della poesia. La poesia ha una suprema utilità morale e sociale in quanto unisce gli uomini e li fa sentire fratelli. Avvicinandoli a un sentimento di amore reciproco. In linea col pensiero decadente la poesia non deve essere finalizzata all'edificazione morale. Al poesia è inoltre un valore consolatorio;

La poesia di Pascoli è di carattere morboso e legata ai temi dell'eros e della morte.

Nel famoso scritto "Il Fanciullino", Pascoli definisce ampiamente la sua poetica. La poesia non è razionalità, ma una perenne capacità di stupore tutta infantile, in una disposizione irrazionale che permangono dentro l'uomo anche quando si è cronologicamente lontani dall'infanzia. Il poeta viene paragonato al fanciullino che si mette di fronte alla realtà rendendo inattiva la ragione: sa attribuire significati estremamente soggettivi alle cose che lo circondano. Il poeta è privo di malvagità, è caratterizzato dalla condizione di stupore e dalla capacità di riflettere i propri stati d'animo nelle piccole cose. Il poeta-fanciullino è una figura astratta perché non tutti i fanciulli sono buoni e, imperfetta in quanto il poeta non riuscirà mai pienamente nel suo tentativo di tornare bambino.

Il carattere dominante della poesia del Pascoli è costituito dall'evasione della realtà per rifugiarsi nel mondo dell'infanzia, un mondo rassicurante, dove l'individuo si sente isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme. Il fatto che la poesia si sviluppi sulla base di una contrapposizione tra mondo esterno e mondo privato, e che il primo sia connotato negativamente, mentre il secondo positivamente, è un'altra costante in Pascoli. Ciò si ricollega al bisogno di affetto e protezione, per cui, proprio come un bambino, il poeta sente la necessità di rinchiudersi in un nido e sfuggire ai pericoli della vita. Quindi Pascoli ci vuole dire che la dolcezza dell'infanzia e della giovinezza dura poco e presto si rivela essere un'illusione. Sulla vita dell'uomo incombono tristezza, silenzio e morte e, per quanto riguarda il caso pascoliano, la nostalgia per qualcosa che è stato perso per sempre, il dolore per gli affetti strappati, lo sconforto per la malvagità umana e per l'ingiustizia che regna sulla terra.

Lo sperimentalismo stilistico di pascoli

Sul piano lessicale mescola termini precisi a volte tecnici, specifici dei linguaggi settoriali (natura, lavoro nei campi), a parole umili. Frequente è l'uso del fonosimbolismo, in particolare allitterazioni e onomatopee. Le figure retoriche predilette sono l'analogia e la sinestesia (vista olfatto, vista udito). Sul piano sintattico spicca la predilezione della paratassi.


Myricae

La prima edizione del 1891 comprendeva 22 poesie; nell'edizione definitiva, del 1903, ve ne erano 156. I temi che predominano nella raccolta sono quelli della morta e della natura sempre affrontati cono attraverso una minuziosa attenzione al dettaglio. Gran parte attinge dalle proprie vicende familiari e dal mondo della campagna. Ma la novità della poesia di Pascoli consiste nel riuscire a caricare i particolari minimi di sensi e significati simbolici. Sviluppò, così, un'idea di poesia in sintonia col simbolismo europeo. L'opera è caratterizzata da un'estrema varietà metrico-stilistica e linguistica: Pascoli abbandona i modelli tradizionali e si avvale di un linguaggio estremamente diversificato, che spazia da vocaboli di uso dialettali a colti e specialistici e concede ampi spazi all'onomatopea. Anche la sintassi tradizionale viene abbandonata: la percezione alogica, intuitiva e musicale del mondo si concretizza attraverso l'abolizione dei nessi logici.


Temporale

Appartiene alla raccolta Myricae. E' una ballata minima di settenari con rime secondo lo schema A BCBCCA.

Il componimento è costituito da una serie di percezioni uditive e visive realizzate attraverso analogie, che fanno sembrare la ballata un quadro impressionistico carico di valori simbolici, in questo caso evocano angoscia e inquietudine. Il ritmo, che è più lento nei primi due e negli ultimi due versi e più sostenuto nei tre versi centrali, conferisce al componimento particolare musicalità. L'annullamento dei legami logico-sintattici accentua il carattere alogico. Numerose le analogie.

Nell'ultimo verso la realtà umana è descritta attraverso una metafora tratta dal mondo animale. Pascoli era un appassionato di ornitologia. Il colore bianco del piumaggio dell'uccello, contrapposto al rosso e al nero del temporale, che evocano immagini di sconvolgimento e di dolore, rappresenta la l'innocenza, la purezza e la pace del nido domestico.


Il lampo

Il legame con Temporale è contenutistico e stilistico: analogo tra i due componimenti è lo schema compositivo, anche se nel secondo il settenario diventa endecasillabo; quasi identica è anche l'immagine centrale, il fugace apparire di una casa. E, ancora, identico è il simbolismo impressionistico che la rappresenta.

Il lampo è una ballata piccola di endecasillabi con rime secondo lo schema A BCBCCA.

Il primo verso spiega che grazie alla luce del lampo è possibile vedere la natura nella sua realtà più profonda. Gli aggettivi utilizzati per descrivere la terra (ansate, livida e in sussulto) e il cielo (ingombro, tragico e disfatto) non denotano un dato visivo ma forniscono un'interpretazione in chiave simbolica dell'evento atmosferico. In questo frangente di luce, quello che precede il tuono (tacito tumulto (ossimoro) ,si intravvede una casa bianca (nido) contro il nero del temporale.

Come in Temporale, è presente la rima tra il primo e l'ultimo verso (circolarità della poesia). L'eliminazione dei nessi logico-sintattici è realizzata attraverso una sintassi nominale, che procede in modo paratattico senza congiunzioni. Numerose le assonanze e le allitterazioni. I richiami fonici diventano richiami visivi a suggerire la rapidità dell'apparizione.

Grazie alla presenza dell'occhio il fenomeno naturale diviene metafora di una tragedia umana, più in particolare il ricordo dell'assassinio del padre. Il lampo è il simbolo della realtà minacciosa del mondo, alla quale si contrappone un'unica possibilità di salvezza, il rifugio della casa-nido.






Novembre

La forma metrica del componimento: sono tre strofe saffiche (poetessa Saffa) di tre endecasillabi più un quinario a rima alternata ABAb.

Allitterazione per assonanza in “e” e “o” e per consonanza in “s” e in “r”. e in f r g nell'ultima strofa che tende a riprodurre il suono delle foglie (funzione onomatopeica). Sinestesia: “cader fragile” e “odorino amaro”, ossimoro: “estate fredda”.

Una serena e tersa giornata di novembre può per un attimo suggerire un'illusione di primavera, ma si tratta di un'illusione che presto scompare, e alle iniziali impressioni subentra la constatazione di un inverno.

In questa poesia il paesaggio mostra un duplice aspetto. Sotto un'apparenza di armonia e di positività possono nascondersi la presenza e la minaccia della morte.

Nella prima strofa vi è inizialmente un'immagine primaverile (gemmea l'aria - il sole è così chiaro), l'immagine di una giornata soleggiata nel mese di novembre, durante la cosiddetta "estate di S. Martino". Ma ciò che il poeta vuole realmente rappresentare è la breve illusione della felicità. Nella bella giornata autunnale, la luce del sole e l'aria limpida danno per un istante l'illusione che sia primavera. Ma subito ci si rende conto che le piante sono secche e spoglie. Nella seconda strofa Pascoli ha voluto iniziare con un “Ma”, che segna un netto rovesciamento della situazione precedente, è il ritorno alla realtà dopo l'illusione di dolcezza primaverile, quindi della delusione.

Nella terza strofa viene confermata la realtà di morte.


X Agosto

Il titolo di questa poesia rimanda al giorno in cui fu assassinato il padre del poeta. Ma prima di evocare questo dolore privato, il poeta racconta di un'altra morte assurda, quella di una rondine uccisa mentre tornava al nido dei suoi piccoli. Ecco il dolore individuale, condiviso, diviene dolore collettivo, un dolore immenso, di fronte al quale il Cielo piange sconsolato: la notte del 10 agosto è infatti la notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti (lacrime di San Lorenzo).

Forma metrica: sei quartine di decasillabi e novenari alternati a rime alternate: ABAB.

Nella seconda e nella terza strofa troviamo il seguente nucleo narrativo: mentre tornava al nido dove la aspettavano i suoi piccoli, una rondine è stata uccisa senza motivo, è caduta tra i rovi, con l'insetto che avrebbe costituito la cena dei rondinini. Ora è la, ingiustamente uccisa come Cristo sulla croce, con le ali spalancate e con quel verme inutilmente proteso verso il cielo, mentre i suoi piccoli attendono invano il suo ritorno e piangono sempre più piano.

La quarta e la quinta strofa propongono il secondo nucleo semantico: come la rondine, anche un uomo è stato ucciso mentre tornava al suo nido portando due bambole in dono alle figlie; ha avuto solo il tempo di dire perdono, non ha potuto nemmeno gridare, e quel grido inespresso è leggibile negli occhi sbarrati dal terrore. Nella casa solitaria i figli lo aspettano; egli giace immobile mostrando le bambole al cielo lontano.

L'ultima strofa chiude il componimento riprendendo la prima, l'immagine del cielo.

La struttura del testo, rievoca l'immagine della croce.

 

Fonte: http://www.pr0t3ck.altervista.org/scuola/ita-%20Unita%208%20-%20Pascoli.odt

Sito web da visitare: http://www.pr0t3ck.altervista.org

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